.
Annunci online

 
Diario
 


*****

*****


21 gennaio 2012

Se si confonde la goliardia e il cazzeggio con la politica


Sul profilo Facebook di Pierluigi Bersani, il segretario del partito democratico, campeggia l’immagine di uno dei quadri più famosi di Edward Hopper, Nighthawks del 1942, taroccata con l’aggiunta dell’immagine, ormai famosa, dello stesso Bersani seduto al tavolo di un locale con un bicchiere di birra davanti mentre scrive un intervento politico.
Bersani è un uomo di spirito è noto a tutti, e questo sottolinea un aspetto positivo in un mondo, quello della politica, dove tutti si prendono troppo maledettamente sul serio.
Ma perché Bersani ha postato quest’immagine sul profilo di un social network?
Pare che la foto in questione sia stata scattata e postata immediatamente su Twitter da un’avventore che si trovava nello stesso locale di Bersani. «Leader di grande partito del fu centrosinistra cerca compagni di bevute», questa la didascalia della foto. L’autore, non essendo un guru del social network in questione, mentre scrivo risultano essere 312 i suoi follower (e certamente questo numero è cresciuto in queste ore), 125 following e risulta aver scritto 471 tweet, si è ritrovato probabilmente al centro di un evento di comunicazione “a sua insaputa”.
Dopo pochi minuti è diventata una delle immagini più cliccate sulla rete ed è iniziato un dibattito surreale sulla sua interpretazione. Si spazia tra goliardia e cazzeggio e non sono mancati insulti e  dissertazioni filosofiche. C’è chi ci ha letto addirittura la solitudine della sinistra. Ci si è divisi tra chi era a favore e chi era contro in un tripudio di parole inutili e senza senso. 
Che un momento di riservatezza e concentrazione, e scrivere un intervento politico è un momento di riservatezza e concentrazione, si trasformi in tutto ciò è francamente deprimente. E poi ci lamentiamo della stampa spazzatura?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Pierluigi Bersani Pd Edward Hopper

permalink | inviato da oscarb il 21/1/2012 alle 12:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 ottobre 2009

Edward Hopper. Il realismo come possibile racconto del mondo



«Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo», è una dichiarazione di Edward Hopper (1882-1967) che si legge all’inizio del percorso espositivo, prima vera mostra antologica che si tiene in Italia su uno dei più grandi e popolari artisti americani del ventesimo secolo. Milano e Roma le città che ospitano questo grande evento culturale. La mostra che approda in Italia, curata da Carter E. Foster, è un viaggio nell’avventura artistica di Edward Hopper. Un percorso di conoscenza, organizzato in sette sezioni e con 160 opere, che attraversa tutta la sua produzione e tutte le tecniche di rappresentazione. C’è l’Hopper incisore, l’Hopper acquerellista e l’Hopper più noto a tutti che dipinge a olio su tela. Un percorso per comprendere il certosino lavoro di preparazione che c’è dietro ogni suo lavoro. I quadri di Hopper sono, almeno nelle intenzioni dell’artista, opere compiute dove nulla è lasciato al caso.  E quando giungiamo di fronte a Morning Sun, la rappresentazione plastica di questo processo è sotto i nostri occhi. Di quest’opera, del 1952, possiamo ammirare il quadro, gli schizzi a penna sul quaderno, i disegni di studio con la Conté crayon, la sua matita preferita, e infine l’installazione del video artista austriaco Gustav Deutsch che propone un’opera interattiva ricostruendo la scenografia dello stesso quadro. Sul lato opposto della parete c’è una teca che contiene un quaderno, e poco più a destra un monitor multimediale che permette di sfogliarne le pagine. Il quaderno è uno di quelli per fare i conti, una sorta di diario di cassa, quelli con la copertina rigida per intendersi. Ogni pagina è disegnata. Disegni a penna e appunti. Quello che risulta subito evidente è l’attenzione maniacale per la luce, anche se si tratta solo di piccoli disegni. Qui si legge il tentativo di Hopper di fissarla sulla carta, catturarla e fermarla per sempre su quella parete, su quel porticato, o sul viso della moglie Jo che, dal 1924 data del loro matrimonio, diviene la sua unica modella. Lì di fronte a te, in quel preciso istante, c’è Edward Hopper, il raccontatore di storie. Di storie americane di tutti i giorni. Lontano dagli stereotipi che riescono a percepire una sola America che si sviluppa in altezza, frenetica. Hopper non è interessato alle mode, o alla trasformazione veloce della città che soprattutto all’inizio del 1900 è travolgente; al contrario la sua attenzione è catturata dai luoghi dove si è già depositata la polvere del tempo. Sono gli edifici vittoriani a stimolarlo piuttosto che i nuovi grattacieli di New York. Sono le sequenze anonime di edifici privi di valore architettonico a far scattare in lui la molla decisiva del narrare. Hopper li rende universali. Come non riconoscere infatti, in quegli edifici industriali con i serbatoi dell’acqua in cima a tutto e in quella periferia dell’impero, ciò che negli stessi anni ritrae l’italiano Mario Sironi? Immagini che rappresentano e restituiscono una solitudine fino a quel momento sconosciuta e perciò inespressa: la solitudine della nuova metropoli. Ecco dunque svelato l’arcano dell’affermazione di Hopper che leggiamo all’inizio del percorso. L’artista non riesce a trovare le parole per esprimere lo spleen della condizione contemporanea dell’abitare e del vivere. Quel senso di estraniazione che si prova di fronte al processo di meccanizzazione che sempre più attraversa la vita di tutti, e che di fronte a dimensioni non più controllabili ti fa pensare alla fuga come unica possibile via di salvezza. Come Charlie Chaplin in Tempi moderni anche Hopper s’interroga, con occhi altri, su ciò che i cambiamenti producono nelle persone, nel loro cuore innanzitutto.
«Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa» è la seconda affermazione di Edward Hopper che incontriamo proseguendo la visita. La luce attraversa la tela di Hopper e attraversandola cambia la percezione e la concezione stessa dello spazio e del tempo. I protagonisti dei suoi quadri sono sospesi in un presente eterno. Non hanno un prima e un dopo; vivono eternamente quell’attimo che Hopper sa cogliere. La sua pittura è anche per questo finzione. Più assomiglia alla realtà e più è finzione. L’uso della prospettiva in particolare gli serve per inventare questa finzione e creare storie. In realtà è la prospettiva che falsa lo sguardo sulla realtà, ma proprio qui risiede la creazione. E proprio qui, in questo paradosso, che prende corpo l’opera d’arte.

