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19 marzo 2012

Le favole di Tonino Guerra, il poeta che sogna di salvare l'Aquila


Le 101 favole contenute nel nuovo lavoro di Tonino Guerra, Polvere di sole (Bompiani, 176 pp, 16,50 €) inseguono, cercano e infine trovano un grado zero dello sguardo. Letture brevi per meglio custodire un “io” spesso sovrastato dalla grevità della nostra contemporaneità. Cose semplici. A volte solo colori, sensazioni. E poi cultura popolare e appunti che provengono da un tempo meno veloce ma non per questo fermo. Un viaggio dentro le parole per riflettere sul proprio respiro e ascoltarlo. Favole che in alcuni casi diventano poesia e, a volte, progetto per un film, magari per un nuovo romanzo. Parole e sensazioni che rimandano a un modo di guardare comune a un altro grande visionario della cultura europea, Wim Wenders, sbucato a sorpresa con la moglie Donata nella nebbia di Pennabilli in occasione di un recente compleanno di Tonino Guerra, suo dichiarato maestro. «Noi, nella testa, abbiamo un nido che conserva un determinato numero di storie, non una di più o di meno; queste storie provengono dall’infanzia e dai sogni che produce, non c’è strada che ci porti a quel nido, non si può creare si può creare niente che non vi sia già stato immenso in precedenza». Parole che esprimono il senso più autentico del progettare e del guardare più che del vedere. 
Favole, infine, nelle quali possiamo leggere tanto di noi e della nostra storia, quasi un atto di generosità del poeta. C’è Federico Fellini che riesce a rendere colorata una fuga dalla realtà, altrimenti grigia, della periferia più periferia di Mosca. C’è la Valmarecchia, la terra dove il poeta ha scelto di vivere vent’anni fa dopo i successi romani. Alcune di queste favole, I rumori per esempio, trasportano direttamente in un’altra dimensione e predispongono all’ascolto così come Messaggi di luce di una giovane suora a un giovane prete predispongono all’amicizia e all’amore. S’incontrano merli che ripropongono il tintinnio delle campane per far rivivere il “Monastero verde” o scheletri di dinosauri che «mangiavano gli arbusti sulle sponde del fiume Amu Darya».
Favole che anelano all’attesa di un tempo nuovo che è tempo già trascorso e tempo che trascorrerà.
«Abbiamo bisogno che non siano soltanto le parole a toglierci dalla monotonia di questa vita ma anche un paesaggio può ributtarti addosso una vita primitiva abbandonata da milioni di anni e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo». È terra e natura, è soprattutto poetica consapevolezza. Un guardare il mondo per quello che è e non per come viene descritto o raccontato. Soprattutto è lasciarsi attraversare. «Occhi pieni di spazi e di notizie con la capacità di comunicare discorsi prima che arrivino le parole».

