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9 maggio 2011

«Giustizia è fatta». Forse no.



«Nessun americano è rimasto ferito [..] Dopo un conflitto a fuoco Osama Bin Laden è stato ucciso […] In una notte come questa possiamo dire alle famiglie che hanno perso i loro cari a causa di Al Qaeda giustizia è stata fatta […] il risultato di oggi è una testimonianza della grandezza di questo paese e della determinazione del suo popolo». Quando Barack Obama pronuncia queste parole in Italia e in Europa è l’alba mentre negli Stati Uniti d’America il sole è già tramontato. L’operazione “Geronimo” si è conclusa.

La soddisfazione, legittima e liberatoria, per la cattura dell’uomo considerato il più pericoloso terrorista del mondo si scontra però con le parole pronunciate dal presidente degli Stati Uniti d’America. «Giustizia è fatta», dice con voce ferma Barack Obama. Le prime notizie che filtrano, dai chi ha coordinato l’azione militare, c’informano di un Osama Bin Laden disarmato che viene ucciso davanti ai suoi familiari. «Giustizia è fatta» ha detto Barack Obama e questo è il titolo di apertura di tutti i media del mondo, «Giustizia è fatta».

Pochi minuti dopo l’annuncio del presidente, gli americani scendono in piazza per festeggiare la morte di Osama Bin Laden e il pensiero corre immediatamente alle vittime dell’attentato dell’undici settembre, una delle poche date che non ha bisogno dell’anno per essere ricordata. L’impatto emotivo è grande in tutto il mondo.

Le prime notizie che battono le agenzie c’informano del luogo dov’è avvenuto il blitz, Abbottabad una città a circa 70 chilometri da Islamabad la capitale del Pakistan, e della dinamica degli accadimenti. La prima notizia è certa, tutti convengono che il luogo del blitz è quello identificato, sulla ricostruzione dell’azione militare circolano invece notizie contrastanti. Alcune di queste notizie contrastano perfino con ciò che ha dichiarato il presidente nel suo primo annuncio. Sempre nelle stesse ore cominciano a circolare alcune foto. Alcune di queste sono dei fermo immagine, estrapolate da un breve filmato, delle stanze della casa dove è stato effettuato il blitz e poi c’è una foto destinata a diventare un’icona di quest’azione: una foto della situation room che ritrae il presidente Obama, Hillary Clinton e lo Stato maggiore della sicurezza degli Stati Uniti d’America, mentre assistono allo svolgimento dell’azione.

Il presidente Obama ha le spalle piegate verso l’interno, lo sguardo corrucciato ed è teso, tesissimo. Sembra che invecchi sotto i nostri occhi. Hillary Clinton si copre la bocca con la mano destra, ha gli occhi fissi come pietrificati e con la mano destra copre una cartellina bianca con la dicitura, “Top Secret Codeword NOFORN. For Use in the White House Situation Room Only”. Le altre undici persone ritratte guardano tutti verso lo stesso punto, la fonte delle immagini, e sembra stiano assistendo a qualcosa di veramente atroce.

Le parole sono importanti e lo sono ancora di più quando a pronunciarle sono uomini che rivestono alte cariche. Uccidere un uomo disarmato senza che sia stato celebrato nessun processo, per quanto quest’uomo possa essere colpevole dei peggiori crimini, non può autorizzare nessuno a pronunciare le parole: «Giustizia è fatta».

Michael Moore, l’autore di Fahrenheit 9/11, e certo non un nemico di Barack Obama ha detto a proposito di questo avvenimento: «[…] crediamo in un sistema giudiziario che porti le persone davanti a un giudice, esponga le loro azioni malvagie. Dopo, semmai, le impicchiamo, processarle non vuol dire che non le si possa impiccare». Moore, uno dei più grandi accusatori di G.W. Bush, democratico, voce autonoma e critica nei confronti degli Stati Uniti d’America, prende le distanze dalle modalità con cui è stata portata a termine l’operazione militare la notte del primo maggio nella pianura di Abbottabad. Allo stesso modo aver scelto Geronimo, il leggendario capo Apache eroe positivo che ha difeso fino alla morte la libertà del suo popolo, come nome in codice per individuare il capo dei terroristi è un’enorme gaffe dell’amministrazione americana. Ancora una volta, le parole sono importanti.

Alla fine della seconda guerra mondiale, per giudicare i criminali nazisti coinvolti nelle atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale e nella Shoah, siamo stati capaci di non farci accecare dall’odio o dal desiderio di vendetta fine a se stesso. Se mai ci fu un male assoluto a questo mondo, questo è stato di certo lo sterminio indiscriminato degli ebrei, per giudicare i colpevoli di quel massacro, prevalse la lucidità e un’altra cultura. Fu deciso, a guerra in corso, che i capi politici degli eserciti nemici dovessero essere processati e fu istituto il Processo di Norimberga. E così fu.

«[…] È invece il nostro spirito americano - quella promessa americana - che ci sprona in avanti anche quando la strada è incerta; che ci tiene uniti malgrado le differenze; che ci porta a fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo», con queste parole Barack Obama concluse il discorso di accettazione della candidatura a presidente degli Stati Uniti d’America nell’agosto del 2008, a Denver, Colorado.

La capacità visionaria che queste parole esprimono, e che riaccese la speranza nel mondo intero, forse, si è infranta per sempre in quel «Giustizia è fatta» pronunciato in buia notte americana.




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