.
Annunci online

 
Diario
 


*****

*****


21 gennaio 2009

ZOSIA, di Enzo Verrengia [2]



Riassunto. Alcuni amici si ritrovano per il fine settimana in una villa al mare. Sono Andrea e Bruna, i padroni di casa, Lorenzo e Roberta, Federico e Zosia, e Sergio, il narratore. Dietro la cordialità del  pranzo devono nascondersi dei retroscena preoccupanti, perché il mattino dopo sulla spiaggia viene ritrovato il cadavere di Zosia.

La matematica vale anche per gli esseri umani.
Ciascuno di noi è la somma di variabili non infinite. E si può sempre elaborare un teorema per spiegare come siamo fatti.
Specialmente se si comincia con un aperitivo e si finisce con un cadavere.
Io, che a scuola non capivo i numeri, avevo imparato a usarli per la mia professione. Ora mi sentivo abbastanza ferrato.
Il giorno prima che Zosia venisse straziata dai gabbiani sulla spiaggia, lei era meno scomposta. Ma non per questo più viva. Anzi, ritta controluce sulla soglia della balconata, aveva una fissità che anticipava il rigor mortis sfoggiato poi, distesa all’obitorio.
Era l’unica di spalle al panorama. Espresso in numeri: una su cinque.
Gli altri si assiepavano sulla balconata intorno agli aperitivi con versi e risate da cani che si disputavano avanzi.
Io, all’interno, cercavo di posare le chiavi, l’orologio e il portafoglio. Tre elementi, nuovi numeri. Teorema su di me: lo faccio sempre in una casa non estranea.
Quella di Andrea e Bruna aveva la peculiarità di tutte le ville al mare. La sala sviava verso la balconata, per evitare assembramenti su una superficie piuttosto ridotta. L’arredo rustico era incongruo. Il caminetto non serviva a granché d’inverno, se non a portare dentro l’aria umida del maestrale.
Lasciati i miei averi portatili su una cassapanca, sollevai il sacchetto di plastica sul quale campeggiava una bandiera nazionale.
- Bruna - chiamai.
Lei, anziché rispondermi, alzò nella mia direzione un bicchiere in cui spumeggiava qualcosa di giallo.
Per andare da lei, mi toccò sfiorare Zosia, sulla soglia: - Scusa.
- Sergio - il coro smozzicato di voci.
- Lui è un cammello - mi canzonò Federico, avvinghiando Zosia e trascinandola sulla balconata. - Regge senza bere per chilometri e chilometri.
Numeri anche questi.
- Un pensiero. - Porsi a Bruna la busta con la bandiera nazionale.
- Dall’altro capo del mondo - interloquì Lorenzo.
- No. Da molto più vicino - lo corressi, indicando la bandiera.
Lorenzo la identificò: - È di là che venivi, quando mi hai risposto al cellulare dall’aeroporto?
- Una tappa - precisai.
Bruna accettò il regalo con un sorriso incrinato e tirò fuori dalla busta l’involto che conteneva. C’era da disfarlo, senza spargere i trucioli di polistirolo dell’imbottitura. Lei ci riuscì, con il sorriso che si incrinava sempre di più, per lasciarle sul viso frammenti di apprensione.  Dall’unità ai numeri decimali. Altra matematica.
Il quadro di legno che venne allo scoperto era una replica costosa dell’originale, con la firma di un celebre realizzatore di icone.
- La Madonna Nera - svelò Andrea, prendendo la moglie per un braccio.
- Tutte le Madonne dovrebbero essere nere, come quella autentica - precisai. - “Nigra sum, sed formosa”. In Palestina, il colore della pelle non era quello anemico delle donne medioevali cui si ispiravano i pittori nostrani.
- Il pozzo di scienza sta per traboccare - mi omaggiò Federico, stringendosi Zosia che contrasse le labbra in una smorfia di fastidio.
Lorenzo e Roberta rimirarono la Madonna Nera tra le mani di Bruna e annuirono con approvazione.
- Questo è un regalo - convenne Andrea, liberando il braccio della moglie.
- Un pensiero - ripetei.
- Lo so già che abbiamo creato un allineamento magico, con questa giornata - decretò Federico, mollando Zosia.  - È stata un’idea da premiare.
