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18 novembre 2011

L'angelo di Benni a Pescara

Stefano Benni inaugura la nona edizione del Festival delle letterature dell’Adriatico ammaliando il pubblico presente all’Auditorium Petruzzi di Pescara che alla fine della serata gli tributa un lungo e calorosissimo applauso.
Le premesse per una serata d’eccezione c’erano tutte. Un grande autore e soprattutto un libro che resterà. «La traccia dell’angelo è un libro giovane, in circolazione da poco. Non è facile parlare di un libro uscito da poco più di un mese perché come scrittore ma anche come lettore ho bisogno di prendere un po’ di distanza dai libri. Ritengo che l’unico criterio vero di valore sia verificare se questo libro dura nel tempo». Non si può leggere nel futuro per sapere se “La traccia dell’angelo” (Sellerio editore) durerà a lungo nel tempo ma certo si può affermare che è materiale pregiato da ascrivere alla letteratura. Una favola popolata e attraversata da tante e diverse maschere con un finale, come nella migliore tradizione della buona letteratura, tutto da scoprire e che è già un nuovo inizio. 
«Nei miei libri ho spesso affrontato il tema del dolore e il tema della sofferenza e questo libro parla appunto di sofferenza. Scritto in un periodo di sofferenza anche personale che oggi è dietro alle mie spalle anche se io credo che non si guarisca mai del tutto dalle malattie dell’anima. Si porta sempre la propria ombra dietro, poi un po’ alla volta si comincia ad affiancargli qualcosa di più luminoso, qualcosa di positivo e di allegro e si va avanti»
Una favola che ci pone di fronte al tema del dolore e della sofferenza senza infingimenti e senza ipocrisie. Dolore e sofferenza spesso rimossi dalla nostra società, concentrata piuttosto a promuovere forza fisica e vigoria dei corpi come unico modello possibile. Una favola che è popolata da angeli. Angeli che preferiscono la terra al cielo ed essere uomini tra gli uomini. Gadariel e Elpis, un uomo e una donna, angeli non asessuati.  
«Quando siamo sofferenti invochiamo un aiuto, qualcuno che ci porti fuori da questo momento doloroso e che ci riporti in quello che chiamiamo il mondo dei sani. Anche se poi sappiamo bene che il mondo dei sani non esiste. Esistono periodi della vita in cui ci sentiamo bene. In questi momenti noi invochiamo un angelo. I credenti invocano un angelo della tradizione religiosa, i laici, come me, invocano comunque un angelo ma che è una notizia, una vicinanza. Qualcuno che arriva, ci prende per mano e ci porta fuori dalla sofferenza. Può essere un amico, un amore, un medico, una radiografica che fa sparire le nostre paure, una notizia, qualcosa che cui fa uscire dalla situazione di difficoltà».
Una favola che parla di sofferenza è una favola che parla anche di ospedali e di medicine, anzi per essere più precisi di «mercanti di medicinali».
Una favola capace di cambiare registro più volte e sfiorare, in alcune sue pagine, la poesia. Anche per queste ragioni la scrittura di Stefano Benni è evocativa. Non aleggia solo spirito degli angeli ma anche la musica, le canzoni, altri autori. E così quando Giobbe, il papà di Morfeo che è il protagonista della narrazione, riceve la lettera di licenziamento dalla fabbrica dove lavora non si può non pensare, leggendo le struggenti parole che Benni dedica all’argomento, a un’altrettanto struggente atmosfera evocata in una canzone di Enzo Jannacci, “Vincenzina e la fabbrica”, «Vincenzina hai guardato la fabbrica, come se non c’è altro che fabbrica e hai sentito anche odor di pulito e la fatica è dentro là...». 
E aleggia lo spirito di Italo Calvino che in uno dei frammenti più belli del libro, che è anche l’unico brano che Benni legge al pubblico di Pescara, sembra essere accorso in aiuto dell’autore. Un brano che chiude uno dei libri più belli di Calvino, “Le città invisibili”. Parole di attesa e di speranza.
«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».


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