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6 settembre 2010

Cattivi soggetti, il noir italiano a fumetti



Nella dotta presentazione di Daniele Brolli a Cattivi soggetti, di cui è il curatore e intitolata, Figli di un dio minore, è possibile effettuare un piccolo viaggio nella storia del noir e “informarsi” dei fatti. Il progetto prevede che cinque autori, Piero Colaprico, Boosta, Eraldo Baldini, Wu Ming 4 e Loriano Macchiavelli, scrivano le loro storie e altrettanti disegnatori mettano su carta le loro parole. I disegnatori sono rispettivamente Michele Benevento, Matteo Buffagni, Davide Fabbri, Elia Bonetti e Sergio Ponchione.
Scrive Brolli: «Questa antologia ha l’ambizione di verificare le nuove strade della letteratura noir e se il fumetto possa essere la via giusta per esplorarne una parte. Un tentativo e un risultato ancora embrionali, a disposizione per ulteriori approfondimenti».
Se c’è un limite a quest’ottimo libro è invero proprio l’assenza delle storie scritte. Se questo progetto è un esperimento, forse la presenza delle storie dopo le singole introduzioni di Brolli e prima del fumetto avrebbe arricchito e reso ancor più prezioso un gran libro.

La madre di Satana, di Piero Colaprico. Disegni di Michele Benevento
A parte il titolo, inadeguato, più che un errore vero e proprio, la narrazione e la restituzione grafica hanno una grande forza. Forma e contenuto sono felici intuizioni che diventano, pagina dopo pagina, certezze. Seppur in poche tavole, gli autori riescono a descrivere la psicologia a tutto tondo di un aspirante kamikaze e di un bulletto di periferia, entrambi anello finale di un meccanismo molto più grande e sofisticato. Tutto è verosimile e l’iperrealismo della periferia di Milano, che fa da sfondo alla storia, regala alla narrazione un tocco nostalgico da noir italiano degli anni settanta.

Il silenzio è d’oro, di Boosta. Disegni di Matteo Buffagni

Sembra di rivivere l’atmosfera che circonda le avventure di Diabolik ed Eva Kant. Perfino il cinismo è lo stesso. Un dramma psicologico che stravolge per sempre la vita di due solitudini. L’incapacità di saper affrontare la realtà, per quanto questa possa essere negativa, da parte del protagonista maschile poteva essere costruita meglio. Nell’epilogo troppi perché restano senza risposta.

Ogni scherzo vale, di Eraldo Baldini. Disegni di Davide Fabbri

Il racconto mette in scena uno dei drammi della contemporaneità, ossia la riduzione in schiavitù di ragazze che per tentare di tornare libere sono costrette a prostituirsi lungo i viali delle nostre città. Con pochi ed efficaci tratti, e alcuni dialoghi ben calibrati, l’“eroina” di turno si materializza sotto i nostri occhi. È un personaggio convincente, plausibile, che catalizza l’attenzione.

Gap99, di Wu Ming 4. Disegni di Elia Bonetti

La guerra trasforma gli uomini, li rende diversi per sempre. Gli arabi, i veri protagonisti di questa storia, si devono confrontare con una banda di nordafricani per conquistare la leadership del mercato della droga. Tra citazioni colte Sun Tzu e l’arte della guerra, e riferimenti a programmi televisivi che hanno ormai soppiantato la cultura, gli autori costruiscono un personaggio che potrebbe vivere di vita propria anche oltre questo racconto.

L’uomo con la vestaglia, di Loriano Macchiavelli. Disegni di Sergio Ponchione
È un classico della letteratura di genere. Due balordi assoldati per un regolamento di conti, giunti al redde rationem mostrano tutta la loro fragilità e inconsistenza. E da carnefici si trasformano, loro malgrado, in vittime.

Titolo Cattivi soggetti, il noir italiano a fumetti
Autore Daniele Brolli (a cura di)
Editore Bur Rizzoli
Anno 2010


