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Diario
 


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15 novembre 2009

Perché ai mondiali di calcio in Sudafrica non tiferò per l’Italia di Marcello di Lippi



Seguo il calcio da sempre. Mio padre mi portava allo stadio, tutte le domeniche con il sole o con la pioggia, a vedere le partite del Foggia. Le gradinate dello stadio a quei tempi erano costruite con i tubi innocenti e noi sedevamo, ma il più delle volte eravamo in piedi, su tavole di legno che assecondavano i nostri movimenti. Gli stadi non erano coperti e quando pioveva le conseguenze le sentivi per tutta la settimana. Il Foggia in quegli anni, 1970/1980, era un squadra che si batteva sempre per le prime posizioni in serie B e quando faceva le sue apparizioni in A, tranne qualche fiammata d’orgoglio, era pronta a ritornare subito nei ranghi per essere di nuovo protagonista nel suo campionato ideale, la serie B appunto. Tifavo per il Foggia e basta. Non avevo una squadra di serie A, come spesso succedeva per i miei amici. Mi piaceva il bel calcio e seguivo le gesta dei grandi calciatori. Il primo fu, il mitico, Gianni Rivera, quando si poteva tifare anche per il Milan. Poi venne Giancarlo Antognoni. Roberto Baggio, Francesco Totti e oggi Antonio Cassano. Ho seguito così negli anni, con interesse, i risultati di Milan, Fiorentina, Roma e oggi della Sampdoria. Sono stato e sono un tifoso Sui generis. Mi piace il bel calcio e per questo sono disposto a cambiare anche squadra. Mi sono innamorato dell’Olanda allenata da Rinus Michels e del suo calcio totale che aveva in Johan Cruyff, Neeskens e Resenbrink  interpreti di primo piano. Del Milan di Arrigo Sacchi che sapeva imporre il suo forsennato ritmo su tutti i campi, del Foggia di Zeman che esprimeva nelle giocate di Rambaudi, Baiano e Signori l’essenza stessa del calcio, e oggi del Barcellona di Pep Guardiola. Tutte squadre che hanno giocato un bel calcio capace di avvicinare i giovani a questo sport. Tutte squadre che hanno avuto allenatori che prim’ancora di essere dei bravi tecnici sono stati dei grandi uomini.
Un grande uomo è Enzo Bearzot. La sua Italia del 1982 ci ha fatto sognare e soprattutto essere fieri di essere italiani. Una squadra grintosa, in grado di esprimere, a tratti, anche un grande calcio, ma soprattutto una squadra in cui potersi riconoscersi. Bearzot aveva saputo creare un gruppo, che alle polemiche e ai tormenti di qualcuno dei suoi calciatori, rispose con una grande forza morale. Basta ricordare a questo proposito i guai giudiziari di quello che diventerà il giocatore simbolo dell’italianità in tutto il mondo: l’uomo che segnò tre reti al Brasile in una sola partita, Paolo Rossi. Era quello un gruppo, che pur isolandosi per tutta la durata di quella splendida avventura che furono i mondiali di Spagna del 1982, era amato. Tutti capimmo che quella chiusura non era un atto di arroganza nei nostri confronti o nei confronti dei giornalisti, ma era un cercare al proprio interno le energie per superarsi. Quelle mancate risposte non erano omertà ma un modo per caricarsi.
Per me il mondiale vinto dall’Italia è quello del 1982.
Marcello Lippi invece non mi piace. Non mi piace come persona e non mi piace come allenatore.
Non mi piace la sua arroganza. È amico, e continua a difenderne l’operato, di Luciano Moggi e in affari con Flavio Briatore e Daniela Santanchè. A me non piacciono Luciano Moggi, Flavio Briatore e Daniela Santanchè. Soprattutto non mi piace come giocano le sue squadre. Non verticalizzano, attendono. Non si propongono e non hanno mai un possesso palla significativo. Non riesco ad appassionarmi. I mondiali di calcio del 2006 non mi hanno entusiasmato. È stato un campionato mediocre e nessuna squadra ha entusiasmato. In quel contesto uno come Lippi può vincere, ma mi chiedo: il calcio è un gioco, se non si vince giocando bene a cosa serve? Cosa resta?
L’Italia di Marcello Lippi si è qualificata per il mondiale in Sudafrica e ha ottenuto questo risultato con un turno di anticipo. La domanda che pongo è la seguente: c’è qualcuno che si ricorda una bella partita di questa fase di qualificazione? Una bella giocata? Un bel goal?
Ha convocato tanti, tantissimi giocatori, Foggia (Lazio), Mascara (Catania), Pellissier (Chievo), Rossi (Villarreal), Palladino (Genoa) Pepe (Udinese), solo per nominare gli attaccanti esterni, quelli che teoricamente giocano nello stesso ruolo di quello che considero il più forte calciatore italiano di questi ultimi due anni: Antonio Cassano. Ha convocato tutti quelli che giocano nel suo ruolo ma non ha convocato lui. Tutti, in Italia, si chiedono il perché di questo ostracismo, ma lui, il commissario tecnico della nazionale italiana di calcio non risponde. Ha provato a deviare i discorsi su Cassano concentrandosi sul “Gruppo”. E qualcuno del suo “Gruppo” ha azzardato qualche timida risposta. È il caso di De Rossi ad esempio. Avrebbe fatto meglio a star zitto, a parer mio, a concentrarsi piuttosto sui problemi che attraversano la Roma. dai quali non mi pare sia esente da responsabilità.
Tornando a Lippi, quando un giornalista gli chiede il perché della mancata convocazione di Cassano in nazionale, lui non risponde o peggio ancora risponde pensando di fare il simpatico. In Italia c’è già una persona che non risponde alle domande, anche’esso amico di Moggi, Briatore e della Santanchè, penso possa bastare.
Per motivi tecnici, allena una squadra che fa giocare male e non entusiasma e soprattutto non convoca il miglior calciatore italiano, Antonio Cassano, e umani, è una persona che non mi piace, non tiferò Italia ai prossimi mondiali di calcio.

Tiferò Inghilterra. La squadra allenata da Fabio Capello. Sarà un po’ come tifare Italia, in fondo.


21 settembre 2009

Genio e sregolatezza


Gestire il proprio talento non è mai facile. Più facile gestire quello degli altri.

Nessuno sa da dove provenga il talento, è come il coraggio di Don Abbondio. Ognuno di noi nasce con il talento e il talento si manifesta nelle maniere più disparate.

Può capitare ai bambini bravi a scuola che devono imparare la disciplina dello studio per sfruttare al meglio le loro attitudini. Può capitare nel campo delle arti. Capita anche nel mondo dello sport.

Antonio Cassano è uno dei pochi fortunati al mondo a possedere un talento puro e per lui imparare a convivere con queste doti naturali è stato difficile, un percorso lungo e duro.

Dai vicoli di Bari Vecchia alle ville di Roma il salto è stato troppo brusco. Il talento puro gli ha permesso di esprimersi nei primi anni in serie A ad un buon livello, poi è iniziata un’altra vita. Abbandonato da chi avrebbe dovuto e potuto stargli vicino, umanamente e calcisticamente, leggasi Francesco Totti, il campione pugliese si perde nei meandri di una vita fatta di abusi.

La risalita è stata lunga e difficile, fatta di ostacoli e di preconcetti. Quel lungo percorso di espiazione oggi sembra finito. È finito.

Guardarlo giocare da gioia. Quello è il calcio che tutti sogniamo di vedere, sempre.

La Sampdoria è stata coraggiosa a prenderlo dal Real Madrid. Era un giocatore che sembrava sul viale del tramonto.

Genio e sregolatezza appunto. A Genova, sponda blucerchiata, erano abituati agli svolazzi di Roberto Mancini e perciò hanno impiegato poco a capire la grandezza di Antonio e lui sta ripagando tutti con un calcio concreto e nello stesso tempo spettacolare. Un calcio utile. Un calcio capace di ottenere risultati. Il campione è ritrovato per la gioia di tutti gli appassionati di calcio tranne che per il commissario tecnico della nazionale italiana di calcio: Marcello Lippi.

