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Diario
 


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26 aprile 2012

La Resistenza, un mito fondativo


La Resistenza è uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento. Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia, la nostra carta d’identità. E di fronte agli attacchi scriteriati, infondati e revisionisti che ancora oggi trovano spazio e visibilità sui media è necessario perciò festeggiare il 25 Aprile in modo non retorico ma piuttosto come una testimonianza politica attiva. Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».
Bene dunque hanno fatto l’ANPI Pescara (Comitato provinciale partigiani italiani) e il Consiglio regionale d’Abruzzo ad organizzare per la ricorrenza del 25 aprile una vera manifestazione culturale e popolare che vedrà come protagonista assoluta la “Brigata Majella” una delle eccellenze d’Abruzzo. Oggi alle 18.00, all’auditorium De Cecco in Pescara, la “Compagnia dei Guasconi” metterà in scena una rappresentazione teatrale dedicata alla “Brigata Maiella”, dal titolo “Banditen. I partigiani che salvarono l’Italia”. 
Così la compagnia teatrale pescarese, nata undici anni fa, introduce la “pièce” teatrale: «Raccontiamo una storia vera, accaduta a cavallo della seconda guerra mondiale: è l’incredibile storia della Brigata Maiella, formazione partigiana abruzzese che nacque il 5 dicembre del 1943 e si sciolse solo alla fine delle ostilità dopo aver collaborato alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. La Brigata Maiella fu l’unica formazione partigiana a ricevere la medaglia d’oro al valore militare e l’unica a continuare a combattere anche dopo la liberazione del proprio territorio di appartenenza. Un gruppo di uomini che decide di abbandonare ogni incertezza e di lottare per ridare al popolo italiano tutto quello che aveva perso. Quegli uomini erano i nostri nonni. È una storia così alta che è come una boccata d’aria pulita in tempi bui come quelli che stiamo vivendo». 
Comandante della “Brigata Majella” fu Ettore Troilo «uno degli uomini migliori dell’Italia contemporanea. Socialista, già collaboratore di Matteotti e futuro prefetto di Milano dopo la Liberazione. Gli abruzzesi della Majella hanno davvero rappresentato, simbolicamente, una nuova Unità d’Italia, dal Mezzogiorno al nord del paese» sono le belle parole che Enzo Fimiani, presidente dell’ANPI Pescara e coorganizzatore dell’evento, utilizza per descrivere la figura del comandante e pronunciandole si commuove. Lo storico prende nuovamente il soppravvento quando invece gli chiedo di ricordare la “Brigata Majella”: «È stata, forse, la formazione partigiana più straordinaria dell’intera Resistenza italiana. Gli uomini della “Brigata Majella” sono stati plurali, esattamente come è una democrazia e come sarebbe stata la carta costituzionale del 1948, vale a dire hanno avuto al loro interno più anime. Socialcomuniste, cattoliche, laiche, liberali, perfino conservatrici, specchio fedele del pluralismo della Resistenza nel suo complesso e della futura Italia repubblicana».
Tutti in piazza a festeggiare il 25 aprile, è la festa della democrazia italiana, la festa più importante, la festa di tutti gli italiani.



19 marzo 2012

Le favole di Tonino Guerra, il poeta che sogna di salvare l'Aquila


Le 101 favole contenute nel nuovo lavoro di Tonino Guerra, Polvere di sole (Bompiani, 176 pp, 16,50 €) inseguono, cercano e infine trovano un grado zero dello sguardo. Letture brevi per meglio custodire un “io” spesso sovrastato dalla grevità della nostra contemporaneità. Cose semplici. A volte solo colori, sensazioni. E poi cultura popolare e appunti che provengono da un tempo meno veloce ma non per questo fermo. Un viaggio dentro le parole per riflettere sul proprio respiro e ascoltarlo. Favole che in alcuni casi diventano poesia e, a volte, progetto per un film, magari per un nuovo romanzo. Parole e sensazioni che rimandano a un modo di guardare comune a un altro grande visionario della cultura europea, Wim Wenders, sbucato a sorpresa con la moglie Donata nella nebbia di Pennabilli in occasione di un recente compleanno di Tonino Guerra, suo dichiarato maestro. «Noi, nella testa, abbiamo un nido che conserva un determinato numero di storie, non una di più o di meno; queste storie provengono dall’infanzia e dai sogni che produce, non c’è strada che ci porti a quel nido, non si può creare si può creare niente che non vi sia già stato immenso in precedenza». Parole che esprimono il senso più autentico del progettare e del guardare più che del vedere. 
Favole, infine, nelle quali possiamo leggere tanto di noi e della nostra storia, quasi un atto di generosità del poeta. C’è Federico Fellini che riesce a rendere colorata una fuga dalla realtà, altrimenti grigia, della periferia più periferia di Mosca. C’è la Valmarecchia, la terra dove il poeta ha scelto di vivere vent’anni fa dopo i successi romani. Alcune di queste favole, I rumori per esempio, trasportano direttamente in un’altra dimensione e predispongono all’ascolto così come Messaggi di luce di una giovane suora a un giovane prete predispongono all’amicizia e all’amore. S’incontrano merli che ripropongono il tintinnio delle campane per far rivivere il “Monastero verde” o scheletri di dinosauri che «mangiavano gli arbusti sulle sponde del fiume Amu Darya».
Favole che anelano all’attesa di un tempo nuovo che è tempo già trascorso e tempo che trascorrerà.
«Abbiamo bisogno che non siano soltanto le parole a toglierci dalla monotonia di questa vita ma anche un paesaggio può ributtarti addosso una vita primitiva abbandonata da milioni di anni e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo». È terra e natura, è soprattutto poetica consapevolezza. Un guardare il mondo per quello che è e non per come viene descritto o raccontato. Soprattutto è lasciarsi attraversare. «Occhi pieni di spazi e di notizie con la capacità di comunicare discorsi prima che arrivino le parole».