5 settembre 2010

Non siamo tutti uguali



In questo tempo lungo da fine impero che l’Italia sta attraversando molte sono le analogie con la caduta dell’Impero Romano. Conflitti tutti interni alla politica, pressione fiscale insopportabile, aumento della disoccupazione e conseguente perdita della coesione sociale, difetti del sistema costituzionale, mancanza di consenso crescente nei confronti del governo e della quasi totalità della classe politica dovuta in primo luogo alla corruzione dilagante, sono le cause principali di questa lunga notte della Repubblica.
Prima e sopra queste ce n’è una più importante e determinate delle altre: l’impoverimento culturale complessivo della società italiana. Un lungo e lento processo di analfabetizzazione, una sorta di globalizzazione dell’ignoranza, che da oltre vent’anni sembra essere diventato un elemento di continuità che accomuna la destra e la sinistra.
Sono tempi questi in cui ostentare la propria ignoranza costituisce una nota di merito e spesso aiuta a far carriera. Non più di qualche anno fa Silvio Berlusconi si è vantato pubblicamente di non leggere libri, lui che è il “padrone” di quasi tutta l’editoria italiana, così come vi saranno note le perfomances scolastiche del figlio di Umberto Bossi, bocciato per tre volte consecutive agli esami di stato tenuti in un istituto privato. A margine si potrebbe parlare anche di Maria Rosa Gelmini, diplomatasi presso il liceo privato confessionale “Arici” che supera l’esame di stato per l’abilitazione alla professione di avvocato a Reggio Calabria, da tutti comunemente considerato refugium peccatorum. Il primo com’è noto a tutti è Presidente del Consiglio dei Ministri, il secondo, meglio conosciuto come la trota, nomignolo affibbiatogli dal padre, primo degli eletti nel Consiglio regionale della Lombardia e l’ultima in ordine di apparizione Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca.
Questa palese ignoranza non è mai fine a se stessa ma produce effetti catastrofici sull’intera comunità, soprattutto se “il padrone delle ferriere” tra le sue proprietà annovera la quasi totalità dell’editoria e dei mezzi di comunicazione e contemporaneamente è anche il capo del governo. Il suo “modo di vivere” e il suo “stile di vita” escono dalla sfera del privato e divengono modelli comportamentali, esempi da seguire e imitare.
L’opposizione tutta, quella che siede in Parlamento e quella che è fuori dal Parlamento, se vuole invertire la rotta e vincere la sfida per diventare forza di governo deve vincere innanzitutto questa sfida. Sarà una partita lunga e difficile combattuta con armi impari perché la parzialità dei mezzi di comunicazione è tale da far diventare un’impresa ardua qualunque battaglia politica e culturale si voglia intraprendere. A tal proposito basti ricordare il caso Boffo, l’ex direttore di Avvenire, e la vicenda legata all’appartamento di Montecarlo della compagna di Gianfranco Fini.
La lettura dei giornali di questa domenica mattina non ha fatto altro che rafforzare questa convinzione. Tre articoli che da punti di vista diversi descrivono bene il declino civile e morale del nostro Paese. Ve li propongo per riflettere insieme.


Fantastica Deneuve, eroina anti-machismo: «Ci siamo ispirati alla politica italiana»
, di Claudia Morgoglione


Attenti al ladro, di Giorgio Bocca


Lo strano caso dell’ignoto commensale
, di Umberto Eco


1 settembre 2010

Pellegrino di Puglia, Cesare Brandi



Bompiani ripubblica un grande maestro che ha fatto scuola e che rende giustizia a una terra bella, bellissima. Pellegrino di Puglia è il titolo del libro di Cesare Brandi la cui introduzione può a buon titolo essere considerata una vera lectio magistralis. L’occasione è propizia per un excursus sui viaggi che nei secoli hanno avuto come meta la Puglia e sulle tracce che i relativi resoconti che hanno lasciato nel patrimonio culturale condiviso.
«Di tutti i viaggi in Puglia, il più antico, e infinitamente il più famoso resterà sempre quello di Orazio […] E l’apparire dei monti brulli della Puglia arsi dallo scirocco?»
La narrazione di Brandi è circolare e tende a restituire tutti quegli aspetti che possono contribuire alla descrizione di una terra e dei suoi abitanti. Così lo scirocco che Orazio seppe ascoltare è il protagonista e insieme l’incipit di questo viaggio letterario che ci accingiamo a compiere.
«[…] una descrizione viaggiante di notevole sapore è l’opuscolo De situ Japigiae dell’umanista, medico e cosmografo Antonio De Ferrariis detto il Galateo […] Lo sdegno contro l’ignavia degli Italiani, oppressi dagli stranieri, e contro i preti, sono dunque i due motivi sotterranei di tutta l’opera del Galateo.»
Non sfugge all’autore uno dei tratti meno nobili dei pugliesi, l’ignavia, insieme alle sue profonde radici culturali e antropologiche.
«[…] Swinburne, che dal 1777 al 1780 fece diversi viaggi nel regno delle Due Sicilie […] s’interessa ai grandi uliveti che attraversava in questa sua lunga cavalcata attraverso la Puglia […] la testimonianza delle danze sfrenate che le donne facevano a Brindisi, in prosecuzione delle danze bacchiche: e si dicevano punte dalla tarantola. […] si accorge dei muri fatti a secco […]»
Scopriamo altresì in lui un ambientalista ante litteram quando coglie nelle parole di Paul Schubring la bellezza di un territorio proprio nei suoi elementi costitutivi.
«L’ultimo di questi viaggiatori-storici d’arte, è Paul Schubring […] e la scoperta, più che per le opere d’arte, del paesaggio […] L’immenso piano della campagna, leggermente ondulata, il mare così maestoso, il cielo così infinito e sereno costituiscono una trinità grandiosa e singolare.»
E questa, signori, è solo l’introduzione.
Poi incontreremo sulla nostra strada Terra di Bari, La festa di San Nicola, Castel del Monte, Martina Franca, Lecce gentile, Gallipoli, Inverno a Taranto, Gravina e Altamura, Foggia, Federigo e Lucera Montesantangelo assieme a tanti altri luoghi, persone, storie.
«Ma tant’è», scrive nell’introduzione Cesare Brandi, «si vede solo quel che si vuol vedere, come si trova solo quel che si cerca.»
Buon viaggio quindi e che ognuno veda ciò che vuol vedere e trovi ciò che sta cercando.

