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Diario
 


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28 gennaio 2012

Il futuro nella memoria


«Se capire è impossibile, conoscere è necessario», sono parole di Primo Levi che più di qualunque altra spiegazione  restituiscono il senso più profondo della data che si celebra oggi: il Giorno della Memoria. Scrittore e partigiano, quest’anno ricorre il venticinquennale della sua morte, Levi venne deportato nel 1943 nel campo di concentramento di Auschwitz dove rimase recluso fino al 27 gennaio del 1945 giorno in cui l’Armata rossa entrò in quell’inferno dei viventi che è stato il lager. Uno dei soggetti che più si prodiga nella promozione della conoscenza e della memoria è l’Anpi, Associazione nazionale dei partigiani d’Italia. Enzo Fimiani, il presidente del Comitato provinciale di Pescara, intitolato a “Ettore Troilo”, così spiega l’impegno dell’Anpi nel custodire e promuovere la memoria collettiva: «Sembra che in Italia il dibattito sulla nostra storia sia scomparso, se non per riapparire in occasione delle polemiche politiche e non per farne occasione di riflessione seria, per comprendere meglio anche il presente. Una delle missioni dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia è proprio quella di aprire gli occhi sul passato, dato che la democrazia italiana affonda le sue radici in un passato tragico». E per far aprire meglio gli occhi su questo passato tragico, l’associazione “mette insieme” due ricorrenze e organizza un calendario d’incontri il cui debutto avviene proprio oggi a Montesilvano alle ore 17.00 presso l’Aula magna dell’Istituto “Emilio Alessandrini”. Un’incontro pubblico con letture, testimonianze e filmati dedicati proprio alla “Giornata della Memoria”. La seconda ricorrenza è “Il giorno del Ricordo” che si celebra il 10 febbraio in ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Fimiani spiega il perché di questa compresenza: «È importante inoltre riflettere insieme su due giorni simbolici: la “Giornata della Memoria”, che ricorda non solo la Shoah, ma tutte le discriminazioni che hanno interessato l’Europa e il mondo nel ’900, e il “Giorno del ricordo”, con la tragedia delle “foibe” che va inserita in un contesto ben più ampio». Su questo argomento, lunedì 30 gennaio alle ore 17.30 presso la sala della Fondazione Pescarabruzzo, ci sarà un incontro con lo storico Jože Pirjevec dell’Università di Trieste, autore del volume “Foibe: una storia d’Italia”. Il programma prosegue con un incontro l’11 febbraio a Pescara, scuola primaria “11 febbraio 1944”, per celebrare proprio sul luogo dell’eccidio, il 68° anniversario della fucilazione di nove partigiani. Si chiude il 17 febbraio a Pescara, fondazione Pescarabruzzo, con la presentazione del volume “Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-1945” alla presenza degli autori, gli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri.


