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16 maggio 2012
La vertigine dello spazio

Gli edifici industriali dismessi così come le ex zone industriali esercitano, da sempre, un fascino particolare non solo nei confronti degli artisti ma anche dei semplici cittadini. Sono memorie della modernità, monumenti che diventano tali sotto i nostri occhi. Un fenomeno comune a molte città, non solo italiane. In alcuni casi la loro rivitalizzazione e ristrutturazione, paradigmatico il caso di Bilbao in Spagna, è il volano per la rinascita dell’intera città. Non so se succederà la stessa, identica, cosa per il progetto della “Città della Musica” sul sito dell’ex inceneritore a Pescara, certo è che le premesse ci sono tutte. «L’area di progetto assume una posizione strategica all’interno dell’ambito metropolitano Chieti-Pescara che gravita intorno alla vallata del fiume Pescara. Con un progetto di riconversione delle numerose fabbriche dismesse, l’area si può affermare come luogo di una nuova centralità urbana, un nuovo “foro” nel punto di intersezione di due importanti infrastrutture viarie: l’asse attrezzato Chieti-Pescara e la circonvallazione Montesilvano-Francavilla», questo è il pensiero del progettista, il prof. architetto Luigi Coccia, (del gruppo di progettazione, 2C+dG, fanno parte anche gli architetti Isabella Cipolla e Carlo Di Gregorio) che “vede” una nuova centralità in luogo di un’area popolata di tanti, troppi, ex edifici. Il primo lotto della “Città della Musica” è stato realizzato sul sito dell’ex inceneritore, ma il progetto complessivo prevede la realizzazione di altri manufatti nelle aree limitrofe che andranno a costituire un vero e proprio nuovo centro culturale, obiettivo dichiarato dell’autore: «Una volta svuotato del suo meccanismo interno ormai in disuso, l’ex inceneritore viene riproposto nel suo valore di immagine e “riempito” di un nuovo senso tutto contemporaneo: da smaltitore di rifiuti a fabbrica culturale». Questa prima realizzazione, che si può identificare come “Mediateca per la musica”, contiene uffici, terrazza panoramica, caffetteria, internet point, sala audio/video, archivio musicale, hall, sala eventi, sale prova e spazio espositivo. La seconda fase prevede la costruzione di laboratori musicali, mentre la terza si completa con auditorium, sala di registrazione, arena per concerti e parco per la musica. Ciò che colpisce di questo nuovo “cristallo” depositato tra il fiume Pescara e l’asse attrezzato, è la forza evocativa dello spazio interno. Un buco alto ventidue metri che toglie il respiro. Uno spazio costruito con rara maestria che sovrappone spazi a spazi ma che continua a poter essere letto come un’unica grande cavità ancestrale dalla quale tutto trae origine. «Il progetto intende esaltare la principale e forse unica qualità architettonica dell’edificio preesistente, quella vertigine dello spazio nascosta al suo interno, che, non appena varcata la soglia, si sprigiona percorrendo in verticale la nuova mediateca». Il rigore delle scelte compositive richiama alla mente il progetto della Turbinenfabrik costruita a Berlino nel 1909 da Peter Behrens, il maestro del Werkbund. Il richiamo è duplice, sia da un punto di vista squisitamente compositivo architettonico sia in relazione alla standardizzazione dei processi costruttivi. Nessun elemento del progetto è fine a se stesso così come nulla è concesso alla retorica dell’ornamento: tutto è ornamento e tutto è struttura. Lo stesso rigore ha caratterizzato l’approccio al cantiere e in particolare l’aver saputo coniugare l’interesse della committenza con l’ottimizzazione dei costi di realizzazione. Scrive Aldo Rossi nella sua “Autobiografia scientifica”: «Come nella descrizione del cavallo omerico, il pellegrino entra nel corpo del santo, come in una torre o un carro governato da una tecnica sapiente. Salita la scala esterna del piedistallo la ripida ascensione all’interno del corpo rivela la struttura muraria e le saldature delle grosse lamiere. Infine la testa è un interno-esterno; dagli occhi del santo il paesaggio del lago acquista contorni infiniti, come un osservatorio celeste». E quando si è cima all’edificio, nella zona dove è posizionato il bar, la testa dell’edificio, anche qui come nella statua del San Carlone di Arona, attraverso un nastro continuo di finestre è possibile abbracciare in un unico sguardo la Majella, il Gran Sasso e lo snodo contemporaneo delle strade che conducono in città. Artificio e natura, una delle più potenti dicotomie della modernità.