Titolo Pellegrino di Puglia
Autore Cesare Brandi
Editore Bompiani
Anno 2010


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31 agosto 2010

Parole che fanno bene



Il 4 luglio è morta Olivia, noi l’abbiamo conosciuta con il nome di Lulù così come la chiamavano i suoi cari, la figlia di Niccolò Fabi. Avrebbe compiuto due anni ieri. E proprio ieri Niccolò Fabi ha avuto la forza di organizzare una festa di compleanno per la sua piccola a Mazzano Romano. Un grande concerto a cui hanno partecipato molti musicisti e cantanti amici di Niccolò. Claudio Baglioni, Gianni Morandi, Enrico Ruggeri, Fiorella Mannoia, Marina Rei, Manuel Agnelli, Giovanardi dei La Crus, Luca Barbarossa e Neri Marcoré, Daniele Silvestri, Cristicchi, Paola Turci, Stefano Di Battista, Tosca, Syria e tanti altri ancora. Durante la festa sono stati raccolti fondi che andranno a finanziare un ospedale pediatrico in Angola.
Ma non è di questo che m’interessava parlare.
Nella società contemporanea, e in quella occidentale in particolare, il tema della morte è stato rimosso e come prima conseguenza abbiamo perso la consapevolezza della mortalità. Eludiamo il problema, non ne parliamo. Siamo più tesi a ri-conoscere e ricercare formule di eterna giovinezza o addirittura la soluzione che ci preservi dalla morte stessa.
Gli Egizi furono il primo popolo che s’interrogò sul senso della morte elaborando teorie e interpretazioni, trasformando un tabù in un vero e proprio evento culturale. La morte diviene significativa solo quando le culture sono in grado di affrontarla per quello che essa realmente rappresenta, di certo non parlarne o rimuoverla non aiuta a comprenderne il suo significato.
La grande festa che Niccolò ha organizzato per celebrare Lulù c’interroga sulla morte come tema culturale. Squarcia un velo. Rompe un tabù. Sono parole che fanno bene.


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1 agosto 2010

Google Marketing, Fabrizio Barbarossa



Google Marketing, guida al più grande mercato del mondo, (Franco Angeli editore) è un libro che aiuta a capire di più e meglio i nuovi scenari che si aprono con l’avvento di Internet nel mondo del marketing. Un po’ manuale, un po’ libro teorico, è certamente un contributo alla divulgazione di termini e concetti che ormai fanno parte del linguaggio comune ma di cui spesso s’ignora origine e significato. In un epoca in cui il “capitale cliente” è la merce più preziosa a disposizione delle aziende, conoscere gli orientamenti, i gusti e la propensione alla spesa degli utenti è l’unica scelta strategica possibile. «Google sa cosa le persone cercano e gestisce, in un certo senso, la loro soddisfazione» scrive Massimo Marchiori, professore di Reti e tecnologie Web all’università di Padova e visiting professor al Massachusetts Institute of Technology (Mit) negli Stati Uniti, unico italiano ad aver vinto il premio TR100 riservato ai 100 giovani ricercatori più innovatori del mondo, in una bella intervista che completa il volume.

Titolo Google Marketing, guida al più grande mercato del mondo
Autore Fabrizio Barbarossa
Editore Franco Angeli
Anno 2010



Intervista a Fabrizio Barbarossa

Fabrizio Barbarossa, pescarese, consulente specializzato in Internet Marketing e Innovazione è consulente aziendale e docente in corsi di formazione nella creazione d’impresa e del management per primari istituti di formazione. È l’autore di Google Marketing, guida al più grande mercato del mondo, pubblicato da Franco Angeli, un libro che spiega in maniera intelligibile da tutti, pur salvaguardando un approccio scientifico al tema, «come servirsi di Google per valutare le potenzialità economiche di un’idea e farla diventare un affare.»