Polvere di sole è una favola lunga 101 favole quasi come gli anni che ha compiuto lo scorso venerdì Tonino Guerra, novantadue. Auguri belli poeta.
Ma oltre alle 101 favole di Polvere di sole, c’è una favola vera e non conosciuta che ha come protagonista Tonino Guerra e l’Abruzzo. Mi svela questa bella storia Salvatore Giannella, il curatore di Polvere di sole, giornalista (ha diretto L’Europeo e Airone dei tempi eroici) e scrittore (Enzo Biagi, Consigli per un paese normale, Rizzoli), oltre che amico di lunga data di Tonino Guerra.
Nei viaggi del poeta in sua compagnia c’è stato più volte anche l’Abruzzo.
Tonino, prima che una malattia interrompesse i suoi lunghi viaggi, aveva un grande amore per il Sud. È avido di storie di successo provenienti dalle Marche in giù e spesso concludeva i suoi interventi pubblici con l’appello: «Illuminiamo il Sud». E non una, ma più volte l’ho accompagnato nelle terre tra Tortoreto e Termoli. Ricordo la spedizione ad Atri per vedere “da vicino” i benefici che una scoperta archeologica aveva innescato in quel borgo: nonostante l’età avanzata, Tonino in quell’occasione, camminò a lungo e visitò quel luogo con studiosa curiosità.
Quando vi siete occupati l’ultima volta dell’Abruzzo?
L’ultima volta che abbiamo parlato dell’Abruzzo è stato per ricordare il terremoto che ha sconvolto l’Aquila. Eravamo riuniti nella giuria del Premio Rotondi ai salvatori dell’arte (un riconoscimento che prende nome dal soprintendente di Urbino, che nella Seconda guerra mondiale fu incaricato di dare ricovero e salvezza alle principali opere d’arte italiane, e che si assegna da 15 anni nel Montefeltro marchigiano) e ci chiedevamo che cosa poter fare per dare un segnale di solidarietà a quella popolazione. Fui incaricato di un sopralluogo. Con mia moglie Manuela arrivammo in un deposito nella piana del Fucino dove ci fecero vedere le “Madonne” terremotate, decine di opere sacre di grande valore rese irriconoscibili dalla violenza del sisma. Al ritorno, il giurato Tonino Guerra non ebbe esitazioni: «Dobbiamo restaurare quelle Madonne ferite dal terremoto».
Ha avuto un riscontro positivo quella decisione?
Ha avuto riscontri molto positivi. Con il circolo Legambiente Protezione civile beni culturali e la Direzione regionale del ministero per i Beni e le attività culturali organizzammo una mostra nella Rocca di Sassocorvaro dedicata alle “Madonne” terremotate e altre opere sacre, con l’indicazione della somma necessaria per il completo recupero di ognuna di esse. Delle 18 opere esposte, ben 10 sono state adottate da singoli cittadini, famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche per un totale di circa 63.000 euro e altre due sono in corso di adozione. Tutti i soldi sono stati impegnati, con il coordinamento dell’esperta Giovanna Di Matteo, delegata dall’Arcivescovo dell’Aquila, nel restauro in corso delle opere d’arte. 
Chi ha risposto positivamente all'appello?
Un’umanità varia. C’è lo stilista Ottavio Missoni, il primo a farsi avanti, che ha adottato la Trasfigurazione di Cristo, proveniente dalla chiesa di Santa Giusta. Michelangelo Rossi, che sotto le macerie dell’Aquila ha perso la figlia, l’ingegnere aerospaziale Michela. L’amministrazione comunale e la popolazione di Sassocorvaro con in testa il sindaco, Antonio Alessandrini. Un noto imprenditore alberghiero di Pesaro e Urbino, il conte Alessandro Pinoli Marcucci. Il Distretto Lions 108/A, che ha adottato la Maddalena penitente dalla chiesa di San Flaviano. Una famiglia di restauratori di Aramengo, in provinica di Asti, la famiglia Nicola, che ha permesso il recupero totale del Ritrovamento della vera croce di Giulio Cesare Bedeschini dalla chiesa di San Francesco di Paola, è stata anche promotrice di una raccolta fondi in Piemonte che ha mosso altri cuori generosi, persino dal lontano Lussemburgo.
Tonino Guerra può essere dunque soddisfatto per il risultato ottenuto.
Contento lo è, ma vuole fare di più. Tutti sappiamo quanto sia importante la bellezza per l’Italia, virtualmente, la prima potenza culturale del pianeta Terra, per questo ripete il suo messaggio come n mantra: «Chi salva anche una sola opera d’arte, salva la bellezza».



14 novembre 2011

Dove eravate tutti, Paolo Di Paolo


«[…] tutte le altre notizie terribili che arrivano, continuano ad arrivare e però non ci frenano, ci lasciano correre. Finché non riguardano noi». Parlano della velocità e della distrazione del nostro tempo le prime pagine del libro di Paolo Di Paolo. Pagine che precedono la prima parte, una sorta di avviso ai naviganti per dire: io vi ho messo in guardia. Poi inizia la narrazione che non è ancora la storia che l’autore ci vuol raccontare ma l’involucro necessario, la cornice entro la quale inscrivere la vicenda degli ultimi dieci anni di vita italiana o dei primi dieci anni del nuovo millennio come sostiene Italo Tramontana il protagonista del romanzo. 
Di Paolo ci accompagna al cuore della narrazione per gradi. Prima introduce la famiglia di Italo, laureando in Storia contemporanea, e la vicenda che interviene a modificare la calma apparente che regna in casa Tramontana. Poi risveglia sentimenti, passioni e pensieri comuni a tutti. «Io non so più cosa significa essere innamorati da bambini. Se è una cosa vera, se è una cosa possibile. Però poteva accadere che una strana elettricità abitasse i nostri piccoli corpi: qualcosa come un’euforia interna. Fuori, si alzava una nebbiolina che copriva le cose e ci impediva di vederle per quelle che erano». La bambina dell’elettricità è Scirocco che è anche la persona a cui l’autore dedica il libro. A questo punto, ma non prima di aver introdotto un’altra figura importante per lo sviluppo degli accadimenti il nonno di Italo, irrompe e occupa il centro della scena il coprotagonista della storia: Silvio Berlusconi. «Ho undici anni […] Al governo c’è Berlusconi. […] Sono maggiorenne […] Al governo c’è Berlusconi […] La prima volta? L’esame di maturità? La visita di leva? (un anno prima che fosse abolita)? La laurea cosiddetta triennale? Governi Berlusconi II, III, IV. Mi sento di concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte Silvio Berlusconi. Questa non è una cosa bella, né una cosa brutta. È una cosa vera». Ha le idee chiare Italo Tramontana. Ciò che gl’interessa non è capire se Berlusconi sia (stato) una cosa bella o una cosa brutta, piuttosto pone domande. «Mi perdoni se entro nel campo personalissimo delle mie visioni, se non addirittura delle mie allucinazioni [...] L’Italia, per vent’anni, è stata una nave da crociera. Non le pare? Con i campi da golf, le balere, le discoteche, le piscine, il cinema, il piano-bar. La vacanza dev’essere cominciata con una cosa che, per età, non riesco a ricordare per memoria diretta. Ne hanno mandati in onda alcuni passaggi l’altra sera. Si chiamava “Colpo grosso”, lo trasmettevano su Italia7, gestione Fininvest». Con poche ma essenziali parole il giovane laureando, che con questa lettera chiede la tesi di laurea all’Assistente (proprio con l’A maiuscola come scrive Di Paolo nel libro) del suo professore, inchioda ognuno alle proprie responsabilità. Dove eravate quando tutto ciò accadeva sotto i vostri occhi? 

Il suo libro ha anticipato di alcuni mesi ciò che sta succedendo in queste ore sotto i nostri occhi. Racconta la genesi del berlusconismo e insieme di come la “nave” sarebbe stata subito abbandonata. «La storia del Capo era già un capitolo sui manuali di storia. Al Governo sarebbero andati i difensori della democrazia, quelli della responsabilità nazionale».
È vero, e fa un po’ effetto constatarlo. Non che fosse una previsione difficile, ma assecondando la smania che ha il protagonista di storicizzare tutto, mi sono trovato a immaginare la fine di questa stagione politica. Eccola, forse, davanti ai nostri occhi. Ci precipita in una grande incertezza. Molti degli antichi sostenitori di Berlusconi – come avevo presagito – già corrono a riposizionarsi e a far professione di purezza. Fanno molta pena: non tanto per aver sostenuto Berlusconi, ma per come lo hanno abbandonato. 

Insegue la memoria di ciò che siamo stati negli ultimi anni, cerca di mettere ordine nella confusione e molteplicità degli eventi accaduti e, forse, riesce a dare un nome a questi anni senza nome.
È un azzardo: fare la storia del presente. O meglio, trattare come fonti d’archivio le notizie di ogni giorno. Ho inseguito lo spirito di questi anni – quello che solennemente chiamiamo lo spirito del tempo – come fosse uno spiritello. Infatti mi sfuggiva, si nascondeva. Se sono riuscito ad acciuffarne qualcosa non so. Certo la volontà di fare ordine, di capire è stata ostinata. 

Come nella migliore tradizione letteraria nel suo libro sono possibili più livelli di lettura. Dalla delicata storia del nonno di Italo, che corre parallela e quasi si giustappone alla narrazione, alla vicenda che vede coinvolto emotivamente il protagonista con Scirocco.
Al di là della trama o delle trame, mi piace l’idea che leggendo un romanzo si attraversino diverse temperature emotive. Così, raccontare la morte di un nonno o un amore strano e imprevedibile serviva non solo a fare da contrappunto alle vicende storico-politiche, ma proprio a riscaldare le pagine e il lettore. E forse anche me stesso.

Il disegno del furgoncino azzurro, un suo disegno, che accompagna il racconto della vicenda del nonno, ha un significato particolare?
È il mezzo con cui il nonno accompagnava Italo a scuola. Torna nelle pagine come l’unico mezzo di trasporto possibile per essere ricondotti nel cuore dell’infanzia. E segnala quei brevi capitoli dedicati a una misteriosa indagine che il padre di Italo sta conducendo intorno alle proprie radici e al proprio padre, che è appunto il proprietario del furgoncino.

Lei ha origini abruzzesi e anche il suo battesimo letterario è avvenuto in Abruzzo.  Il prossimo venerdì sarà ospite del Festival delle Letterature che si svolge a Pescara.
Mio nonno era di Civitella Alfedena, nel Parco Nazionale. Nel 2001 con Dacia Maraini ho scritto un testo per il teatro sui grandi scrittori che hanno raccontato l’Abruzzo, da Flaiano a Silone. Fu rappresentato per la prima volta al Festival di Gioia Vecchio, con la grande Franca Valeri. Poi ha continuato e continua a girare in Abruzzo e perfino all’estero con altri bravissimi attori.

Antonio Tabucchi nel recensire il suo libro per “la Repubblica” ha scritto: «É curioso notare come nonostante lo stantio ambiente culturale italiano, o forse proprio in reazione ad esso, la giovane letteratura italiana (intendo della generazione dei trentenni e dei quarantenni) sia una delle più nuove e vivaci d'Europa; una letteratura che se l'avessero i francesi e gli inglesi riuscirebbero a imporla nel mondo con la forza di un’esportabilità linguistica che noi non abbiamo». Un’esortazione a guardare meglio ciò che si pubblica nel nostro Paese e insieme il più bel complimento che poteva farle. 
Sì, sono parole che mi hanno emozionato. E al di là della lusinga personale, credo anch’io che ci sia molta vitalità nella letteratura italiana di oggi. Basta saper cercare: non è detto che sia tra i best-seller.


1 agosto 2011

Le trappole dell'identità



Ogni accadimento contemporaneo è, grazie anche ai nuovi sistemi di comunicazione, accessibile a un numero sempre maggiore di utenti. Giornali, televisione, internet, social media, raccontano e svelano in tempo reale e sempre più spesso in contraddizione tra loro, ciò che accade sotto i nostri occhi. Più gli accadimenti sono dolorosi più la narrazione occupa lo spazio della comunicazione. Il terremoto del 6 aprile 2009, che ha cambiato la geografica dei luoghi a L’Aquila e al suo territorio, ne è una testimonianza efficace. Una riflessione utile e necessaria su questo argomento è quella che propone Costantino Felice con Le trappole dell’Identità (Donzelli editore, 196 pagine, 15,50 €). Partendo da questo tragico avvenimento, con uno approccio multidisciplinare, Felice ci conduce per mano in un affascinante viaggio alla scoperta di un Abruzzo altro.

La sua riflessione sul terremoto del 6 aprile 2009 inizia con una presa di distanza netta contro «una travolgente ondata di retorica su stereotipi e luoghi comuni» che a suo parere non «poteva non sorprendere chiunque avesse un minimo di frequentazione con la storia delle catastrofi, oltre che con la particolare storia di questa regione»
Non si era mai vista, in passato ma neppure nel nostro tempo, proprio su scala globale, una esplosione così insistita ed enfatica d’insulsa retorica, in certi casi persino stucchevole, come nel caso del terremoto aquilano. Qual è l’immagine che il potere politico e il sistema dell’informazione hanno dato della nostra regione? Cosa si è detto e scritto sull’Abruzzo? Solo falsificanti banalità.

Un Abruzzo che va oltre il “pastore” dannunziano e il “cafone” siloniano. Un Abruzzo più complesso e, per certi versi, più moderno.
La straordinaria metafora del sonno di Aligi, se dall’immaginario poetico della “Figlia di Iorio” viene proiettata nelle determinatezze dello spazio geografico e del tempo storico, finisce con l’avvolgere tutto in un cono d’ombra di uniformità e immobilismo. Anche l’Abruzzo siloniano, pur perdendo ogni connotato di compiacimento idillico ed elegiaco, resta una regione lontana e remota, staticamente immersa nelle sue arcaiche forme di vita, senza sostanziali mutamenti né concrete possibilità di riscatto. Contrariamente alla monotona e desolante piattezza descrittaci da Silone soprattutto in «Fontamara», il Fucino è stato invece uno straordinario laboratorio di dinamismo sociale, economico e anche politico: si pensi alle lotte contadine e alla riforma agraria. Il “pastore” dannunziano o il “cafone” siloniano, sono proiezioni idealtipiche in gran parte mistificatorie: non soltanto rispetto a ciò che la nostra regione è oggi, ma anche rispetto a ciò che la nostra regione è stata storicamente.

Un tentativo, il suo, di decostruire un’idea dell’Abruzzo, mutuata dalla letteratura e dall’antropologia culturale, che ha però in Silone e D’Annunzio due punti di riferimento ormai consolidati.
L’immagine dell’Abruzzo che ci viene dalla grande letteratura e dall’antropologia è quella di una regione agro-pastorale, una realtà chiusa e arretrata. Silone e D’Annunzio, su piani e livelli ovviamente molto diversi, sono grandissimi letterati. Ma proprio per questo con la realtà storica dell’Abruzzo c’entrano poco o nulla. E così l’antropologia: una disciplina che per definizione è astorica, se non addirittura antistorica, avendo per oggetto usi e i costumi nella loro fissità, mentre la storia si occupa del divenire, del mutamento.

Quasi un ordito sul quale poter inserire la narrazione di ciò che è l’Abruzzo, della sua identità. Scrive Zygmunt Bauman: «[…] l’identità ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare fra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora».
L’identità non è un dato naturale, biologico o antropologico. È una costruzione storico-sociale. Per stare a noi, l’abruzzesità, «l’Abruzzo forte e gentile», non esiste: è una invenzione soprattutto del fuoriuscitismo intellettuale e del fenomeno migratorio.