La sua pittura è per questo motivo anche cinema: per la capacità di saper “vedere” ciò che non c’è. Di saper immaginare una sequenza e poi quella successiva. Questa sovrapposizione dei piani, grazie all’uso improprio della prospettiva, rende l’opera di Hopper “navigabile”. E come se l’artista lasciasse spazio allo spettatore, ad ognuno di noi, per intervenire. Per interpretare ovviamente, ma anche per occupare quegli spazi lasciati vuoti, quegli scorci. I suoi quadri sono ricordi e forse, anche per questo, sono spesso solo porzioni di spazio; scorci appunto. Sulle sue tele ci sono persone, non la gente. Presenze immobili, che danno la sensazione di voler essere altrove. L’inquietitudine è la vera cifra stilista di Hopper, che riesce a trasferire questo concetto dalle persone alle cose e viceversa. Anche i muri, nelle sue tele, sembrano essere inquieti. Hopper materializza questa condizione e la trasporta su tela. Guardare un suo quadro t’innamora. Case, oggetti, persone, divengono una lente d’ingrandimento sulla condizione della modernità. In questo senso forma e contenuto in Hopper, spesso, si equivalgono. Entrambe hanno la capacità d’imporsi e di restare impresse nella mente di chi guarda.

Hopper ha saputo sovvertire il concetto di luogo comune. Come è stato scritto da più di un critico, è stato ammirato «per le strade che apre all’immaginario», ha saputo trovare la bellezza nel quotidiano, qualche altro ha scritto, e nella banalità.

«Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.» Rileggendo questa frase alla fine del percorso e dopo aver visto le opere esposte ci si può rallegrare che Hopper non sia stato anche un grande scrittore. E ripensando a «Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa» si può affermare che la bellezza dei quadri di Hopper risiede in quella luce del sole racchiusa e custodita, per sempre, nelle sue tele.

Il suo è un realismo che trascende il significato stesso del termine per divenire il racconto di un mondo, il mondo che Hopper ha abitato e che è possibile ri-conoscere in altri mondi.

L’antologica Edward Hopper a Milano, ripercorrendo la sua storia artistica, si pone anche come la storia di molti.
Succede sempre così ai più grandi: raccontando di sé raccontano di noi.


P.S.: una notazione a margine merita il catalogo, edito da Skira, curato, come la mostra, da Carter E. Foster, che aiuta a capire le opere esposte e soprattutto, cosa sempre da sottolineare, è scritto bene. Da “esibire” assolutamente nella propria libreria.


Edward Hopper

14 ottobre 2009 – 31 gennaio 2010

Palazzo Reale – Milano, piazza del Duomo 12

www.edwardhopper.it


a cura
Carter E. Foster

progetto espositivo e direzione lavori
Cesare Mari, Paolo Capponcelli, PANSTUDIO Architetti associati


Orari

Tutti i giorni 9.30-19.30

Lunedì 14.30-19.30

Giovedì 9.30-22.30


Per informazioni e prevendita biglietti tel. +39 199 202202

www.vivaticket.it


 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Edward Hopper Palazzo Reale Milano

permalink | inviato da oscarb il 27/10/2009 alle 9:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     dicembre        febbraio
 

 rubriche

Diario
Le mie recensioni
Niente di personale
Dall'Italia
Politica
Dal Mondo
Cultura
Racconti
City Room
Bi-fronti
Le grandi mostre
Paz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

fabrizio de andré
italo calvino
pier paolo pasolini
wim wenders
pier vittorio tondelli
andrea pazienza
paul auster
nick hornby

aNobii_oscar
books brothers
la repubblica_bari
stilos
theorein

giovanni di iacovo
antonio gurrado
cristina mosca
adele parrillo
cristiana rumori
quasirete

peppino impastato
legambiente
wwf
emergency

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom