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Diario
 


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2 settembre 2012

Pronti via 3-0, ma si può fare


Una brutta estate per il calcio, iniziata male e che sta giungendo alla fine anche peggio.
Non hanno certo mostrato coraggio gli allenatori delle nazionali che hanno partecipato agli Europei polacco/ucraini che hanno offerto uno spettacolo calcistico penoso. Nessuna partita da ricordare, solo qualche singola giocata da archiviare come il gol capolavoro di Zlatan Ibrahimovic segnato alla Francia e quello altrettanto bello di Mario Balotelli alla Germania.
Non sono certo coraggiosi i tesserati che non hanno denunciato le partite truccate o peggio ancora chi le partite le ha truccate direttamente. Così come non sono coraggiosi tutti quelli che, in questa triste e patetica vicenda, si schierano solo per spirito di appartenenza.
Viceversa molto coraggio hanno dimostrato Daniele Sebastiani e Daniele Delli Carri, insieme a tutta la società, scegliendo Giovanni Stroppa per il dopo Zeman. Un allenatore giovane e preparato, soprattutto una persona seria e per bene. Proviene dalla Lega Pro, la vecchia serie C per i romantici, e non ha mai allenato in serie A ma Pescara calcistica è abituata a questo e rappresenta la piazza ideale per un giovane e inesperto allenatore. Non aveva esperienza quando è giunto a Pescara “il profeta” Galeone. Tutti sappiamo com’è andata. Proveniva dalla Lega Pro anche Zeman, pur avendo una grande esperienza maturata in precedenza, e lo scorso anno il Pescara ha vinto il campionato cadetto stabilendo record che saranno difficilmente eguagliabili. Entrambi, Galeone e Zeman, hanno reso la squadra di calcio di Pescara un fenomeno in cui è stato bello riconoscersi e farsi rappresentare. Hanno mostrato al pubblico dell’Adriatico e all’Italia intera, un calcio spettacolare e contemporaneamente redditizio. Il marchio di fabbrica per entrambi è stato il 4-3-3. Stesso modulo con il quale ha esordito ieri in serie A, come allenatore, Giovanni Stroppa. Nonostante l’esordio con una secca sconfitta contro l’Inter di Milito, Sneijder, Cassano e di capitan Zanetti, non è il caso di essere preoccupati perché, per il momento, il potenziale del Pescara non lo conosce nessuno, nemmeno il suo allenatore. I nuovi acquisti sono arrivati in tempi diversi e per questo motivo la squadra per la serie A non è quella vista ieri sera, o meglio, non può essere quella.
Il giorno dell’esordio di Stroppa in serie A come calciatore, era il 27 agosto 1989, fu invece un giorno felice, ecco come lo raccontò Gianni Brera.
«Il Milan aveva uno solo dei tre fenomeni olandesi: il più aggraziato e gigantesco, ma anche il meno geniale, Rijkaard: escluso invece Gullit, con un ginocchio sacramentato, e come lui Van Basten, afflitto da non si sa bene quale trauma osteo-muscolare. Così stando le cose, tutti prevedevano stenti a Cesena. Ed ecco tale Stroppa, giovane milanista riciclato dal Monza, centrare il 7 cesenate con un improvviso diagonale destro da fuori. Stroppa è bassaiolo di Mulazzano: il suo nome contadino si rifà ai legacci usati per i covoni di grano e per i tralci di vite. Infilato a quel modo perentorio, il Cesena si avventa e s’infilza da solo».
Di certo anche questo Pescara avrà bisogno di tanta stroppa per imbrigliare le formazioni alla sua portata e poter raggiungere il traguardo ambito della permanenza in serie A. Al “pronti via” dunque, siamo tutti con te Giovannino, senza se e senza ma. Buon campionato a tutti.


28 agosto 2012

Veronesi, Capossela e il magico John Fante


Il festival letterario “Il Dio di mio padre”, con il “reading”musicale in omaggio a John Fante, che si è svolto nella pineta di Torricella Peligna, ha scritto così una delle pagine più belle di questa estate abruzzese.
Poco prima dell’inizio dello spettacolo Sandro Veronesi ha tenuto una lectio magistralis sullo scrittore di “Chiedi alla polvere” che è stata seguita da alcune centinaia di persone in rigoroso silenzio. Veronesi è un fan di John Fante, come i suoi compagni di viaggio di questa magica serata d’Abruzzo, e questo è ciò che si percepisce fin dalle prime battute sul palco. Regna una grande armonia e un sentimento che accomuna e rende tutti più vicini gli uni agli altri. Si alternano alla lettura lo stesso Veronesi e Vinicio Capossela, entrambi capaci d’innamorare e creare un’atmosfera di dolce malinconia e nello stesso tempo gioiosa e di riflessione. Momenti di emozione alta sono quelli che è capace di creare attorno a se Dan Fante, il figlio di John, quando legge in lingua originale le sue liriche, superbamente interpretate in italiano dal bravo Domenico Galasso. Così com’è magnetico Ray Abruzzo quando in perfetto “american english” fa sentire a tutti i presenti la voce autentica di John Fante, in quel linguaggio che fu costretto a inventarsi perché, semplicemente, non esisteva. Collante tra le parole e le emozioni che queste suscitano, la musica di Vinicio Capossela. Un ritmo lento e che accompagna, che reitera pensieri, quasi un prolungamento dei paesaggi e della condizione dell’anima descritti da Fante. Sempre discreto, mai invadente, Capossela ha i tempi giusti per assecondare e accompagnare la lettura. E poi c’è il regalo finale. Siamo nella notte tra sabato e domenica, nelle prime ore della domenica, e la notte è sufficientemente alta quando si è testimoni di un piccolo evento nell’evento. Capossela ha appena raccontato una sua visita negli States e di una serata di struggente malinconia vissuta da “Musso & Frank” ultima traccia fantiana in Los Angeles. La richiesta di un ultimo brano diviene così la sua dedica a Renzo Fantini, senza del quale, sono parole sue, «forse non avrei il mio lavoro in questo modo». Vinicio si siede per l’ultima volta dietro al pianoforte a coda, e partono le note. «Che farò lontan da te pena de dell’anima…», e tutti, dal primo all’ultimo dei presenti non possono far altro che cantare e piangere e ringraziare John Fante per questa serata indimenticabile.


26 agosto 2012

«John Fante il suo cuore è qui»

Terminati i tornanti che dalla Valle del Sangro Aventino conducono su, fino ai 900 metri di Torricella Peligna, s’intravede il profilo del campanile e la sagoma delle case che preannunciano l’ingresso al paese, soprattutto si vede in tutta la sua bellezza il profilo della montagna madre, la Majella. Questa stessa immagine deve aver avuto negli occhi Nick Fante, il papà di John Fante, quando all’inizio del “secolo breve” fece il percorso inverso e si lasciò alle spalle questo panorama per andare a cercare miglior sorte in America. Chissà quante volte si voltò per imprimere nella sua memoria la forma della montagna madre. Certo non poteva immaginare che più di cento anni dopo quella partenza così defilata, quel piccolo paese avrebbe celebrato, addirittura con un festival letterario, anche la sua figura, che John, il figlio che avrebbe avuto proprio in quell’America nella quale aveva cercato fortuna e lavoro, aveva reso immortale in alcune delle pagine più belle della sua produzione letteraria.
Nick Fante è infatti il protagonista de “La confraternita dell’uva”, forse il libro più bello di John Fante, ma è anche Svevo Bandini nel romanzo d’esordio, “Aspetta primavera, Bandini”. E proprio in occasione della ristampa del suo esordio letterario John Fante scrive nell’introduzione, qualche settimane prima di morire, le sue ultime parole che in qualche modo riconducono al nucleo originale della sua famiglia. «Tutta la gente la della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina». Un’immagine familiare che diviene lirica per l’uso onomatopeico delle parole. Qui il “ciabattare” si sente, lo si può ascoltare, basta tendere l’orecchio e lasciare libera la fantasia. Dan Fante è il figlio di John e nipote di Nick e Mary Capoluongo, la donna del ciabattare. Ogni anno ritorna a Torricella Peligna proprio per “Il Dio di mio padre”, il festival letterario dedicato a suo padre. E ogni volta è come un’epifania. 
Anche Dan Fante è uno scrittore e vive a Los Angeles, negli Stati Uniti d’America.
Perché suo padre nell’introduzione alla ristampa di “Aspetta primavera, Bandini”, ha voluto ricordare la madre con un’immagine apparentemente banale ma che ha capacità di assumere una forte valenza poetica?
«Mio padre invecchiando è diventato cieco e pensava alla dolcezza della sua memoria. Dolcezza che ha partorito quell’immagine così bella del ciabattare di sua madre, mia nonna. Come se avesse voluto restituirle una centralità nella sua vita. La sua memoria seleziona e propone un’immagine della quotidianità e la trasforma in ode poetica».
Nei suoi libri John Fante non parla quasi mai direttamente dell’Italia eppure si legge e si respira una “italianità” forte.
«È meravigliosamente chiaro che sente il suo cuore italiano quando scrive. Ho sempre avvertito il suo amore per l’Italia e il suo orgoglio di essere italiano. Per me, come scrittore, è la stessa cosa, un’eredità che mi ha lasciato».
Che tipo di scrittore è stato suo padre?
«Uno scrittore bello. Le sue parole sono chiare senza esagerazione. Una scrittura essenziale e potente. Scrive in prima le persona e ciò è molto difficile proprio perché devi essere forte e potente. Gli scrittori americani hanno questa necessità: essere essenziali, semplici, spontanei. Quasi come un giornalista e lo stile di mio padre è molto simile a quello di un giornalista».
Spontaneità e sincerità che colgo anche nelle parole di Dan soprattutto quando mi mostra ciò che si è fatto tatuare sul braccio destro «perché nessuno osava dire la verità»: Nick Fante morto per alcolismo nel 1997. Nick era il fratello maggiore di Dan, portava il nome del nonno. Un atto di sincerità estremo.
«Quando vado via da Torricella Peligna e torno in America non penso mai alle sofferenze dei miei nonni, o di mio padre, ma porto via con me solo tanto amore». Chapeau.


23 agosto 2012

L'Abruzzo nelle pagine di John Fante


Sandro Veronesi e Vinicio Capossela ritornano insieme a Torricella Peligna dopo quindici anni, e ritornano per lo stesso motivo per cui erano venuti la prima volta: l’amore per John Fante e i suoi libri. Sono infatti tra gli ospiti più prestigiosi della settima edizione de “Il Dio di mio padre” festival letterario dedicato proprio a John Fante, con la direzione artistica di Giovanna Di Lello giornalista e filmaker, che si svolgerà a Torricella Peligna dal 24 al 26 di agosto. 
«Tra le tante cose che si può essere nella vita, si può essere dei fantiani. Cioè “fan” di John Fante […] I fantiani sono un manipolo agguerrito sparso in tutto in tutto il mondo che custodisce e predica il verbo. Io ne faccio parte». Identificarsi in Arturo Bandini è la caratteristica dei fantiani dice Sandro Veronesi in apertura della puntata del programma televisivo “Magazzini Einstain”, andata in onda su Rai Tre nel 1997. Veronesi, uno degli autori oltre che conduttore del programma, si reca a Torricella Peligna accompagnato da un altro “fantiano” d.o.c., Vinicio Capossela. «Un posto di vento e di silenzi. Da cacciatori» sono le prime parole che il cantautore pronuncia alla vista del paese da cui partì alla volta dell’America Nick Fante, il padre di John. Quel programma televisivo, un vero e proprio pellegrinaggio in terra d’Abruzzo, ha avuto il merito di accendere i riflettori su un personaggio fino ad allora poco conosciuto in Italia. Molte cose da allora sono cambiate e oggi, il paese che diede i natali a Nick, Torricella Peligna organizza questo festival letterario che trasforma ogni anno, da sette anni, un piccolo comune di circa 1500 abitanti nel centro dell’universo fantiano. Anche quest’anno, nei tre giorni dedicati al festival, numerosi incontri e ospiti prestigiosi.
Ci sarà il figlio di John, Dan Fante, Masolino e Caterina D’Amico, il primo docente di letteratura americana e la seconda direttrice della casa del Cinema di Roma. Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, Federico Moccia, scrittore e neo sindaco di Rosello, l’attore italo americano Ray Abruzzo.
L’edizione di quest’anno rende omaggio al romanzo “Full of Life” pubblicato nel 1952 e che quindi festeggia i suoi primi sessant’anni. Alle ore 23.00 di domenica 26 agosto, in chiusura del festival dunque, ci sarà una lettura collettiva del romanzo il cui incipit sarà declamato in lingua originale dal figlio di Fante, Dan e dall’attore Ray Abruzzo. Saranno invece l’attore Domenico Galasso e gli allievi del laboratorio di lettura interpretativa “Il respiro della scrittura” che prenderanno il testimone e continueranno la lettura del romanzo in lingua italiana. 
Il festival si apre, la mattina di venerdì 24 agosto, con la consegna del “Premio John Fante Opera prima Abruzzo” a Barbara di Gregorio per il libro “Le giostre sono per gli scemi” pubblicato da Rizzoli nel 2011. Nel pomeriggio ci sarà invece prima la presentazione e a seguire la premiazione dei finalisti del “Premio John Fante Opera prima”. I tre finalisti, selezionati da una giuria tecnica composta da Francesco Durante, traduttore delle opere di Fante per l’Italia, Masolino D’Amico ed Emanuele Trevi, sono Francesco Targhetta, “Perciò veniamo bene nelle fotografie” (ISBN), Donatella Di Pietrantonio, “Mia madre è un fiume” (Elliot) e Giuseppe Di Piazza con “I quattro canti di Palermo” (Bompiani). Sabato 25 agosto è la giornata di Sandro Veronesi e Vinicio Capossela. Il primo terrà, nel pomeriggio, una “lectio magistralis” su John Fante, mentre la sera sarà protagonista di un “reading” di brani delle opere fantiane insieme al cantautore di origine irpina. Sempre nella giornata di sabato, alle ore 16.00, ci sarà la presentazione dei romanzi di due autrici abruzzesi, Angela Capobianchi, “Esecuzione”, e Francesca Bertuzzi, “La paura”. 
«Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante», scrive Vinicio Capossela nella prefazione a “La confraternita dell’uva”, forse non siamo arrivati a quel punto ma certo un viaggio con destinazione Torricella Peligna in questi ultimi spiccioli di estate rappresentano un buon investimento per il nostro futuro.
Il programma completo con tutti gli appuntamenti del festival è disponibile sul sito www.johnfante.org