Lei parla di afasia della cultura e di «decadenza degli intellettuali» come «portato ineludibile della postmodernità». Questa la ragione e causa principale per la quale un evento tragico come quello del terremoto si riduce a «palcoscenico per teatranti»?

Che ci sia un collasso della cultura intesa come spirito critico che produce sapere e conoscenza non lo dico solo io. Viviamo in un presente senza passato e senza futuro. Tutto diventa spettacolo, teatro, reality televisivo. Non c’è riflessione, ma solo comunicazione. Non coltiviamo pensieri ma solo immagini. La trama narrativa che la politica e l’informazione hanno intessuto sul terremoto aquilano ha disvelato quest’evidenza come mai era accaduto fino ad allora. Le rovine del terremoto sono state ostentate come backstage di star e primi ministri, comprese le loro first ladies. La decisione berlusconiana di tenere all’Aquila il G8, un vero coup de théâtre, è stata in sostanza una proiezione dello “spettacolo” su scala internazionale.

Anche l’Abruzzo è palcoscenico di questa deriva della cultura e della politica?
Una percezione superficiale e distorta del proprio passato non consente di comprendere il presente. Se si pensa che il “miracolo” abruzzese sia stato opera di un demiurgo, si leggano i necrologi di questi giorni su Remo Gaspari o ancora di più le recenti celebrazioni per i suoi novant’anni, siamo portati a ritenere che anche i difficili problemi di oggi si possano risolvere solo con l’arrivo di un nuovo demiurgo. Un deficit di cultura diventa in tal modo un limite dell’analisi e dell’azione sul piano decisionale. L’inettitudine delle attuali classi dirigenti, anche abruzzesi, è il prodotto di un vuoto culturale prima che politico. I problemi dell’Abruzzo, non solo sul piano storico ma anche su quello dell’attualità, derivano non da una sua presunta condizione di immobilismo e marginalità, bensì dal suo pieno inserimento nelle normali dinamiche dell’economia europea e mondiale.

Il libro si apre e si chiude con un pensiero di Benedetto Croce: «È pensavo non senza malinconia (così mi pareva a volte di essere straniero e diverso), che forse l’uomo, piuttosto che figlio della sua gente, è figlio della vita universale, che si attua di volta in volta in modo nuovo; piuttosto che filius loci, è filius temporis».
È questo il vero pensiero di Croce, alto e nobile, non quello banale del discorsetto d’occasione in cui dice di sentirsi abruzzese più che napoletano, il «Tu sei abruzzese» fastidiosamente reiterato sulle prime pagine di alcuni giornali in occasione del terremoto. Qui anche la forma è sobria e solenne insieme, come quasi sempre la prosa crociana: la vera identità di ogni uomo, come di ogni comunità, è quella che deriva dalla «vita universale, che si attua di volta in volta in modo nuovo».


20 giugno 2011

Twitter e le rivoluzioni, Giovanna Loccatelli



 