14 maggio 2012
Il bel gioco che appassiona

Il ventisei di agosto dello scorso anno allo stadio “Bentegodi” di Verona, nel primo anticipo di serie B alle ore 19.00, il Pescara vinceva la prima partita del campionato e iniziava nel migliore dei modi un’avventura destinata a restare nella storia del club adriatico e dell’intera serie cadetta. Non era ancora il Pescara di Zeman, non per tutti almeno, e veniva giudicato con sufficienza dalla grande stampa nazionale. Ai nastri di partenza le pretendenti alle tre poltrone che danno diritto a disputare il campionato di serie A erano altre. Il Torino innanzitutto, poi la Sampdoria, il Padova, il Brescia, il Bari, perfino il neopromosso Verona. Il Pescara no. Nessuno aveva pensato alla squadra adriatica come a una delle possibili rivelazioni del campionato. Nessuno tranne Zdenek Zeman. Lo sguardo del tecnico di Praga era stato lungo come spesso gli succede nella scelta dei calciatori che chiama nelle sue squadre per trasformarli da giovani speranze in potenziali campioni. È successo in passato con Beppe Signori, Ciccio Baiano, Gigi Di Biagio, succede oggi, sotto i nostri occhi con Lorenzo “il primo violino” Insigne, Ciro Immobile “il bomber”, e con l’incredibile maturazione di Marco Verratti che in molti vedono già oggi come vice Pirlo nella Juventus campione d’Italia. Zdenek Zeman aveva visto bene. Sapeva che poteva costruire una grande squadra partendo da un nucleo solido di calciatori già presenti a Pescara come Marco Sansovini “il capitano”, Emmanuel Cascione “l’uomo ovunque”, Damiano Zanon “il nuovo Codispoti” e Andrea Gessa “il generoso”. Sapeva che attorno a questi calciatori avrebbe potuto far crescere e maturare alcuni nuovi talenti che aveva avuto con se l’anno precedente. Così è stato, oggi il Pescara è primo in classifica e, mancano due partite e un’ora di gioco contro il Livorno alla fine del campionato, ha segnato più di tutte le altre squadre, ottantasei sei gol, un’enormità. Più della Juventus di Del Piero e Buffon che alla fine del suo unico campionato in serie B, correva l’anno calcistico 2006/2007, si classificò prima segnando ottantatre reti. Nelle ultime cinque partite disputate ha segnato venti gol e ne ha subiti due, vincendole tutte. È oggi il Pescara di Zeman. Lo è nei numeri, nel modo con cui affronta le partite, siano esse casalinghe o in trasferta, lo è, soprattutto, per la bellezza che è capace di esprimere con il suo gioco in campo. Ed è proprio la bellezza il tratto distintivo delle squadre allenate da Zeman. I tifosi delle squadre che ha allenato in passato lo ricordano soprattutto per questa caratteristica, prova ne sia la generosità con cui hanno sempre riempito gli stadi dove giocavano le sue squadre. E oggi succede la stessa cosa a Pescara. Lo stadio Adriatico è spesso “sold out” e si vede gente di tutte le età che si diverte e canta e balla. Le persone partecipano attivamente alla partita, quasi come se giocassero tutte insieme, perché vedono in campo una squadra generosa che non simula falli, non protesta, rispetta l’avversario. Corre dal primo all’ultimo minuto e non si risparmia mai. Una squadra di persone serie innanzitutto. In un mondo popolato da imbroglioni e gente spesso incapace di svolgere il proprio ruolo, questo modo d’intendere il proprio lavoro rappresenta una meravigliosa eccezione con la quale è facile e bello potersi identificare. «Le pagine che seguono sono dedicate a quei ragazzi che un giorno, anni fa, incontrai in Calella de la Costa. Tornavano da una partita di calcio e cantavano: Vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo». Questa è la dedica di Edoardo Galeano per il libro più bello (parlo per me, ma so che pensano la stessa cosa in tanti, certo tutti coloro che ricordano a memoria la formazione degli ultimi vent’anni della loro squadra del cuore) mai dedicato a questo sport, “Splendori e miserie del calcio”. La stessa, identica, filosofia di gioco e di vita appartiene a Zdenek Zeman, per questo ha tifosi in tutta l’Italia ed è spesso applaudito anche dai tifosi delle squadre avversarie. Da ieri sera il suo Pescara è primo in classifica, solitario. Quel «vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo», deve perciò essere leggermente modificato in vinciamo, vinciamo e ci divertiamo. Auguri Zdenek Zeman. Auguri per i suoi splendidi sessantacinque anni e grazie per la bellezza che ci ha regalato.
26 aprile 2012
La Resistenza, un mito fondativo

La Resistenza è uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento. Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia, la nostra carta d’identità. E di fronte agli attacchi scriteriati, infondati e revisionisti che ancora oggi trovano spazio e visibilità sui media è necessario perciò festeggiare il 25 Aprile in modo non retorico ma piuttosto come una testimonianza politica attiva. Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline». Bene dunque hanno fatto l’ANPI Pescara (Comitato provinciale partigiani italiani) e il Consiglio regionale d’Abruzzo ad organizzare per la ricorrenza del 25 aprile una vera manifestazione culturale e popolare che vedrà come protagonista assoluta la “Brigata Majella” una delle eccellenze d’Abruzzo. Oggi alle 18.00, all’auditorium De Cecco in Pescara, la “Compagnia dei Guasconi” metterà in scena una rappresentazione teatrale dedicata alla “Brigata Maiella”, dal titolo “Banditen. I partigiani che salvarono l’Italia”. Così la compagnia teatrale pescarese, nata undici anni fa, introduce la “pièce” teatrale: «Raccontiamo una storia vera, accaduta a cavallo della seconda guerra mondiale: è l’incredibile storia della Brigata Maiella, formazione partigiana abruzzese che nacque il 5 dicembre del 1943 e si sciolse solo alla fine delle ostilità dopo aver collaborato alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. La Brigata Maiella fu l’unica formazione partigiana a ricevere la medaglia d’oro al valore militare e l’unica a continuare a combattere anche dopo la liberazione del proprio territorio di appartenenza. Un gruppo di uomini che decide di abbandonare ogni incertezza e di lottare per ridare al popolo italiano tutto quello che aveva perso. Quegli uomini erano i nostri nonni. È una storia così alta che è come una boccata d’aria pulita in tempi bui come quelli che stiamo vivendo». Comandante della “Brigata Majella” fu Ettore Troilo «uno degli uomini migliori dell’Italia contemporanea. Socialista, già collaboratore di Matteotti e futuro prefetto di Milano dopo la Liberazione. Gli abruzzesi della Majella hanno davvero rappresentato, simbolicamente, una nuova Unità d’Italia, dal Mezzogiorno al nord del paese» sono le belle parole che Enzo Fimiani, presidente dell’ANPI Pescara e coorganizzatore dell’evento, utilizza per descrivere la figura del comandante e pronunciandole si commuove. Lo storico prende nuovamente il soppravvento quando invece gli chiedo di ricordare la “Brigata Majella”: «È stata, forse, la formazione partigiana più straordinaria dell’intera Resistenza italiana. Gli uomini della “Brigata Majella” sono stati plurali, esattamente come è una democrazia e come sarebbe stata la carta costituzionale del 1948, vale a dire hanno avuto al loro interno più anime. Socialcomuniste, cattoliche, laiche, liberali, perfino conservatrici, specchio fedele del pluralismo della Resistenza nel suo complesso e della futura Italia repubblicana». Tutti in piazza a festeggiare il 25 aprile, è la festa della democrazia italiana, la festa più importante, la festa di tutti gli italiani.