23 gennaio 2012

La ferita della Shoah e i campi di concentramento in Abruzzo


«L’Abruzzo vanta il poco lodevole primato di essere la regione nella quale, durante la seconda guerra mondiale, il regime fascista istituì il maggior numero di campi di concentramento, ben 15, oltre a diverse località d’internamento libero». E ancora, «Fin da quando, nel 1994, appresi dell’esistenza dei campi di concentramento nella mia provincia, in seguito alla visione della mostra “Anni di Guerra. Teramo 1943-1944. Fascismo Resistenza Liberazione”, e iniziai le ricerche per la mia tesi, ho dovuto constatare come nel nostro paese, e nello specifico nella nostra regione, non esista un’adeguata politica della memoria». Sono rispettivamente l’incipit e la conclusione del saggio dello storico Costantino Di Sante, “I campi di concentramento in Abruzzo”, contenuto nel volume “I campi di Concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945)”, (2001, Franco Angeli).
In quegli stessi anni e più precisamente il 20 luglio del 2000 il Parlamento italiano istituisce il “Giorno della Memoria”. Così recita il primo dei due articoli di cui è composta la legge: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Dal 27 gennaio 1945 sono trascorsi sessantasette anni. E ancora oggi è vivo e sanguina nel cuore di ogni essere umano pensante, lo stesso, indimenticabile, dolore struggente che provarono i primi soldati dell’“Armata Rossa” che oltrepassarono i cancelli di Auschwitz. Quelle immagini sono immagini che dobbiamo portare sempre con noi. Ci appartengono perché appartengono al genere umano. Quel crimine è stato commesso contro ognuno di noi. Contro ognuno dei nostri figli. La “Shoa” che in ebraico significa disastro, catastrofe, ha segnato un punto di non ritorno nella Storia, per questo motivo abbiamo il dovere di alimentare e custodire la memoria. Tutto è utile perché ciò avvenga. Le parole, l’arte, il cinema, la musica, le canzoni.
«Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento, Ad Auschwitz c’era la neve il fumo saliva lento, nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento». Sono le prime strofe di Auschwitz, forse “la” canzone di Francesco Guccini, un nome che dice tutto senza dover aggiungere nulla.
Furono dunque quindici i campi di concentramento istituiti in Abruzzo durante la seconda guerra mondiale, con caratteristiche e internati diversi. A Casoli, Nereto, Notaresco, Tortoreto stazione e Tortoreto Alto furono destinati ebrei di nazionalità tedesca mentre nel campo di Lama dei Peligni e in quello di Civitella del Tronto, ebrei di varia nazionalità. Nell’asilo infantile “Principessa di Piemonte” di Chieti «sudditi appartenenti a stati nemici, in prevalenza inglesi e francesi». A Istonio Marina (Vasto) gli antifascisti italiani. A Lanciano l’unico campo femminile e tra le internate c’era Maria Eisenstein che con “L’internata n.6”, «ha lasciato l’unica testimonianza diretta di un campo di concentramento fascista». A Tollo i comunisti jugoslavi mentre a Città Sant’Angelo i cittadini dalmati. Nella Badia Celestina di Corropoli irredentisti slavi e comunisti italiani. Nella Basilica di San Gabriele i cinesi e infine a Tossicia famiglie di zingari. L’autore di questo studio è Costantino Di Sante che collabora con l’Università di Teramo ed è ricercatore presso l’Istituto Storia Marche.
Sono trascorsi dieci anni dalla pubblicazione del libro “I campi di concentramento in Italia”, ci sono nuovi materiali per alimentare la memoria di ciò che accadde in Abruzzo?
Quel libro fu il risultato di una delle prime ricerche sul tema, non solo in Abruzzo, da allora diverse pubblicazioni sono state realizzate sulla storia dell’internamento fascista. I campi del duce di C.S. Capogreco e I sassi e le ombre di G.Orecchioni sul campo di Lanciano, sono due preziosi esempi. Anche la mia ricerca è proseguita, ad esempio su alcuni aspetti biografici degli internati relegati in Abruzzo e sul riutilizzo delle strutture dopo la fine del conflitto mondiale e sui campi istituiti nelle Marche. L’emergere di nuovi documenti e testimonianze, potrà chiarire alcuni aspetti fondamentali: il rapporto tra i reclusi e la popolazione locale, il contributo dato dagli ex internati alla Resistenza e le responsabilità italiane nella deportazione verso i lager nazisti. Affinché non si dimentichi che la distruzione degli ebrei d’Europa riguarda anche noi italiani e abruzzesi, ritengo indispensabile che le istituzioni locali e il mondo della scuola continuino a porre l’attenzione su questi temi. Anche per questo sto lavorando a una nuova opera monografica che affronta i comportamenti e le scelte di coloro che furono coinvolti in questa storia.
Ci può dare qualche anticipazione.
Innanzitutto la ricerca è stata ampliata includendo anche le vicende che interessarono i prigionieri di guerra che si trovavano nei campi di Fonte d’Amore a Sulmona e Avezzano. L’intento di questo nuovo libro è offrire una mappa aggiornata dei comuni d’internamento, dei principali luoghi di partenza e di destinazione dei deportati. Si affronta inoltre la spinosa questione del collaborazionismo. Perché ci furono abruzzesi che aiutarono, mettendo a rischio la propria vita, e solidarizzarono con gli internati, ma vi fu anche chi ebbe nei loro confronti un comportamento razzista e antisemita e, dopo l’8 settembre 1943, partecipò alla loro deportazione o li denunciò ai nazifascisti. Occuparsi anche della storia dei carnefici è indispensabile per poter meglio capire come e perché si è arrivati ad Auschwitz. 
Nella parte finale del suo saggio, “I campi di concentramento in Abruzzo” sosteneva che «i risultati sono ancora insufficienti perché possa affermarsi l’esistenza di un’adeguata politica della memoria». L’istituzione della “Giornata della Memoria” è stata una vera svolta in questo senso?
“La Giornata della memoria” ha certamente contribuito a dare maggiore visibilità alle vicende legate alla Shoah. Ma la legge, non includendo anche le responsabilità del regime fascista, non ha permesso una riflessione più profonda e completa su come, anche nel nostro Paese, dalla persecuzione dei diritti degli ebrei si è passati a quella delle vite degli stessi. Ciò invece avviene in Francia, dove il 17 luglio ricordano la deportazione degli ebrei di Parigi avvenuta nel 1942, mettendo in risalto le responsabilità dei collaborazionisti francesi e del regime di Vichy. In poche parole, anche per la mancanza di un giorno della memoria sulla deportazione dall’Italia, i campi di concentramento in Abruzzo, ancora oggi, stentano ad essere riconosciuti come luoghi di storia.


21 gennaio 2012

Se si confonde la goliardia e il cazzeggio con la politica


Sul profilo Facebook di Pierluigi Bersani, il segretario del partito democratico, campeggia l’immagine di uno dei quadri più famosi di Edward Hopper, Nighthawks del 1942, taroccata con l’aggiunta dell’immagine, ormai famosa, dello stesso Bersani seduto al tavolo di un locale con un bicchiere di birra davanti mentre scrive un intervento politico.
Bersani è un uomo di spirito è noto a tutti, e questo sottolinea un aspetto positivo in un mondo, quello della politica, dove tutti si prendono troppo maledettamente sul serio.
Ma perché Bersani ha postato quest’immagine sul profilo di un social network?
Pare che la foto in questione sia stata scattata e postata immediatamente su Twitter da un’avventore che si trovava nello stesso locale di Bersani. «Leader di grande partito del fu centrosinistra cerca compagni di bevute», questa la didascalia della foto. L’autore, non essendo un guru del social network in questione, mentre scrivo risultano essere 312 i suoi follower (e certamente questo numero è cresciuto in queste ore), 125 following e risulta aver scritto 471 tweet, si è ritrovato probabilmente al centro di un evento di comunicazione “a sua insaputa”.
Dopo pochi minuti è diventata una delle immagini più cliccate sulla rete ed è iniziato un dibattito surreale sulla sua interpretazione. Si spazia tra goliardia e cazzeggio e non sono mancati insulti e  dissertazioni filosofiche. C’è chi ci ha letto addirittura la solitudine della sinistra. Ci si è divisi tra chi era a favore e chi era contro in un tripudio di parole inutili e senza senso. 
Che un momento di riservatezza e concentrazione, e scrivere un intervento politico è un momento di riservatezza e concentrazione, si trasformi in tutto ciò è francamente deprimente. E poi ci lamentiamo della stampa spazzatura?


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20 gennaio 2012

Nanni e Moretti e la sinistra da salotto che siede in Parlamento


Leggo con molto piacere, anzi proprio con gioia, che Nanni Moretti sarà il presidente della giuria del 65° Festival del Cinema di Cannes. Il festival transalpino è certamente il più prestigioso tra i festival dedicati alla settima arte e presiederlo è perciò un riconoscimento importante per la persona che riceve quest’onore e per il paese che questa persona rappresenta. Nanni Moretti in Italia è un regista che divide: piace molto o non piace affatto. Io appartengo alla prima categoria. Ho visto tutti i suoi film, e per tanti anni, soprattutto quelli dell’adolescenza e fino ai primi anni dell’università, è stato per me un vero riferimento, anzitutto culturale. Riconoscevo e riconosco in lui, nei suoi film e in ciò che esprimono ancora oggi, pensieri e idee che mi appartenevano e mi appartengono. Come tutti quelli che esprimono attraverso l’arte i propri pensieri e sentimenti anche Nanni Moretti è sempre stato, ed è ancora oggi, una voce fuori dal coro e proprio per questo motivo non proprio amato dall’establishment. E invece proprio l’establishment avrebbe potuto trarre i maggiori benefici attingendo a piene mani dal suo armamentario fatto di parole e d’immagini. Di pensieri e di progetti. Avrebbe potuto guardare per vedere ciò che c’è oltre l’apparire. Ciò che si muove dietro e che spesso non tutti sono in grado di vedere. Ogni film di Nanni Moretti offre questa possibilità: vedere con uno sguardo altro ciò che succede attorno a noi. Oltre le immagini ci sono poi le parole. Ogni film regala almeno una frase che supera la pellicola stessa e diventa patrimonio di tutti e insieme sintesi di un comportamento, di un modo di essere, singolo o collettivo. Una visione della società. «Giro, faccio cose, vedo gente. E l’affitto? E le sigarette come le compri?», è un passaggio di “Ecce bombo”, un film del 1978, che già dice tutto di una generazione che fallirà miseramente la sua missione. E quando i pensieri sono troppo veri o troppo innovativi rispetto al pensiero comune e dominante, si viene messi all’indice. E così è successo che la sinistra da salotto che siede in Parlamento abbia accusato, con mezzi anche subdoli, Moretti e altri intellettuali come lui, di essere “una sinistra da salotto” capace solo di parlare. 
«Anche questa serata è stata inutile. Il problema del centro sinistra è che per vincere bisogna saltare due, tre o quattro generazioni […] Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai». Era il 2002 e Nanni Moretti da piazza Navona lanciò un Sos al popolo della sinistra italiana. Prima di lui avevano parlato Piero Fassino, il liquidatore dei Democratici di Sinistra, e Francesco Rutelli, che oggi è la terza gamba di un “nuovo” polo politico con Casini e Gianfranco Fini. 
Aveva ragione, ancora una volta. Aveva avuto la capacità di guardare per vedere e per capire.
Negli ultimi quattro anni i presidenti di giuria del Festival del Cinema di Cannes sono stati nell’ordine, Sean Penn, Isabelle Huppert, Tim Burton e Robert De Niro. Quest’anno tocca a lui, a Nanni Moretti. E io sono felice. Assai. È l’Italia che mi piace e nella quale mi riconosco. Assai.