L’avvento di Internet ha modificato e modificherà sempre più la percezione che abbiamo del mondo. Il mondo stesso sembra essere diventato più piccolo. Dire Google è come dire, in qualche misura, Internet. Cosa rappresenta oggi Google per Internet?
Google certamente domina Internet per due motivi fondamentali: la sua indispensabile funzione “informativa” e la sua diffusione planetaria. Google è il “Caronte” planetario che ci traghetta dove vogliamo noi e un po’ dove vuole lui. Google è utilizzato da quasi il 90% degli italiani connessi alla rete (oltre 20 milioni di italiani ogni mese); possiamo considerare perciò che Google è “mediatore” fondamentale tra noi e la rete. Non sarà Internet ma è il più importante dei nostri “sensi” sulla rete.

Con l’avvento del web è cambiata e si è modificata la natura del marketing. Può spiegarci cosa s’intende per Google Marketing?
La rete è qualcosa di molto veloce. Google ha creato un modo innovativo e rivoluzionario di fare pubblicità sul web. Il Google Marketing è l’insieme delle tecniche e delle teorie in grado di spiegare questo fenomeno e di evidenziare quanto sia diverso il marketing nell’era di Internet da quello del secolo scorso, quando i mezzi di comunicazione di massa erano la tv, la radio, i giornali. La rapidità, la precisione e la grande specificità della comunicazione pubblicitaria su Google rendono anacronistiche alcune teorie e tecniche del marketing e necessitano di nuove metodologie esplicative e operative.

In questo libro lei presenta un brevetto per aumentare l’efficacia del processo pubblicitario sulla rete internet. Ci può spiegare da quali basi è partito per formulare la sua ipotesi?
C’era bisogno di un metodo semplice e intuitivo per analizzare e sintetizzare la mole immensa di dati che il sistema pubblicitario produce, ma anche andare oltre il semplice concetto di costo dell’attività. Ne è nata una innovativa matrice che combina costo ed efficacia delle attività, la cui applicazione oggettivamente ottimizza l’attività di Google Marketing. Una novità internazionale applicabile anche ad altri contesti aziendali e non.

«[…] la nascita di un mercato dei bisogni espressi e misurabili attraverso l’uso delle frasi degli utenti» è una delle affermazioni che chiudono il libro. Ci può spiegare come è possibile monitorare prima e misurare poi i desideri di noi utenti?
Ogni giorno interroghiamo Google con il nostro linguaggio naturale: esprimiamo bisogni, desideri e necessità usando le parole comuni. Tutte queste parole creano un nuovo mercato e una nuova fiera dei bisogni planetari a disposizione di chi saprà coglierli. Un nuovo mercato, una nuova opportunità storica per evidenziare e soddisfare bisogni di massa e di nicchia in modo più efficiente ed innovativo rispetto al passato. Un sistema che sta cambiando anche la nostra economia.

Massimo Marchiori, ideatore del motore Hyper Search che costituisce il fondamento su cui è stato realizzato Google, nell’intervista che le concede, afferma di essere il “padre genetico” di Google. Lei che idea si è fatto di questo ricercatore che tutto il mondo ci invidia?
Massimo è per me un Galileo nell’epoca di Internet. Un genio italiano che ha regalato il “cannocchiale” all’umanità e che i business men americani ci stanno rivendendo. È anche un uomo che indica una rotta, una prospettiva su cui ricercare, investire e indirizzare il sistema Italia che, nonostante le comprovate potenzialità, è ancora, colpevolmente, molto miope.

Sempre Marchiori pone il problema della privacy sul web, un tema attualissimo. Lei cosa pensa al riguardo?
Google è certamente anche un grande fratello che registra ogni nostra ricerca, ogni nostro desiderio o bisogno che esprimiamo durante le nostre ricerche. Immaginiamo il potere che deriva dal conoscere i desideri, pubblici e privati, degli italiani. La loro evoluzione, dimensione, localizzazione. Quanti affari si possono fare anticipando le tendenze, i costumi che la rete consente di monitorare? È un potere immenso, il sesto potere, che stiamo regalando a qualcuno.


24 luglio 2010

Una notte in Italia



Il tempo delle vacanze è un bel tempo. È il tempo del suono delle cicale. Un tempo lungo che aiuta a riflettere. A pensare. E a pensare aiuta certamente, Una notte in Italia. Irpinia-L’Aquila istantanee da un dopo sisma, la mostra che hanno allestito Valentina Del Pizzo e Valerio Calabrese da Battipaglia, due miei cari amici. La mostra s’inaugura sabato 31 luglio ad Auletta in provincia di Salerno e resterà aperta fino al 31 dicembre di quest’anno. Io la visiterò in autunno, voi andateci anche prima.

