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29 settembre 2011

La ricerca di Dio nel nostro tempo



Nella nostra contemporaneità, quella che attraversiamo tutti giorni, ciò che accomuna molti popoli è la crescita costante dell’insicurezza. Una forma di precariato stabile che interessa molte delle attività umane, siano esse di natura economica o di natura più personale, e che ci costringe alla ricerca di nuovi e più duraturi equilibri e soprattutto a una continua ricerca del senso delle cose. In questa difficile elaborazione, che attiene principalmente alla nostra interiorità, ci viene in aiuto il nuovo libro dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, “Una teologia per la vita” per i tipi dell’Editrice La Scuola, prossimamente in libreria. Intervistato dallo scrittore e storico italiano Marco Roncalli, Bruno Forte con grande generosità si svela a chi lo legge con una felice sintesi tra l’uomo di Chiesa e lo studioso, senza rinunciare a nessuna delle due specificità. Questo argomentare tra fede e ragione richiama alla mente un altro grande Vescovo. Il Vescovo della più grande diocesi del mondo, Milano, Carlo Maria Martini, colui che è stato per lungo tempo una guida spirituale per cattolici e non cattolici e che in molti avrebbero visto volentieri come Papa della Chiesa cattolica.
Il libro è quasi un’autobiografia perché mettendo in relazione «la vita della teologia di oggi con la filosofia e l’azione pastorale, le religioni e la bioetica, l’educazione e la vita quotidiana» contestualmente narra della sua vita e delle scelte che questa gli ha visto compiere. Come la scelta  più importante di tutte, forse, quando accettò l’incarico a Vescovo. «Annullai tutti gli impegni, lasciai tutti gli incarichi culturali, dimettendomi immediatamente dal Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Treccani, dalla Scuola di Alti Studi della Fondazione San Carlo di Modena, dalla Facoltà Teologica di Napoli e dalla Facoltà di scienze della mente del San Raffaele di Milano, dov’ero approdato su insistenza dell’amico Massimo Cacciari e con l’incoraggiamento del cardinale Martini. Tutte cose da niente - posso dirlo davanti a Dio - a confronto del sacrificio di lasciare la mia gente, che avevo cercato di servire da prete con tutto il mio cuore». A cinquantacinque anni diviene quindi Vescovo e inizia un nuovo percorso di vita anche l’uomo Bruno Forte che non dimentica l’insegnamento del suo educatore e padre spirituale, monsignor Luigi Diligenza, «Lui in un certo senso era - e lo dico usando categorie forse non adeguate - un progressista, dalla mentalità aperta, ma fedelissimo nei valori fondamentali: è ciò che io sento nella mia identità profonda». Fede e grande apertura mentale appunto, «[…] un pastore» deve «servire gli uomini, annunciare Gesù e il Vangelo […] ma anche essere ponte di amicizia e dialogo con tutti, credenti e non credenti». La parola di Dio senza dimenticare però la sua condizione precedente di teologo e di uomo attento all’evoluzione del pensiero umano e della vita terrena degli uomini. «Sempre più mi convinco che il nostro ruolo di vescovi, di teologi, o di vescovi-teologi, non è tanto quello di indicare delle formule operative, ad esempio politiche - che è invece il compito di chi fa politica per professione -, quanto quello ispirativo e cioè di testimoniare degli orizzonti di senso, dei riferimenti a tutto l’uomo e ad ogni uomo, il compito etico; insomma, di richiamare il primato del bene comune». Sembrano riecheggiare, di nuovo, le parole del Cardinal Martini che in “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, un libro intervista con Georg Sporschill, simile tipologicamente al libro di Forte, così scrive: «Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutarli ad ascoltare il loro maestro interiore […] possiamo solo creare le condizioni per consentire a un giovane di capire. La comprensione, il giudizio, deve essere dato dalla sua interiorità». Temi sui quali l’uomo s’interroga da sempre e che necessitano di risposte complesse che il teologo e il pastore cercano di portare a sintesi con un linguaggio, questo sì, semplice e accessibile a tutti. «E ciò con cui ora mi devo misurare è la necessità di elaborare un linguaggio il più semplice, il più comunicativo possibile, pur senza evitare la complessità. E questo - mi accorgo - diventa fecondo anche per me, perché mi aiuta a fare una sorta di semplificazione, di purificazione mentale e linguistica, per giungere al cuore dei destinatari. C’è dunque una forte continuità, che mi pare naturale, al punto che mi chiedo come faccia un vescovo a fare il vescovo senza continuare a tenere alimentato e rafforzato il suo background, senza continuare a pensare e studiare, visto il bombardamento di stimoli che arrivano su tutti i fronti, visto l’affacciarsi di problemi nuovi». Parlare di Dio nel tempo che abitiamo è impresa assai ardua. Parlarne e farsi ascoltare lo è ancor di più. Quando ciò accade è lecito chiedersi perché accade e provare a capire, ascoltando. «[…] c’è dunque un auditus temporis e c’è un auditus Verbi: un ascolto del mondo e un ascolto della Parola. E solo dalla coniugazione fra questi due ascolti la teologia può diventare una sorta di profezia: una parola, cioè che dice la rivelazione di Dio agli uomini e alle donne del nostro tempo, per la vita di tutti».