17 aprile 2012
Più umanità, meno business

Il campo è bagnato, piove a dirotto e i calciatori faticano a far circolare la palla. Il Perugia ospita la Juventus e pur essendo solo alla quinta giornata del campionato è già una partita importante per la classifica. Il Perugia dei miracoli di Ilario Castegner si gioca il primato con la piú blasonata squadra dell’“Avvocato”. È il 30 ottobre del 1977 e lo stadio “Piano di Massiano” di Perugia è pieno in ogni ordine di posto. Il secondo tempo è iniziato da cinque minuti quando Renato Curi, ventiquattrenne talentuoso centrocampista dei grifoni umbri, si accascia improvvisamente al suolo. I medici gli prestano i primi soccorsi in campo, poi, attraversando tutto il rettangolo verde con la barella, raggiungono l'ambulanza e lo trasportano in ospedale. Il gioco nel frattempo riprende e quando l’arbitro fischia la fine della partita, giunge dall’ospedale di Perugia la ferale notizia: Renato Curi è morto. Piermario Morosini, centrocampista del Livorno, di anni invece ne ha ventisei. Proviene da una scuola calcio d’eccellenza, il vivaio dell’Atalanta con il quale vince un campionato della categoria Allievi e successivamente viene acquistato dall’Udinese che lo manda in giro per l’Italia a “farsi le ossa”, come si usa dire in gergo calcistico. Anche a Pescara, sabato, il campo di gioco è bagnato ma le condizioni del terreno sono buone. Si gioca Pescara-Livorno. Siamo al trentesimo minuto e il Livorno è già in vantaggio per due a zero. Morosini mentre rientra verso la propria porta cade una prima volta. Cerca di rialzarsi, ma ricade. Ci prova ancora ma le gambe cedono. Ricade e non si rialzerà più. La corsa in ospedale sarà inutile Piermario Morosini muore senza aver mai ripreso conoscenza. Questa volta però la partita non prosegue e i compagni di squadra del “Moro”, così come i calciatori del Pescara, sapranno della sua morte direttamente in ospedale. Il presidente della FIGC, Giancarlo Abete, decide di sospendere tutte le gare previste nel weekend e così il calcio italiano si ferma per commemorare e riflettere sulla morte del giovane calciatore. Finalmente le vicende umane diventano più importanti del “business” e il grande circo dice stop e decide di fermarsi. Non lo aveva fatto quindici giorni fa in occasione della morte, altrettanto imprevista e perciò ancor più tragica, del preparatore dei portieri del Pescara e grande ex calciatore Franco Mancini. Il “portiere di zemanlandia” muore il venerdì e il giorno successivo si disputa regolarmente la partita tra il Pescara e il Bari. Un grave errore far giocare quella partita e una mancanza di rispetto per la persona umana che pesa come un macigno sul comportamento della Federazione. Questa volta non é stato così e siamo qui a rendere merito a questa scelta, dagli errori si può e si deve imparare, sempre. Due accadimenti tragici in poco meno di quindici giorni hanno attraversato dunque le nostre esistenze e scosso tutta la nostra comunità, in particolare quella sportiva. Tante le domande che ci poniamo. Certo in relazione alla fatalità di ciò che é accaduto ma anche sul senso più profondo della vita stessa. Come se avessimo scoperto o riscoperto il senso stesso della nostra caducità. «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro». Le parole di Pier Paolo Pasolini spiegano meglio di qualunque altra parola perché gli accadimenti che ruotano attorno al calcio hanno una grande risonanza e un forte impatto emotivo sulle persone. Perché attraverso gli accadimenti del calcio è più facile parlare al cuore delle persone. I calciatori quando disputano una gara mettono “in scena” e ripropongono, in forma non violenta e ludica, l’antica vocazione dell’uomo al combattimento e alla battaglia. In questo senso ci appaiono quasi come immortali e perciò vedere con i propri occhi e dal vivo la “mortalità” degli dei colpisce nel profondo e rattrista oltre ogni misura. In questo senso possiamo soltanto immaginare il sommovimento interiore dei giovani calciatori che sabato hanno vissuto, dal campo, la tragica fine del povero Morosini. Sia per i compagni di squadra del Livorno sia per i calciatori del Pescara. Questi ultimi in particolare colpiti nel profondo anche dalla morte del loro giovane allenatore. Ragazzi giovani, poco più che ventenni, che si sono ritrovati, dalle gioie dei gol e delle vittorie a ripetizione, a dover vivere due lutti consecutivi. Non sarà stato facile e, suppongo, non sarà facile neanche nell’immediato futuro. Ringraziamoli per ciò che hanno fatto fino a oggi, per le gioie che ci hanno regalato e non chiediamogli nulla. Stringiamoci tutti insieme per superare questo terribile momento. Viene prima la persona umana e dopo, solo dopo, tutto il resto. Ha scritto Pablo Neruda: «Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno». È questo il tempo di provarci insieme, tutti insieme, anche per onorare la memoria di Franco e Piermario.
11 aprile 2012
Cercate la bellezza. C’è, basta aprire bene gli occhi e vedere per guardare.

Più che un post è un vero e proprio appello a tutti i media nazionali. Carta stampata, radio, televisione e web.