Polvere di sole è una favola lunga 101 favole quasi come gli anni che ha compiuto lo scorso venerdì Tonino Guerra, novantadue. Auguri belli poeta.
Ma oltre alle 101 favole di Polvere di sole, c’è una favola vera e non conosciuta che ha come protagonista Tonino Guerra e l’Abruzzo. Mi svela questa bella storia Salvatore Giannella, il curatore di Polvere di sole, giornalista (ha diretto L’Europeo e Airone dei tempi eroici) e scrittore (Enzo Biagi, Consigli per un paese normale, Rizzoli), oltre che amico di lunga data di Tonino Guerra.
Nei viaggi del poeta in sua compagnia c’è stato più volte anche l’Abruzzo.
Tonino, prima che una malattia interrompesse i suoi lunghi viaggi, aveva un grande amore per il Sud. È avido di storie di successo provenienti dalle Marche in giù e spesso concludeva i suoi interventi pubblici con l’appello: «Illuminiamo il Sud». E non una, ma più volte l’ho accompagnato nelle terre tra Tortoreto e Termoli. Ricordo la spedizione ad Atri per vedere “da vicino” i benefici che una scoperta archeologica aveva innescato in quel borgo: nonostante l’età avanzata, Tonino in quell’occasione, camminò a lungo e visitò quel luogo con studiosa curiosità.
Quando vi siete occupati l’ultima volta dell’Abruzzo?
L’ultima volta che abbiamo parlato dell’Abruzzo è stato per ricordare il terremoto che ha sconvolto l’Aquila. Eravamo riuniti nella giuria del Premio Rotondi ai salvatori dell’arte (un riconoscimento che prende nome dal soprintendente di Urbino, che nella Seconda guerra mondiale fu incaricato di dare ricovero e salvezza alle principali opere d’arte italiane, e che si assegna da 15 anni nel Montefeltro marchigiano) e ci chiedevamo che cosa poter fare per dare un segnale di solidarietà a quella popolazione. Fui incaricato di un sopralluogo. Con mia moglie Manuela arrivammo in un deposito nella piana del Fucino dove ci fecero vedere le “Madonne” terremotate, decine di opere sacre di grande valore rese irriconoscibili dalla violenza del sisma. Al ritorno, il giurato Tonino Guerra non ebbe esitazioni: «Dobbiamo restaurare quelle Madonne ferite dal terremoto».
Ha avuto un riscontro positivo quella decisione?
Ha avuto riscontri molto positivi. Con il circolo Legambiente Protezione civile beni culturali e la Direzione regionale del ministero per i Beni e le attività culturali organizzammo una mostra nella Rocca di Sassocorvaro dedicata alle “Madonne” terremotate e altre opere sacre, con l’indicazione della somma necessaria per il completo recupero di ognuna di esse. Delle 18 opere esposte, ben 10 sono state adottate da singoli cittadini, famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche per un totale di circa 63.000 euro e altre due sono in corso di adozione. Tutti i soldi sono stati impegnati, con il coordinamento dell’esperta Giovanna Di Matteo, delegata dall’Arcivescovo dell’Aquila, nel restauro in corso delle opere d’arte. 
Chi ha risposto positivamente all'appello?
Un’umanità varia. C’è lo stilista Ottavio Missoni, il primo a farsi avanti, che ha adottato la Trasfigurazione di Cristo, proveniente dalla chiesa di Santa Giusta. Michelangelo Rossi, che sotto le macerie dell’Aquila ha perso la figlia, l’ingegnere aerospaziale Michela. L’amministrazione comunale e la popolazione di Sassocorvaro con in testa il sindaco, Antonio Alessandrini. Un noto imprenditore alberghiero di Pesaro e Urbino, il conte Alessandro Pinoli Marcucci. Il Distretto Lions 108/A, che ha adottato la Maddalena penitente dalla chiesa di San Flaviano. Una famiglia di restauratori di Aramengo, in provinica di Asti, la famiglia Nicola, che ha permesso il recupero totale del Ritrovamento della vera croce di Giulio Cesare Bedeschini dalla chiesa di San Francesco di Paola, è stata anche promotrice di una raccolta fondi in Piemonte che ha mosso altri cuori generosi, persino dal lontano Lussemburgo.
Tonino Guerra può essere dunque soddisfatto per il risultato ottenuto.
Contento lo è, ma vuole fare di più. Tutti sappiamo quanto sia importante la bellezza per l’Italia, virtualmente, la prima potenza culturale del pianeta Terra, per questo ripete il suo messaggio come n mantra: «Chi salva anche una sola opera d’arte, salva la bellezza».



15 febbraio 2012

Pertini, la Resistenza e l'Abruzzo

Il 15 dicembre 1958 Sandro Pertini scrive al suo giovane cognato, Umberto Voltolina, una lettera per acquietare i dubbi e rispondere alle domande senza risposta che angustiano il diciassettenne fratello di sua moglie. Un carteggio privato, pubblicato per la prima volta, che apre il libro curato da Sandro Pierri, vicepresidente della Fondazione “Sandro Pertini”, “Gli uomini per essere liberi” (add editore, 224 pg., 14,00 €). 
Una selezione di scritti, pubblici e privati, del “Presidente più amato dagli italiani” che svelano meglio e più in profondità di una biografia la statura umana e politica di Sandro Pertini. Trentacinque capitoli, un terzo fa riferimento a periodi antecedenti il 1978, anno della sua elezione a Presidente della Repubblica, che attraversano i temi che gli sono stati più cari e per i quali si è battuto fino all’ultimo dei suoi giorni. Innanzitutto l’attenzione e la tensione positiva nei confronti della scuola e l’educazione per i giovani, la lotta per la liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazi-fascismo, il rapporto con i lavoratori, gli anni dolorosi del terrorismo, i lunghissimi anni della prigionia, e la determinazione e ferma convinzione di far emergere, sempre, il meglio del popolo italiano con orgoglio.
«Noi abbiamo i nostri difetti, ma gli altri non hanno le nostre virtù. Il nostro è un popolo generoso, forte, che ha saputo risollevarsi da situazioni molto gravi», parole pronunciate il 27 settembre del 1978 davanti a una platea di lavoratori anziani, che bene esprimono questo suo profondo convincimento. Ancor più esplicito a tale proposito fu nella seduta del Parlamento del 30 giugno 1950 in risposta alle dichiarazioni del maresciallo Alexander, comandante delle forze inglesi in Italia. «Il Popolo italiano non merita le affermazioni oltraggiose, oggi del generale Alexander, ieri del signor Churchill, perché onorevoli colleghi, il secondo Risorgimento non ha inizio dall’8 settembre 1943. Se una data d’inizio deve essere fermata in questa storia del secondo Risorgimento essa è quella del 1922 […] Il generale Alexander, cinico come può essere solo un inglese, afferma che il bombardamento di Cassino non era necessario alla strategia militare […] Noi diciamo quindi che se l’Italia si è liberata dai tedeschi lo deve anche agli alleati, ma lo deve anche e soprattutto a se stessa, al Popolo italiano». Parole di fuoco che esprimono bene un sentimento autenticamente italiano scevro da provincialismo o peggio ancora da nazionalismo. Autonomia di giudizio, libertà e giustizia sociale i cardini del suo pensiero politico. Nella lettera che apre il libro, a questo proposito, c’è uno dei passaggi più significativi del suo pensiero. «Sii sempre, in ogni circostanza e di fronte a tutti un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo. Ma tu cesserai di essere un vero uomo libero […] se non comprenderai che gli uomini per essere liberi, è necessario primo di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno...». Libertà e giustizia sociale i due pilastri sui quali costruire l’intera impalcatura del nostro vivere insieme, l’essenza di quell’idea socialista cui ha dedicato tutta la sua vita.
Anche per queste ragioni Pietro Pierri, il curatore dell’opera, è convinto che il pensiero di Sandro Pertini sia oggi molto attuale.
Sandro Pertini offre il suo pensiero e la sua esperienza per dare una risposta a molti dilemmi dell’attualità. Le sue parole, raccolte nel libro “Gli uomini per essere liberi”, sembrano essere dirette agli italiani di oggi che sono incoraggiati a riconquistare il loro ruolo nella “res pubblica”, a riscoprire la passione per l’impegno civile. Pertini sprona gli italiani a rivendicare la grandezza e le virtù del popolo italiano che deve e può riscattarsi dalla falsa convinzione di essere un popolo dalla pessima morale civica.
Un nuovo Risorgimento per la nostra giovane storia.
Il Risorgimento dell’Italia è possibile oggi, come lo fu in passato. Il Paese ha un corpo sano che deve conquistare il suo posto sulla scena politica e sociale, rivendicando con passione civile la giustizia, non tanto e non solo quella fondamentale resa dai tribunali, ma la giustizia sociale, attraverso la realizzazione di un sistema di “governance”, di relazioni sociali improntate ai principi di responsabilità e di solidarietà.
Quali sono stati i rapporti del Presidente Pertini con l’Abruzzo?
«Sandro Pertini volle rendere omaggio all’Abruzzo e al fondamentale contributo della sua gente alla causa della libertà con la personale partecipazione alle celebrazioni del trentennale della battaglia di Bosco Martese, nel teramano, che segnò sostanzialmente l’inizio della guerra partigiana. Pertini conferì ai familiari di Ercole Vincenzo Orsini, ucciso a Montorio, la Medaglia d’oro alla Memoria per la Resistenza».
Un riconoscimento importante per rendere omaggio al contributo del popolo abruzzese per la Resistenza.
L’Abruzzo è stato il primo protagonista della Resistenza e molti dei figli di questa terra l’hanno onorata con episodi di vero eroismo. Nell’Abruzzo agiva Giuseppe Gracceva, responsabile militare delle Brigate Matteotti, che aveva come superiore proprio Sandro Pertini. Non deve essere dimenticato che nell’Abruzzo aveva avuto inizio la Resistenza intesa come guerra militare partigiana. L’Italia deve dunque molto al sacrificio degli abruzzesi che combatterono contro le forze nazi-fasciste al costo di centinaia di morti tra la popolazione e i militari».