La storia non procede per salti ma tutti i grandi cambiamenti hanno sempre inizio e spesso s’identificano con un avvenimento simbolico in grado di scardinare lo status quo. Occorre cioè una causa scatenante per dar fuoco alle polveri. La presa della Bastiglia a Parigi, 14 luglio 1789, segna l’inizio della Rivoluzione francese. Il 28 giugno del 1914 uno studente serbo bosniaco uccide l’arciduca Francesco Ferdinando e un mese più tardi l’Austria dichiara guerra alla Serbia: è l’inizio della prima guerra mondiale. In entrambi i casi le condizioni che avrebbero portato alla rivoluzione e alla guerra, erano maturate nel corso degli anni precedenti ma i due episodi segnano uno spartiacque tra il prima e il dopo.
Mohammed Bouazizi aveva ventotto anni, un diploma ma non un lavoro fisso. Faceva il venditore ambulante di frutta e il 17 dicembre 2010 la polizia di Sidi Bouzid, una piccola città poco distante da Tunisi, gli aveva sequestrato il suo banco da lavoro. Esasperato da una condizione personale senza apparente via d’uscita e da una situazione generale del suo Paese, la Tunisia, sospesa tra corruzione del regime instaurato da Ben Alì e mancanza di libertà, decide di darsi fuoco davanti a un edificio del Governo tunisino, facendo ritornare alla mente il gennaio del 1969 quando a Praga, in piazza San Venceslao un giovane studente, Jan Palach si diede fuoco per protestare contro le truppe sovietiche che stavano uccidendo il sogno della rivoluzione liberale. Prima d’immolarsi in nome di una giusta causa Mohammed Bouazizi lascia un ultimo, disperato, messaggio sul suo account di facebook. Il messaggio è per sua madre.
«Me ne vado, mamma, perdonami, i rimproveri sono inutili, mi sono perduto lungo un cammino che non riesco a controllare. Perdonami se ti ho disobbedito, rivolgi i tuoi rimproveri alla nostra epoca, non a me. Io me ne vado e la mia partenza è senza ritorno, io non ne posso più di piangere senza lacrime. I rimproveri sono inutili in quest’epoca crudele. Su questa terra degli uomini, io sono stanco e non ricordo niente del passato: me ne vado, chiedendomi se la partenza mi aiuterà dimenticare».
Mohammed Bouazizi è la prima rondine di una primavera araba iniziata in una fredda giornata di dicembre e insieme la causa scatenante di una rivoluzione culturale prim’ancora che liberale, maturata nel corso degli ultimi anni. Una rivoluzione bottom-up, partita dal basso, capace di rovesciare un potere autocratico e dittatoriale in pochi giorni e con pochissimo spargimento di sangue. Tutto ciò è stato possibile grazie soprattutto alla tecnologia che ha giocato un ruolo fondamentale nel diffondere in tempo reale ciò che succedeva nelle piazze tunisine. Ciò che potè l’invenzione della stampa durante la Rivoluzione francese, tra il 1789 e il 1792 a Parigi si stampano 200 nuovi giornali, ha potuto oggi la rete internet e in particolare i social media, con Twitter protagonista assoluto. Parole che corrono veloci su autostrade digitali, messaggi di 140 caratteri, tweet o cinguettii se preferite la traduzione in italiano, che sono riusciti a diffondere idee e opinioni in tempo reale abbattendo i confini nazionali.
Blog, twitter, facebook, youtube, skype, flickr, gli stumenti che la gioventù araba, fortemente alfabetizzata, ha utilizzato per veicolare immagini, suoni e parole della rivoluzione che si stava materializzando sotto gli occhi increduli del mondo intero. La Tunisia prima e l’Egitto poi, hanno così messo a nudo la carenza e l’arretratezza dei mezzi di comunicazione convenzionali, come carta stampata e televisione, imponendo un esempio concreto di citizien journalism, giornalismo partecipativo, che ha visto nei social media i protagonisti assoluti di un futuro che è già tra noi.
Giovanna Loccatelli con un flusso ininterrotto di parole è capace di raccontare e farci rivivere la Rivoluzione del Gelsomino in prima persona. Il suo lavoro è insieme cronaca, saggio breve e reportage. Non valgono più gli schemi della narrazione classica, forma e contenuto si adeguano alla realtà del microblogging. Utilizza gli stessi concetti che sono alla base del grande successo dei social media: condivisione e reiterazione. Le pagine immodificabili del libro divengono qui un muro, dove leggere, scrivere e interagire, una translitterazione che restituisce con efficacia la dimensione del web 2.0. La Loccatelli è coetanea dei giovani che stanno riscrivendo la storia in Nordafrica. Parla la stessa lingua e “vede” il mondo con gli stessi occhi, forse anche per queste ragioni la sua è una narrazione credibile che nulla concede alla retorica ma si concentrata esclusivamente sui fatti.
Studi compiuti sulla blogsfera araba dall’università di Harvad dicono che: «il paese con la più alta concentrazione di donne blogger è l’Egitto […] l’Egitto ha il numero più elevato di blog in lingua araba del mondo arabo, ed al 23° posto a livello mondiale […] a maggio 2010 nel mondo arabo gli utenti di facebook hanno superato i lettori di giornali […] circa il 40% degli egiziani maggiori di sedici anni ha accesso a internet, in casa o fuori. E la percentuale sale al 70% tra i giovani residenti nelle città. Inoltre, l’80% della popolazione adulta urbana naviga tramite cellulare».
Ed è proprio una giovane donna, Asmaa Mahfouz che il 18 gennaio 2011, con un video postato su youtube accende la miccia egiziana. Anche in Egitto, nonostante il tentativo da parte del governo di Mubarak di bloccare l’accesso a internet, sono i social media a diffondere le notizie della rivolta e far maturare in pochissimo tempo una coscienza sociale diffusa di ciò che sta accadendo in tutto il paese.
Nel breve spazio di tre mesi, da dicembre a marzo del 2011, il vento della libertà ha attraversato il nord del Continente africano e bussa anche alle porte del regime di Gheddafi. “Mo”, Mohammed Nabbous, blogger egiziano, era l’ideatore di Libya Alhurra Tv, web tv messa in linea il 18 febbraio 2011 che amplificava la voce della rivolta. Così scriveva in uno dei suoi ultimi twett prima di essere ucciso dalle milizie del colonnello il 19 marzo: «Non temo di morire, ma ho paura di perdere la mia battaglia per la libertà della Libia». “Mo” purtroppo non vedrà i suoi coetanei vivere in un paese libero, ma il seme della speranza che anche lui ha piantato darà i suoi frutti. «Quel fiore è lì, adesso. Quel fiore siete voi» scriveva Pier Vittorio Tondelli rivolgendosi all’esperienza giovanile degli anni settanta. Quel fiore non ha età, colore e religione. Quel fiore è Mohammed Bouazizi. Quel fiore è “Mo” Mohammed Nabbous. Quel fiore sono tutti i ragazzi morti in Nordafrica per la libertà.
Il nostro viaggio finisce qui non quello di Giovanna Loccatelli che tra qualche giorno partirà per Il Cairo dove continuerà a seguire il difficile cammino dei giovani egiziani verso una democrazia compiuta. “gioloc28” è il suo account su Twitter, seguiamola nel suo viaggiare.