Una notte in Italia *
Sabato 31 luglio 2010, ad Auletta (Sa), presso il Palazzo dello Jesus, sede dell’Osservatorio sul dopo sisma istituito dalla Fondazione MIdA (Musei Integrati dell’Ambiente), sarà inaugurata una mostra fotografica dal titolo “Una notte in Italia”. L’ora è quella del sisma che si abbatté sull’Irpinia in una domenica qualunque nel momento della giornata in cui «l’Italia più ricca si prepara ad andare a cena, mentre quella più povera ha appena finito di mangiare», come ricorda Lina Wertmuller, nell’incipit del noto documentario da lei diretto “Era una sera di Novembre”.
Tre sale, due momenti sismici diversi, un’unica interminabile notte. Un lasso di tempo (1980–2010) che l’esposizione ripercorre attraverso le foto di Daniele Lanci, sui danni provocati dal sisma abruzzese e sull’inizio della ricostruzione (sala1) e quelle di Francesco Fantini, scattate nel 2002, ventidue anni dopo il terremoto che spezzò “l’osso dell'Italia” (sala2). Il percorso si chiude con la visione del film documentario “ANNO 30 d.T (dopo il terremoto, dietro il terremoto) sul post ricostruzione in Campania ed in Basilicata, girato nel 2010 da Emanuele Pantano e Luca Cococcetta (sala3). Immagini di un passato che, nell’uno e nell’altro caso, è ancora troppo recente.
Salti temporali e sovrapposizioni di voci a commento di eventi, straordinariamente simili. Così, mentre dell’Aquila e di Onna, scorrono, impresse su carta fotografica, tutte le ferite ancora aperte, ascoltiamo le dichiarazioni del nostro tempo. Parole condite di un cinismo tutto moderno e ben più raccapricciante di qualunque boato, al quale si contrappongono le parole sul sisma irpino dell’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Il rombo sordo della terra d’Irpinia registrato fortuitamente da radio Alfa 102, l’incalzare delle notizie e delle promesse, la voce dei soccorsi, sono il naturale commento alle foto che ritraggono quanto è stato ricostruito e in che modo.
La memoria storica di una collettività intesa come un ciclo di andate e ritorni dal dolore alla speranza, dalla speranza al dolore. Sovrapporre i piani temporali e con essi i contesti di riferimento, equivale a fermare il tempo e a far confluire tutti i passati ed i possibili futuri in un unico grande presente, che sembra ripetersi uguale a se stesso dall’Aquila all’Irpinia e viceversa.
Il ricordo dell’odore acre di macerie e vite umane spezzate, quello no, neanche la verità di un’istantanea può sbiadire, in Irpinia come in Abruzzo.
La mostra sarà visitabile fino al 31 dicembre 2010 tutti i giorni dalle ore 10 alle 12,30 e dalle 17 alle 19,35.

Curatori: Valentina Del Pizzo, Valerio Calabrese

*Il testo Una notte in Italia è di Valentina del Pizzo.