Non riconoscere le capacità di Cassano e per questo non convocarlo in Nazionale è un’offesa all’intelligenza. Lippi non può non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti. Se questo non accade e perché è in malafede e di un commissario tecnico della nazionale in malafede l’Italia non ha bisogno.

Da George Best a Cristiano Ronaldo passando per il migliore di tutti i tempi Diego Armando Maradona, il calcio abbonda di geni tutti più o meno sregolati. Sono quei calciatori che quando sentono l’odore dell’erba si trasformano e sono capaci di trasformare, da soli, buone squadre, in grandi squadre. Sono questi geni che hanno fatto grande il gioco del calcio. Sono questi geni che ispirano la fantasia di tanti bambini che in ogni angolo del mondo inseguono un pallone e ne imitano le giocate. Senza di loro il calcio non ci sarebbe. Sono il calcio. Antonio Cassano fa parte di questa piccola schiera di uomini che scrivono la storia del calcio. Di loro ci ricorderemo a lungo. Di Lippi anche, ma per altre cose.

Vi segnalo infine un bellissimo articolo di Mario Sconcerti, No a Cassano, ora Lippi deve dire perché.


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20 dicembre 2008

Dico tutto. E sa fa caldo gioco all’ombra, Antonio Cassano



La storia calcistica di Antonio Cassano, forse, è ancora tutta da scrivere, e per questo motivo è presto per commentarla. Della sua vicenda umana invece si può parlare e questo libro ci offre una buona occasione.
A partire dal titolo, Dico tutto, ci si aspetterebbe l’ennesima cassanata e invece non è così.
Antonio Cassano è un fuoriclasse autentico e su questo non ci sono dubbi, ma che fosse un ragazzo con le idee chiare e più maturo della sua età, in molti, a partire da chi scrive, non lo sapevano.
Il libro parte dal giorno della sua seconda nascita, il 18 dicembre 1999.
“Era l’una di notte, e la mia vita era appena cambiata. Sul tabellone dello stadio c’era ancora scritto il risultato: Bari-Inter 2 a 1. Io ero nel traffico. Pazzesco. Un’ora e mezzo c’ho messo per tornare a casa mia, Bari Vecchia, in macchina con Beppe Pozzo, il mio procuratore. Gli dicevo di correre, che volevo rivedere il gol, ma niente da fare. Man mano che camminavamo il traffico aumentava, diventava pazzesco entrando nel Corso, quello che a bari separa, in dieci metri, i ricchi dai poveri. Entrando verso via San Bartolomeo, la viuzza dove abitavo, diventa impossibile procedere. L’intera città era lì, per me.”
Da quel giorno, da quella notte, ha inizio una nuova vita per fantantonio. Il mondo si accorge di lui e lui capisce gli si sono aperte le porte di una vita diversa rispetto a quella vissuta fino a quel giorno.
“A oggi mi sono fatto diciassette anni da disgraziato e nove da miliardario. Me ne mancano ancora otto, prima di pareggiare.”
Un Cassano che non ti aspetti è il vero scoop che propone questo bel libro scritto dal fuoriclasse di Bari Vecchia con l’ausilio di Pierluigi Pardo. Un Cassano che non dimentica il suo passato, i suoi amici, le sue radici.
“Tra i mie amici c’era Remì. Più di un amico, un fratello. Venne ucciso a diciotto anni, nel giorno di Santa Maria, il 10 settembre del 1998. Mi manca. Viveva con me e da un giorno all’latro non me lo sono più trovato accanto. Non era il solo.
Michele Fazio consegnava pizze a domicilio, morì per una pallottola vagante. So che era un mio tifoso, e che quelle poche volte che ci eravamo incontrati non aveva avuto il coraggio di chiedermi l’autografo. È morto che aveva sedici anni, quando io ero già a Roma. Con il passare del tempo mi sono accorto che quell’autografo serviva a lui ma soprattutto a me. E vorrei farglielo, perché anche se non era un amico che vedevo tutti i giorni, mi voleva bene e il modo in cui tutto è finito è assurdo.”
E ricordando il passato riemergono vecchie ferite mai rimarginate, un’infanzia difficile vissuta senza la figura paterna e in cui la strada era la sua casa. Una vita difficile dove i rapporti umani hanno un posto di primo piano e dove l’orgoglio di appartenenza è una spinta a fare bene.
“…la mia terra, il Sud, la radice che ho dentro. Sono orgoglioso di esserci nato anche se è tanto che non ci vivo. Per me onestamente il Sud vince 10 a 0 con il Nord. Si vive in posti più belli, il rapporto umano generalmente è più vero. Da noi quasi sempre le cose si dicono in faccia anche a costo di ferirsi. Il problema è che nessuno è diplomatico, tutti facciamo casino, pensiamo solo a noi stessi, mentre lì sono furbi, organizzati e le cose funzionano meglio. Ma io sono comunque fiero delle mie origini.”
La sfida con la vita, che per chi nasce povero e al Sud è “la sfida”, Antonio Cassano l’ha vinta e l’ha vinta alla grande. Per l’altra, quella professionale, Genova calcisticamente può essere per lui ciò che è stata per Roberto Mancini. E non ci potrà essere nessun Marcello Lippi a offuscare la classe pura e cristallina di Antonio Cassano che, come tutti i grandi fuoriclasse di ogni epoca, a vederlo giocare fa bene agli occhi e al cuore.