13 novembre 2008

niente di personale



Si può essere giovani in tanti modi
Due notizie di cronaca portano sotto la lente d’ingrandimento dell’informazione due storie di giovani. Non due giovani qualunque, ma due giovani affermati.
Il primo è Antonio Cassano da Bari nato il 12 luglio 1982 e il secondo è Roberto Saviano da Napoli nato nel 1979. Cassano gioca a calcio nella Sampdoria, ha studiato poco e a letto ancora di meno, il secondo è laureato in Filosofia e ha scritto un libro che ha venduto alcuni milioni di copie in tutto il mondo, Gomorra.
Nei prossimo giorni uscirà un’autobiografia di Cassano, “Dico tutto”, libro nel quale il talento di Bari vecchia si racconta e dove ammette candidamente che se non avesse fatto il calciatore sarebbe diventato un delinquente. Nel libro ci sono tante altre cose, come annunciano i giornali che hanno letto in anteprima il libro, che faranno molto discutere. Oltre a giudizi sferzanti su alcuni allenatori, Cassano racconta anche delle 600 o 700 donne con le quali ha avuto rapporti. E poi retroscena sui dissapori con Francesco Totti. Insomma la sua giovane vita, che piaccia o no, è diventata un libro e c’è da giuraci che venderà anche molte copie.
Il secondo, Roberto Saviano, annuncia invece che non potrà essere presente a Los Angeles alla presentazione del film “Gomorra”, candidato al premio Oscar quale miglior film straniero, perché non c’è stato il giusto coordinamento tra la polizia italiana e quella americana e perciò il suo viaggio potrebbe essere pericoloso. Vive come un recluso perché la camorra ha deciso di ucciderlo. Numerose e in forme diverse sono le manifestazioni di solidarietà che gli sono giunte da ogni parte d’Italia e anche da oltre confine.
Questa mattina ho letto queste notizie su tutti i quotidiani e mentre pensavo a come possono essere diverse le persone tra di loro e alla forte contraddizione che la rappresentazione di questi due mondi pone, mi è ritornata in mente una frase del Cardinal Martini che ho letto nel suo ultimo libro, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”.
“Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutarli ad ascoltare il loro maestro interiore…possiamo solo creare le condizioni per consentire a un giovane di capire. La comprensione, il giudizio, deve essere dato dalla sua interiorità.”
E ho pensato che è difficile dare dei consigli, tantomeno insegnare qualcosa. Quello che è possibile fare però è incentivare la lettura e spronare i giovani a studiare, perché più cose si sanno, più cose si conoscono, più si è liberi.


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