23 gennaio 2012

La ferita della Shoah e i campi di concentramento in Abruzzo


«L’Abruzzo vanta il poco lodevole primato di essere la regione nella quale, durante la seconda guerra mondiale, il regime fascista istituì il maggior numero di campi di concentramento, ben 15, oltre a diverse località d’internamento libero». E ancora, «Fin da quando, nel 1994, appresi dell’esistenza dei campi di concentramento nella mia provincia, in seguito alla visione della mostra “Anni di Guerra. Teramo 1943-1944. Fascismo Resistenza Liberazione”, e iniziai le ricerche per la mia tesi, ho dovuto constatare come nel nostro paese, e nello specifico nella nostra regione, non esista un’adeguata politica della memoria». Sono rispettivamente l’incipit e la conclusione del saggio dello storico Costantino Di Sante, “I campi di concentramento in Abruzzo”, contenuto nel volume “I campi di Concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945)”, (2001, Franco Angeli).
In quegli stessi anni e più precisamente il 20 luglio del 2000 il Parlamento italiano istituisce il “Giorno della Memoria”. Così recita il primo dei due articoli di cui è composta la legge: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Dal 27 gennaio 1945 sono trascorsi sessantasette anni. E ancora oggi è vivo e sanguina nel cuore di ogni essere umano pensante, lo stesso, indimenticabile, dolore struggente che provarono i primi soldati dell’“Armata Rossa” che oltrepassarono i cancelli di Auschwitz. Quelle immagini sono immagini che dobbiamo portare sempre con noi. Ci appartengono perché appartengono al genere umano. Quel crimine è stato commesso contro ognuno di noi. Contro ognuno dei nostri figli. La “Shoa” che in ebraico significa disastro, catastrofe, ha segnato un punto di non ritorno nella Storia, per questo motivo abbiamo il dovere di alimentare e custodire la memoria. Tutto è utile perché ciò avvenga. Le parole, l’arte, il cinema, la musica, le canzoni.
«Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento, Ad Auschwitz c’era la neve il fumo saliva lento, nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento». Sono le prime strofe di Auschwitz, forse “la” canzone di Francesco Guccini, un nome che dice tutto senza dover aggiungere nulla.
Furono dunque quindici i campi di concentramento istituiti in Abruzzo durante la seconda guerra mondiale, con caratteristiche e internati diversi. A Casoli, Nereto, Notaresco, Tortoreto stazione e Tortoreto Alto furono destinati ebrei di nazionalità tedesca mentre nel campo di Lama dei Peligni e in quello di Civitella del Tronto, ebrei di varia nazionalità. Nell’asilo infantile “Principessa di Piemonte” di Chieti «sudditi appartenenti a stati nemici, in prevalenza inglesi e francesi». A Istonio Marina (Vasto) gli antifascisti italiani. A Lanciano l’unico campo femminile e tra le internate c’era Maria Eisenstein che con “L’internata n.6”, «ha lasciato l’unica testimonianza diretta di un campo di concentramento fascista». A Tollo i comunisti jugoslavi mentre a Città Sant’Angelo i cittadini dalmati. Nella Badia Celestina di Corropoli irredentisti slavi e comunisti italiani. Nella Basilica di San Gabriele i cinesi e infine a Tossicia famiglie di zingari. L’autore di questo studio è Costantino Di Sante che collabora con l’Università di Teramo ed è ricercatore presso l’Istituto Storia Marche.
Sono trascorsi dieci anni dalla pubblicazione del libro “I campi di concentramento in Italia”, ci sono nuovi materiali per alimentare la memoria di ciò che accadde in Abruzzo?
Quel libro fu il risultato di una delle prime ricerche sul tema, non solo in Abruzzo, da allora diverse pubblicazioni sono state realizzate sulla storia dell’internamento fascista. I campi del duce di C.S. Capogreco e I sassi e le ombre di G.Orecchioni sul campo di Lanciano, sono due preziosi esempi. Anche la mia ricerca è proseguita, ad esempio su alcuni aspetti biografici degli internati relegati in Abruzzo e sul riutilizzo delle strutture dopo la fine del conflitto mondiale e sui campi istituiti nelle Marche. L’emergere di nuovi documenti e testimonianze, potrà chiarire alcuni aspetti fondamentali: il rapporto tra i reclusi e la popolazione locale, il contributo dato dagli ex internati alla Resistenza e le responsabilità italiane nella deportazione verso i lager nazisti. Affinché non si dimentichi che la distruzione degli ebrei d’Europa riguarda anche noi italiani e abruzzesi, ritengo indispensabile che le istituzioni locali e il mondo della scuola continuino a porre l’attenzione su questi temi. Anche per questo sto lavorando a una nuova opera monografica che affronta i comportamenti e le scelte di coloro che furono coinvolti in questa storia.
Ci può dare qualche anticipazione.
Innanzitutto la ricerca è stata ampliata includendo anche le vicende che interessarono i prigionieri di guerra che si trovavano nei campi di Fonte d’Amore a Sulmona e Avezzano. L’intento di questo nuovo libro è offrire una mappa aggiornata dei comuni d’internamento, dei principali luoghi di partenza e di destinazione dei deportati. Si affronta inoltre la spinosa questione del collaborazionismo. Perché ci furono abruzzesi che aiutarono, mettendo a rischio la propria vita, e solidarizzarono con gli internati, ma vi fu anche chi ebbe nei loro confronti un comportamento razzista e antisemita e, dopo l’8 settembre 1943, partecipò alla loro deportazione o li denunciò ai nazifascisti. Occuparsi anche della storia dei carnefici è indispensabile per poter meglio capire come e perché si è arrivati ad Auschwitz. 
Nella parte finale del suo saggio, “I campi di concentramento in Abruzzo” sosteneva che «i risultati sono ancora insufficienti perché possa affermarsi l’esistenza di un’adeguata politica della memoria». L’istituzione della “Giornata della Memoria” è stata una vera svolta in questo senso?
“La Giornata della memoria” ha certamente contribuito a dare maggiore visibilità alle vicende legate alla Shoah. Ma la legge, non includendo anche le responsabilità del regime fascista, non ha permesso una riflessione più profonda e completa su come, anche nel nostro Paese, dalla persecuzione dei diritti degli ebrei si è passati a quella delle vite degli stessi. Ciò invece avviene in Francia, dove il 17 luglio ricordano la deportazione degli ebrei di Parigi avvenuta nel 1942, mettendo in risalto le responsabilità dei collaborazionisti francesi e del regime di Vichy. In poche parole, anche per la mancanza di un giorno della memoria sulla deportazione dall’Italia, i campi di concentramento in Abruzzo, ancora oggi, stentano ad essere riconosciuti come luoghi di storia.


