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Diario
 


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8 dicembre 2011

Sogno n°1


Titolo più appropriato non poteva esserci per questo disco destinato a diventare un cult per gli amanti della musica di Fabrizio De André. Geoff Westley, produttore, arrangiatore e compositore inglese, registra, nei mitici Abbey Road Studios di Londra dieci canzoni del cantautore genovese, dirigendo la London Symphony Orchestra. Una delle più prestigiose orchestre del mondo rende così omaggio al più grande cantautore italiano sottolineando la grande valenza musicale del suo lavoro. «Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle dovrà riconsegnare, quando verrà al tuo cielo là dove in pieno giorno risplendono le stelle...», è la prima strofa di “Preghiera in gennaio”, il pezzo che apre il disco, che Faber dedica a Luigi Tenco, la prima delle dieci chicche che questo lavoro riserva. Geoff Westleey fa rivivere la magia della voce di De Andrè che si rivela in totale sintonia con l’esecuzione dell’orchestra londinese. “Ho visto Nina volare” e “ Hotel Supramonte” proseguono il viaggio sonoro di questo primo sogno. La quarta traccia è “Valzer per un amore” che trasporta davvero in un tempo altro. Qui la bellezza dell’esecuzione strumentale incontra la voce musicale di Faber e, inaspettata, la voce malinconica e suadente di Vinicio Capossela. Poi come in un concerto dal vivo un crescendo con “Tre madri”, “Laudate Hominem” con un superbo coro, “Disamistade” e “Rimini” fino a “Anime salve” con Franco Battiato protagonista del secondo e ultimo duetto. Il sogno si conclude, e non poteva essere altrimenti, con le “Nuvole”, il cui titolo Faber aveva mutuato da una commedia di Aristofane.

Titolo Sogno N°1. Fabrizio De André
Autore London Symphony Orchestra
Editore Sony Music, Rca, Nuvole production
Pagine 48 +Cd
Anno 2011


27 febbraio 2009

Genova per noi…



Genova per noi è un’idea come un’altra, ratatatà, ratatatà, ratatatatà, canta Paolo Conte, e quando dall’autostrada, che scende giù fino al mare, si comincia a vedere Genova, mi torna sempre in mente questa canzone. Ratatatà, ratatatà, ratatatatà.
Uno splendido sole e un vento bello che arriva dal mare e sale su fino a via XX settembre è lo spettacolo che trovo al mio arrivo. Il tempo di lasciare la valigia in albergo e sono già nel sottoportico di Palazzo Ducale all’ingresso della mostra. Fabrizio De André, la mostra. Il sole è ancora lontano dal mare.
Cinque grandi arcate a formare uno spazio longitudinale invaso dalla musica e dalla voce di Fabrizio De André. Una serie di schermi che si lasciano attraversare dalle immagini, a destra per tutta la lunghezza della parete i testi delle canzoni proiettati sul muro e sulla sinistra, incastonati nel muro come reliquie, oggetti e foto del cantautore genovese. In fondo, a chiudere la serie degli schermi, il pianoforte di casa De André e una gigantografia che ritrae Fabrizio al piano.
Il nero ti avvolge come il blu e la musica. E poi quella voce che al buio e nel silenzio risuona come magica. Molte persone, nessuno parla, qualcuno canta. Ed è solo la prima stanza.
Quando arrivi alla fine del percorso t’imbatti in una giovanissima e strepitosa Enza Sampò che circuisce un Fabrizio De Andrè poco più che ragazzo. Ti si apre il cuore. Lo vedi, davanti a te, che suona, solo, con la chitarra e quattro fari che lo illuminano.
E mentre lo riascolto, seduto nelle ultime file della piccola sala video, mi accorgo che è sempre stato un classico, fin all’inizio della sua carriera.
Quella voce meravigliosa, capace di scandire le parole una a una e che le fa capire, comprendere. È attuale e contemporaneo non solo per i testi e per la musica ma anche per come è vestito e per la sua figura. E mentre comincio a scrivere sulla mia moleskine questi primi appunti, arrivano le note di “Amore che fuggi, da me tornerai”. Che riapre il cuore e ti da vita.
Enza Sampò adesso è seduta, spalle alla telecamera, tra tante sedie vuote e ascolta Fabrizio.
Non ha fretta De André. Non ha fretta di rispondere alle sue domande. Si lascia attraversare dal tempo e questo scorrere nuovo del tempo, quest’attesa, aiuta a riconciliarsi con il proprio tempo.
Riattraverso quegli spazi pieni di nero e di blu e di silenzio. D’improvviso si riode la voce di Fabrizio. Mai inopportuna, sempre complice.
Esco che è ormai giunta sera e fa un po’ freddo. Mentre cammino, con la musica e la voce di Fabrizio nella testa e le immagini e quel buio e quel blu che non mi abbandonano, quasi non mi accorgo che sto passando davanti alla chiesa di San Lorenzo. Un’architettura straordinaria con quei marmi in fasce bicrome, bianche e nere, che raccontano della potenza e della gloria di Genova.
Questa vista un po’ mi scuote e mi distoglie dal torpore, o forse saranno gli odori o ancora le variopinte ragazze cantate da De André a farmi ritornare in me.
E mentre penso a tutto ciò sono arrivato in via dei Giustiniani, nel posto dove cenerò.
Antica Sa Pesta, il nome della trattoria. Se siete a Genova questa è una tappa obbligata al pari della visita al nuovo porto di Renzo Piano piuttosto che al Carlo Felice di Aldo Rossi.
Mentre aspetto una delle ragazze per l’ordinazione, sposto le posate e comincio a leggere sulla tovaglietta di carta color senape.