15 luglio 2010

Gente di lago, Fulvio Fo



Il mondo dell’editoria italiana è sempre alla ricerca di “nuovi casi” da pubblicare. Ciò può riguardare indifferentemente il contenuto (il romanzo) o l’autore (il “caso umano”). In presenza di uno di questi due ingredienti il libro vede la luce e può partire la macchina della promozione che ne decreterà il successo, sempre più spesso non duraturo, dell’autore o del libro stesso. Tutto diventa spettacolo e anche le presentazioni dei libri non sfuggono a questa regola; in alcuni casi vengono allestiti veri e propri show in cui tra i tanti invitati è assente proprio la letteratura.
Gente di lago, il nuovo romanzo di Fulvio Fo, offre lo spunto per approfondire un argomento di cui si scrive sempre meno e che potremmo definire letteratura a margine, di confine. Come di confine e certamente marginali sono le terre da cui provengono e di cui narrano autori come Rocco Brindisi, da Potenza-Basilicata, Pascal D’Angelo, da Introdacqua-Abruzzo e lo stesso Fulvio Fo da Luino-Lombardia. Autori che basano la costruzione della loro narrazione solo ed esclusivamente sulla scrittura; parole che bastano alle parole, che non hanno bisogno di null’altro per esistere. Una narrazione che rende conto di una realtà già disvelata e che perciò non necessariamente deve sempre e in ogni sua pagina inventarsi nuove visioni del mondo.
Fulvio Fo racconta storie minime di cui non si occupa più nessuno. Storie al margine, come al margine è il luogo teatro degli accadimenti. Persone tranquille come il lago che fa da cornice alle loro vite assurgono qui a una dimensione epica. Luoghi e persone che altrove non avrebbero spazio e tempo per esistere in quella forma e con quella presenza divengono qui protagonisti.
Parallela corre la storia del Bel Paese. Una storia fatta di ipotizzate grandeur e di parole seguite sempre da punti esclamativi. Al contrario, nella piccola comunità di Porto Valtravaglia il significato delle parole non necessita di punti esclamativi, e la modernità che qui ha il colore dell’Alfa rossa di Tazio Nuvolari può essere assorbita e fatta propria autocostruendosi il futuro.
Sono frammenti, storie ordinarie di persone ordinarie dove non alberga la nostalgia, dove si respira ciò che sarebbe potuto essere e ciò che invece non è stato. Al centro delle vicende umane narrate la comunità di appartenenza con tutte le sue sfumature e caratterizzazioni. Come i soprannomi per esempio. Il soprannome denota molto di più del nome. Il nome è imposto dai genitori ben prima dell’affermazione del proprio essere; il soprannome invece descrive e aggiunge al nome le caratteristiche proprie della persona. Quando non c’era Internet e la televisione era un lusso per pochi, i soprannomi e la loro storia erano le telenovelle che riempivano le lunghe giornate dei posti come Porto Valtravaglia.
Il frammento è la tecnica con la quale è scritto il romanzo, mentre gli elementi che compongono la narrazione si ripetono uguali nel tempo: il sesso, il lavoro, la famiglia.
Aristide, Teresina, Martino, Caterina, i personaggi messi in scena da Fulvio Fo, li abbiamo conosciuti anche noi. Le loro storie sono le storie, sempre uguali eppure sempre diverse, che attraversano l’uomo e il suo passaggio sulla Terra. Storie d’amore, perché in ultima analisi tutte le storie sono storie d’amore. Storie singole, eppure legate le une alle altre inestricabilmente. Parole che si tengono insieme lontano dal clamore mediatico o dalle mode. Sono parole che narrano la vita. Quella piena di sorprese che nessuna fantasia saprà mai partorire. Parole che narrano storie che fanno la Storia. Cristalli depositati sul fondo di questa vita confusa e caotica e perciò da custodire con più cura. Forma e carattere del contenuto sono in Fulvio Fo gli unici elementi che determinano la letteratura, caratteristica che accomuna il lavoro di quest’ultimo a quello di Rocco Brindisi o Pascal D’Angelo. Il primo, poeta e narratore lucano, sempre in bilico tra poesia e racconto, più che i personaggi mette in scena proprio le parole, alle quali demanda non solo la forma ma il contenuto stesso del narrare. E così le donne piuttosto che i bambini divengono gli strumenti attraverso i quali le parole assumono una forma compiuta, che rimanda a sua volta a una forma sublime di incompiutezza e di leggerezza. Ovviamente qui, dove tutto è margine, lo show business non alligna.
Tutto è margine anche in Pascal D’Angelo, abruzzese d’Introdacqua, piccolo paese in provincia dell’Aquila, emigrato in America a cercar fortuna che arriva a New York senza conoscere la lingua, a scrive il suo primo romanzo proponendo la vita e l’esperienza dell’emigrazione come contenuto di una forma scritta in un inglese semplice e lineare. L’uomo che «lasciò il piccone e la pala, per diventare poeta…», con Son of Italy, the autobiography of Pascal D’Angelo diviene così un riferimento per la letteratura di genere e trasforma in patrimonio condiviso le vite ordinarie di gente ordinaria vissuta al margine della società e fino ad allora in condizioni di semiclandestinità.
Un uomo del profondo nord, Fulvio Fo, un meridionale come Rocco Brindisi, e l’abruzzese Pascal D’Angelo, pur percorrendo strade diverse, ricreano e reinventano un’idea di comunità e di nazione come e più di tanti inutili proclami propagandistici. Costringendoci a ripensare all’Iberismo teorizzato da José Saramago, che ci parlava di un’altra unità politica e letteraria. Ma questa è un’altra storia.

Titolo
Gente di lago. Ai margini della storia
Autore
Fulvio Fo
Editore Alacràn
Anno 2010



12 luglio 2010

Casillas, Iniesta e gli errori di Vicente del Bosque. E l’ombra di Mou.