18 gennaio 2012

Le parole e i fatti


«Vada a bordo, cazzo» è già stampato su t-shirt bianche in vendita on line. Il comandante De Falco è diventato un’icona dell’italianità e se avesse anche il capello al vento e un basco vedrebbe la sua faccia dappertutto sormontare la scritta “Hasta siempre”.“Tutti con De Falco, questa è l’Italia vera” i titoli, quasi tutti uguali, della stampa italiana. Se si ascoltano le chiacchiere da bar, nei bar, degli italiani sembra di essere all’Accademia navale di Livorno, in meno di ventiquatt’ore sono diventati tutti esperti di nautica e di diritto della navigazione. Le parole, mai come in questo caso, non corrispondono ai fatti. Purtroppo l’Italia è più Schettino che De Falco. Basta superare le prime pagine dei giornali e leggere la cronaca giudiziaria per avere un’idea reale degli abitanti del nostro paese, di noi italiani. La politica non c’è più (soprattutto in periferia), si è persa nel girone infernale delle tangenti e del malaffare e non riesce a trovare una via d’uscita, la classe dirigente, in senso lato, subisce la crisi e non sembra essere in grado di portare il Paese fuori dalle difficoltà in cui vive. Un banale e semplice controllo della Guardia di Finanza in giro per negozi svela che più della metà di questi non sono in regola e contestualmente si assiste a un coro unanime di protesta. Le parole non corrispondono ai fatti, appunto. L’Italia è un paese popolato da cialtroni. Tutti sempre pronti a soccorrere il vincitore. Il capitano De Falco sembra essere uno dei pochi che non ha perso il senso della misura: «Macché eroe dovevamo salvarli tutti». Cosciente di avere fatto solo il proprio dovere. 


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1 gennaio 2012

I napoletani, Francesco Durante


Il rapporto tra Napoli e l’Abruzzo è un rapporto solido e antico di oltre settecento anni, così come solido è anche il rapporto di Francesco Durante, (autore de “I napoletani”, Neri Pozza, € 17,00), con Torricella Peligna, la terra che ha dato i natali al papà di John Fante, oggi celebrato scrittore americano, di cui lo stesso Durante è uno dei migliori traduttori. Consiglierei di leggere questo libro partendo dalla fine, dalla postilla. Perché qui, in poche pagine Durante si svela qual è realmente: un concentrato d’intelligenza e un raffinato intellettuale del nostro tempo. È utile partire dalla postilla perché si capisce subito che le trecentotrentasei pagine che attendono di essere lette non sono il frutto di un capriccio estemporaneo ma il risultato, per fortuna sempre aggiornabile, di una riflessione ampia che non lascia spazio all’improvvisazione. Come nel suo precedente e fortunato libro dedicato a Napoli, “Scuorno”, Durante avverte l’esigenza di saldare un debito nei confronti della città partenopea. Debitore di bellezza innanzitutto che è capace di restituire con grande generosità. È quasi un rapporto fisico, oserei scrivere erotico, quello che Durante stabilisce con le parole per descrivere l’unicità e l’universalità di Napoli. Un erotismo che avvolge e s’impossessa della tua persona come quando si è davanti a un’opera d’arte. La vera maestria è qui nella capacità di raccontare da innamorato per far innamorare. Così come nella descrizione minuziosa di un quadro del gallese Thomas Jones che raffigura un semplice muro napoletano, con la stessa dovizia di particolari è capace di analizzare il testo di una canzone, scomponendolo fino alla sua riduzione ultima fatta di singole parole poste una accanto all’altra. Una scrittura senza infingimenti che non si esime dall’esprimere giudizi anche impietosi. La lingua dunque come identità stessa dei napoletani così come la fame, uno degli elementi fondanti della napoletanità. Una scrittura avvolgente che è un saggio su Napoli e i napoletani, scritto come se fosse un romanzo. E ancora consigli di lettura, con titoli, autori e data di pubblicazione. Ma soprattutto c’è l’amore che si appalesa con le sembianze di Gaetano. Una vita sbandata, sospesa tra droga e carcere. Poi il lavoro in favore degli zingari fino all’incontro che gli cambia la vita e gli spalanca le porte della Mostra del Cinema di Venezia. La storia di Gaetano, come la storia narrata in questo libro, è una storia d’amore e insieme una storia di speranza. Un vero regalo di Natale. Di un Natale prima della globalizzazione, «quando il bambino era un bambino e se ne andava a braccia appese, voleva che il ruscello fosse un fiume…» scriverei se fossi Wim Wenders.

Nel suo ultimo libro, “I napoletani”, narra le storie di molti uomini. Tra questi l’uomo che meglio rappresenta l’Italia nel mondo in questo tempo difficile che abitiamo, il presidente Giorgio Napolitano. Ne svela un aspetto poco noto.
Parlo della sua opera di poeta sotto lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli. Scrive in napoletano, ma in un napoletano estremamente ricercato, nutrito di umori antichi, con un lessico raro, piuttosto impervio e di squisita eleganza. Mi pare un caso straordinario, uno dei pochissimi, in cui all’esercizio della funzione politica e/o istituzionale si accompagna una cultura autentica.  

Il libro si apre con un omaggio, che oggi possiamo considerare anche come un commiato, a Giorgio Bocca e al suo libro “Napoli siamo noi”. Il giornalista, partigiano, morto nel giorno di Natale. Quel titolo può essere una sintesi perfetta del suo libro?
Potrebbe. Temo però che Bocca usasse quel titolo non per esaltare Napoli, ma considerandola un cancro che ormai, a suo parere, aveva contaminato l’intera nazione. No, in quel libro non c’era davvero il Bocca migliore.

