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18 dicembre 2010

Intervista a Pino Aprile


Terroni. Tutto quelle che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, l’ultimo libro di Pino Aprile, riapre una porta, troppo frettolosamente chiusa in tutti questi anni, per fare luce sugli avvenimenti che hanno portato al processo di unificazione del Paese. Stabilmente presente ai vertici delle classifiche di vendita, Terroni  si è aggiudicato il premio letterario Carlo Levi 2010 per la sezione saggistica.

«Il Piemonte era pieno di debiti; il Regno delle Due Sicilie pieno di soldi». La tesi di fondo del suo libro è che il Risorgimento ha reso diseguali il Nord e il Sud dell’Italia a tutto vantaggio del Nord. 
Non c’era differenza di prodotto lordo fra Nord e Sud, nel 1860, lo ha dimostrato l’indagine del Consiglio Nazionale delle Ricerche, condotta dai professori Malanima e Daniele. Lo squilibrio economico-sociale noto come Questione Meridionale è nato con l’Unità d’Italia, per il modo in cui è stata (mal)fatta. Negli stati preunitari c’era il desiderio di un Paese unico, e se ne discuteva apertamente; il Piemonte invece aveva la necessità di avere un Paese unito anche per ripianare i propri debiti: «O la guerra o la bancarotta», disse il braccio destro di Cavour.

«Mongiana è sulle Serre Calabresi […] era il più ricco distretto minerario e siderurgico del Regno delle Due Sicilie e dell’Italia intera: Fu soppresso dal governo unitario, per un grave difetto strutturale: era nel posto sbagliato, nel Meridione».  Al Sud le fabbriche esistevano già prima del 1861 e sono state in parte smantellate negli anni successivi all’“Obbedisco” di Giuseppe Garibaldi. Un’affermazione impegnativa.
Che poggia su fatti incontestabili: la chiusura e distruzione del più grande stabilimento siderurgico italiano, che era in Calabria; la smobilitazione delle più grandi officine meccaniche del tempo, a Pietrarsa, Napoli. In quel caso si sparò sulle maestranze che volevano impedire la chiusura degli stabilimenti; l’esclusione delle aziende meridionali dagli appalti pubblici. Persino le balie per gli orfani di Napoli si facevano arrivare dal Piemonte.

Il tema più doloroso che lei affronta riguarda le violenze subite dal popolo meridionale e dalle donne in particolare. La storia di Pontelandolfo, un paese di 5.000 abitanti all’epoca dei fatti narrati, diviene il paradigma di ciò che successe in tutto il Sud: violenza efferata, spesso gratuita.
Pontelandolfo e Casalduni coi suoi 3.000 abitanti, furono circondati da un migliaio di bersaglieri che ebbero libertà di stupro e di saccheggio (le donne rifugiate in chiesa furono violentate e uccise sull’altare), spararono alla cieca, poi dettero fuoco ai paesi. La gente nelle case è morta bruciata viva o sotto le macerie. Rimasero in piedi tre case. Furono decine i paesi vittime di rappresaglie; alcuni scomparvero per sempre. La guerra civile, in seguito all’invasione, durò anni; e il conteggio dei morti varia da decine di migliaia a centinaia di migliaia. La rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica, scrisse: oltre un milione.

Con un grande salto temporale per illustrare le disparità di oggi fra Nord e Sud fa ricorso alla Salerno-Reggio Calabria. «L’A3 è costruita con soldi pubblici affidati a imprese del Centro-Nord che delegano l’esecuzione delle opere a ditte locali, preferibilmente mafiose». Come Roberto Saviano anche lei sostiene che la capitale della ‘ndrangheta oggi è Milano.
Basta leggere gli atti della Commissione parlamentare antimafia presieduta dal professor Francesco Forgione (poi autore di un libro che ne divulgò le conclusioni). È a Milano che giunge Frederick Forsyth, autore di best seller internazionali, su consiglio dell’Fbi, per studiare uno dei centri mondiali del traffico di cocaina. È a Milano che soprattutto la ‘ndrangheta e la mafia siciliana riciclano i soldi, grazie a colossali connivenze, ai subappalti delle grandi imprese, dall’Expo all’alta velocità. Un boss calabrese trapiantato a Milano ha recentemente tentato la secessione mafiosa per affrancare Milano dalle cosche storiche della Calabria. Il “colpo di stato” è fallito, ma la dice lunga sul reale rapporto dei poteri all’interno del malaffare.

«Io, però, prima o poi, ’sta domanda la devo fare: ma perché i meridionali si fanno trattare così?» è una domanda che come un mantra attraversa tutto il libro. Lei si è dato una risposta?
Il Sud è stato piegato con le armi e la discriminazione continua, da 150 anni: a Nord le autostrade, a Sud no; a Nord treni superveloci, a Sud mille chilometri di ferrovia in meno rispetto a prima della seconda guerra mondiale e Matera ancora irraggiungibile in treno. Insulti da parte di ministri della Repubblica («porci», «topi da derattizzare», «cancro») che restano incredibilmente al loro posto. Alla fine, i meridionali accettano il ruolo subordinato; non protestano più. Entrano, facendo propri i pregiudizi a loro danno, nel ruolo dei vinti.

Il libro si chiude con frase del giudice Paolo Borsellino che campeggiava dietro la sua scrivania: «Un giorno, questa terra sarà bellissima». Un auspicio o un progetto?

C’è tanto da fare e così poco tempo”, mi disse Borsellino, pochi giorni prima di essere ucciso. Quello era il suo progetto, la sua eredità. Bisogna meritarsela, esserne degni.


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