Siamo, (una parte del popolo italiano, quella che una volta si chiamava anche la maggioranza silenziosa), stati buoni per quasi vent’anni e abbiamo con “orgoglio” rispettato la volontà popolare e la democrazia tollerando una banda di razzisti, ignoranti e cialtroni. Le inchieste in corso ci diranno se sono stati anche disonesti. Adesso però, basta. Risparmiateci la visione di anziani che piangono in diretta e ripudiano i propri figli, sono spettacoli di terz’ordine e non li meritiamo. Non più. Non amplificate e veicolate messaggi che contengono di nuovo e ancora odio verso gli “altri”, (il tastierista che auspica un sindacato padano finalmente retto da un padano). È, finalmente, cronaca locale e come tale sia trattata.
Riportate la politica al centro della cronaca politica e non il pettegolezzo o le “veline” di partito. Cercate la bellezza e proponetela come cuore della vostra informazione e se non la trovate cercatela. C’è, basta aprire bene gli occhi e vedere per guardare. E, infine, pensate, (pensiamo), con la vostra testa, senza servire nessun padrone.
media
quotidiani
radio
televisione
web.
| inviato da oscarb il 11/4/2012 alle 10:40 | |
19 marzo 2012
Le favole di Tonino Guerra, il poeta che sogna di salvare l'Aquila

Le 101 favole contenute nel nuovo lavoro di Tonino Guerra, Polvere di sole (Bompiani, 176 pp, 16,50 €) inseguono, cercano e infine trovano un grado zero dello sguardo. Letture brevi per meglio custodire un “io” spesso sovrastato dalla grevità della nostra contemporaneità. Cose semplici. A volte solo colori, sensazioni. E poi cultura popolare e appunti che provengono da un tempo meno veloce ma non per questo fermo. Un viaggio dentro le parole per riflettere sul proprio respiro e ascoltarlo. Favole che in alcuni casi diventano poesia e, a volte, progetto per un film, magari per un nuovo romanzo. Parole e sensazioni che rimandano a un modo di guardare comune a un altro grande visionario della cultura europea, Wim Wenders, sbucato a sorpresa con la moglie Donata nella nebbia di Pennabilli in occasione di un recente compleanno di Tonino Guerra, suo dichiarato maestro. «Noi, nella testa, abbiamo un nido che conserva un determinato numero di storie, non una di più o di meno; queste storie provengono dall’infanzia e dai sogni che produce, non c’è strada che ci porti a quel nido, non si può creare si può creare niente che non vi sia già stato immenso in precedenza». Parole che esprimono il senso più autentico del progettare e del guardare più che del vedere. Favole, infine, nelle quali possiamo leggere tanto di noi e della nostra storia, quasi un atto di generosità del poeta. C’è Federico Fellini che riesce a rendere colorata una fuga dalla realtà, altrimenti grigia, della periferia più periferia di Mosca. C’è la Valmarecchia, la terra dove il poeta ha scelto di vivere vent’anni fa dopo i successi romani. Alcune di queste favole, I rumori per esempio, trasportano direttamente in un’altra dimensione e predispongono all’ascolto così come Messaggi di luce di una giovane suora a un giovane prete predispongono all’amicizia e all’amore. S’incontrano merli che ripropongono il tintinnio delle campane per far rivivere il “Monastero verde” o scheletri di dinosauri che «mangiavano gli arbusti sulle sponde del fiume Amu Darya». Favole che anelano all’attesa di un tempo nuovo che è tempo già trascorso e tempo che trascorrerà. «Abbiamo bisogno che non siano soltanto le parole a toglierci dalla monotonia di questa vita ma anche un paesaggio può ributtarti addosso una vita primitiva abbandonata da milioni di anni e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo». È terra e natura, è soprattutto poetica consapevolezza. Un guardare il mondo per quello che è e non per come viene descritto o raccontato. Soprattutto è lasciarsi attraversare. «Occhi pieni di spazi e di notizie con la capacità di comunicare discorsi prima che arrivino le parole».
Polvere di sole è una favola lunga 101 favole quasi come gli anni che ha compiuto lo scorso venerdì Tonino Guerra, novantadue. Auguri belli poeta. Ma oltre alle 101 favole di Polvere di sole, c’è una favola vera e non conosciuta che ha come protagonista Tonino Guerra e l’Abruzzo. Mi svela questa bella storia Salvatore Giannella, il curatore di Polvere di sole, giornalista (ha diretto L’Europeo e Airone dei tempi eroici) e scrittore (Enzo Biagi, Consigli per un paese normale, Rizzoli), oltre che amico di lunga data di Tonino Guerra. Nei viaggi del poeta in sua compagnia c’è stato più volte anche l’Abruzzo. Tonino, prima che una malattia interrompesse i suoi lunghi viaggi, aveva un grande amore per il Sud. È avido di storie di successo provenienti dalle Marche in giù e spesso concludeva i suoi interventi pubblici con l’appello: «Illuminiamo il Sud». E non una, ma più volte l’ho accompagnato nelle terre tra Tortoreto e Termoli. Ricordo la spedizione ad Atri per vedere “da vicino” i benefici che una scoperta archeologica aveva innescato in quel borgo: nonostante l’età avanzata, Tonino in quell’occasione, camminò a lungo e visitò quel luogo con studiosa curiosità. Quando vi siete occupati l’ultima volta dell’Abruzzo? L’ultima volta che abbiamo parlato dell’Abruzzo è stato per ricordare il terremoto che ha sconvolto l’Aquila. Eravamo riuniti nella giuria del Premio Rotondi ai