Il mondiale di calcio che si è appena concluso è forse uno dei più modesti, da un punto di vista tecnico e tattico, che si siano mai svolti. Lo spettacolo offerto dalle squadre partecipanti è stato scarso, scarsissimo. Pochissime note positive anche dalle prestazioni di singoli calciatori. Forlan, Sneijder, Villa, Müller, Casillas, Robben le eccezioni. Anche la classe arbitrale esce ridimensionata dal mondiale sudafricano, errori di valutazione evidentissimi hanno infatti accompagnato le prestazioni delle ex giacchette nere. L’arbitraggio della finale da parte di Webb, al pari del livello di gioco della finale stessa, è stato mediocre.
Ha vinto la squadra migliore. La squadra che ha cercato attraverso il gioco anche il risultato. Forte dell’impostazione tattica di Pep Guardiola, la nazionale spagnola ha schierato una formazione che per sette/undicesimi era quella del Barcellona, il selezionatore Vicente del Bosque è riuscito comunque a commettere almeno due gravi errori che potevano costare la vittoria finale alla Roja.
In primo luogo l’utilizzo “fuori ruolo” di Iniesta, forse il miglior calciatore dell’intero mondiale. Utilizzato prevalentemente sulla fascia sinistra, Iniesta non è stato mai in grado di fare la differenza. Condizione che invece puntualmente si è verificata quando assumeva una posizione più centrale, determinata dai cambi in corsa, dieci metri davanti a Xavi. Il secondo clamoroso errore è aver utilizzato Xavi Alonso e non Cesc Fabrebas. Anche in questo caso i pochi minuti disputati nella finale dal talento spagnolo che gioca nell’Arsenal, testimoniano la bontà del ragionamento.
Discorso a parte merita Casillas. Ha disputato un ottimo mondiale ma, soprattutto, ha saputo rispondere alle critiche che gli erano state mosse, con parate che hanno determinato, al pari delle reti di David Villa, la vittoria finale.
La Spagna così dopo la vittoria dell’Europeo e la “tripleta” del Barcellona di due anni fa si afferma come la squadra più forte del mondo. Una squadra pressoché imbattibile che fa dell’organizzazione di gioco la sua ragion d’essere e la sua cifra stilistica. Con il recupero di Fernando Torres e l’utilizzo a tempo pieno di Cesc Fabregas il margine di crescita di questa squadra è ancora molto alto e eleva la Spagna a squadra da battere per i prossimi quattro anni.
Un ultimo appunto riservato all’allenatore neo campione del mondo, Vicente del Bosque che il giorno precedente alla finale ha dichiarato: «Non credo che l’Olanda domani (ieri, ndr) giochi come l’Inter di Mourinho e si metta ad aspettarci indietro. L’Olanda gioca un calcio offensivo simile al nostro e non ritengo abbia intenzione di snaturare le sue caratteristiche. Ha giocatori con molta qualità e rapidi, che pensano soprattutto a verticalizzare»
L’Olanda non ha giocato come l’Inter di Mou e questa è stata la fortuna della Spagna e di Del Bosque. L’Inter di Mou è l’unica squadra al mondo che è riuscita negli ultimi due anni a battere lo squadrone iberico, è bene ricordare infatti che il Barcellona se avesse eliminato la squadra di Milano in semifinale probabilmente avrebbe rivinto la champions league. Nelle due partite di semifinale la squadra di Mou ha dato una lezione di calcio sulla quale Del Bosque farebbe bene a meditare. Nel calcio come nella vita del resto è più difficile saper vincere che saper perdere.
Last but not least, l’Italia. Si potrebbe chiosare il colonnello Bernacca quando annunciava le temperature: Italia non pervenuta. Finalmente l’era di Lippi è alle nostre spalle, personalmente la ricorderò come un incubo. Da oggi tocca a Prandelli e che Prandelli sia.


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7 luglio 2010

La commorienza, Andrea Di Consoli



Commorienza deriva dal latino commoriens-entis, participio presente di commori «morire insieme». S’intende la morte di due o più persone che avviene contemporaneamente. L’elemento da cui parte Di Consoli è proprio la doppia morte, anzi la commorienza, di Luca Orioli e Marirosa Andreotta, avvenuta il 23 marzo del 1988 a Policoro in provincia di Matera. Sin dal primo momento si parla d’incidente o fatalità. In seguito le voci si uniranno ad altre voci, e sulla fine prematura dei due ventenni si dirà e scriverà di tutto.
Di Consoli scava a ritroso nella vita di persone estranee e sconosciute che hanno abitato luoghi a lui noti. Luoghi di cui si sa tutto. In una sorta di esercizio di analisi collettiva che può aiutare a interrogarsi sul senso della vita e dei condizionamenti che si è costretti a subire soprattutto se si abitano terre di confine.
Una storia che si è trasformata in tragedia, in cui religione, provincialismo, ignoranza divengono i protagonisti assoluti. Perfino più delle stesse vittime e del contesto in cui matura questo probabile doppio omicidio. Ma andiamo con ordine e ripercorriamo a ritroso il cammino che compie Di Consoli per renderci partecipi degli accadimenti.
«[…]Policoro è diventata una città-periferia senza centro, e si è ritrovata a essere città-paese senza identità, senza comunità, senza storia – ma anche l’assenza di un’identità comune è pur sempre una nuova e diversa identità.»
Questa tragedia matura in uno dei tanti “non luoghi” della periferia italiana. Un agglomerato di case senza inizio e senza fine. Accampamenti che ai campanili e alle vecchie torri civiche hanno preferito le nuove insegne luminose degli ipermercati.
«La morte di Luca e Marirosa nasce in un contesto socialmente desertificato, e nel clima di onnipotenza e di impunità di ceti piccolo-borghesi acculturati –ovviamente in un clima di sciatteria inquirente, e di moralismo paesano.»
La “desertificazione” del contesto sociale cresce di pari passo con il depauperamento del contesto urbano e architettonico. A ciò si aggiunge il rapporto malsano che i cittadini hanno con le istituzioni e i suoi rappresentanti. A tale proposito è illuminante la passeggiata che Di Consoli fa con il sindaco di Matera nella città dei Sassi. Sembra di essere in un romanzo sudamericano o in un tempo altro in cui la società era organizzata in modo diverso. Una società in cui c’erano feudatari e vassalli.
Per cercare le tessere mancanti di un puzzle difficile da ricomporre Di Consoli attraversa e studia la comunità di Policoro e la sua organizzazione sociale. Il ruolo dei parenti delle vittime, in particolare quello delle mamme, le bugie certificate di alcuni testimoni, il ruolo ambiguo di don Salvatore De Pizzo, il parroco, che rappresenta la Chiesa in questo lembo di periferia del sud d’Italia. Ma anche il ruolo ambivalente che ha avuto l’Arma dei Carabinieri. In positivo con un Capitano che ridà fiducia in uno Stato spesso assente o in qualche caso colluso con il malaffare, in negativo con i tanti dubbi che le indagini effettuate lasciano in piedi.
Proseguendo nella narrazione si delinea un desolante affresco in cui emerge un intreccio nauseabondo che ha pochi contatti con la nostra storia. Forse anche per questo Di Consoli fa ricorso alla banalità del male teorizzata da Hannah Arendt e alla completa inconsapevolezza di cosa significhino le proprie azioni quando ci si trova in una situazione di violenza gratuita apparentemente senza significato. La banalità del male è il movente di un duplice omicidio rimasto sotto traccia grazie all’ambiente “malato” di una provincia sciatta, ignorante e reticente. O di un ambiente culturale in cui l’ossessione sessuale diviene peggio della violenza stessa, peggio della criminalità organizzata.
Nella ricostruzione dei fatti, per comprendere meglio la condizione sociale e culturale in cui ci si muove, un ruolo non secondario lo svolge un personaggio che Di Consoli battezza “Il brigante moderno”.
«Ma tu non hai paura di essere arrestato per questi imbrogli? Non c’è l’arresto per queste cose, non è previsto, so quello che faccio. Grazie alla legge “ex Cirielli” non si arriverà mai alla fine del processo. Finché fanno il processo, siccome sono incensurato, passano i 5 anni, e quindi va tutto in prescrizione. Quindi io tranquillamente fatturo. È per questo motivo che sono berlusconiano.»
Questo è un brano della lunga intervista che l’autore riporta fedelmente quasi in chiusura del libro. Anche in questo caso siamo costretti a misurarci con una realtà in disfacimento in cui ai valori della convivenza civile si è sostituita la fiction quotidiana della cronaca politica d’inizio millennio.
Un libro che per queste ragioni è tante cose insieme. È inchiesta giudiziaria. Sociologica. Antropologica. Non avremo risposte certe e univoche agli interrogativi che si pongono all’inizio della lettura. Avremo però la consapevolezza che esiste sempre la possibilità di non restare soli e che qualcuno, prima o poi,  prenda a cuore la nostra storia.
«In fondo questo libro, me ne accorgo solo adesso, è una lunga inchiesta sulla fine dell’innocenza. Non so perché, ma sento che tutto questo mi appartiene – quello che questi ragazzi hanno perduto mi dice qualcosa su quel che io ho perduto.»

Titolo La commorienza. La misteriosa morte dei fidanzatini di Policoro
Autore Andrea Di Consoli
Editore Marsilio
Anno 2010


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7 luglio 2010

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