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11 giugno 2012

Vita e pensieri di Antonio Gramsci, Giuseppe Vacca


Questo libro (“Vita e pensieri di Antonio Gramsci”, di Giuseppe Vacca, Einaudi) racconta la vita e i pensieri di Antonio Gramsci dal giorno del suo arresto, avvenuto l’8 novembre del 1926, al giorno della sua morte, il 27 aprile del 1937. Gramsci fu condannato, il 4 giugno del 1928, dal Tribunale Speciale Fascista a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione, seimiladuecento lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e a due anni di vigilanza speciale perché accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Il pubblico ministero, Michele Isgrò scelse queste parole per concludere la sua arringa: «Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni». Il 19 giugno dello stesso anno viene condotto nel carcere di Turi per scontare la pena, il suo numero di matricola è 7047.
Isgrò vinse, ovviamente, il processo ma la sua tesi è stata sconfessata dalla storia perché le idee maturate proprio in carcere da Antonio Gramsci sono ancora oggi oggetto di studio e questo lavoro ne è una preziosa testimonianza. Giuseppe Vacca infatti riesce nel tentativo di collocare Antonio Gramsci nel suo tempo, restituendoci le sue idee in modo assolutamente contemporaneo. Ricostruire il pensiero e la prassi di un uomo politico attraverso documenti scritti è arte difficile, ricostruire una biografia attraverso un carteggio semipubblico e dal carcere è certo impresa improba. Tant’è che Giuseppe Vacca utilizza diciotto pagine per introdurre e avvertire il lettore sull’operazione culturale e politica effettuata. Un vero e proprio manuale d’uso che serve per entrare meglio e con più consapevolezza nell’opera compiuta dall’autore. Un’opera in cui le parole scritte hanno un valore pari alle parole non scritte.
«Gramsci fu innanzitutto un giornalista e un agitatore politico che non ci ha trasmesso “opere”, ma fino al 1926, migliaia di articoli giornalistici nella massima parte non firmati, relazioni e documenti politici e un solo saggio scritto per la pubblicazione […] una grande quantità di lettere e la massa sterminata delle note dei “Quaderni”. Gramsci, dunque, è un autore postumo, che deve la sua fama al lavoro di tre generazioni di editori». Fama resa possibile dall’attività di documentazione indefessa di  Tania Schucht e Piero Sraffa. Scrive la Schucht: «Andavo ogni settimana a trovarlo, eppure il tempo mi pareva sempre interminabile tra una mia visita e l’altra, poi egli riceveva da me due volte al giorno il soccorso, col mio scritto, metteva la sua firma e un saluto sulla distinta, era come una comunione fra lui e i suoi cari». Tania dunque come primo collegamento tra il carcere e il mondo esterno. Piero Sraffa invece «svolgeva attività di ricerca presso il Labour Reasearch Deparrtment ed era entrato in contatto con Keynes […] Sebbene Sraffa non fosse un iscritto, era noto alla polizia fin dall’estate del 1922 per professare “idee comuniste”; ma Gramsci, ignorandolo, scriveva che le sue opinioni politiche erano note “solo a un piccolo cerchio di conoscenti”, fra i quali, subito dopo di lui, c’erano Togliatti e Tasca […] Gramsci lo presenta, dunque, come un militante “coperto”, di sua piena fiducia». E Sraffa si dimostrò tale, ripagando la fiducia di Gramsci fino alla fine della sua vita.
Giuseppe Vacca sostiene che «la mancata liberazione di Gramsci costituisce l’aspetto più problematico della sua biografia» e proprio la mancata liberazione di Nino, come viene affettuosamente chiamato quando la biografia vira sull’aspetto umano piuttosto che sulle strade della politica, chiama in causa la famosa lettera di Grieco. Questa lettera, scritta in Svizzera e inviata prima a Mosca probabilmente per essere sottoposta alla visione di Togliatti, giunge a Gramsci, dopo varie peripezie, in carcere a Milano. Vacca dedica molte pagine all’analisi e alla comprensione del suo contenuto reale, utilizzando anche nuovi documenti. Gramsci era infatti convinto che la sua permanenza in carcere fosse dovuta proprio a questa missiva e denunciò l’accaduto al suo partito. L’interesse di Vacca per capire fino in fondo ciò che non è scritto in questa lettera va oltre la ricostruzione e l’interesse dello studioso, è un atto d’amore e di generosità nei confronti di Antonio Gramsci.
Il libro si chiude, e non poteva essere altrimenti, con un capitolo dedicato ai “Quaderni” a cui fa riferimento la «vedova del defunto capo del partito italiano» quando denuncia Palmiro Togliatti al Komintern imputandogli, oltre al non utilizzo dei “Quaderni” stessi, la mancata liberazione del marito. Su entrambe le questioni, forse, non ci sarà mai una versione accettata da tutti, ma Giuseppe Vacca così conclude il suo studio. «Togliatti aveva avviato la costruzione dell’icona di Gramsci come martire dell’antifascismo nel Congresso di Colonia per proteggere lui e il partito dalla diffusione delle notizie sul suo dissenso dalla politica del Komintern […] non aveva bisogno di sabotare tentativi di liberazione che, in realtà, non furono mai compiuti seriamente dall’unico attore che poteva intraprenderli, vale a dire il governo sovietico. Adoperando un linguaggio più “familiare”, a tenere Gramsci in carcere ci pensava già Mussolini e la sua liberazione non aveva mai configurato l’oggetto d’un interesse statale sovietico».


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