salvatori dell’arte (un riconoscimento che prende nome dal soprintendente di Urbino, che nella Seconda guerra mondiale fu incaricato di dare ricovero e salvezza alle principali opere d’arte italiane, e che si assegna da 15 anni nel Montefeltro marchigiano) e ci chiedevamo che cosa poter fare per dare un segnale di solidarietà a quella popolazione. Fui incaricato di un sopralluogo. Con mia moglie Manuela arrivammo in un deposito nella piana del Fucino dove ci fecero vedere le “Madonne” terremotate, decine di opere sacre di grande valore rese irriconoscibili dalla violenza del sisma. Al ritorno, il giurato Tonino Guerra non ebbe esitazioni: «Dobbiamo restaurare quelle Madonne ferite dal terremoto». Ha avuto un riscontro positivo quella decisione? Ha avuto riscontri molto positivi. Con il circolo Legambiente Protezione civile beni culturali e la Direzione regionale del ministero per i Beni e le attività culturali organizzammo una mostra nella Rocca di Sassocorvaro dedicata alle “Madonne” terremotate e altre opere sacre, con l’indicazione della somma necessaria per il completo recupero di ognuna di esse. Delle 18 opere esposte, ben 10 sono state adottate da singoli cittadini, famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche per un totale di circa 63.000 euro e altre due sono in corso di adozione. Tutti i soldi sono stati impegnati, con il coordinamento dell’esperta Giovanna Di Matteo, delegata dall’Arcivescovo dell’Aquila, nel restauro in corso delle opere d’arte. Chi ha risposto positivamente all'appello? Un’umanità varia. C’è lo stilista Ottavio Missoni, il primo a farsi avanti, che ha adottato la Trasfigurazione di Cristo, proveniente dalla chiesa di Santa Giusta. Michelangelo Rossi, che sotto le macerie dell’Aquila ha perso la figlia, l’ingegnere aerospaziale Michela. L’amministrazione comunale e la popolazione di Sassocorvaro con in testa il sindaco, Antonio Alessandrini. Un noto imprenditore alberghiero di Pesaro e Urbino, il conte Alessandro Pinoli Marcucci. Il Distretto Lions 108/A, che ha adottato la Maddalena penitente dalla chiesa di San Flaviano. Una famiglia di restauratori di Aramengo, in provinica di Asti, la famiglia Nicola, che ha permesso il recupero totale del Ritrovamento della vera croce di Giulio Cesare Bedeschini dalla chiesa di San Francesco di Paola, è stata anche promotrice di una raccolta fondi in Piemonte che ha mosso altri cuori generosi, persino dal lontano Lussemburgo. Tonino Guerra può essere dunque soddisfatto per il risultato ottenuto. Contento lo è, ma vuole fare di più. Tutti sappiamo quanto sia importante la bellezza per l’Italia, virtualmente, la prima potenza culturale del pianeta Terra, per questo ripete il suo messaggio come n mantra: «Chi salva anche una sola opera d’arte, salva la bellezza».

27 febbraio 2012
Perché non avrei convocato Buffon in nazionale

Un mio amico, uno studioso e fine intellettuale, una persona che stimo e di cui leggo quasi tutto quello che scrive, dedica un post al caso Buffon, Selvaggio e sentimentale. Il suo breve ragionamento assolve Buffon e quello che per molti è stato un gesto antisportivo, e termina in questo modo, «in Italia si perdona tutto tranne il talento». In questa occasione non condivido nulla di ciò che il mio amico Antonio scrive. E quando ho finito di leggere il suo articolo ho capito, ancora meglio, perché proprio quando si “gioca” emergono le vere differenze tra le persone. Emergono le tante letture del mondo che “costruiscono” il mondo che abitiamo. Il caso di cui si parla è il “gol non gol” di Muntari, calciatore del Milan che nella partita di sabato scorso ha segnato un gol regolare che l’arbitro non ha convalidato. Succede tante volte e in tante partite, perché questa volta tanto rumore? Fondamentalmente per due motivi, il primo è che questa volta il torto non lo ha subito una comprimaria ma uno dei “padroni delle ferriere”, il Milan di Silvio Berlusconi. Il secondo motivo è che il portiere della Juventus e della nazionale italiana di calcio, nonché il più forte portiere del mondo, ha rilasciato la seguente dichiarazione nel dopopartita: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro». Buffon si riferisce al fatto che la palla aveva abbondantemente oltrepassato la linea di porta e che quindi il gol era regolare. Il Milan in quel momento vinceva la partita per 1-0 e sarebbe andato sul 2-0, mentre nel finale di partita la Juventus riesce a pareggiare con un gol di Matri. Al triplice fischio finale succede di tutto, in campo e fuori del campo. Uno spettacolo patetico. Iniziano i protagonisti, i calciatori, che in campo offrono un pessimo esempio a chi, come me ad esempio, guarda le partite di calcio per assistere a uno spettacolo sportivo e non alla guerra tra Oriazi e Curiazi. Prosegue il giornalista del “padrone delle ferriere” che offende in diretta televisiva l’allenatore della squadra avversaria definendolo matto e più volte “testa di cazzo”. Chiudono il sipario in maniera ancor più squallida l’ad del Milan, è stato anche presidente di Lega, Adriano Galliani e l’allenatore della Juventus, Antonio Conte. Il primo sembra si sia rivolto al secondo addebitandogli il clima pesante che si era creato alla vigilia della partita, il secondo, come riportato da tutti i quotidiani sportivi, rispondendo testualmente «Siete la Mafia del calcio». Nelle interviste del dopo partita arrivano, puntuali, le dichiarazioni di Buffon: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro». Il mio amico Antonio si è concentrato sulla cifra tecnica della partita, con un’analisi della partita che, questa si, condivido, e sul gesto tecnico di Buffon. Io invece metto in secondo piano la partita e mi concentro sui comportamenti. Se non si stigmatizza il comportamento di Buffon si rischia che le sue parole possano diventare un modello per tanti ragazzi che praticano sport. No, Buffon non può essere un modello da proporre ma da respingere con tutte le nostre forze. Ciò che ha detto il portiere della Juventus non c’entra nulla con lo sport e la sportività. Le parole di Buffon non hanno bisogno di nessun commento, sono antisportive e ledono l’immagine stessa dello sport. La Lega dovrebbe sanzionare il giocatore, la società di appartenenza del calciatore dovrebbe pendere analoghi provvedimenti disciplinari e, soprattutto, Cesare Prandelli, l’allenatore della nazionale italiana di calcio, non avrebbe dovuto convocare Gianluigi Buffon per l’amichevole di mercoledì. Non c’entra nulla il talento di Buffon o la tensione agonistica. C’entra l’educazione e il rispetto delle regole. Se il capitano della Juventus e della Nazionale italiana di calcio pensa davvero ciò che ha detto, non può più rappresentare il nostro Paese. È un comportamento antisportivo e per questo inaccettabile per le tante persone che praticano sport o che semplicemente assistono ad avvenimenti sportivi. Per fortuna non siamo tutti uguali, ma ci sono esempi, anche nel mondo dello sport, che seguono direzioni opposte. Zdenek Zeman, il grande accusatore dei mali del calcio italiano, quando gli chiedono conto delle sue poche vittorie sportive risponde in questo modo: «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole». In un mondo marcio e malato come quello del calcio italiano per fortuna non tutti i protagonisti sono uguali. Ci sono persone come Buffon e persone come Zeman. Un modo di essere e di stare al mondo che non riguarda solo il mondo del calcio ma tutta la società italiana, sempre sospesa tra chi rispetta le regole, e spesso proprio per questo è perdente, e i cialtroni. Ne “Il giorno della civetta”, una lettura che consiglio a Gianluigi Buffon, Leonardo Sciascia ha scritto: «Io, proseguì don Mariano, ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà [...] Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini [...] E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi [...] E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito [...] E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... [...]». Abbiamo bisogno, il calcio come la società italiana in generale, di meno pozzanghere e più di mare aperto. Più uomini e meno quaquaraqua.
15 febbraio 2012
Italy is unfit to lead Italy

Mario Monti ha detto no alla candidatura olimpica della città di Roma per il 2020 che vale più di un sì. Non credo infatti che l’organizzazione di un evento, pur importante, come un Olimpiade possa risollevare le sorti economiche di un Paese così come, oggettivamente, non può nemmeno essere il colpo di grazia a un’economia in crisi. Se poi il progetto della candidatura olimpica di Roma era «perfetto», come avrebbe detto il prof. Mario Monti, poteva anche rappresentare un’opportunità da un punto di vista economico. Il no del governo non è quindi un no che ha motivazioni economiche o finanziarie. Il no del governo è un no che dice una cosa semplice e chiara: un Paese in cui la corruzione e l’intreccio tra politica e lobby d’affari è ai massimi livelli non è in grado di organizzare un evento così importante perché è unfit, inadatto. L’Italia è inadatta a guidare l’Italia. Gli ultimi eventi, e non solo sportivi, lo hanno dimostrato chiaramente. I mondiali di nuoto di Roma sono solo l’ultima palese testimonianza dell’incapacità della politica italiana di gestire alcunché. Il no di Monti è quindi un no che ha un grande e importante valore politico. Un no che svela una consapevolezza dei propri limiti è la prima pietra sulla quale ricostruire il Paese. Per la prima volta, dopo tanti anni, la politica italiana, interpretata da un governo, che in tanti definiscono tecnico, è capace di fare autocritica e di pronunciare un no che vale più di un sì. Erri de Luca sul suo profilo di facebook così commenta la vicenda «Il cocchiere ha staccato i cavalli al carrozzone olimpico: lutto nella banda romana degli appalti». Non credo ci sia molto altro aggiungere. Piuttosto “la politica” italiana, i partiti che hanno loro rappresentanti in Parlamento e quelli che non li hanno, ha perso una grande occasione per un piccolo e parziale riscatto. Ammettere e accettare l’inadeguatezza del sistema sarebbe stata un’assunzione di responsabilità che in molti avrebbe gradito e avrebbe fatto sperare in un futuro, della politica stessa, meno buio. Il no che vale un sì e che può indicare una nuova direzione di marcia è invece arrivato da Mario Monti. In molti sostengono che “la politica” dovrebbe riprendere in mano le sue sorti e indicare un progetto nuovo alla società italiana. Lo sostengono a destra così come a sinistra. Ma oggi il meglio che passa il convento è il prof. Mario Monti. La politica ne prenda atto.