Titolo Dico tutto. E se fa caldo gioco all’ombra
Autore
Antonio Cassano
Editore Rizzoli
Anno 2008


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13 novembre 2008

niente di personale



Si può essere giovani in tanti modi
Due notizie di cronaca portano sotto la lente d’ingrandimento dell’informazione due storie di giovani. Non due giovani qualunque, ma due giovani affermati.
Il primo è Antonio Cassano da Bari nato il 12 luglio 1982 e il secondo è Roberto Saviano da Napoli nato nel 1979. Cassano gioca a calcio nella Sampdoria, ha studiato poco e a letto ancora di meno, il secondo è laureato in Filosofia e ha scritto un libro che ha venduto alcuni milioni di copie in tutto il mondo, Gomorra.
Nei prossimo giorni uscirà un’autobiografia di Cassano, “Dico tutto”, libro nel quale il talento di Bari vecchia si racconta e dove ammette candidamente che se non avesse fatto il calciatore sarebbe diventato un delinquente. Nel libro ci sono tante altre cose, come annunciano i giornali che hanno letto in anteprima il libro, che faranno molto discutere. Oltre a giudizi sferzanti su alcuni allenatori, Cassano racconta anche delle 600 o 700 donne con le quali ha avuto rapporti. E poi retroscena sui dissapori con Francesco Totti. Insomma la sua giovane vita, che piaccia o no, è diventata un libro e c’è da giuraci che venderà anche molte copie.
Il secondo, Roberto Saviano, annuncia invece che non potrà essere presente a Los Angeles alla presentazione del film “Gomorra”, candidato al premio Oscar quale miglior film straniero, perché non c’è stato il giusto coordinamento tra la polizia italiana e quella americana e perciò il suo viaggio potrebbe essere pericoloso. Vive come un recluso perché la camorra ha deciso di ucciderlo. Numerose e in forme diverse sono le manifestazioni di solidarietà che gli sono giunte da ogni parte d’Italia e anche da oltre confine.
Questa mattina ho letto queste notizie su tutti i quotidiani e mentre pensavo a come possono essere diverse le persone tra di loro e alla forte contraddizione che la rappresentazione di questi due mondi pone, mi è ritornata in mente una frase del Cardinal Martini che ho letto nel suo ultimo libro, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”.
“Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutarli ad ascoltare il loro maestro interiore…possiamo solo creare le condizioni per consentire a un giovane di capire. La comprensione, il giudizio, deve essere dato dalla sua interiorità.”
E ho pensato che è difficile dare dei consigli, tantomeno insegnare qualcosa. Quello che è possibile fare però è incentivare la lettura e spronare i giovani a studiare, perché più cose si sanno, più cose si conoscono, più si è liberi.


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