12 dicembre 2011

Claudio Magris: «Dal malore civile una nuova Europa»


Claudio Magris ricorda con affetto l’estate del 1955 quando con il suo amico abruzzese Giovanni Gabrielli, percorre a piedi l’Abruzzo. Il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi, L’Aquila. E poi l’estate successiva alla scoperta della Montagna Madre, la Majella. Ma andiamo con ordine. Livelli di guardia (Garzanti, 208 pp, € 18,00) è l’ultimo libro di Claudio Magris, una raccolta di articoli pubblicati a partire dal 22 giugno 2006 e fino al 9 settembre 2011. Pensieri, note, riflessioni, che pur scaturendo da accadimenti del quotidiano mostrano di reggere il confronto con il tempo che passa e hanno un valore che va aldilà e oltre il tempo stesso in cui sono state concepite. L’alluvione di Genova di questi ultimi giorni dell’anno, testimonia infatti che in Italia il livello di guardia è stato ampiamente superato non solo nella vita sociale e civile. E le parole pronunciate da Claudio Magris, ospite in tv da Fabio Fazio, diventano anche per questo motivo una sintesi possibile ed estrema di questo suo lavoro: «Sono saltate le elementari regole di comportamento, è andata in crisi una virtù fondamentale: il rispetto». Ognuno di questi brevi saggi insegna sempre qualcosa di nuovo; citazioni, rimandi, affinità che emergono e si staccano dalla pagina per  trasformare brevi commenti in piccoli capolavori di filosofia, storia, costume. In queste pagine ci sono i capisaldi della cultura classica, i grandi autori della letteratura, i pensatori. Gli uomini che hanno costruito parola dopo parola, pensiero dopo pensiero, l’immaginario collettivo con il quale ci confrontiamo e  guardiamo il mondo. «Note civili», recita il sottotitolo, merce ormai rara, rarissima, nella società del consumo, fine a se stessa, che abitiamo. Tanti gli argomenti trattati, molti dei quali riguardano direttamente la vita nel nostro Paese, la nostra stessa convivenza civile. Fa ricorso a Jürgen Habermas, il filosofo più autorevole in Germania, per introdurre il tema di un nuovo patriottismo della Costituzione, destinato a diventare uno degli argomenti centrali del prossimo futuro. E come non pensare agli attacchi scriteriati e senza prospettiva che in questi ultimi anni forze politiche «estranee al travaglio che ha generato la nostra storia conflittuale ma comune» hanno sferrato, senza riuscirci per nostra fortuna, alla Carta Costituzionale? Magris guarda oltre il proprio piccolo recinto, in questo caso attinge alla cultura tedesca di cui è uno dei più apprezzati studiosi, e contribuisce alla ricerca di un’idea condivisa e universale di valori fondanti per una nuova società. Com’è per esempio per i temi eticamente sensibili. Il valore e il senso stesso della vita e della morte, prima di tutto.
Nel libro non è mai citato Silvio Berlusconi che con i suoi comportamenti, pubblici e privati, è però certamente uno dei grandi protagonisti di queste riflessioni. In questo senso illuminante è il capitolo “La rara arte di uscire di scena”. Qui Magris fa ricorso al padre della lingua italiana per esprimere al meglio il suo pensiero: «Il monito dantesco a saper “calar le vele e raccoglier le sarte” è assai poco ascoltato, particolarmente nel mondo della politica italiana, nel quale nessuno esce di scena, se non quando vi è proprio costretto a forza dalla comare secca».

In appendice a “Livelli di guardia” c’è il discorso che ha tenuto in occasione del conferimento del Friedensreis des Deutschen Buchandels, nella Paulskirche di Francoforte. Un discorso che in parte riassume molti dei temi di cui scrive nel libro. «Dell’universalità della guerra» e di come crediamo che essa sia inevitabile.
Volevo esprimere due pensieri che sono anche risvolti di una stessa medaglia e che mi stanno molto a cuore. Da un lato l’illusione che le guerre siano state già tutte superate. Un eccesso d’ingenuità perché sottovalutando un pericolo lo si rende ancora più forte. Non dimentico il discorso di un anziano leader nord-vietnamita che diceva «il pericolo per noi più insidioso è l’abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita». In questo senso siamo tutti ciechi conservatori, abbiamo difficoltà a credere che le cose cambino. Anche quando è caduto il Muro di Berlino gli stessi tedeschi che lo stavano abbattendo non pensavano che tutto potesse finire in poco tempo. Due o tre giorni dopo il Muro non c’era più.

Lei vede l’Europa come una possibile ancora di salvezza a patto che l’Europa si apra alle culture dei nuovi europei.
Sono un patriota europeo nel senso che il mio sogno è un’Europa vero Stato federale. E lo sono per una ragione molto pratica, i problemi che abbiamo davanti a noi sono europei. Pensi all’immigrazione, è ridicolo avere leggi diverse in Europa così com’è ridicolo avere leggi diverse a Firenze o a Trieste. Una catastrofe che colpisce Milano investe anche Trieste. Basta con la febbre identitaria delle piccole patrie perché è soltanto una caricatura. Viviamo un momento di estrema debolezza dell’Europa, bisogna essere pessimisti con la ragione, come diceva Gramsci, ma ottimisti con la volontà.

Il valore della vita e il senso stesso della vita pervadono il suo ultimo lavoro. Non poteva non affrontare il tema della Shoà, perché «la Shoà è nel nostro DNA».
La Shoà è stato un fenomeno mostruoso e simbolo di un male assoluto. Bisogna capirne le ragioni storiche e sociali senza perder di vista il suo terribile primato nella sofferenza. La Shoà però non è l’unica barbarie della storia e non può farci dimenticare le altre angherie, il tremendo primato nella sofferenza non significa e non può significare monopolio della sofferenza.

Ha ottenuto tanti importanti riconoscimenti per il suo lavoro. Negli ultimi anni il suo nome è sempre tra i possibili vincitori del Nobel per la letteratura. Come vive questa condizione?
Non esistono candidati al premio Nobel, i nomi di cui si scrive e si parla sono semplicemente i nomi che i broker londinesi esibiscono per far crescere il mondo delle scommesse ed escludo nel modo più assoluto che tali nomi possano essere il risultato di indiscrezioni. L’Accademia svedese può giudicare bene o male ma escludo che faccia circolare nomi di presunti candidati. Riguarda me ma anche gli altri. In ogni caso qualunque riconoscimento lo si accetta sempre con piacere. Sono sempre dei doni.