Mario Monti
Gianni Alemanno
Roma
Olimpiadi
| inviato da oscarb il 15/2/2012 alle 11:27 | |
15 febbraio 2012
Pertini, la Resistenza e l'Abruzzo
 Il 15 dicembre 1958 Sandro Pertini scrive al suo giovane cognato, Umberto Voltolina, una lettera per acquietare i dubbi e rispondere alle domande senza risposta che angustiano il diciassettenne fratello di sua moglie. Un carteggio privato, pubblicato per la prima volta, che apre il libro curato da Sandro Pierri, vicepresidente della Fondazione “Sandro Pertini”, “Gli uomini per essere liberi” (add editore, 224 pg., 14,00 €). Una selezione di scritti, pubblici e privati, del “Presidente più amato dagli italiani” che svelano meglio e più in profondità di una biografia la statura umana e politica di Sandro Pertini. Trentacinque capitoli, un terzo fa riferimento a periodi antecedenti il 1978, anno della sua elezione a Presidente della Repubblica, che attraversano i temi che gli sono stati più cari e per i quali si è battuto fino all’ultimo dei suoi giorni. Innanzitutto l’attenzione e la tensione positiva nei confronti della scuola e l’educazione per i giovani, la lotta per la liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazi-fascismo, il rapporto con i lavoratori, gli anni dolorosi del terrorismo, i lunghissimi anni della prigionia, e la determinazione e ferma convinzione di far emergere, sempre, il meglio del popolo italiano con orgoglio. «Noi abbiamo i nostri difetti, ma gli altri non hanno le nostre virtù. Il nostro è un popolo generoso, forte, che ha saputo risollevarsi da situazioni molto gravi», parole pronunciate il 27 settembre del 1978 davanti a una platea di lavoratori anziani, che bene esprimono questo suo profondo convincimento. Ancor più esplicito a tale proposito fu nella seduta del Parlamento del 30 giugno 1950 in risposta alle dichiarazioni del maresciallo Alexander, comandante delle forze inglesi in Italia. «Il Popolo italiano non merita le affermazioni oltraggiose, oggi del generale Alexander, ieri del signor Churchill, perché onorevoli colleghi, il secondo Risorgimento non ha inizio dall’8 settembre 1943. Se una data d’inizio deve essere fermata in questa storia del secondo Risorgimento essa è quella del 1922 […] Il generale Alexander, cinico come può essere solo un inglese, afferma che il bombardamento di Cassino non era necessario alla strategia militare […] Noi diciamo quindi che se l’Italia si è liberata dai tedeschi lo deve anche agli alleati, ma lo deve anche e soprattutto a se stessa, al Popolo italiano». Parole di fuoco che esprimono bene un sentimento autenticamente italiano scevro da provincialismo o peggio ancora da nazionalismo. Autonomia di giudizio, libertà e giustizia sociale i cardini del suo pensiero politico. Nella lettera che apre il libro, a questo proposito, c’è uno dei passaggi più significativi del suo pensiero. «Sii sempre, in ogni circostanza e di fronte a tutti un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo. Ma tu cesserai di essere un vero uomo libero […] se non comprenderai che gli uomini per essere liberi, è necessario primo di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno...». Libertà e giustizia sociale i due pilastri sui quali costruire l’intera impalcatura del nostro vivere insieme, l’essenza di quell’idea socialista cui ha dedicato tutta la sua vita. Anche per queste ragioni Pietro Pierri, il curatore dell’opera, è convinto che il pensiero di Sandro Pertini sia oggi molto attuale. Sandro Pertini offre il suo pensiero e la sua esperienza per dare una risposta a molti dilemmi dell’attualità. Le sue parole, raccolte nel libro “Gli uomini per essere liberi”, sembrano essere dirette agli italiani di oggi che sono incoraggiati a riconquistare il loro ruolo nella “res pubblica”, a riscoprire la passione per l’impegno civile. Pertini sprona gli italiani a rivendicare la grandezza e le virtù del popolo italiano che deve e può riscattarsi dalla falsa convinzione di essere un popolo dalla pessima morale civica. Un nuovo Risorgimento per la nostra giovane storia. Il Risorgimento dell’Italia è possibile oggi, come lo fu in passato. Il Paese ha un corpo sano che deve conquistare il suo posto sulla scena politica e sociale, rivendicando con passione civile la giustizia, non tanto e non solo quella fondamentale resa dai tribunali, ma la giustizia sociale, attraverso la realizzazione di un sistema di “governance”, di relazioni sociali improntate ai principi di responsabilità e di solidarietà. Quali sono stati i rapporti del Presidente Pertini con l’Abruzzo? «Sandro Pertini volle rendere omaggio all’Abruzzo e al fondamentale contributo della sua gente alla causa della libertà con la personale partecipazione alle celebrazioni del trentennale della battaglia di Bosco Martese, nel teramano, che segnò sostanzialmente l’inizio della guerra partigiana. Pertini conferì ai familiari di Ercole Vincenzo Orsini, ucciso a Montorio, la Medaglia d’oro alla Memoria per la Resistenza». Un riconoscimento importante per rendere omaggio al contributo del popolo abruzzese per la Resistenza. L’Abruzzo è stato il primo protagonista della Resistenza e molti dei figli di questa terra l’hanno onorata con episodi di vero eroismo. Nell’Abruzzo agiva Giuseppe Gracceva, responsabile militare delle Brigate Matteotti, che aveva come superiore proprio Sandro Pertini. Non deve essere dimenticato che nell’Abruzzo aveva avuto inizio la Resistenza intesa come guerra militare partigiana. L’Italia deve dunque molto al sacrificio degli abruzzesi che combatterono contro le forze nazi-fasciste al costo di centinaia di morti tra la popolazione e i militari».