Gli abruzzesi hanno un rapporto molto particolare con Napoli così come lei con l’Abruzzo. Ha curato la raccolta dei “Romanzi e racconti” di John Fante per la prestigiosa collana de i “Meridiani” Mondadori. Il grande autore americano originario di Torricella Peligna.
Per 700 anni l’Abruzzo è stato parte del Regno di Napoli prima, e del Regno delle Due Sicilie poi. Per secoli L’Aquila è stata una delle più grandi città del regno. Anche dopo l’Unità, moltissimi napoletani illustri erano in realtà abruzzesi: pensi a Benedetto Croce. In effetti, la storia non si cancella. E, se è per questo, nemmeno la lingua: quella abruzzese è, in fondo, una variante del napoletano.

Nell’introduzione a “La confraternita dell’uva”, l’ultimo romanzo di Fante da lei tradotto, Vinicio Capossela scrive: «Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante». Una scoperta forse tardiva la letteratura di Fante ma che, grazie anche al suo contributo, si sta affermando con forza in questi ultimi anni.
È la scoperta di una semplice verità: il fatto che tra letteratura e vita non c’è poi tutta questa distanza. Se dovessi definire con un solo aggettivo l’opera di Fante, la definirei per l’appunto vitale.

In queste pagine Fante svela l’anima più profonda della provincia italiana, quella dei cafoni siloniani o dei pastori dannunziani per restare al solo Abruzzo, la terrà da dove partì all’inizio del secolo breve, Nick Fante, il papà di John.
È grazie a scrittori come Fante che abbiamo una testimonianza di prima mano sul mondo e sui sogni della gente umile del popolo. C’è stato bisogno della mediazione americana perché questo si realizzasse. Lei se l’immagina, nell’Italia di fine Ottocento o di primo Novecento, un importante scrittore figlio di genitori praticamente analfabeti? Sarebbe stato semplicemente impossibile. 

“Il Dio di mio padre” è il festival letterario, con la direzione artistica dell’ottima Giovanna Di Lello, che Torricella Peligna dedica ogni anno, da sei anni, alla figura di John Fante. Lei è sempre presente. 
Sono molto felice di esserci, e molto onorato del fatto che continuino a invitarmi. Torricella è un posto speciale. C’è un grande calore umano, un’autenticità unica. Devo dire che Giovanna è molto brava. Inoltre, e in tempi di casta fa piacere dirlo, Tiziano Teti è un sindaco di eccezionale sensibilità.

Quanta abruzzesità, o italianità, c’è ancora da scoprire nei libri di John Fante?
Forse sembra strano che a dirlo sia proprio io, che ho appena scritto un libro sull’ identità – più supposta che reale, più indotta che atavica – dei napoletani. Diciamo così: per me concetti come la napoletanità, o l’abruzzesità, o l’italianità, oggi possono essere armi a doppio taglio. Quasi dei recinti in cui possiamo decidere di isolarci creando falsi miti e covando l’odio per chi è diverso da noi. Credo che il bello, con gente come Fante, consista nella capacità di aderire al mondo delle origini per quelli che sono i suoi valori di profonda umanità. È così che la sua opera diventa un regalo per tutti. Poi, naturalmente, gli abruzzesi possono essere contenti di riconoscersi nei libri di Fante o, meglio, nella figura di suo padre Nick. Ma ciò che rende bello e vitale tutto questo non è l’abruzzesità. Direi, piuttosto, che sia l’amore.


31 dicembre 2011

Auguri belli.




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12 dicembre 2011

Claudio Magris: «Dal malore civile una nuova Europa»