Ha un buon rapporto con l’Abruzzo e gli abruzzesi?
Nel 1955 ho percorso a piedi l’Abruzzo con un mio amico che aveva delle prozie ad Ancarano, il professor Giovanni Gabrielli che incontro proprio stasera a Trieste per bere una birra in amicizia. Prima la “Montagna dei Fiori” dove abbiamo anche dormito con i pastori e quando attraversavamo i piccoli paesi dell’entroterra gli abitanti c’invitavano spesso a pranzo o a cena. Mi ricordo che in ogni piccolo paese la gente si chiedeva chi fossimo, e la risposta, che proveniva dai più informati, era sempre la stessa: sono tedeschi dell’Alta Italia. Gran belle passeggiate. Poi il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi per finire a L’Aquila. L’anno successivo, nel 1956, la comitiva diventò più grande e il gruppo diventò di quattro persone. L’obiettivo da raggiungere era la Majella. Ricevemmo un’ospitalità meravigliosa dappertutto e in particolare a Guardiagrele. Sempre quell’anno a Lama dei Peligni ci spacciammo per speleologici triestini di una fantomatica e inesistente rivista, “Specus”. Ho perciò dei bellissimi ricordi legati all’Abruzzo.


29 ottobre 2011

La crescita e lo sviluppo, intervista a Giuseppe De Rita


Un lungo percorso culturale e scientifico ha portato tutti noi a considerare gli aspetti della crescita complessiva del sistema Terra come una questione globale. In un tempo relativamente breve si è passati da una visione monotematica delle questioni che riguardano la crescita a una visione più articolata e complessa che pone i temi della sostenibilità come vera e propria frontiera della società contemporanea. La sostenibilità racchiude in sé valori che interessano tutti i campi dell’attività umana con un approccio olistico e di sistema che aiuta e facilita la comprensione della complessità interrelazionale. Per questo motivo oggi i temi sociali, ambientali ed economici non possono più essere considerati separatamente e di conseguenza si può parlare compiutamente di sviluppo sostenibile. Giuseppe De Rita, sociologo, tra i fondatori del Censis di cui è stato anche presidente e presidente del Cnel per un decennio, è l’interlocutore giusto per capire la direzione in cui ci stiamo muovendo e decifrare la situazione che sta attraversando l’Italia, tra una crisi economica che riguarda gran parte del mondo occidentale e una crisi endemica del sistema paese con origini più lontane che non ha consentito di avere una classe dirigente di stampo europeo.
Nel suo ultimo libro, “L'eclissi della borghesia”, lei analizza un fenomeno che riguarda la scomparsa di un gruppo sociale. C’è mai stata in Italia la borghesia?
«In Italia ci sono stati solo segmenti di borghesia. Una classe medio alta, capace di trainare l’intero paese e una parte medio bassa, un ceto medio impiegatizio che ha pensato di avere una cultura borghese. Ci sono state figure che hanno incarnato la borghesia come Carducci e Pascoli. Oppure i banchieri e gli industriali degli anni Trenta e Quaranta come Leopoldo Pirelli. La classe dei boiardi di Stato, imprenditori pubblici. Segmenti capaci di trainare il Paese».
E oggi non è più così?
«Oggi questo sistema si è scomposto e ognuno fa per se. Prendiamo ad esempio Diego Della Valle. Era un perfetto borghese che ha fatto impresa ed è stato anche capace di essere trainante da un punto di vista intellettuale. A un certo punto della sua vita ha deciso di fare il finanziere e di giocare in proprio e, di fatto, non è stato più “utile” alla collettività e non ha più trainato nulla. Intendiamoci bene però, ne avessimo di Della Valle in Italia, ma ormai lui è un leader e come tale si comporta. Non si sente e non si comporta più come un elemento della borghesia».
La scomparsa, o la crisi d’identità, della borghesia ha punti contatto e di relazione con la crisi che sta attraversando l’Italia?
«Tutti i processi italiani si sono sviluppati in una dimensione orizzontale. Quando ciò accade può proliferare l’imprenditoria, possiamo avere duemila imprenditori piuttosto che duecento, ma in questo modo non si forma mai la dimensione verticale. Si resta tutti della stessa dimensione. Far crescere una dimensione intermedia e orizzontale può essere positivo, ma in Italia vince la paura di scendere giù, di fare dei passi indietro. L’imprenditore di Prato di fronte alla forza dei cinesi ha paura e vede come concreta la possibilità di regredire. Se c’è la possibilità di tornare indietro la paura cresce e questo impedisce di pensare in termini positivi al futuro».
In Francia c’è l’école nationale d’administration (Scuola nazionale di amministrazione, Ena) con sede a Strasburgo che è responsabile per la formazione dell’alta funzione pubblica. Per arginare la paura e costruire una classe dirigente, si può considerare un punto di partenza la presenza di una scuola di alta formazione anche in Italia?
«Siamo costretti, purtroppo, a citare sempre i francesi dimenticando che in Italia abbiamo avuto un’esperienza simile. Nel 1963/64, gli anni in cui costituivamo il Censis, fu pensata una struttura analoga che però fu imbrigliata fin dalla nascita. Vinsero i professori universitari e ne fecero una succursale degli accademici. Penso, al contrario, che una struttura di questo tipo non debba avere contatti con l’università. La sede a Roma complicò ulteriormente le cose».
Una visione strategica del futuro tiene, necessariamente, assieme gli aspetti economici, sociali e ambientali. Qualunque progetto di emancipazione, di crescita, di futuro, oggi non può prescindere da questa triade, uomo, sviluppo economico, ambiente. Crede ci sia stia muovendo in questa direzione in Italia?
«Ritengo di sì. Il periodo del consumo e della distruzione del territorio e dell’ambiente risale agli anni Sessanta e Settanta quando si costruiva dappertutto. Oggi, per fortuna, questo non avviene più. L’aspetto negativo di questo processo è che a un atteggiamento certamente positivo non ha corrisposto un’analoga tensione positiva in termini industriali. Ha vinto la politica del no, la parte protettiva e basta».
Come immagina il futuro e lo sviluppo in Abruzzo?
«Immagino uno sviluppo che abbia il suo punto di forza nel coinvolgimento di più soggetti, riconoscendo alle singole comunità un ruolo determinante e non secondario. E’ con la piccola dimensione che si vince la sfida. Sono sempre stato restio a considerare una singola realtà l’unico traino per una regione. Pescara è la realtà più forte soprattutto con la crisi che vive oggi la città de L’Aquila, ma la sfida è immaginare un coro polifonico in cui siano tutti protagonisti e attori dello sviluppo futuro che verrà. Ma soprattutto c’è bisogno di coraggio, di tanto coraggio».