Titolo Twitter e le rivoluzioni
Autore Giovanna Loccatelli
Editore Editori Riuniti   
Anno 2011


La recensione è stata pubblicata anche su:

la Repubblica_Libri parole e dintorni


Il Centro_Twitter e le rivoluzioni, la primavera araba


Alto Adige_La rivoluzione dei popoli che passa per twitter
 


 


23 aprile 2010

La luce della modernità


La mostra proposta presso le Scuderie del Quirinale, una delle tre organizzate per celebrare i primi dieci anni di attività del prestigioso polo museale romano è un vero evento culturale da segnare a penna rossa sull’agenda e da non perdere. Lo è per diverse ragioni.
Il percorso espositivo si snoda attraverso ventiquattro dei 50 dipinti attribuiti con certezza a Michelangelo Merisi da Milano detto il Caravaggio, di cui ricorre il quarto centenario della morte, suddivisi in tre periodi contrassegnati da altrettanti colori. Verde il colore della giovinezza, periodo che va dal 1592 al 1599, rosso per il successo dal 1600 al 1606 e grigio per la fuga dal 1606 al 1610. Tutte opere molto famose e celebrate, che difficilmente potranno essere riunite nuovamente come in questa occasione; Canestra di frutta (Milano, da Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Pinacoteca), Cena in Emmaus (Londra National Gallery), Riposo durante la fuga in Egitto (Roma, Galleria Doria Pamphilij), Bacco (Firenze, Galleria degli Uffizi). Sono solo un assaggio di ciò che vi aspetta. E poi ci sono le altre, sempre a Roma che si trovano nella chiesa di San Luigi dei Francesi, Santa Maria del Popolo, Sant’Agostino, Musei Capitolini, Galleria Borghese, Musei Vaticani. Si possono ammirare utilizzando la “Caravaggio card” creata per l’occasione.
È questa una mostra austera, quasi “francescana”, che pone al centro i quadri del grande genio lombardo senza distrazioni che possano turbare la vista: qui ci sono solo Caravaggio e la sua arte. L’allestimento asseconda questa intenzione ed emerge per sottrazione. Ventiquattro “stazioni” attraversano la sua vita, una vita breve e inquieta «che lo portò da Milano a Roma, a Napoli, a Malta e poi di ritorno, attraverso la Sicilia (Siracusa, Messina e Palermo), di nuovo a Napoli, fino al tragico epilogo di Porto Ercole». Una scelta rigorosa che propone l’artista in tutta la sua autenticità. Nei suoi quadri ci sono pochi ed essenziali elementi. Le storie che racconta sono immediatamente comprensibili perché la narrazione punta direttamente al cuore della vicenda. La luce, quella luce che «il padre della modernità», come scrive Maurizio Calvesi, inventa, è l’elemento determinante che circoscrive e definisce l’opera. Caravaggio traghetta il mondo antico nella modernità trasferendo nella sua pittura due elementi che solo molto più tardi diventeranno patrimonio comune e condiviso: la dimensione autobiografica e quella edonistica.  E forse anche per questo è diventato un’artista molto amato. Molto amato perché ri-conosciuto. Riconosciuto perché ha utilizzato una grammatica oggi di uso comune.
Scrive Claudio Strinati, l’ideatore della mostra: «Il Caravaggio è oggetto, più di ogni altro maestro antico, di desiderio». Egli incarna alla perfezione la figura del comunicatore, oggi si direbbe, multimediale. È autenticamente moderno quando smitizza e avvicina il sacro al profano ponendo al centro dell’attenzione l’uomo comune, della strada. E quando le vicende umane sostituiscono o si mescolano a quelle divine, costruisce la sua grandezza che «risiede innanzitutto nella trasposizione del piano esistenziale nell’opera figurativa».
Molto esplicativo a tal proposito è Davide con la testa di Golia. Si vede un Davide colto in atteggiamento pietoso e quasi commosso dopo aver ucciso Golia, mentre con una mano tiene la spada e con la l’altra la testa del dell’avversario per i capelli. Di fronte alla sua vittima, che ha le sembianze dello stesso Caravaggio, Davide esprime il suo disappunto per ciò che ha commesso «quasi un monito eterno contro l’assurdità della pena di morte» che «se inflitta al nemico o al colpevole, vanifica il senso di colpa e della vita stessa».
Intensità e contrasto analoghi tra pensiero e azione si evincono ad esempio in Giuditta che taglia la testa a Oloferne. Qui la freddezza della bella Giuditta, impegnata a mozzare la testa al generale del re Nabucodonosor, è tradita soltanto da una ruga che le solca la fronte e dalla rigida eccitazione dei capezzoli che traspare dalla camicetta bianca. Nel contrasto evidente tra il corpo virile del maschio pur nell’approssimarsi della morte e la sinuosità della femmina, risiede tutta la forza della narrazione. «È senza dubbio nella drammatica rappresentazione di questo scontro apparentemente impari che Caravaggio è riuscito a rendere perfettamente non solo il racconto veterotestamentario ma anche, e forse soprattutto l’ideologia controriformista che domina ai suoi tempi…».
È un viaggio e un’immersione in un tempo e in uno spazio altri, e quando si arriva alla fine del percorso si ha una consapevolezza maggiore dell’opera di questo genio. Se ti lasci rapire dalle sue atmosfere ed entri in uno dei suoi quadri, accettando di attraversare la sua voglia d’esibizione e di autocompiacimento, che certo provoca turbamenti, sei per sempre suo.
E poi muoversi a fatica tra una folla di persone affamate di bellezza, come può succedere visitando questa mostra, è entusiasmante e difficile. In ogni caso la “marea” di persone che inonda le sale delle Scuderie del Quirinale, al pari delle “maree” che puntualmente inondano i festival di filosofia piuttosto che i reading letterari, testimoniano che la cultura in Italia non è stata sconfitta. Che spesso è umiliata, ma non sconfitta appunto. E che la sottocultura della società dell’effimero e del nulla alla quale la televisione fa spesso da grancassa, passerà, mentre la “bellezza” che si manifesta di volta in volta sotto diverse spoglie, nei colori di un quadro, tra le pagine di un libro, nella forma compiuta di un’architettura, vincerà sempre e per sempre.
Ha scritto André Berne-Joffroy in Le Dossier Caravage che «Ciò che inizia con l’opera di Caravaggio è molto semplicemente la pittura moderna». Per un’artista le cui opere sono state «ignorate e talvolta perfino misconosciute dalla storiografia del Settecento e dell’Ottocento», oltre che essere una bella rivincita, è la certezza che la sua luce sopravviverà a noi e alla modernità.