15 agosto 2012

Volevo essere Paolo Valenti


«Cosa farai da grande?». Quando da bambino ti pongono questa domanda, la domanda a cui tutti i bambini devono rispondere almeno una volta nella vita, ti senti, oserei scrivere sei, anche se solo per un attimo, realmente al centro dell’attenzione e del mondo. Normalmente la risposta è sempre al di sopra delle righe, anche perché chi la pone si aspetta una risposta al di sopra delle righe. Astronauta, calciatore famoso, modella, attore sono le risposte più gettonate, quasi mai invece ci sono figure che appartengono alla quotidianità che abitiamo come il fornaio, l’operaio, l’impiegato piuttosto che la donna delle pulizie o la badante. Se si realizzassero davvero i sogni dei bambini vivremmo in un mondo di persone perfette, belle, brave e soprattutto con un lavoro molto remunerativo. Sappiamo invece che non è così e che sono pochi quelli che riescono a realizzare i propri sogni. Daniele Barone, quarantasettenne pescarese, è un ex bambino fortunato che invece ha realizzato il suo sogno nel cassetto. Ci ha sempre creduto, fin da giovanissimo. Dopo interminabili ed estenuanti partite “a pallone” sulla spiaggia di Pescara, quando rientrava a casa si chiudeva a doppia mandata nella sua stanza e immaginava di essere Paolo Valenti. Bastava capovolgere una sedia e “trasformare” altri mobili in oggetti da studio televisivo e la camera si trasformava, all’improvviso e come d’incanto, nel regno di “90° minuto”, la trasmissione culto per ogni appassionato di calcio che si conviene, e solo allora poteva avere inizio il suo gioco preferito: fare il giornalista sportivo. Una passione custodita e coltivata negli anni che lo ha portato prima a lavorare in una radio privata, “Daba dj” il suo nome d’arte, e poi «nel 1984 la radio per la quale lavoravo, Radio Flash, venne comprata dal gruppo TVQ e in quell’estate, abbastanza casualmente, dopo aver raccontato a qualcuno che avevo la passione per il giornalismo, mi spedirono in Trentino Alto Adige per seguire il ritiro estivo precampionato della Pescara calcio. Feci le mie prime interviste all’allenatore, Enrico Catuzzi, ai calciatori, ma soprattutto la mia prima telecronaca: l’amichevole Pescara-Campobasso. Le squadre si scambiarono il centravanti, De Martino al Pescara e Rebonato al Campobasso. La partita finì 1-1 e le reti furono segnate proprio dai due attaccanti». Dopo questa prima esperienza televisiva, l’ex bambino che sognava di diventare come Paolo Valenti, inizia una serie di collaborazioni con la carta stampata, qualche lavoro di ufficio stampa ma soprattutto emigra a Telemare, altra emittente televisiva locale. «Mi occupavo di tutti gli sport. La domenica succedeva spesso, dopo aver seguito un incontro di serie C di calcio ed avere realizzato i relativi servizi, di dover correre al Palaelettra di Pescara per gli ultimi minuti di una gara di pallacanestro e senza sapere nulla sull’andamento della gara, recuperando informazioni da qualche collega, improvvisare interviste post-gara, facendo finta di aver seguito ogni canestro. In quegli anni è nata anche la grande passione per la pallanuoto, seguendo con lo squadrone di Manuel Estiarte, Amedeo Pomilio e Marco D’Altrui, che ho avuto la fortuna di seguire in tutta Italia». Il 1987 è invece l’anno della chiamata alle armi, marinaio alla Capitaneria di porto di Ortona, vicino a casa ma lontano dallo stadio Adriatico al punto da non poter seguire da vicino, come gli sarebbe piaciuto, la prima promozione in serie A del Pescara di Galeone. Si rifà con gli interessi l’anno successivo che lo vede protagonista in televisione, questa volta su Rete 8 r come responsabile della redazione sportiva. In studio con lui il capitano di quel Pescara, Gian Piero Gasperini, oggi uno dei migliori allenatori italiani, e tanti personaggi famosi del mondo del calcio. «Mi ricordo con affetto di Enrico Ameri, già abbastanza anziano, che veniva a trovarci da Roma affrontando il viaggio con la sua vecchia Fiat Uno. Ogni volta c’era da fare una preghiera e sperare che potesse rientrare a Roma sano e salvo». Un anno di formazione molto importante per Daniele Barone soprattutto perché conosce e frequenta personaggi che solo qualche anno più tardi diventeranno personaggi di primo piano a livello nazionale. «La prima intervista a Massimiliano Allegri la feci sotto una palma dell’allora Motel Agip a Marina di Città S.Angelo. Un paio di giorni prima di partire per il ritiro estivo, lui parlava e due metri più in indietro la sua fidanzata, la ragazza di Livorno passata “alla storia” per essere stata abbandonata sull’altare. Mai avrei immaginato che quel ragazzo impacciato sarebbe diventato l’allenatore campione d’Italia. Oggi, siamo molto amici, mi manda sms per farmi distrarre durante le telecronache, per farmi ridere e indurmi a sbagliare». Ormai il sogno di diventare come Paolo Valenti si sta lentamente trasformando in realtà, una realtà che diventa di nuovo come un sogno il diciassette dicembre del 2000 quando realizza la sua prima telecronaca per una partita di calcio di serie A. La partita è Inter-Brescia, si gioca alla scala del calcio italiano, e il commento tecnico è affidato alla voce di Beppe, “lo zio”, Bergomi. La partita finisce 0-0 ma l’emozione di quel giorno è ancora tutta negli occhi e nel cuore di Daniele. Ormai il grande salto c’è stato e Daniele fa parte in pianta stabile della grande squadra di Sky sport. Nel 1994 Sky acquista i diritti della Serie B ed affida proprio a lui la responsabilità di gestire il nuovo palinsesto per la serie cadetta. «La grande novità fu “B Side”, il primo magazine dedicato alla serie B: un’ora di collegamenti e servizi. Una trasmissione molto fortunata. Con me in studio si alternavano Vincenzo Guerini, Stefano Nava e Maurizio Iorio». Poi sono arrivate anche la serie A e la Champions League anche se il suo, rimane il volto Sky della serie B. Tra pochi giorni invece taglierà un nuovo e prestigioso traguardo: inviato alle Olimpiadi di Londra. «Sarà la mia prima Olimpiade, un grande onore e una grande emozione poter andare a Londra. Seguirò i tornei, maschile e femminile, di pallanuoto. Mio compagno di telecronaca sarà Pino Porzio, ex allenatore della Pro Recco, medaglia d’oro con il settebello che vinse le olimpiadi di Barcellona 92». 
«Se puoi sognarlo, puoi farlo» diceva Walt Disney il papà di Topolino, un insegnamento utile e una strada da seguire. Daniele Barone quella strada l’ha seguita è oggi quel sogno di bambino è il suo lavoro.