In realtà, nessuno ricordava più chi l’aveva avuta. Con gli anni, le chiacchiere ai cellulari sostituivano quasi del tutto le nostre frequentazioni. Ogni tanto, però, bisognava stare insieme. Fisicamente. Almeno per tornare a fiutarci gli uni con gli altri, per non scordare i nostri odori.
Zosia ne aveva uno molto più recente. Sentito per la prima volta cinque anni prima, al ritorno di Federico dalla Polonia. Ci era andato per un viaggio di nozze al contrario, che lui chiamava “luna di bile”, con cui festeggiare il suo divorzio da Carla.
Federico aveva giocato troppo a calcio e tendeva a risolvere tutto con i piedi. Così aveva sbattuto fuori di casa una moglie che lui considerava ormai complicata solo perché non era più la bellona di paese corteggiata e sposata venticinque anni prima. Paradosso di un’epoca che trasformava molti in imbecilli e aiutava una donna vistosa ad accorgersi di se stessa, oltre il suo corpo. Federico non poteva sopportare l’ex bambola di carne divenuta problematica e in cerca di spazi più vasti del letto da scaldare al marito. Gli era bastato cambiare modello e cilindrata. Aveva optato per la produzione dell’est. E anche il rapporto fra Carla e Zosia comportava dei numeri. La polacca ne aveva parecchi in più.
Bruna sparecchiò il tavolo dagli aperitivi e Andrea preparò per il pranzo. Che non nasceva sul posto. Lorenzo e Roberta avevano portato la teglia del timballo e Zosia il resto. Specialità polacche, dall’originario e radicato “bigos”, stufato di carne, cavoli e crauti, aromatizzato con prugne secche e spezie, ai “golabki”, involtini di cavolo (ancora) ripieni riso, e per completare i “pyzy”, gnocchi extralarge di patate. Non esattamente il migliore menù per un pranzo di agosto, anche se in coda al mese. Volevano compensare in anticipo per la tavolata natalizia cui sapevamo di non poterci ritrovare. E comunque, era escluso un giudizio di Alain Ducasse o di altri chef della sua caratura.
-Le altre ville sono vuote - constatai, intaccando la mia porzione di timballo con una voracità rimasta anche quella all’adolescenza.
-Dopo il ferragosto, se ne vanno tutti. Ma ormai sono sempre di meno - mi aggiornò Bruna, definitivamente incrinata. - Molti vorrebbero vendere.
- Il mondo è diventato più grande - si rallegrò Federico.  - O più piccolo, dipende. -Assestò un’occhiata in tralice a Zosia.
- Noi non vendiamo - ci rassicurò Andrea.
- D’altronde, c’è meno ressa, più intimità - opinò Lorenzo.
- Ma sì. In pochi, si ha il campo libero. - Ancora un residuo calcistico nel parlare di Federico.
- Il campo libero per cosa? - domandai.
- Per tutto - mi liquidò Federico.
Anche per uccidere Zosia.
Quel tratto della conversazione a tavola, avvenuta neanche ventiquattro ore prima, mi scorreva a ripetizione nella testa mentre osservavo il cadavere finalmente sgombrato degli uccelli.
(2. Continua.)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. enzo verrengia zosia

permalink | inviato da oscarb il 21/1/2009 alle 10:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

sfoglia     dicembre        febbraio
 

 rubriche

Diario
Le mie recensioni
Niente di personale
Dall'Italia
Politica
Dal Mondo
Cultura
Racconti
City Room
Bi-fronti
Le grandi mostre
Paz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

fabrizio de andré
italo calvino
pier paolo pasolini
wim wenders
pier vittorio tondelli
andrea pazienza
paul auster
nick hornby

aNobii_oscar
books brothers
la repubblica_bari
stilos
theorein

giovanni di iacovo
antonio gurrado
cristina mosca
adele parrillo
cristiana rumori
quasirete

peppino impastato
legambiente
wwf
emergency

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom