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Diario
 


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5 giugno 2012

Stagione d'oro, grazie mister


«Il Maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà…», ascolto questa canzone più volte al giorno da un po’ di giorni. Da quando ho avuto la certezza che Zdenek Zeman il prossimo anno non allenerà più il Pescara ma tornerà nella capitale d’Italia per allenare la Roma di Francesco Totti. “Il Maestro”, cantata con la voce roca, impastata di fumo e sigarette di Paolo Conte è la colonna sonora ideale per questo commiato. Lo è per tante ragioni che travalicano e superano anche la vicenda sportiva.
Possiamo usare il termine “impresa” sportiva senza aver paura di cadere nella retorica perché il risultato conseguito dal Pescara di Zeman resterà per sempre nella storia di questa città e nella storia del campionato di calcio di serie B. Per queste ragioni la festa per la promozione in serie A è stata indimenticabile e Pescara sembrava una città brasiliana nei giorni di carnevale. L’unica differenza nella musica che si cantava e ballava, non samba carioca ma il più nostrano e ormai popolarissimo «che bello è…quando esco di casa…per andare allo stadio…a vedere il Pescara…che bello è…».
I cittadini, anche quelli che normalmente non si occupano di calcio, si sono ritrovati al centro di un avvenimento che settimana dopo settimana ha richiamato sempre più l’attenzione dei media nazionali, e hanno risposto riempiendo tutte le settimane lo stadio Adriatico. Con il 16,45% del totale degli spettatori di tutta la serie B, Pescara detiene infatti il primato degli spettatori paganti per le partite casalinghe della sua squadra. Una festa che sembrava non dovesse finire mai e invece, parafrasando Fabrizio de Andrè, quello che sembrava essere l’inizio di un’estate infinita è durato solo un giorno.
In molti, e non solo i tifosi pescaresi ma anche i suoi tanti tifosi personali sparsi per l’Italia mister Zeman, sognavano invece di emulare le gesta del Nottingham Forest e del suo condottiero Brian Clough che nella stagione 1977/78 portò alla vittoria del campionato inglese la squadra di  Nottingham. Era la prima volta che una squadra neopromossa dalla seconda divisione vinceva il campionato e l’anno successivo, quella stessa squadra, vinse la Coppa dei Campioni, si chiamava proprio così prima dell’avvento televisivo degli anticipi e dei posticipi. Ci furono poi altre vittorie sportive per il Nottingham ma quello scudetto vinto al primo tentativo resta nell’immaginario collettivo di chi ama il calcio come una pietra miliare. Il portiere di quella squadra straordinaria si chiamava Peter Shilton, a centrocampo giostrava Martin O’Neill, il centravanti era Trevor Francis. “Mutatis mutandis” su questa sponda dell’adriatico si sognava che ad alzare la coppa con le orecchie fossero Marcolino Verratti, Lorenzo Insigne e Ciro Immobile.
Un sogno si, è vero, ma se si toglie la capacità e la voglia di sognare cosa resta del calcio?
Anche per queste ragioni alla gioia incommensurabile dei giorni della festa corrisponde in queste ore un sentimento diverso. Di riconoscenza certo, ma anche di malinconia. Una malinconia che passerà, deve passare, ma che in queste ore non lascia spazio ad altro.
Ci mancherà il sabato all’Adriatico. Come ci mancheranno i 145 gol che abbiamo visto nelle 42 partite disputate quest’anno. Ci mancherà il filotto finale delle sette vittorie consecutive con 24 gol realizzati, 3 subiti e più di 120 tiri in porta. Ci mancheranno le facce gioiose dei suoi giovani ragazzi che, grazie anche alle sue cure, sono diventati oggetto del desiderio di tanti club blasonati di serie A.
Soprattutto ci mancherà lei, Zdenek Zeman e non solo per le imprese sportive che pure tanta gioia ci hanno regalato. Il suo impatto sulla nostra realtà, sulla nostra comunità è stato notevole e lo dimostrano le tante richieste, tutte evase, che sono giunte alla società della Pescara calcio per averla come ospite a dibattiti o nelle scuole come testimone di valori postivi. «Non è vero che non mi piace vincere. Mi piace vincere rispettando le regole» è una delle sue affermazioni più celebri che certo resterà impressa nella mente di molti bambini che l’hanno ascoltata anche perché lo ha dimostrato con l’esempio concreto. Così come ha dimostrato all’intera società italiana, e non solo alla nostra piccola comunità, che è importante credere e dare fiducia ai giovani e investirli di responsabilità. La sua squadra, la più giovane del campionato, vincente e sempre corretta in campo e fuori, è in questo senso un esempio e insieme una speranza che va oltre l’evento sportivo. Lavoro, applicazione, serietà e l’entusiasmo dei giovani sono gli ingredienti non solo per scalare le classifiche sportive ma per continuare a credere che davvero un mondo migliore è possibile.
Lo aveva detto e noi lo sapevamo, lo avevamo capito dalla serenità del suo sguardo, che a Pescara era stato bene, ma sapevamo anche che se fosse arrivata una chiamata dalla Roma, difficilmente avrebbe detto no. Così è stato. La chiamata è arrivata e lei ha detto si. La salutiamo con le parole del più grande cantautore italiano, Fabrizio de André: «Io mi dico è stato meglio lasciarci, che non esserci mai incontrati» e le auguriamo buona fortuna e grazie per questo piccolo, ma intenso, tratto di vita che abbiamo percorso insieme.