15 agosto 2012

L'arte di salvare l'arte


«Chi salva anche una sola opera d’arte, salva la bellezza», sono parole di Tonino Guerra, poeta, vincitore del premio Oscar nel 1973 per la sceneggiatura di “Amarcord”, film di Federico Fellini. E proprio da una sollecitazione del poeta di Santarcangelo di Romagna nasce una bella storia che oggi è diventata una mostra, “Tesori ritrovati d’Abruzzo: l’arte di salvare l’arte”, che chiuderà i battenti il 7 ottobre e che si svolge nella Rocca Ubaldinesca di Sasso Corvaro in terra marchigiana.
La mostra, curata da Giovanna Di Matteo, Fabio Fraternali e Agnese Vastano, presenta diciotto opere d’arte sacra provenienti dall’Abruzzo e danneggiate dal terremoto del 6 aprile del 2009 dell’Aquila.
Ci svela l’arcano di questa bella storia italiana Salvatore Giannella, giornalista e curatore di “Polvere di sole”, l’ultimo libro di Tonino Guerra di cui è stato amico di lunga data. «L’ultima volta che abbiamo parlato con Tonino dell’Abruzzo è stato per ricordare il terremoto che ha sconvolto l’Aquila. Eravamo riuniti nella giuria del Premio Rotondi ai salvatori dell’arte e ci chiedevamo che cosa poter fare per dare un segnale di solidarietà a quella popolazione. Fui incaricato di un sopralluogo. Con mia moglie Manuela arrivammo in un deposito nella piana del Fucino dove ci fecero vedere le “Madonne” terremotate, decine di opere sacre di grande valore rese irriconoscibili dalla violenza del sisma. Al ritorno, il giurato Tonino Guerra non ebbe esitazioni: “Dobbiamo restaurare quelle Madonne ferite dal terremoto”».
L’appello ha avuto una grande eco e ci sono stati riscontri importanti. Le opere esposte sono state adottate da singoli cittadini, famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche. 
All’appello ha risposto un’umanità varia. C’è lo stilista Ottavio Missoni, il primo a farsi avanti, che ha adottato la “Trasfigurazione di Cristo”, proveniente dalla chiesa di Santa Giusta. Sempre dalla stessa chiesa provengono le tele “S.Michele Arcangelo, opera di Vincenzo Conti di Francesco di Sulmona datato 1800, “l’Assunzione della Vergine, opera del XVII sec. attribuita a Giacinto Brandi, “l’Angelo Custode del XVII sec., e “l’Annunciazione, del XVIII sec. C’è Michelangelo Rossi, che sotto le macerie dell’Aquila ha perso la figlia, l’ingegnere aerospaziale Michela. L’amministrazione comunale e la popolazione di Sassocorvaro con in testa il sindaco, Antonio Alessandrini. Un noto imprenditore alberghiero di Pesaro e Urbino, il conte Alessandro Pinoli Marcucci. Il Distretto Lions 108/A, che ha adottato la “Maddalena penitente” dalla chiesa di San Flaviano. E ancora una famiglia di restauratori di Aramengo, in provinica di Asti, la famiglia Nicola, che ha permesso il recupero totale del “Ritrovamento della vera croce” di Giulio Cesare Bedeschini dalla chiesa di San Francesco di Paola, è stata anche promotrice di una raccolta fondi in Piemonte, da Madrid e dal lontano Lussemburgo.
Giovanna Di Matteo, esperta delegata dall’Arcivescovo dell’Aquila, ha coordinato i lavori, mentre le opere in mostra sono state restaurate dai laboratori di Francesca Aloisio, Berta Giacomantonio, L’Aquila, Elisabetta Sonnino, Roma e Nicola restauri, Aramengo.
«[…] noi parliamo di bellezza quando godiamo qualcosa per quello che è, indipendentemente dal fatto che lo possediamo», ha scritto Umberto Eco, mettiamoci in viaggio dunque e godiamo anche noi di questa bellezza ritrovata.


26 giugno 2012

Se la politica latita vince la “Repubblica delle idee”


La “Repubblica delle idee”, l’iniziativa pensata e realizzata dal quotidiano “la Repubblica”, che si è svolta a Bologna dal 14 al 17 giugno, è stata un grande successo. Un successo di critica e di pubblico con pochissime voci discordi o fuori dal coro. “Scrivere il futuro” lo slogan che ha accompagnato la manifestazione, “Voglia di sapere e di esserci” è stata la risposta  delle tantissime persone che hanno partecipato. Politica, sviluppo sostenibile, filosofia, economia, letteratura, satira, scienza, musica, teatro, moda e costume, social network, i temi di cui si è discusso e che hanno invaso Bologna e le sue belle piazze. Un “parterre de rois” ha interagito con i giornalisti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Il premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, avvocato e simbolo della lotta per i diritti umani nella Repubblica islamica e il premio Nobel per l’economia, Thomas Sargent, docente della New York University. Lo scrittore israeliano David Grossman, e ancora Anthony Giddens, sociologo inglese che parla della quarta via, la via delle donne e della democrazia di face book. Margherita Hack, l’astrofisica italiana più famosa al mondo, Umberto Eco, che non ha bisogno di definizioni o presentazioni, Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food che parla della centralità della battaglia per un’alimentazione sostenibile. Solo alcuni dei tanti personaggi pubblici, tutte eccellenze nei propri ambiti lavorativi che, parlando della propria esperienza e delle proprie conoscenze, hanno contribuito a creare una mappa del sapere per frammenti. Letta nella sua interezza, tale mappa, svela una visione del mondo della quale oggi si avverte la mancanza.
Un evento politico e culturale, in cui la grande partecipazione dei cittadini ha ridato dignità, valore e forza alle idee. Una manifestazione che sarebbe piaciuta a Pier Paolo Pasolini, perché carica di tensione civile e di voglia di partecipare. Una manifestazione che mi ha ricordato, per qualità dei partecipanti, livello dei dibattiti e per partecipazione collettiva, quelli che erano i grandi appunti politico/culturali italiani fino a qualche anno fa: le feste di partito. Si aspettava la “Festa de l’Unità” nazionale che si svolgeva, forse non a caso, quasi sempre in Emilia Romagna, per conoscere le novità del pensiero umano e della cultura. Si programmava sempre un viaggio tra la fine di agosto e l’inizio di settembre per andare alla “Festa” e “capire come andrà il mondo”. Non è più così da diverso tempo ormai, da troppo tempo. La politica ha abdicato ad uno dei suoi compiti più importanti: cercare e costruire una visione del mondo. Sembra essere caduta in un letargo atavico del quale non s’intravede il risveglio. In cotanto vuoto di pensiero e di azione si è dunque inserito, con positiva e lucida prepotenza, non un nuovo partito politico ma un quotidiano. Non il quotidiano storico italiano ma il suo più agguerrito concorrente. Lo ha fatto in un momento non certo facile e felice per la stampa e per l’editoria più in generale. In un momento in cui c’è un vistoso calo di vendite con conseguente perdita di copie. Questa prova di forza, di coraggio e di visione, testimonia dunque che c’è una parte consistente del Paese che non ha affatto rinunciato a pensare e a sperare in un futuro migliore e che ha voglia di partecipare se solo gli si offre una possibilità concreta.
Sono idee, solo idee dirà qualcuno. Ma è proprio ciò che manca alla classe dirigente di oggi e non solo a quella del nostro Paese. Una nuova visione del mondo e idee per le quali valga la pena spendere bene l’esistenza di ognuno di noi. Frammenti di nuove identità e di visioni che devono coesistere per costruire una nuova base di convivenza civile tra i popoli.
«Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma». Quella nuova forma delle cose che Italo Calvino cercava tra le parole e con le parole e di cui la politica deve al più presto riappropriarsi.