Claudio Magris ricorda con affetto l’estate del 1955 quando con il suo amico abruzzese Giovanni Gabrielli, percorre a piedi l’Abruzzo. Il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi, L’Aquila. E poi l’estate successiva alla scoperta della Montagna Madre, la Majella. Ma andiamo con ordine. Livelli di guardia (Garzanti, 208 pp, € 18,00) è l’ultimo libro di Claudio Magris, una raccolta di articoli pubblicati a partire dal 22 giugno 2006 e fino al 9 settembre 2011. Pensieri, note, riflessioni, che pur scaturendo da accadimenti del quotidiano mostrano di reggere il confronto con il tempo che passa e hanno un valore che va aldilà e oltre il tempo stesso in cui sono state concepite. L’alluvione di Genova di questi ultimi giorni dell’anno, testimonia infatti che in Italia il livello di guardia è stato ampiamente superato non solo nella vita sociale e civile. E le parole pronunciate da Claudio Magris, ospite in tv da Fabio Fazio, diventano anche per questo motivo una sintesi possibile ed estrema di questo suo lavoro: «Sono saltate le elementari regole di comportamento, è andata in crisi una virtù fondamentale: il rispetto». Ognuno di questi brevi saggi insegna sempre qualcosa di nuovo; citazioni, rimandi, affinità che emergono e si staccano dalla pagina per  trasformare brevi commenti in piccoli capolavori di filosofia, storia, costume. In queste pagine ci sono i capisaldi della cultura classica, i grandi autori della letteratura, i pensatori. Gli uomini che hanno costruito parola dopo parola, pensiero dopo pensiero, l’immaginario collettivo con il quale ci confrontiamo e  guardiamo il mondo. «Note civili», recita il sottotitolo, merce ormai rara, rarissima, nella società del consumo, fine a se stessa, che abitiamo. Tanti gli argomenti trattati, molti dei quali riguardano direttamente la vita nel nostro Paese, la nostra stessa convivenza civile. Fa ricorso a Jürgen Habermas, il filosofo più autorevole in Germania, per introdurre il tema di un nuovo patriottismo della Costituzione, destinato a diventare uno degli argomenti centrali del prossimo futuro. E come non pensare agli attacchi scriteriati e senza prospettiva che in questi ultimi anni forze politiche «estranee al travaglio che ha generato la nostra storia conflittuale ma comune» hanno sferrato, senza riuscirci per nostra fortuna, alla Carta Costituzionale? Magris guarda oltre il proprio piccolo recinto, in questo caso attinge alla cultura tedesca di cui è uno dei più apprezzati studiosi, e contribuisce alla ricerca di un’idea condivisa e universale di valori fondanti per una nuova società. Com’è per esempio per i temi eticamente sensibili. Il valore e il senso stesso della vita e della morte, prima di tutto.
Nel libro non è mai citato Silvio Berlusconi che con i suoi comportamenti, pubblici e privati, è però certamente uno dei grandi protagonisti di queste riflessioni. In questo senso illuminante è il capitolo “La rara arte di uscire di scena”. Qui Magris fa ricorso al padre della lingua italiana per esprimere al meglio il suo pensiero: «Il monito dantesco a saper “calar le vele e raccoglier le sarte” è assai poco ascoltato, particolarmente nel mondo della politica italiana, nel quale nessuno esce di scena, se non quando vi è proprio costretto a forza dalla comare secca».

In appendice a “Livelli di guardia” c’è il discorso che ha tenuto in occasione del conferimento del Friedensreis des Deutschen Buchandels, nella Paulskirche di Francoforte. Un discorso che in parte riassume molti dei temi di cui scrive nel libro. «Dell’universalità della guerra» e di come crediamo che essa sia inevitabile.
Volevo esprimere due pensieri che sono anche risvolti di una stessa medaglia e che mi stanno molto a cuore. Da un lato l’illusione che le guerre siano state già tutte superate. Un eccesso d’ingenuità perché sottovalutando un pericolo lo si rende ancora più forte. Non dimentico il discorso di un anziano leader nord-vietnamita che diceva «il pericolo per noi più insidioso è l’abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita». In questo senso siamo tutti ciechi conservatori, abbiamo difficoltà a credere che le cose cambino. Anche quando è caduto il Muro di Berlino gli stessi tedeschi che lo stavano abbattendo non pensavano che tutto potesse finire in poco tempo. Due o tre giorni dopo il Muro non c’era più.

Lei vede l’Europa come una possibile ancora di salvezza a patto che l’Europa si apra alle culture dei nuovi europei.
Sono un patriota europeo nel senso che il mio sogno è un’Europa vero Stato federale. E lo sono per una ragione molto pratica, i problemi che abbiamo davanti a noi sono europei. Pensi all’immigrazione, è ridicolo avere leggi diverse in Europa così com’è ridicolo avere leggi diverse a Firenze o a Trieste. Una catastrofe che colpisce Milano investe anche Trieste. Basta con la febbre identitaria delle piccole patrie perché è soltanto una caricatura. Viviamo un momento di estrema debolezza dell’Europa, bisogna essere pessimisti con la ragione, come diceva Gramsci, ma ottimisti con la volontà.

Il valore della vita e il senso stesso della vita pervadono il suo ultimo lavoro. Non poteva non affrontare il tema della Shoà, perché «la Shoà è nel nostro DNA».
La Shoà è stato un fenomeno mostruoso e simbolo di un male assoluto. Bisogna capirne le ragioni storiche e sociali senza perder di vista il suo terribile primato nella sofferenza. La Shoà però non è l’unica barbarie della storia e non può farci dimenticare le altre angherie, il tremendo primato nella sofferenza non significa e non può significare monopolio della sofferenza.

Ha ottenuto tanti importanti riconoscimenti per il suo lavoro. Negli ultimi anni il suo nome è sempre tra i possibili vincitori del Nobel per la letteratura. Come vive questa condizione?
Non esistono candidati al premio Nobel, i nomi di cui si scrive e si parla sono semplicemente i nomi che i broker londinesi esibiscono per far crescere il mondo delle scommesse ed escludo nel modo più assoluto che tali nomi possano essere il risultato di indiscrezioni. L’Accademia svedese può giudicare bene o male ma escludo che faccia circolare nomi di presunti candidati. Riguarda me ma anche gli altri. In ogni caso qualunque riconoscimento lo si accetta sempre con piacere. Sono sempre dei doni.

