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Diario
 


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7 luglio 2009

L'alba del quattordici luglio


13 luglio 2008, ore 5.30
Il quattordici luglio è ormai giunto e Robert Mc Johnson è sempre più solo.
Schegge di pensieri gli invadono la testa e si sovrappongono in un intricatissimo puzzle che non riesce a ricomporre. Trascorre tutti i giorni in un déjà vu che lo consuma lentamente. E mentre pensa alla sua vita vera, quella fuori da qui per intenderci, quasi sempre perde i sensi e si ritrova sprofondato sulla branda con la testa penzoloni, le braccia abbandonate sul pavimento e i piedi puntati contro il muro. Un calore che parte dalla testa e attraversa tutto il corpo è il segnale che il peggio è passato e allora, solo allora, una sensazione di benessere lo acquieta.

Ore 7.30
È stato trasferito nella stanza dell’ultimo giorno. È una stanza più piccola di quelle precedenti, con il water d’acciaio inox in un angolo e, ovviamente, la luce artificiale. Il linoleum verde invade ogni spazio e riflette la luce in modo da far sembrare quel posto un obitorio. Le pareti sono bianche, di un bianco immacolato, e la porta di un bianco leggermente più avoriato.
Non ci sono colori qui che non siano il verde del linoleum e il bianco dei muri. Non si odono rumori se non lo stridente battito dei manganelli sulle porte che serve a non far dormire per più di due ore consecutive tutti i presenti.
L’ultima volta che Robert Mc Johnson aveva visto la luce naturale e i colori si trovava nel cortile del tribunale. Il presidente della corte aveva da poco letto la sentenza e lui era ancora sotto shock. Lo stato confusionale in cui si trovava fu accentuato dai flash dei fotografi presenti in aula e dalle urla liberatorie dei parenti di John, la sua vittima. In quel trambusto fu portato di peso fuori del tribunale dove, ammanettato e circondato da poliziotti armati, percorse il piccolo viale del cortile che lo separava dal furgone per la traduzione. C’era un cielo terso e grandi nuvole bianche, il cui contorno era disegnato e reso visibile dal sole che vi si celava a ridosso. Si scorgevano il profilo della città e le grandi insegne luminose sui tetti che, seppur spente, erano ben visibili. In particolare fu colpito da una grande insegna rossa che collegava virtualmente tre edifici e che simboleggiava un paio d’ali spiegate in volo.
Era un gran bel pezzo di cielo e Robert Mc Johnson non comprese immediatamente che era l’ultimo pezzo di cielo della sua vita.

Ore 10.30
I vestiti gli stanno larghi e le dita delle mani sono diventate lunghe e scheletriche. Non ha mai avuto mani tanto lunghe e magre.
Mangia pochissimo perché mangiare lo distoglie dai suoi pensieri e lo riporta fisicamente e con forza in quel luogo. Si estrania pensando di essere da un’altra parte, in situazioni diverse, in compagnia di altri o anche solo della sua ombra, della sua solitudine e, in qualche caso, della sua rabbia.
Oggi però non riesce a distrarsi. Ci ha provato e non c’è riuscito. È troppo nervoso, ha paura e suda. Suda come non mai prima d’ora. Gli tremano le mani e ha una fottuta tachicardia, tanto accentuata che ha l’impressione di correre all’infinito.
Un subbuglio interno gli sale dallo stomaco fin dentro la gola ed esplode, inatteso. Vomita.
Una gran chiazza verde oro impatta con violenza sul pavimento disegnando una forma irregolare. Contemporaneamente si è cagato addosso con la stessa forza e intensità. Ora si sente più leggero, rifiuto tra i rifiuti.
Tutto si è bloccato quel 4 luglio 1998, quando una voce ferma e autoritaria ha detto: «Condannato a morte». Quella frase secca e sibillina l’ha subita senza poter replicare. Ancora oggi non riesce a togliersi dalla mente la faccia di quel giudice che l’ha pronunciata senza tradire la minima emozione.
Ma ora va meglio. Si è liberato di tutto. Se non fosse per il cattivo odore che risale le pareti e ritorna giù più forte e acre di prima starebbe ancora meglio.
Hanno ripulito, ma l’odore è rimasto sospeso nell’aria. Ha chiesto di cambiare stanza ma gli hanno risposto che il regolamento non lo prevede.
«Cazzo, se non potete cambiare l’aria cambiate il regolamento!» pensa ad alta voce senza arrabbiarsi.