25 giugno 2012

La torrida passione dei tifosi pescaresi


In questi primi giorni d’estate, a Pescara, la temperatura é altissima. Quella esterna, in verità, é alta anche in tante altre città e non solo abruzzesi, quella interna invece é da bollino rosso piú a Pescara che altrove. Dal 20 maggio, il giorno di Sampdoria-Pescara che ha segnato il ritorno della squadra adriatica in serie A, la temperatura della passione dei tifosi biancazzurri é infatti altissima, e lo é in modo costante e permanente. Non accenna a diminuire nonostante molte cose siano cambiate da quell’indimenticabile pomeriggio di fine maggio. Il Pescara di Zeman, capace di segnare 90 gol e di vincere il campionato, non esiste piú e non potrà più esistere perché non c’é più il suo condottiero, e, non c’é più il suo formidabile tridente d’attacco, Sansovini-Immobile-Insigne. Eppure, nonostante questo, la passione dei tifosi non conosce flessioni. Le lunghe code per acquistare l’abbonamento per il prossimo campionato di serie A lo dimostrano solo parzialmente. Una passione che non é dunque figlia di un innamoramento fine a se stesso ma ha, certamente, radici molto più profonde. La passione per il calcio, infatti, tocca sfere intime e personali che tendono al sublime quando divengono anche rito collettivo, ne parlava Pier Paolo Pasolini quando definiva il calcio come una rappresentazione sacra del nostro tempo capace a suo dire, di sostituire il teatro. Il poeta de “Le ceneri di Gramsci” non é stato, ovviamente, l’unico intellettuale ad interessarsi e a scrivere della passione per il calcio, tanti altri suoi colleghi se ne sono occupati, il francese Jean Paul Sartre per esempio sosteneva, addirittura, che «il gioco del calcio è la metafora della vita».
Se dunque il calcio é una metafora della vita come dobbiamo interpretare la passione e l’amore che non sembra conoscere ostacoli da parte dei tifosi del Pescara? Quale significato attribuire alle migliaia di cittadini che, dopo la partita Pescara-Nocerina ultima di campionato, si sono riversate in strada trasformando la città adriatica in un piccolo carnevale brasiliano in Italia?
Certo non si può liquidare la faccenda con un’alzata di spalle, commenti sarcastici o sostenere che sono questioni marginali e che non ci riguardano. Ci riguardano, riguardano tutti noi. É una grande energia positiva che sta attraversando la città e che non va dispersa. Non va dispersa soprattutto perché non riguarda solo una sparuta minoranza della nostra comunità, ma al contrario coinvolge molte persone, intere famiglie e soprattutto moltissimi giovani, alcuni dei quali hanno assistito a una partita di calcio per la prima volta nella loro vita. Giovani e giovanissimi come Marco Verratti che oltre ad essere un tifoso del Pescara é stato ed è tuttora uno dei protagonisti principali del successo sportivo della squadra adriatica. Il piccolo Rivera ieri ha dato un’ulteriore prova e testimonianza della sua bravura e tempestività, qualità che lo hanno reso noto a tutta l’Italia. In perfetta sintonia con il tempo che vive e anticipando anche il comunicato ufficiale della società ha reso noto il suo pensiero attraverso la sua pagina facebook. «Rimango a Pescara e rispetto il contratto con la società. Non ho firmato e preso impegni con nessuno. Ora pensiamo alla serie A!!!!». Dopo circa un’ora la Pescara calcio, e contestualmente tutti i siti internet italiani d’informazione sportiva e non, annuncia formalmente di aver ritirato Marco Verrati dal mercato, mettendo così fine a una telenovela che cominciava a stancare tante persone. La stucchevole e ripetitiva pantomima del calcio mercato può avere infatti come protagonisti principali molti calciatori ma non tutti. I più forti non possono partecipare a questo “circo Barnum”. L’acquisto di un calciatore “importante”. qual è oggi certamente Verratti, non può essere discusso così a lungo senza che si dimostri l’effettiva volontà di rimuovere gli ostacoli. Non é stato bello leggere il nome di uno dei pochi fuoriclasse del calcio italiano accostato allo scambio con calciatori improbabili. Che fossero vere o meno quelle voci bene ha fatto Verratti a porre fine a questa situazione. La sua presa di posizione testimonia la maturità e il grande equilibrio raggiunti dopo un anno indimenticabile di vittorie e di sacrifici. Il giovane campione ha detto dunque basta. Il tempo delle parole é terminato, adesso si pensa a noi. Si pensa a costruire e rendere concreto il sogno della serie A per il nuovo Pescara. Le ambizioni personali passano in secondo piano, é questo il tempo di supportare e dare spazio a un desiderio collettivo che si é concretizzato dopo venti, lunghi, anni. Il prossimo anno serviranno molti soldi in più per acquistare il piccolo Rivera, nel frattempo Marco Verratti continuerà a studiare e a deliziare il pubblico di casa.
«O capitano! Mio capitano! il nostro viaggio tremendo è finito, La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto, Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante...». I versi immortali di Walt Whitman salutavano il presidente degli Stati Uniti d’America, li prendiamo a prestito per ringraziare e salutare il capitano che é partito per una nuova avventura, Marco Sansovini, e auguriamo un futuro bello al Pescara, ai suoi tifosi e a Marco Verratti, il piccolo Rivera. In questi giorni ha dimostrato, anche fuori dal rettangolo verde, di meritare la fascia che contraddistingue il numero uno, la fascia di capitano del Pescara.



11 giugno 2012

Vita e pensieri di Antonio Gramsci, Giuseppe Vacca


Questo libro (“Vita e pensieri di Antonio Gramsci”, di Giuseppe Vacca, Einaudi) racconta la vita e i pensieri di Antonio Gramsci dal giorno del suo arresto, avvenuto l’8 novembre del 1926, al giorno della sua morte, il 27 aprile del 1937. Gramsci fu condannato, il 4 giugno del 1928, dal Tribunale Speciale Fascista a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione, seimiladuecento lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e a due anni di vigilanza speciale perché accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Il pubblico ministero, Michele Isgrò scelse queste parole per concludere la sua arringa: «Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni». Il 19 giugno dello stesso anno viene condotto nel carcere di Turi per scontare la pena, il suo numero di matricola è 7047.
Isgrò vinse, ovviamente, il processo ma la sua tesi è stata sconfessata dalla storia perché le idee maturate proprio in carcere da Antonio Gramsci sono ancora oggi oggetto di studio e questo lavoro ne è una preziosa testimonianza. Giuseppe Vacca infatti riesce nel tentativo di collocare Antonio Gramsci nel suo tempo, restituendoci le sue idee in modo assolutamente contemporaneo. Ricostruire il pensiero e la prassi di un uomo politico attraverso documenti scritti è arte difficile, ricostruire una biografia attraverso un carteggio semipubblico e dal carcere è certo impresa improba. Tant’è che Giuseppe Vacca utilizza diciotto pagine per introdurre e avvertire il lettore sull’operazione culturale e politica effettuata. Un vero e proprio manuale d’uso che serve per entrare meglio e con più consapevolezza nell’opera compiuta dall’autore. Un’opera in cui le parole scritte hanno un valore pari alle parole non scritte.
«Gramsci fu innanzitutto un giornalista e un agitatore politico che non ci ha trasmesso “opere”, ma fino al 1926, migliaia di articoli giornalistici nella massima parte non firmati, relazioni e documenti politici e un solo saggio scritto per la pubblicazione […] una grande quantità di lettere e la massa sterminata delle note dei “Quaderni”. Gramsci, dunque, è un autore postumo, che deve la sua fama al lavoro di tre generazioni di editori». Fama resa possibile dall’attività di documentazione indefessa di  Tania Schucht e Piero Sraffa. Scrive la Schucht: «Andavo ogni settimana a trovarlo, eppure il tempo mi pareva sempre interminabile tra una mia visita e l’altra, poi egli riceveva da me due volte al giorno il soccorso, col mio scritto, metteva la sua firma e un saluto sulla distinta, era come una comunione fra lui e i suoi cari». Tania dunque come primo collegamento tra il carcere e il mondo esterno. Piero Sraffa invece «svolgeva attività di ricerca presso il Labour Reasearch Deparrtment ed era entrato in contatto con Keynes […] Sebbene Sraffa non fosse un iscritto, era noto alla polizia fin dall’estate del 1922 per professare “idee comuniste”; ma Gramsci, ignorandolo, scriveva che le sue opinioni politiche erano note “solo a un piccolo cerchio di conoscenti”, fra i quali, subito dopo di lui, c’erano Togliatti e Tasca […] Gramsci lo presenta, dunque, come un militante “coperto”, di sua piena fiducia». E Sraffa si dimostrò tale, ripagando la fiducia di Gramsci fino alla fine della sua vita.
Giuseppe Vacca sostiene che «la mancata liberazione di Gramsci costituisce l’aspetto più problematico della sua biografia» e proprio la mancata liberazione di Nino, come viene affettuosamente chiamato quando la biografia vira sull’aspetto umano piuttosto che sulle strade della politica, chiama in causa la famosa lettera di Grieco. Questa lettera, scritta in Svizzera e inviata prima a Mosca probabilmente per essere sottoposta alla visione di Togliatti, giunge a Gramsci, dopo varie peripezie, in carcere a Milano. Vacca dedica molte pagine all’analisi e alla comprensione del suo contenuto reale, utilizzando anche nuovi documenti. Gramsci era infatti convinto che la sua permanenza in carcere fosse dovuta proprio a questa missiva e denunciò l’accaduto al suo partito. L’interesse di Vacca per capire fino in fondo ciò che non è scritto in questa lettera va oltre la ricostruzione e l’interesse dello studioso, è un atto d’amore e di generosità nei confronti di Antonio Gramsci.
Il libro si chiude, e non poteva essere altrimenti, con un capitolo dedicato ai “Quaderni” a cui fa riferimento la «vedova del defunto capo del partito italiano» quando denuncia Palmiro Togliatti al Komintern imputandogli, oltre al non utilizzo dei “Quaderni” stessi, la mancata liberazione del marito. Su entrambe le questioni, forse, non ci sarà mai una versione accettata da tutti, ma Giuseppe Vacca così conclude il suo studio. «Togliatti aveva avviato la costruzione dell’icona di Gramsci come martire dell’antifascismo nel Congresso di Colonia per proteggere lui e il partito dalla diffusione delle notizie sul suo dissenso dalla politica del Komintern […] non aveva bisogno di sabotare tentativi di liberazione che, in realtà, non furono mai compiuti seriamente dall’unico attore che poteva intraprenderli, vale a dire il governo sovietico. Adoperando un linguaggio più “familiare”, a tenere Gramsci in carcere ci pensava già Mussolini e la sua liberazione non aveva mai configurato l’oggetto d’un interesse statale sovietico».