14 maggio 2012

Il bel gioco che appassiona


Il ventisei di agosto dello scorso anno allo stadio “Bentegodi” di Verona, nel primo anticipo di serie B alle ore 19.00, il Pescara vinceva la prima partita del campionato e iniziava nel migliore dei modi un’avventura destinata a restare nella storia del club adriatico e dell’intera serie cadetta. Non era ancora il Pescara di Zeman, non per tutti almeno, e veniva giudicato con sufficienza dalla grande stampa nazionale. Ai nastri di partenza le pretendenti alle tre poltrone che danno diritto a disputare il campionato di serie A erano altre. Il Torino innanzitutto, poi la Sampdoria, il Padova, il Brescia, il Bari, perfino il neopromosso Verona. Il Pescara no. Nessuno aveva pensato alla squadra adriatica come a una delle possibili rivelazioni del campionato. Nessuno tranne Zdenek Zeman.
Lo sguardo del tecnico di Praga era stato lungo come spesso gli succede nella scelta dei calciatori che chiama nelle sue squadre per trasformarli da giovani speranze in potenziali campioni. È successo in passato con Beppe Signori, Ciccio Baiano, Gigi Di Biagio, succede oggi, sotto i nostri occhi con Lorenzo “il primo violino” Insigne, Ciro Immobile “il bomber”, e con l’incredibile maturazione di Marco Verratti che in molti vedono già oggi come vice Pirlo nella Juventus campione d’Italia. Zdenek Zeman aveva visto bene. Sapeva che poteva costruire una grande squadra partendo da un nucleo solido di calciatori già presenti a Pescara come Marco Sansovini “il capitano”, Emmanuel Cascione “l’uomo ovunque”, Damiano Zanon “il nuovo Codispoti” e Andrea Gessa “il generoso”. Sapeva che attorno a questi calciatori avrebbe potuto far crescere e maturare alcuni nuovi talenti che aveva avuto con se l’anno precedente. Così è stato, oggi il Pescara è primo in classifica e, mancano due partite e un’ora di gioco contro il Livorno alla fine del campionato, ha segnato più di tutte le altre squadre, ottantasei sei gol, un’enormità. Più della Juventus di Del Piero e Buffon che alla fine del suo unico campionato in serie B, correva l’anno calcistico 2006/2007, si classificò prima segnando ottantatre reti. Nelle ultime cinque partite disputate ha segnato venti gol e ne ha subiti due, vincendole tutte. È oggi il Pescara di Zeman. 
Lo è nei numeri, nel modo con cui affronta le partite, siano esse casalinghe o in trasferta, lo è, soprattutto, per la bellezza che è capace di esprimere con il suo gioco in campo. Ed è proprio la bellezza il tratto distintivo delle squadre allenate da Zeman. I tifosi delle squadre che ha allenato in passato lo ricordano soprattutto per questa caratteristica, prova ne sia la generosità con cui hanno sempre riempito gli stadi dove giocavano le sue squadre. E oggi succede la stessa cosa a Pescara. Lo stadio Adriatico è spesso “sold out” e si vede gente di tutte le età che si diverte e canta e balla. Le persone partecipano attivamente alla partita, quasi come se giocassero tutte insieme, perché vedono in campo una squadra generosa che non simula falli, non protesta, rispetta l’avversario. Corre dal primo all’ultimo minuto e non si risparmia mai. Una squadra di persone serie innanzitutto. In un mondo popolato da imbroglioni e gente spesso incapace di svolgere il proprio ruolo, questo modo d’intendere il proprio lavoro rappresenta una meravigliosa eccezione con la quale è facile e bello potersi identificare. 
«Le pagine che seguono sono dedicate a quei ragazzi che un giorno, anni fa, incontrai in Calella de la Costa. Tornavano da una partita di calcio e cantavano: Vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo». Questa è la dedica di Edoardo Galeano per il libro più bello (parlo per me, ma so che pensano la stessa cosa in tanti, certo tutti coloro che ricordano a memoria la formazione degli ultimi vent’anni della loro squadra del cuore) mai dedicato a questo sport,  “Splendori e miserie del calcio”. La stessa, identica, filosofia di gioco e di vita appartiene a Zdenek Zeman, per questo ha tifosi in tutta l’Italia ed è spesso applaudito anche dai tifosi delle squadre avversarie. Da ieri sera il suo Pescara è primo in classifica, solitario. Quel «vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo», deve perciò essere leggermente modificato in vinciamo, vinciamo e ci divertiamo. Auguri Zdenek Zeman. Auguri per i suoi splendidi sessantacinque anni e grazie per la bellezza che ci ha regalato.



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