Antica Sa Pésta, le origini
In genovese “Sa Pésta” significa sale pestato (fino) che un tempo si otteneva raffinandolo col pestello nel mortaio. Il sale era una delle maggiori fonti di guadagno dei genovesi e monopolio dell’antica Repubblica di Genova. Scaricato dalle navi veniva custodito in depositi speciali nel porto e poi venduto al pubblico in “spacci” detti “spatole”. L’antica “ Sa Pésta” originariamente era luogo di vendita di sale che da “grosso” veniva raffinato per comodità degli acquirenti. Nel medioevo il Comune di Genova decretò che fossero sottoposti a monopolio anche il pane e il vino; pertanto l’attività di “spaccio” della Sa Pésta” si estese ben presto alla vendita al minuto di tali generi di prima necessità e con breve passo anche ad una ristorazione di tipo rapido. Fu in tal modo che ebbe origine uno dei più antichi locali ove venivano cucinate torte di verdura ed altre specialità popolari. In particolare veniva preparata la “farinata”, che nel XV secolo in latino era detta “scrippilita” per il suo tipico scoppiettare nel “testo” (teglia di rame stagnato) durante la cottura al fuoco a legna. L’antica denominazione si estese anche al proprietario chiamato “O Sa Pésta”. Tutt’ora il locale è volutamente conservato nel suo aspetto tradizionale d’altri tempi.

E la torta di verdure, di cipolle e la farinata ti lasciano assaporare una Genova che ancora c’è e che vive lì, in quei vicoli. In quel suk italiano, in quella mescolanza di razze e di colori che è ancora oggi il centro storico di Genova.
Esco che è ancora più buio e fa anche più freddo. Torno in albergo. Mi aspetta “Mi sono perso a Genova” di Maurizio Maggiani. Un nuovo viaggio in questa città. Questa volta di parole. Di parole colorate.


13 febbraio 2009

Fabrizio De André, la bellezza e l’amore_03

“Sentii fin da subito che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. Quest’ultima si è sbriciolata presto, la prima, invece, rimane.”



“La canzone più importante che abbia mia scritto è forse Amico fragile, ed è sicuramente quella che più mi appartiene. È un pezzo della mia vita con cui sono riuscito a vincere la strana entità che mi aggredisce per portarsi via una canzone. L’ho scritta in una notte dopo essere andato a una festa in una di quelle ville nel parco residenziale di Portobello di Gallura. Era in un momento di oscurantismo in cui Paolo VI aveva tirato fuori certe storie sugli esorcismi.
Ai medici, avvocati, gente di un certo livello culturale, presenti alla festa, volevo parlare per sentire il loro parere al riguardo, e invece anche quella sera, come tutte le sere, finii con una chitarra in mano. Allora mandai tutti a quel paese, mi ubriacai  sconciamente e mi rifugiai nel mio garage. Quando alle otto del mattino dopo, mia moglie Puny mi ritrovò, avevo già scritto le parole e la musica di Amico fragile. Il racconto di un artista che sa di essere utile agli altri, eppure fallisce il suo compito quando la gente non si rende più conto di avere bisogno degli artisti.”


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11 febbraio 2009

Fabrizio De André, la bellezza e l’amore_01

In occasione dell’inaugurazione della mostra che Genova ha dedicato a Fabrizio De André un giornalista a chiesto a Dori Ghezzi che cosa avrebbe scritto oggi Faber se fosse stato vivo, quali temi avrebbe affrontato. Dori Ghezzi dopo aver pensato per un po’ha risposto così: conoscendo Fabrizio penso che avrebbe scritto canzoni d’amore.
Io non ho conosciuto Fabrizio De Andrè ma, cercando di rispondere anch’io alla stessa domanda, sono giunto alla stessa conclusione.
Nel tempo che abitiamo, pieno di tante cose inutili e perciò superflue, di frastuono e di indecenze quello di cui abbiamo bisogno è la bellezza. La bellezza per circondarci di cose utili. La bellezza per ascoltare il silenzio. La bellezza per recuperare decenza.
E quale messaggio migliore dell’amore per veicolare bellezza?
E allora per staccarmi dalle volgarità di questi giorni ho provato a cercare nelle parole di Fabrizio De André e nella sua musica frammenti di bellezza per ascoltare, in pace, il silenzio.



“Ho sempre pensato che la musica debba avere un contenuto, un significato catartico: tutti gli sciamani, gli stregoni di tutti i popoli, che ben conosciamo, usavano il canto come medicina. Credo che la musica debba essere balsamo, riposo, rilassamento, liberazione, catarsi. Più semplicemente la musica, il canto, sono espressione dei propri sentimenti, della propria gioia, del proprio dolore. A volte addirittura un tentativo di autoanalisi e, analizzando te stesso, offri un via agli altri per analizzare se stessi.”
Fabrizio De André


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10 gennaio 2009

M'innamoravo di tutto, Fabrizio De André



“Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. (...) La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea”.
Fabrizio De André



Sono tantissime le iniziative che si stanno svolgendo in tutt’Italia per ricordare Faber nel decennale della sua morte. Ne segnalo due.

La prima è Lo speciale Fabrizio De André su Rai 3 a Che tempo che fa, domenica 11 gennaio dalle 20.10.

La seconda è una mostra che Genova dedica al cantautore che s’innamorava di tutto. Inaugurata il 31 dicembre 2008, resterà aperta fino al 3 maggio 2009.



Fabrizio De André, la mostra

Sede della mostra
Palazzo Ducale - Sottoporticato
Piazza Matteotti 9

Orario
Da martedì a domenica 9.00-20.00
Lunedì chiuso

“Quando durante la guerra ero sfollato in Piemonte, Genova per me era un mito. A cinque anni la vidi per la prima volta e me ne innamorai subito, tremendamente. Genova per me è come una madre. È dove ho imparato a vivere. Mi ha partorito e allevato fino al compimento del trentacinquesimo anno di età: e non è poco, anzi, forse è quasi tutto.
Anche se a colmare la distanza fra quel quasi e quel tutto contribuirono le canzoni di Brassens.
Oggi a me pare che Genova abbia la faccia di tutti i poveri diavoli che ho conosciuto nei suoi carruggi, gli esclusi che avrei poi ritrovato in Sardegna, ma che ho conosciuto per la prima volta nelle riserve della città vecchia, le ‘graziose’ di via del Campo e i balordi che, per mangiare, potrebbero anche dar via la loro madre. I fiori che sbocciano dal letame. I senzadio per i quali chissà che Dio non abbia un piccolo ghetto ben protetto, nel suo paradiso, sempre pronto ad accoglierli.”
Fabrizio De André



Infine un libro e un ricordo.

Il libro è: Evaporati in una nuvola rock: La storia e le foto di una tournée indimenticabile, a cura di Guido Harari e Franz Di Cioccio



L’idea di un tour con un gruppo rock sulle prime mi spaventò, ma il rischio ha sempre il suo fascino: proprio per questo, un tour insieme alla PFM poteva risolversi in una grande avventura. All’epoca ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull’assenza di nuove motivazioni. La PFM mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro, stimolandomi a rimettermi a creare per non morire.
La nostra tournée è stata il primo esempio di collaborazione tra due modi completamente diversi di concepire e eseguire le canzoni. Un’esperienza irripetibile perché PFM non era un’accolita di ottimi musicisti riuniti per l’occasione, ma un gruppo con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto questo e l’hanno messo al mio servizio.”
Fabrizio de André

Il ricordo è un articolo di Ivano Fossati, pubblicato in occasione dell’inaugurazione della mostra di Genova.
Il calcio, la tv. L’altro Fabrizio sapeva godersi le giornate di «bonaccia»


Per tutte le iniziative sul decennale potete aggiornarvi sul sito
crueza de ma


Per seguire tutte le iniziative su Fabrizio De André
http://www.fondazionedeandre.it


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