Ore 14.30
Si è appena svegliato dopo aver dormito per quasi due ore. Si era accasciato ai piedi della branda, aveva premuto forte le mani sulle palpebre e senza accorgersene si era addormentato. Non gli succedeva da quando era entrato in quel posto. Se non fosse stato per quell’inutile sbattere di manganelli sulla porta forse avrebbe continuato a dormire. Desiderava tanto dormire.
L’essersi liberato di tutto ciò che aveva dentro gli aveva fatto bene, come se avesse respirato a pieni polmoni aria fresca. In tutti quegli anni non era mai successo. Conviveva con gli incubi che non lo abbandonavano mai e quando, spossato, cercava un po’ di riposo i fantasmi abitavano il suo tempo. Un tempo lento e sempre uguale. Un tempo sbandato e confuso.
Per evitare i fantasmi premeva con forza le dita sulle palpebre fino a quando piccole stelle bianche cominciavano a danzargli davanti agli occhi con ritmi sempre più incalzanti, che lo conducevano dolcemente a uno stordimento totale. Solo allora, dopo lunghi e continui tentativi, riusciva a restare solo. Quando non cela faceva ad allontanarli, e questo capitava spesso, l’accompagnava un senso d’impotenza devastante e stava malissimo.
Venivano a trovarlo in tanti, una sequenza ininterrotta di figure ibride e spettrali. Lo interrogavono, accusavano, senza mai accettare repliche. Mai hanno usato toni gentili o parole di conforto. Quando andavano via lo lasciavano in uno stato d’angoscia e d’abbandono sempre nuovo ma sempre uguale.

Ore 16.30
Quando gli viene in mente John, perché è così che chiama ormai affettuosamente John Delano Smith, prova sensazioni contrastanti. Ci sono momenti in cui pensa a lui con affetto. Pensa alla sua famiglia, ai suoi genitori, a sua figlia. Spesso pensa alla moglie di John e alla nuova vita a cui l’ha costretta. Pensa a quelli che potevano essere i suoi sogni, le sue aspirazioni. Ci sono momenti invece in cui lo detesta. Quando pensa per esempio a quella mattina del 21 marzo del 1997 e a quella stramaledetta National Reserve Bank.
John era in coda allo sportello davanti a lui. Se non avesse voluto fare l’eroe non avrebbe incrociato il proiettile che era partito accidentalmente dalla sua pistola colpendolo alla tempia. Non lo aveva mai visto prima di allora e la prima immagine che aveva di lui era, purtroppo, anche l’ultima. Si ricordava perfettamente gli occhi spalancati e la bocca piena di sangue. Occhi increduli e insieme angosciati che chiedevano una spiegazione, un perché. Una domanda alla quale non aveva avuto il tempo di rispondere. Donne che urlavano, bambini che piangevano, il suono crescente delle sirene delle macchine della polizia che si avvicinavano alla banca; impossibile qualunque tentativo di soccorrere il povero John. Una confusione totale. Tutti correvano mentre lui restava immobile e incredulo, con gli occhi di John Delano Smith che continuavano a interrogarlo e ai quali non aveva saputo dare in quegli ultimi, drammatici, attimi di vita, nessuna risposta. Perché non era rimasto in fila con le mani alzate, come tutti gli altri? Quando gli agenti erano arrivati, lo avevano trovato in piedi, vicino al corpo ormai inerte di John Delano Smith, la pistola ancora fumante e gli occhi persi nel vuoto.

Ore 18.30
Il passo felpato e un mormorio crescente annuncia l’arrivo dell’ultima cena e delle guardie. La prima apre il passavivande mentre la seconda infila il vassoio. Un espresso italiano e una sambuca con la mosca, questo è quello che ha chiesto. Con gesti lenti e apparentemente abitudinari mescola accuratamente lo zucchero con il cucchiaino disegnando cerchi concentrici nella tazzina e sorseggia il caffè. Poco dopo con la stessa attenzione di prima beve la sambuca lasciando il chicco di caffè come ultimo gusto da assaporare. È un bel gusto amaro quello che ha scelto. Gli è sempre piaciuto il caffè italiano. Nel suo quartiere pochi hanno avuto il privilegio di assaggiarlo, mentre nessuno ha mai sentito parlare di sambuca con il chicco di caffè.
Anche a sua moglie piaceva molto il caffè italiano. Si erano conosciuti davanti a un caffè italiano e quando era nata Rosemarie, la loro unica figlia, le aveva portato cioccolata e caffè italiano. Erano felici. Il lavoro non andava benissimo ma si amavano. Questo bastava per andare avanti. Poi era nata Rosemarie, la piccola e meravigliosa Rosemarie. Ogni giorno le portava un piccolo regalo e lei impaziente, sul far della sera, lo aspettava dietro la porta di casa per questo rito giornaliero che concludeva le loro giornate. Rosemarie, seppur piccolissima, aveva imparato a riconoscere il rumore della sua macchina. Non appena lo udiva si copriva gli occhi e lo aspettava emozionata dietro la porta d’ingresso. Era bellissima. Bionda con i riccioli che le scendevano lungo la schiena e quegli occhi verdi e profondi; avevano sempre una luce speciale che li rendeva pieni di luce. Il caffè italiano e la sambuca con la mosca gli ricordano quel tempo, un tempo andato.
Il sapore del chicco di caffè ora sta svanendo così com’è svanito quello dell’espresso e della sambuca. Manca poco tempo ormai. Comincia a sudare di nuovo. Suda e ha una fottuta maledetta paura di morire. Una fottuta maledetta paura di morire.

Ore 20.30
Stanno arrivando. Nemmeno questa notte lo lasceranno in pace. Si sdraia sulla branda e comincia a premere forte le mani sulle palpebre per provare a mandarli via. Non ci riesce. Li sente arrivare, sono sempre più vicini. Preme ancora più forte fin quasi a farsi male. È una lotta impari ma non demorde. È la sua ultima notte e vuole restare solo.
Dopo un lunga lotta molla. Spossato abbandona la presa. In posizione fetale così come ha sempre fatto aspetta il loro arrivo. Si tiene la testa tra le mani e si accorge che con le ginocchia riesce a toccarsi il mento, è diventato talmente magro e perciò agile che potrebbe lavorare in un circo. Mentre questi pensieri sciolgono momentaneamente la sua tensione, i rumori assordanti che solitamente precedono l’arrivo dei fantasmi si smorzano. Una calma irreale cala nella stanza.
Si materializza un profilo sempre più somigliante a quello di suo padre. Adesso lo vede davanti a sé, muto. Prova ad avvicinarsi ma i suoi passi trovano solo intralci. Ostacoli invisibili e irremovibili. Smette di provarci e si siede sul bordo della branda a guardare incredulo il volto di suo padre. Prova a parlare, ma anche le parole non riescono a superare la barriera che gli impedisce di avvicinarsi. Si arrende e si acquieta.
Passano lunghi, interminabili istanti prima che succeda qualcosa d’altro.
Sente di nuovo i rumori che annunciano altri arrivi. Ha il terrore che il padre scompaia. Prova ad alzarsi ma ormai il corpo è come inchiodato alla branda. Tutti i muscoli sono bloccati. Solo i pensieri corrono veloci nella mente. Di nuovo vede materializzarsi un profilo. È quello di Rosemarie. La piccola Rosemarie con i suoi riccioli biondi e il suo splendido sorriso si mette accanto a suo padre. È bellissima con il vestito blu del suo primo compleanno e la paglietta che la fa assomigliare a una bambolina.

Ore 22.30

Non sa quanto tempo è passato. Rosemarie e suo padre sono ancora di fronte a lui, muti, ma sono lì. È felice come non lo era stato mai in quel posto. Non hanno detto una parola, hanno sorriso tutto il tempo senza mai parlare. Robert Mc Johnson è sereno. È come se quelle due presenze avessero di colpo cancellato i momenti di disperazione e gli avessero restituito la speranza, quella speranza che gli hanno negato per sempre.
Più passa il tempo e più è sereno; e con la serenità anche quel posto non gli sembra poi così deprimente e brutto. Suo padre e Rosemarie sono sempre di fronte a lui e anche se non hanno detto una parola è certo di aver udito le loro voci. Non ha sentito neanche il rumore dei manganelli sulla porta.
D’un tratto di nuovo rumori e confusione; e tra rumori e confusione suo padre e Rosemarie svaniscono. Non ha avuto neanche il tempo di salutarli.
I suoi occhi, quasi come dei radar cominciano a scandagliare lo spazio circostante alla ricerca di suo padre e Rosemarie, ma la voce di un uomo che proviene dal fondo della stanza richiama la sua attenzione. Alza gli occhi con difficoltà e poi sempre più chiaramente scorge il profilo dell’uomo che ha ucciso: John Delano Smith. Si sente male. Lentamente i muscoli si rimettono in movimento. Il cuore ricomincia a battere forte.