22 agosto 2011

Vattimo, lezione sull'arte



«Vattimo è un’intelligenza che rimane», con queste parole il professor Giulio Lucchetta introduce Gianni Vattimo al pubblico che affolla la sala della mediateca di Torricella Peligna intitolata a John Fante. Sold out per la lectio magistralis del filosofo torinese che è stato preside della facoltà di Lettere e Filosofia della sua città. «Questa non è una lectio magistralis, ma una conversazione di sabato pomeriggio perciò non vi aspettate tutto messo in ordine», avverte Vattimo e si capisce che si diverte a giocare con le parole e a cercare continuamente un’interazione con il pubblico che raggiunge il culmine quando intona una canzone di Kurt Weill sfoggianfo un’invidiabile tedesco.
«Leggerei John Fante senza entrare nei meccanismi dei suoi racconti: Mi sono messo in una prospettiva diversa e mi sono chiesto: cosa posso dire io di questo autore?» Il suo approccio è concettuale. Fa continuamente ricorso a Martin Heiddeger per definire l’opera d’arte e il (suo) mondo. Così come pesca nella sua memoria di lettore tutti quegli autori che gli hanno aperto un mondo dentro il quale gli è piaciuto e gli piace vivere. Ma procediamo con ordine.
John Fante non ha mai messo piede a Torricella Peligna eppure la sua scrittura ha i piedi fortemente piantati in questa terra di mezzo tra il Sangro e l’Aventino, ai piedi della “Montagna Madre”, la Majella. Disvela un mondo a lui sconosciuto ri-producendolo in un altrove a lui già noto e per farlo attinge direttamente dalla sua memoria di figlio cogliendo quegli aspetti primari dell’esistenza umana e della sua comunità «nella loro cosalità, ovvero nel loro essere cose». Li re-inventa e reinventandoli gli restituisce significati perduti o banalmente dimenticati. In questo senso così come scrive Martin Heidegger, mutuando tale convincimento da Platone: «Tutto ciò che fa passare una qualsiasi cosa dalla non presenza alla presenza è poihsis, è produzione», John Fante porta alla luce un mondo, apre e svela nuove possibilità. Per Heidegger l’opera d’arte è tale se è capace di aprire un mondo. Un mondo altro e diverso da ciò che c’era prima, e perché ciò avvenga c’è bisogno di uno “Stoss”, un urto, una forte discontinuità con ciò che già esiste e produrre un effetto spaesante. Questa ricerca dell’essenza prima delle cose per poter poi produrre e aprire un nuovo mondo riguarda l’opera d’arte in senso lato, la poesia, la letteratura, l’arte, l’architettura. Nel caso di un’opera letteraria e di un romanzo in particolare, ciò che conta è la capacità con cui un romanzo propone al lettore non solo una storia specifica da seguire ma un contesto umano, una comunità, in cui riconoscersi. In questo senso possono essere considerati autentici maestri autori come Bernard Malamud, Philip Roth ma anche Saul Bellow, Paul Auster. «Avendo letto la letteratura degli ebrei americani, in particolare di Malamud, mi aveva colpito la capacità di parlare a una comunità. In questi racconti c’è sempre un mondo di riferimento». In uno dei capolavori di Malamud, The assistant, Il commesso nella traduzione italiana”, la forte presenza culturale ebraica rende “più facile” e veloce la comprensione presso una comunità molto vasta, pur avendo l’opera un carattere autenticamente universale. Ragionamento analogo si può fare per gli scrittori già citati. Per esempio Philip Roth tracciando nei suoi lavori affreschi famigliari o di quartiere riesce nello stesso tempo a coinvolgere emotivamente una comunità, la sua comunità, e contestualmente a tracciare il profilo di un’epoca. Cogliere le cose «nel loro essere cose», avere come riferimento una comunità e, come ha recentemente dichiarato in un’intervista Jonathan Franzen, l’autore de Le correzioni e Libertà, «vedere gli scrittori parlare del mondo in cui viviamo, invece di rifugiarsi nell’adolescenza o in questioni marginali. Penso a quanto fosse eccitante in tal senso Saul Bellow».
Il secondo intermezzo vede come coprotagonista Giulio Lucchetta che interloquisce con Vattimo  leggendo un brano di John Fante tratto da La confraternita dell’uva: «Sì, me ne andai. Lo feci prima ancora di compiere vent’anni. Furono gli scrittori a portarmi via. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo da cucina, solo, ad ascoltare il richiamo delle voci dei libri, con la brama di altre città». La fine della lettura del brano è accolta da un lungo applauso al quale si unisce anche Vattimo che approfitta dell’atmosfera complice che si è creata per esprimere tutta la sua passione per Fante, «Sento molto in John Fante la presenza di un mondo. L’opera d’arte apre un mondo dentro cui voi siete invitati ad abitare. Ed è molto interessante affrontare John Fante nel rapporto tra il mio mondo e il mondo del racconto» e ancora «l’esperienza di un mondo immaginario costruito bene è sempre un’esperienza critica nei confronti del mio mondo, questo vuol dire Heidegger quando dice che l’opera d’arte apre un mondo e vi cambia il modo di essere nel mondo». Il pubblico apprezza e Vattimo capisce che è giunta l’ora di chiudere il suo intervento. «Forse ci sarà un futuro, speriamo migliore di questo presente. Nel frattempo lasciateci coltivare la passione per John Fante e le sue storie». E un ultimo, lunghissimo, applauso chiude la serata.
A Torricella Peligna bisogna arrivarci non è un luogo che incontri per caso e in questo è simile, molto simile,  a quel deserto ai margini della città con il quale Arturo Bandini, l’alter ego di John Fante, ha imparato a convivere. «Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto». Ha proprio ragione Vattimo, aspettando un tempo che verrà, continuiamo a godere con la lettura di John Fante.



15 agosto 2011

Ritratto di Sandro Visca


Sandro Visca ha vissuto e vive d’arte. Fuori da circuiti mondani e carovane commerciali, in uno spazio sempre troppo poco popolato, una sorta di linea di mezzeria, da dove è più facile ascoltarsi e ascoltare, vedere oltre che guardare. Frequenta da sempre le vie mediane. Sin da adolescente quando la montagna, e la montagna per un aquilano di nascita è il Gran Sasso, ha esercitato su di lui un fascino irresistibile. «Ognuno va in montagna come sa andare, dai sesti gradi in parete, alle traversate in alta quota o alle passeggiate. A me si può incontrare spesso nella via di mezzo». Una frequentazione assidua e continua nel tempo con quella «realtà pietrosa» che ha certamente aiutato e accompagnato la crescita di un ragazzo sensibile che si esercita a vedere laddove molti non si avventurano. «Scrutavo si con attenzione la via ma cercando sempre di capire lungo il cammino una moltitudine di metafisici ritrovamenti, sedimenti di antiche comunità agropastorali e religiose, che ormai logori e patinati dalle impietose intemperie d’alta quota, sembravano celarsi al mio passaggio». Come un continuo allenamento, un esercizio a dissodare e a disvelare saperi accumulati e sedimentati con il tempo. Questa particolare attitudine a cercare ciò che già c’è ma non si vede diverrà negli anni una delle caratteristiche principali del suo lavoro. Un personalissimo marchio di fabbrica già riscontrabile nelle prime apparizioni pubbliche. Espone per la prima volta in una personale a diciassette anni a L’Aquila, la sua città. I primi lavori sono paesaggi. Al colore accosta smalti e brandelli di stoffa e inizia un percorso conoscitivo che lo porterà pochi anni dopo il suo esordio a incontrare sulla strada della sua formazione un vero e riconosciuto maestro: Alberto Burri. Già in questi primi anni, l’utilizzo e l’accostamento di diversi materiali non ha mai una funzione meramente decorativa. Il lavoro di Visca non è mai decorazione fine a se stessa, ma sempre manipolazione di materiali alla ricerca di una nuova forma espressiva e di un nuovo senso.
Il ricordo dell’incontro con Burri ricorre spesso nelle chiacchierate con Sandro Visca, come a sottolineare uno dei momenti importanti e, per alcuni aspetti, fondativi della sua crescita artistica e umana. «Nel 1969 incontrai Burri, ero collaboratore artistico del Teatro Stabile de L’Aquila e realizzai per lui tre fondali di dieci metri per sette. Due combustioni di plastica, una bianca e una rossa, e un sacco. Erano scenografie per “L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone con la regia di Valerio Zurlini. Burri firmava le scene e io le realizzavo manualmente. Arrivai a San Miniato, dove ci fu la prima rappresentazione dello spettacolo, che pioveva e per due giorni non riuscii a far vedere il lavoro svolto. Ero nervoso. Quando finalmente i lavori furono issati sul fondale del palcoscenico partì un lungo applauso e la tensione si stemperò. Fu così entusiasta che m’invitò a cena a Firenze, da Sabatini. Non era quel misantropo che descrivevano». Da questo momento in poi la dimensione artistica di Visca si misura con una dimensione nazionale, riconosciuta e legittimata da una serie di mostre sempre più importanti che lo vedono esporre suoi lavori dappertutto. Milano, Bologna, Roma, Torino. Nel 1973 giunge anche la chiamata per partecipare alla XV Triennale di Milano.
«L’Aquila mi stava strettissima», ricorda Visca ripensando a quegli anni, e le sirene che provengono dai grandi centri urbani, Roma e Milano innanzitutto, sono irresistibili. Sono anche gli anni della scoperta del Sudamerica, del Perù, la Cordigliera delle Ande. «La cultura della terra è uguale dappertutto. Sono diverse le tradizioni ma ci sono assonanze straordinarie». Questo viaggio è come un ritorno alle origini. Ri-scoprire gli aspetti essenziali della vita e i valori che non mutano, come la sacralità della montagna e l’inviolabilità della natura. Pensieri che avevano già caratterizzato, fin dall’inizio della carriera, il suo modo di essere e la sua arte quando giovanissimo sentì l’esigenza di effettuare un vero e proprio pellegrinaggio laico sulla cima del Gran Sasso, la montagna di casa. «Il film, “Un cuore rosso sul Gran Sasso”, l’ho progettato nel 1970 e realizzato nel 1975. Mosso da un risentimento personale nei confronti dell’apertura di una strada che aveva “ferito” Campo Imperatore per giungere sino all’albergo. Una strada, come successivamente il tempo ci ha confermato, resta chiusa da settembre fino ad Aprile. Ho reagito a modo mio con un segno forte. Un pensiero poetico. Un cuore rosso». È l’uomo che si ribella ma è l’artista che prevale e fornisce lo strumento, l’idea, la forma, alla protesta. Germi d’insofferenza che denotano una naturale propensione alla libertà, alla necessità di manifestare sempre e comunque il proprio pensiero, la propria idea del mondo. Insofferenza che si manifesta nuovamente qualche anno più tardi, questa volta nei confronti di ciò che sta diventando il mercato dell’arte, quando decide di far ritorno in Abruzzo dopo una felice e produttiva esperienza professionale sviluppata tra Roma e Milano. Sceglie Pescara e l’insegnamento al liceo artistico, oggi intitolato a Giuseppe Misticoni, per coltivare la sua crescita artistica. «Oggi l’arte è solo mercato. Gestita esclusivamente dal potere economico e rivolta solo a una spettacolarizzazione fine a se stessa. È il sistema economico che sceglie due o tre persone, tutto il resto è contorno. Per creare il valore di un’artista c’è bisogno di tre punti fissi. Un critico che teorizza il suo punto di vista, un collezionista miliardario pronto ad acquistare a cifre esorbitanti e il direttore di un museo che acclude il timbro ufficiale. Se sono disponibili questi tre passaggi è possibile far diventare importante qualsiasi cosa». Non è una resa, ma una nuova provocazione per «riappropriarci di una capacità creativa adatta a vivere una realtà moderna più vicina ai valori e alle esigenze della nostra misura umana». E oggi, a trentasei anni da quel pellegrinaggio laico, la Biennale di Venezia fa del “Cuore rosso sul Gran Sasso” uno degli eventi speciali del Padiglione Italia. Un riconoscimento tangibile per un’artista che non ha venduto la sua anima.
«Il cuore rosso di pezza è solo il tentativo di indicare un luogo da vivere fuori dalle mode, da amare, non da conquistare, da proteggere, non da possedere». In questo tempo sbandato e confuso che abitiamo l’arte di Sandro Visca è come un’ancora di salvataggio in mezzo al mare e quel cuore rosso sulle alte vette del Gran Sasso un momento di sospensione. Una pausa di riflessione per ri-costruire un’equilibrio possibile tra un mondo interno e un mondo esterno a noi che l’accelerazione senza freni e senza senso di questa modernità, travolgendo tutto e tutti, artisti e intellettuali in primo luogo, rischia di rompere per sempre.


1 agosto 2011

Le trappole dell'identità



Ogni accadimento contemporaneo è, grazie anche ai nuovi sistemi di comunicazione, accessibile a un numero sempre maggiore di utenti. Giornali, televisione, internet, social media, raccontano e svelano in tempo reale e sempre più spesso in contraddizione tra loro, ciò che accade sotto i nostri occhi. Più gli accadimenti sono dolorosi più la narrazione occupa lo spazio della comunicazione. Il terremoto del 6 aprile 2009, che ha cambiato la geografica dei luoghi a L’Aquila e al suo territorio, ne è una testimonianza efficace. Una riflessione utile e necessaria su questo argomento è quella che propone Costantino Felice con Le trappole dell’Identità (Donzelli editore, 196 pagine, 15,50 €). Partendo da questo tragico avvenimento, con uno approccio multidisciplinare, Felice ci conduce per mano in un affascinante viaggio alla scoperta di un Abruzzo altro.

La sua riflessione sul terremoto del 6 aprile 2009 inizia con una presa di distanza netta contro «una travolgente ondata di retorica su stereotipi e luoghi comuni» che a suo parere non «poteva non sorprendere chiunque avesse un minimo di frequentazione con la storia delle catastrofi, oltre che con la particolare storia di questa regione»
Non si era mai vista, in passato ma neppure nel nostro tempo, proprio su scala globale, una esplosione così insistita ed enfatica d’insulsa retorica, in certi casi persino stucchevole, come nel caso del terremoto aquilano. Qual è l’immagine che il potere politico e il sistema dell’informazione hanno dato della nostra regione? Cosa si è detto e scritto sull’Abruzzo? Solo falsificanti banalità.

Un Abruzzo che va oltre il “pastore” dannunziano e il “cafone” siloniano. Un Abruzzo più complesso e, per certi versi, più moderno.
La straordinaria metafora del sonno di Aligi, se dall’immaginario poetico della “Figlia di Iorio” viene proiettata nelle determinatezze dello spazio geografico e del tempo storico, finisce con l’avvolgere tutto in un cono d’ombra di uniformità e immobilismo. Anche l’Abruzzo siloniano, pur perdendo ogni connotato di compiacimento idillico ed elegiaco, resta una regione lontana e remota, staticamente immersa nelle sue arcaiche forme di vita, senza sostanziali mutamenti né concrete possibilità di riscatto. Contrariamente alla monotona e desolante piattezza descrittaci da Silone soprattutto in «Fontamara», il Fucino è stato invece uno straordinario laboratorio di dinamismo sociale, economico e anche politico: si pensi alle lotte contadine e alla riforma agraria. Il “pastore” dannunziano o il “cafone” siloniano, sono proiezioni idealtipiche in gran parte mistificatorie: non soltanto rispetto a ciò che la nostra regione è oggi, ma anche rispetto a ciò che la nostra regione è stata storicamente.

Un tentativo, il suo, di decostruire un’idea dell’Abruzzo, mutuata dalla letteratura e dall’antropologia culturale, che ha però in Silone e D’Annunzio due punti di riferimento ormai consolidati.
L’immagine dell’Abruzzo che ci viene dalla grande letteratura e dall’antropologia è quella di una regione agro-pastorale, una realtà chiusa e arretrata. Silone e D’Annunzio, su piani e livelli ovviamente molto diversi, sono grandissimi letterati. Ma proprio per questo con la realtà storica dell’Abruzzo c’entrano poco o nulla. E così l’antropologia: una disciplina che per definizione è astorica, se non addirittura antistorica, avendo per oggetto usi e i costumi nella loro fissità, mentre la storia si occupa del divenire, del mutamento.

Quasi un ordito sul quale poter inserire la narrazione di ciò che è l’Abruzzo, della sua identità. Scrive Zygmunt Bauman: «[…] l’identità ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare fra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora».
L’identità non è un dato naturale, biologico o antropologico. È una costruzione storico-sociale. Per stare a noi, l’abruzzesità, «l’Abruzzo forte e gentile», non esiste: è una invenzione soprattutto del fuoriuscitismo intellettuale e del fenomeno migratorio.

Lei parla di afasia della cultura e di «decadenza degli intellettuali» come «portato ineludibile della postmodernità». Questa la ragione e causa principale per la quale un evento tragico come quello del terremoto si riduce a «palcoscenico per teatranti»?

Che ci sia un collasso della cultura intesa come spirito critico che produce sapere e conoscenza non lo dico solo io. Viviamo in un presente senza passato e senza futuro. Tutto diventa spettacolo, teatro, reality televisivo. Non c’è riflessione, ma solo comunicazione. Non coltiviamo pensieri ma solo immagini. La trama narrativa che la politica e l’informazione hanno intessuto sul terremoto aquilano ha disvelato quest’evidenza come mai era accaduto fino ad allora. Le rovine del terremoto sono state ostentate come backstage di star e primi ministri, comprese le loro first ladies. La decisione berlusconiana di tenere all’Aquila il G8, un vero coup de théâtre, è stata in sostanza una proiezione dello “spettacolo” su scala internazionale.

Anche l’Abruzzo è palcoscenico di questa deriva della cultura e della politica?
Una percezione superficiale e distorta del proprio passato non consente di comprendere il presente. Se si pensa che il “miracolo” abruzzese sia stato opera di un demiurgo, si leggano i necrologi di questi giorni su Remo Gaspari o ancora di più le recenti celebrazioni per i suoi novant’anni, siamo portati a ritenere che anche i difficili problemi di oggi si possano risolvere solo con l’arrivo di un nuovo demiurgo. Un deficit di cultura diventa in tal modo un limite dell’analisi e dell’azione sul piano decisionale. L’inettitudine delle attuali classi dirigenti, anche abruzzesi, è il prodotto di un vuoto culturale prima che politico. I problemi dell’Abruzzo, non solo sul piano storico ma anche su quello dell’attualità, derivano non da una sua presunta condizione di immobilismo e marginalità, bensì dal suo pieno inserimento nelle normali dinamiche dell’economia europea e mondiale.

Il libro si apre e si chiude con un pensiero di Benedetto Croce: «È pensavo non senza malinconia (così mi pareva a volte di essere straniero e diverso), che forse l’uomo, piuttosto che figlio della sua gente, è figlio della vita universale, che si attua di volta in volta in modo nuovo; piuttosto che filius loci, è filius temporis».
È questo il vero pensiero di Croce, alto e nobile, non quello banale del discorsetto d’occasione in cui dice di sentirsi abruzzese più che napoletano, il «Tu sei abruzzese» fastidiosamente reiterato sulle prime pagine di alcuni giornali in occasione del terremoto. Qui anche la forma è sobria e solenne insieme, come quasi sempre la prosa crociana: la vera identità di ogni uomo, come di ogni comunità, è quella che deriva dalla «vita universale, che si attua di volta in volta in modo nuovo».


6 aprile 2011

Tutto comincia da noi



Sono trascorsi due anni dal 6 aprile del 2009. Due anni è un tempo lungo, lunghissimo, soprattutto nell’era tecnologica nella quale viviamo.
Se pensiamo a tutto ciò che è successo nel mondo in questi due anni ci rendiamo conto che molte cose sono cambiate. Solo per restare agli avvenimenti delle ultime settimane, una parte del mondo molto vicina a noi da un punto di vista geografico, il Nord Africa, sta cambiando radicalmente la propria storia. Intere popolazioni nel breve spazio di pochi giorni si sono messe in movimento e hanno modificato la geopolitica del Mediterraneo. Niente più sarà come prima in Egitto e Tunisia. Molto probabilmente sarà così anche per la Libia.
A l’Aquila invece il tempo scorre in maniera diversa rispetto al resto del mondo. Due anni è un tempo breve, brevissimo pur nell’era tecnologica nella quale viviamo.
La città è sostanzialmente ferma a quel giorno di due anni fa. La zona rossa è sempre zona rossa e il cumulo di macerie è ancora oggi la più evidente testimonianza, speriamo non eterna, dell’avvenuto terremoto. Quasi nessuno dei cittadini sfollati è tornato a vivere nella propria casa perché pochissime di quelle case sono state rese di nuovo agibili. La ricostruzione non è mai iniziata. Solo parole, tante parole e promesse, tante promesse.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, così come ha fatto recentemente a Lampedusa, in una delle sue innumerevoli performance tenute a L’Aquila nei giorni immediatamente successivi al sisma, promise che avrebbe trascorso l’estate del 2009 in Abruzzo e che avrebbe cercato una casa a L’Aquila per seguire da vicino i lavori della ricostruzione. L’evidenza dei fatti ci dice che la casa non la comprò e la ricostruzione, in senso ampio e diffuso, non è mai iniziata.
Le istituzioni locali tutte, sembrano essere incapaci di compiere atti concreti e congiunti per risolvere la situazione di grave disagio in cui versano i cittadini aquilani.
Molti dei residenti del capoluogo d’Abruzzo vivono oggi in altri luoghi. Le attività economiche non sono ripartite così come speravano in tanti. Il futuro sembra non abitare più da queste parti.
Rebus sic stantibus, che fare per risolvere la situazione?
«It begins with us» sono le parole con cui Barack Obama ha lanciato la sua ricandidatura alla casa Bianca. Tutto comincia da noi. L’uomo politico più influente della Terra riparte dagli elettori democratici. Da ogni singolo cittadino. Chiede un impegno in prima persona ad ognuno di loro: «Ci siete?» Si rende conto che senza il contatto diretto e senza il protagonismo delle persone tutto è precluso.
Dopo due anni di parole e d’impegni non rispettati è giunto il tempo di assumersi altre e diverse responsabilità. “Tutto comincia da noi” a me pare un buon modo per vivere questo 9 aprile del 2011. In prima linea e in prima persona, senza più deleghe per nessuno. Se l’ambizione è davvero quella di salvare l’Aquila non si può più sprecare tempo. La ricostruzione della città e di conseguenza della comunità che l’ha abitata e che l’abiterà non può più attendere. Ogni altro giorno trascorso senza perseguire questo obiettivo non è più giustificabile.
Tutto comincia da noi sembra essere anche il naturale proseguimento del pensiero del poeta: «La nascita non è mai sicura come la morte. È questa la ragione per cui nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno». E allora rimettiamoci in cammino. Tutti insieme perché tutto comincia da noi.


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