5 giugno 2012

Stagione d'oro, grazie mister


«Il Maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà…», ascolto questa canzone più volte al giorno da un po’ di giorni. Da quando ho avuto la certezza che Zdenek Zeman il prossimo anno non allenerà più il Pescara ma tornerà nella capitale d’Italia per allenare la Roma di Francesco Totti. “Il Maestro”, cantata con la voce roca, impastata di fumo e sigarette di Paolo Conte è la colonna sonora ideale per questo commiato. Lo è per tante ragioni che travalicano e superano anche la vicenda sportiva.
Possiamo usare il termine “impresa” sportiva senza aver paura di cadere nella retorica perché il risultato conseguito dal Pescara di Zeman resterà per sempre nella storia di questa città e nella storia del campionato di calcio di serie B. Per queste ragioni la festa per la promozione in serie A è stata indimenticabile e Pescara sembrava una città brasiliana nei giorni di carnevale. L’unica differenza nella musica che si cantava e ballava, non samba carioca ma il più nostrano e ormai popolarissimo «che bello è…quando esco di casa…per andare allo stadio…a vedere il Pescara…che bello è…».
I cittadini, anche quelli che normalmente non si occupano di calcio, si sono ritrovati al centro di un avvenimento che settimana dopo settimana ha richiamato sempre più l’attenzione dei media nazionali, e hanno risposto riempiendo tutte le settimane lo stadio Adriatico. Con il 16,45% del totale degli spettatori di tutta la serie B, Pescara detiene infatti il primato degli spettatori paganti per le partite casalinghe della sua squadra. Una festa che sembrava non dovesse finire mai e invece, parafrasando Fabrizio de Andrè, quello che sembrava essere l’inizio di un’estate infinita è durato solo un giorno.
In molti, e non solo i tifosi pescaresi ma anche i suoi tanti tifosi personali sparsi per l’Italia mister Zeman, sognavano invece di emulare le gesta del Nottingham Forest e del suo condottiero Brian Clough che nella stagione 1977/78 portò alla vittoria del campionato inglese la squadra di  Nottingham. Era la prima volta che una squadra neopromossa dalla seconda divisione vinceva il campionato e l’anno successivo, quella stessa squadra, vinse la Coppa dei Campioni, si chiamava proprio così prima dell’avvento televisivo degli anticipi e dei posticipi. Ci furono poi altre vittorie sportive per il Nottingham ma quello scudetto vinto al primo tentativo resta nell’immaginario collettivo di chi ama il calcio come una pietra miliare. Il portiere di quella squadra straordinaria si chiamava Peter Shilton, a centrocampo giostrava Martin O’Neill, il centravanti era Trevor Francis. “Mutatis mutandis” su questa sponda dell’adriatico si sognava che ad alzare la coppa con le orecchie fossero Marcolino Verratti, Lorenzo Insigne e Ciro Immobile.
Un sogno si, è vero, ma se si toglie la capacità e la voglia di sognare cosa resta del calcio?
Anche per queste ragioni alla gioia incommensurabile dei giorni della festa corrisponde in queste ore un sentimento diverso. Di riconoscenza certo, ma anche di malinconia. Una malinconia che passerà, deve passare, ma che in queste ore non lascia spazio ad altro.
Ci mancherà il sabato all’Adriatico. Come ci mancheranno i 145 gol che abbiamo visto nelle 42 partite disputate quest’anno. Ci mancherà il filotto finale delle sette vittorie consecutive con 24 gol realizzati, 3 subiti e più di 120 tiri in porta. Ci mancheranno le facce gioiose dei suoi giovani ragazzi che, grazie anche alle sue cure, sono diventati oggetto del desiderio di tanti club blasonati di serie A.
Soprattutto ci mancherà lei, Zdenek Zeman e non solo per le imprese sportive che pure tanta gioia ci hanno regalato. Il suo impatto sulla nostra realtà, sulla nostra comunità è stato notevole e lo dimostrano le tante richieste, tutte evase, che sono giunte alla società della Pescara calcio per averla come ospite a dibattiti o nelle scuole come testimone di valori postivi. «Non è vero che non mi piace vincere. Mi piace vincere rispettando le regole» è una delle sue affermazioni più celebri che certo resterà impressa nella mente di molti bambini che l’hanno ascoltata anche perché lo ha dimostrato con l’esempio concreto. Così come ha dimostrato all’intera società italiana, e non solo alla nostra piccola comunità, che è importante credere e dare fiducia ai giovani e investirli di responsabilità. La sua squadra, la più giovane del campionato, vincente e sempre corretta in campo e fuori, è in questo senso un esempio e insieme una speranza che va oltre l’evento sportivo. Lavoro, applicazione, serietà e l’entusiasmo dei giovani sono gli ingredienti non solo per scalare le classifiche sportive ma per continuare a credere che davvero un mondo migliore è possibile.
Lo aveva detto e noi lo sapevamo, lo avevamo capito dalla serenità del suo sguardo, che a Pescara era stato bene, ma sapevamo anche che se fosse arrivata una chiamata dalla Roma, difficilmente avrebbe detto no. Così è stato. La chiamata è arrivata e lei ha detto si. La salutiamo con le parole del più grande cantautore italiano, Fabrizio de André: «Io mi dico è stato meglio lasciarci, che non esserci mai incontrati» e le auguriamo buona fortuna e grazie per questo piccolo, ma intenso, tratto di vita che abbiamo percorso insieme.


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