Ha un buon rapporto con l’Abruzzo e gli abruzzesi?
Nel 1955 ho percorso a piedi l’Abruzzo con un mio amico che aveva delle prozie ad Ancarano, il professor Giovanni Gabrielli che incontro proprio stasera a Trieste per bere una birra in amicizia. Prima la “Montagna dei Fiori” dove abbiamo anche dormito con i pastori e quando attraversavamo i piccoli paesi dell’entroterra gli abitanti c’invitavano spesso a pranzo o a cena. Mi ricordo che in ogni piccolo paese la gente si chiedeva chi fossimo, e la risposta, che proveniva dai più informati, era sempre la stessa: sono tedeschi dell’Alta Italia. Gran belle passeggiate. Poi il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi per finire a L’Aquila. L’anno successivo, nel 1956, la comitiva diventò più grande e il gruppo diventò di quattro persone. L’obiettivo da raggiungere era la Majella. Ricevemmo un’ospitalità meravigliosa dappertutto e in particolare a Guardiagrele. Sempre quell’anno a Lama dei Peligni ci spacciammo per speleologici triestini di una fantomatica e inesistente rivista, “Specus”. Ho perciò dei bellissimi ricordi legati all’Abruzzo.


9 dicembre 2011

Paz, Grossman, Melchiorre e Hughes, regali da leggere...


Un bel regalo, per voi, per i vostri figli o per i figli dei vostri amici è Che Pazienza (Gallucci, libro+dvd, € 12,00) di Andrea Pazienza. Avventure animate pensate e disegnate dall’indimenticabile Paz. Un leone blu, un elefante rosa, una giraffa, un pappagallo, una tapira, un orso, dei polli e una pulce agiscono a Pazcity e mettono in scena sei storie fantastiche insieme ironiche e molto educative. Da “Gigione non si lava” a “Rifiuti urbani” che termina con uno slogan utile anche per le nostre città reali, «Fu così che tutti infine capirono il trucco: differenziare e riciclare…e la spazzatura scompare». E poi ancora “Cunicoli e tombini”, “Le ombre della città”, “Polletti in bicicletta”, per finire con “Segnaletica nel caos” che ci ricorda l’importanza del rispetto delle regole. Un’ora tutta da godere con la «simpatica combriccola» messa insieme da Paz e poi ancora il libro da leggere e da rileggere, perché Paz, un “diamante” unico nel panorama del fumetto italiano, ha sempre riconosciuto un ruolo importante alle parole nei suoi disegni. Chi, al contrario, delle parole fa il suo unico strumento di trasmissione del pensiero è David Grossman, che con Storie per una buonanotte (Mondadori, 96 pp., € 15,00) consegna a genitori e figli due favole, molto ben illustrate da Katja Gehrmann e Giulia Orecchia, che allieteranno i sogni di molti. «[…] il momento della storia-della-buonanotte crea una specie di bolla di vicinanza e tenerezza nella quale le tensioni possono dileguarsi, svanire, e i due complici della storia – il genitore e il bambino – hanno l’occasione di raggiungere un luogo primario e profondo dentro di sé, e anche dentro il legame fra loro». Le parole di David Grossman nella postfazione ai due racconti, “Buonanotte giraffa” e “Un milione di anni”, storie da leggere e da guardare, che aiutano a riflettere e dalle quali si può imparare molto. Così come si può imparare molto dal lavoro di Roberto Melchiorre, Manga e il fantasma dell’abate Leonate, (Edizioni Le matite colorate, 80 pp., € 9,50). Con un interessante intreccio narrativo Melchiorre riesce a raccontare contemporaneamente una favola e a parlare, con cognizione di causa, della storia architettonica di uno dei gioielli più preziosi del patrimonio artistico abruzzese, l’abbazia di Castiglione a Casauria. «Domani pomeriggio andremo a visitare l’Abbazia di San Clemente a Casauria, disse il papà quando la cena era appena iniziata. “Uffà”, sbottò Alice, […] Tuo padre ha avuto un’ottima idea, […] anche perché l’Abbazia è stata riaperta proprio di recente, dopo il restauro seguito al terremoto dell’aprile del 2009», e subito dopo incontri un piccolo box colorato, come un post-it, che riporta i dati più significativi del terremoto che ha colpito L’Aquila e il suo territorio. Favola, cultura e informazioni, ingredienti ben dosati che fanno leggere il lavoro di Melchiorre, ben illustrato dalla mano di Marta Monelli, come una piacevole conferma della sua bravura anche come insegnante. E a un bravo insegnante deve sicuramente la sua fortuna, come persona prim’ancora che come scrittore, Gregory Hughes che con Sganciando la luna dal cielo (Feltrinelli, 272 pp., € 15,00) suo libro d’esordio è stato insignito del Booktrust Teenage Prize nel Regno Unito. Un’infanzia turbolenta conduce Hughes in un’adolescenza ancor più traumatica che lo porterà a conoscere le stanze di un riformatorio e sarà proprio l’incontro con un bravo insegnante la sua ancora di salvezza che farà emergere anche il suo talento letterario. La storia narrata è quella di due fratelli, Marie-Claire e Bob, che vivono una vita relativamente tranquilla a Winnipeg, piccolo paese del Canada. Un giorno, tornando da scuola scoprono di essere diventati orfani e decidono di abbandonare il loro piccolo mondo per trasferirsi a New York e cercare uno zio, fratello del padre appena defunto. Arrivati nella grande mela incontrano un mondo a loro sconosciuto che riserverà tanti colpi di scena e un finale sorprendente da leggere tutto d’un fiato.