14 febbraio 2012
La neve al tempo di facebook

C’è stata una fila lunghissima alla SIAE per registrare il titolo “La nevicata del ’12”. Il secondo ha registrato “La nevicata del 2012”. Il terzo, pensando di spiazzare tutti, ha tutelato “Una nevicata da fine del mondo”. Dal quarto in poi erano tutti in paranoia e hanno atteso il loro turno solo perché avevano aspettato sotto una fitta nevicata e aiutato a spalare gli accumuli di neve davanti al portone. Tutti erano costantemente collegati a internet. Connessi contemporaneamente al proprio profilo di facebook e di twitter per trarre ispirazione e novità da foto, filmati o aggiornamenti di stato. A un certo punto della giornata, l’ufficio era ancora chiuso, la neve cadeva copiosa e lenta, il cielo era diventato tutto bianco, le parabole erano inservibili e sky non dava più segnali di vita, cessa anche la connessione ad internet. Scene di panico hanno attraversato la lunga fila che ormai si snodava fino all’ingresso del Liceo Classico. «Hai rete?», «Ti funziona internet?», «Facebook è morto pure a te?». Queste le domande più gettonate che ognuno ha fatto al proprio vicino. Quando i quesiti sono arrivati all’ultimo della fila, che nel frattempo era diventato penultimo, le domande erano diventate affermazioni categoriche ed erano così modificate: 1. La rete non tornerà prima di domani; 2. Hanno oscurato internet per non far diffondere le foto dei disagi; 3. Per riattivare facebook bisogna iscriversi di nuovo e lasciare anche il numero della carta di credito. La piccola comunità di aspiranti autori che si era spontaneamente formata davanti all’ufficio della SIAE, era presa da un momento oggettivo di sconforto. L’impossibilità di connettersi a internet, per “colpa” della neve, stavano sgretolando le loro ultime certezze. Talmente profonda la crisi in atto che molti di loro non sapevano più neanche perché erano lì. Avevano dimenticato il motivo per cui facevano un’interminabile fila allo sportello della SIAE, al freddo e sotto una copiosa nevicata come non si vedeva dal ’56, il 1956. «Nel 1956 non esisteva la protezione civile e i comuni italiani non erano sull’orlo di una crisi finanziaria come oggi. La “nevicata del secolo”, come fu definita dalla stampa, interessò tutta la penisola e le temperature furono rigidissime. Meno ventidue a Torino, meno sedici a Milano, meno undici a Firenze, meno sei addirittura a Roma. Renato Rascel prima e Franco Califano successivamente, dedicarono una canzone alla storica nevicata. Mia Martini vinse il premio della critica a San Remo interpretando proprio “ La nevicata del ’56”». Chi parla è un ragazzo sulla trentina che sfoggia tutta la sua cultura wiki con una ragazza di qualche anno più giovane di lui che lo precede nella fila. Lei è stupita e ammaliata dalla cultura sfoggiata dal suo vicino e mentre lo ascolta, cerca, invano, di collegarsi a wikipedia per verificare la veridicità delle sue affermazioni. Ma niente, non c’è nessun collegamento. Internet non funziona. Nel frattempo il serpentone è diventato molto più lungo, adesso arriva all’incrocio con via Nicola Fabrizi, e sta già superando il Bar Brasile puntando decisamente verso il mare. L’arrivo di nuovi aspiranti autori oltre ad allungare la fila cambia anche il contenuto della conversazione che si snoda lungo tutto il percorso. Le notizie del momento sono le seguenti: «I colli sono isolati dal resto della città, pagano lo scotto perché hanno sempre votato a sinistra». «Alla pineta sono caduti tutti i pini. La colpa è della mancata manutenzione». «A Fontanelle non c’è acqua e la gente non può uscire di casa». Quando la notizia arriva ai primi, quelli a ridosso del portone della SIAE, è accompagnata da boati di giubilo, c’è di nuovo la rete. I più smanettoni sono già sui profili facebook dei loro amici, in particolare di quelli che abitano ai colli, per cercare conferma alle notizie che giungono da via Nicola Fabrizi. Una quindicenne, sarà la decima o undicesima della fila, urla: «Ecco ho le foto della Pineta». Per un attimo è anarchia. Tutti vogliono sapere il nome della ragazza per chiederle l’amicizia e farsi taggare sulle foto. In poco meno di cinque minuti, Samantha, questo il nome della ragazza, Samantha con l’acca, riceve circa duecento richieste di amicizia. In molti non ci riescono perché quando il suo nome giunge all’altezza del Bar Brasile è diventato Giovannha con l’acca. I fortunati che hanno ricevuto l’amicizia e sono stati taggati sulle foto hanno assunto l’aspetto del capitano Achab, anche qui c’è l’acca, quando vede lo sbuffo di Moby Dick all’orizzonte che precede di poco il Pequod. Parte la festa del “mi piace”, cliccato su ognuna delle oltre cinquanta foto che Samantha, in poco meno di dieci minuti, è riuscita a taggare. Nelle foto un gruppo di pini, saranno sei, forse sette, caduti e ritratti da posizioni diverse in modo tale da dare l’illusione di essere molti di più. Quando la fila lambisce ormai il marciapiede del lungomare la strage dei pini è ormai compiuta. Non c’è più un albero in piedi alla pineta. Sulle foto che ha taggato Samantha è evidente che è avvenuta una strage. Nel frattempo è arrivato l’omino che finalmente apre gli uffici della SIAE. La fila ha uno scossone, come un nuovo sussulto, un gemito di piacere. I primi della fila sono i più eccitati. Il primo in particolare, che poi è una prima, ha gli occhi che brillano di felicità. «Calma, non vi accalcate. Sistemeremo tutti, non vi preoccupate», sono le prime parole che proferisce l’omino SIAE. La fila intanto non diminuisce, adesso è giunta sulla spiaggia che non si distingue più dal resto del contesto urbano. L’ultimo arrivato, che poi non è l’ultimo arrivato ma semplicemente un anziano signore che si sta godendo il mare d’inverno con la neve, per un attimo è distolto dal suo guardare e chiede al ragazzo che è davvero l’ultimo della fila: «Scusi giovanotto, è successo qualcosa di grave?». Il ragazzo gli fa cenno con la mano di aspettare. È riuscito finalmente ad ottenere l’amicizia da Samantha e sta cliccando su “mi piace”. Dopo aver omaggiato anche l’ultima foto, scrive il commento all’intero album: «N’gulo, una strage». Poi finalmente alza lo sguardo ma non c’è più nessuno che gli pone domande. Contemporaneamente, più avanti, in lontananza, quasi all’altezza della madonnina, l’anziano signore sta smanettando sul suo iPhone. Ha cliccato su <Stato>e gli si è aperta una finestra <A cosa stai pensando? >. «Sono la neve. Perché non alzate, almeno per un attimo, lo sguardo dai vostri arnesi e guardate in alto, nel cielo? Sentireste anche il mio sapore. Non mi meritate». <Pubblica>.
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| inviato da oscarb il 14/2/2012 alle 20:10 | |
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