Ore 4.30
Forse è in pieno delirio. È sudatissimo e puzza da fare schifo.
John avanza sicuro verso di lui e si siede al suo fianco sulla branda. È sbarbato di fresco e non suda per niente. Lo guarda con un’aria serena e cerca con la mano la sua mano. Robert Mc Johnson gliela porge e John comincia ad accarezzarla con cura. Continua a fissarlo negli occhi con un accenno di sorriso che s’interrompe non appena inizia a parlare.
«Ho imparato a conoscerti in questi lunghi dodici anni che hai trascorso qui. Sono venuto per salutarti.»
Dopo queste parole fa un piccola pausa, smette di accarezzargli la mano, si alza e si dirige di nuovo in fondo alla stanza. Robert Mc Johnson continua a sudare sempre di più tanto che la camicia ha cambiato colore. John è di nuovo di fronte a lui e lo guarda, fisso negli occhi.
«Uccidere non ha nessun senso, mai».
Senza dire altro svanisce nel nulla.

Ore 5.30
Robert Mc Johnson è di nuovo solo. Spossato si stende sulla branda, la testa sotto il cuscino, cercando di fermare la corsa dei pensieri che incontrollabili percorrono le strade della sua mente ormai sull’orlo della pazzia.
Anche John se n’è andato, nello stesso modo in cui erano svaniti suo padre e la piccola Rosemarie. Non gli ha lasciato dire nulla. Del resto cosa avrebbe potuto dirgli? Che era sinceramente dispiaciuto per quello che era successo? Tutto quello che c’era da dire lo aveva detto John. E poi il tempo per cercare risposte era alla fine.
Ormai manca pochissimo. Cerca di restare calmo ma non ci riesce, è impossibile. Va avanti e indietro come un animale in gabbia, anzi si sente un animale in gabbia che aspetta, paziente, il suo turno al mattatoio.

14 luglio 2008, ore 6.30
Gli hanno dato una divisa pulita che gli sta un po’ larga. In catene, circondato da uomini armati, percorre i suoi ultimi passi. Il corridoio è tirato a lucido come le armi delle guardie che lo accompagnano nel breve tragitto che lo separa dalla camera della morte. Sono arrivati.
Robert Mc Johnson entra dopo due guardie e si trova davanti una gran finestra semicircolare oscurata con una tenda nera. Al centro della stanza l’ultimo giaciglio. Non vuole essere aiutato da nessuno e con una calma inconsueta si stende per cercare la posizione giusta. Gli legano polsi e caviglie al letto. Un medico gl’infila quattro aghi in vena. Robert Mc Johnson con le mani e i piedi legati e gli aghi celati accuratamente sotto un lenzuolo è pronto. Si alza il sipario. Le sostanze in vena circolano veloci e si accorge che vede con difficoltà. Non riconosce gli occhi indiscreti e avidi che dietro la finestra assistono allo spettacolo della morte. Sono venuti fin qui per vederlo morire e non aspettano che questo.
Robert Mc Johnson è sempre più solo.
Questi ultimi, concitati attimi lo hanno reso stranamente tranquillo, non suda più e gli sembra di essere persino sereno. Ha paura, una fottuta paura, ma è sereno. Mentre pensa alle ultime parole di John, sente che le sostanze stanno entrando nel suo corpo e lentamente si propagano in tutte le sue membra.
Sente arrivare la morte mentre la paura si allontana sempre più.
Ora non riesce più a vedere gli occhi che gli sono di fronte. Perde i sensi. In questo limbo, incosciente, sa che tutto sta per concludersi.
Il quattordici luglio è appena iniziato e Robert Mc Johnson adesso è davvero solo.


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permalink | inviato da oscarb il 7/7/2009 alle 10:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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