9 dicembre 2011

Da Veronesi a Gurrado, da Mazzuccato a DWF, letture per piacere


Quattordici racconti riportano in libreria uno dei vincitori del Premio Strega, Sandro Veronesi che con Baci Scagliati Altrove (Fandango libri, 192 pp., € 13,00) arricchisce la sua produzione letteraria con una gemma autentica. Profezia, il primo della raccolta, è infatti un racconto perfetto. Cinque punti, o punto fermo per gli amanti della grammatica italiana, tutti concentrati tra la prima e la seconda pagina. Poi dodici pagine senza. Alla dodicesima il sesto punto e poi nulla più fino alla fine. Il suono delle parole lo senti in bocca prim’ancora che nella testa e l’accostare di una parola all’altra come fossero note musicali trasforma Profezia in un’opera che è sì un racconto fatto di parole ma anche un testo musicale, una preghiera laica, un’orazione civile. Una richiesta di aiuto. Una letteratura che parla della vita, fatta di scrittura, che lascia un segno indelebile nella coscienza di ognuno di noi. «[…] tuo padre ti ringrazierà e ti chiederà di sdraiarti accanto a lui, e ti prenderà la mano, e si raccomanderà che le sue ceneri - che in quel momento, chissà perché, chiamerà sabbie - vengano sparse in mare nello stesso punto in cui pochi mesi prima avete sparso quelle di tua madre, e tu di colpo capirai - finalmente -, capirai cosa intendeva quando ti chiedeva disperato di portarlo via…». Come fosse un cd il libro contiene un’extra. Un quindicesimo racconto, opera di David Foster Wallace, Amore. La reiterazione di nomi propri e l’utilizzo quasi onomatopeico delle parole fa di questo racconto una trasposizione della realtà il cui risultato finale e una realtà più reale della realtà stessa. In poche pagine DFW tratteggia un universo. Una vita nella vita che ti vien voglia di continuare a leggere all’infinito. Non sono poche invece le pagine de Il re pallido (Einaudi, 716 pp., € 21,00) in cui Michael Pietsch, curatore del libro, con un lungo e certosino lavoro ci restituisce l’ultima opera alla quale ha lavorato David Foster Wallace. Pagine che tolgono il respiro, tracce di un romanzo incompiuto del quale Pietsch, editor storico e amico personale di DFW, ha colto il senso e lo ha fatto ri-vivere per tutti.
Di tutt’altro genere è invece Lo svizzero, (Giraldi, 224 pp., € 13,00), di Francesca Mazzuccato. La storia di un’incontro, avvenuto casualmente, tra un uomo e una donna che intraprendono un viaggio di conoscenza reciproca in cui passione e desiderio danzano pericolosamente sull’orlo di un abisso. Con un linguaggio diretto e non edulcorato la Mazzuccato si conferma scrittrice di gran vaglia capace di tenere incollato il lettore alla pagina scritta per molte e molte pagine. «È una Zurigo scomposta, quella di questa zona. Così vera e meno ordinata ma con la perfezione della vita che sporca e macchia. Bella in modo letterario e vivido. C’è il mondo […] Avevo indossato maglia casta senza scollatura, ma un giovane pakistano ha insistito per offrirmi da bere. “Nein danke” anche a lui, basta essere tranquilla, rispondere, non mostrare ansia, penso sempre. Poi, sulla porta un uomo più anziano mi ha chiesto: “Machen sie sex? Geld?” Al mio no, si è talmente scusato poverino che, non ti dico, che l’avrei fatto entrare :-)».
“Last but not list” un bel libro capace di far vivere ore meravigliose al bambino che è in ognuno di noi. Con Anticipi, posticipi (Pequod, 192 pp., € 14,00), Antonio Gurrado e Francesco Savio raccontano «dell’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo» con ironia rara e una capacità espressiva che ammalia. Quando ho iniziato a seguire il calcio, la televisione era in bianco e nero e il massimo che offriva agli abbonati era la visione di un tempo, in differita, di una partita del campionato di calcio di serie A su rai due subito dopo la fine di “Novantesimo minuto” trasmesso da rai uno. Rai tre non era neanche un’idea e il logo della rai non era una farfallina. In quegli anni un libro come questo nessuno avrebbe potuto nemmeno immaginarlo. È perciò un libro figlio di una suggestione mutuata dalla tv contemporanea, unica, vera, proprietaria del calcio di oggi. Ma l’unico punto di contatto con la televisione è confinato proprio nel titolo perché all’interno troverete tutt’altro. Il calcio, quello giocato, quello vero. La letteratura, il cinema, i calciatori e in alcune pagine perfino il profumo dell’erba appena tagliata. Troverete la vita. «Scrivo nell’intervallo, senza nemmeno attendere il risultato finale, perché l’uomo del giorno è lo stesso di sessant’anni fa: Joe Gaetjens, l’haitiano con la maglia degli Stati Uniti che a Belo Horizonte segnò (in netto fuorigioco, ma allora non usava protestare) la rete della storica vittoria per 1-0 sui maestri inglesi».






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