Caravaggio
20 febbraio 2010 – 13 giugno 2010
Scuderie del Quirinale – Roma, via XXIV Maggio, 16
www.scuderiequirinale.it

ideata da Claudio Strinati
a cura Rossella Vodret e Francesco Buranelli
progetto di allestimento e grafica Michele De Lucchi

Orari
da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00
venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

P.s.: Un punto di vista altro sulla mostra è quello di Cristina che ne ha scritto sul suo blog
.


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13 ottobre 2009

Zemanlandia



«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci.
Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro» così scriveva Pier Paolo Pasolini, e per tre anni, dal 1990 al 1993, lo stadio Pino Zaccheria di Foggia è stato il tempio di una rappresentazione sacra che si officiava tutte le domeniche e che prenderà il nome di Zemanlandia.
Giuseppe Sansonna, giovane regista pugliese, recupera una piccola storia del calcio, la trasporta su pellicola cinematografica e la trasforma in film. E anche la presentazione ufficiale del film, svoltasi a Roma alla Casa del Cinema, in una sala gremita in ogni ordine di posto, scriverebbe un bravo cronista, si trasforma nella celebrazione di un rito.

Una piccola storia di provincia, una storia di calcio d’altri tempi.

Un giovane allenatore boemo che aveva allenato per nove anni le squadre giovanili del Palermo e poi in tre anni aveva portato il Licata dal calcio dilettantistico alla serie C1, Zednek Zeman nipote di Cestmír Vycpálek, viene chiamato dal presidente del Foggia Calcio, Pasquale Casillo, ad allenare la squadra dei rossoneri. Arrivato tra lo scetticismo generale, in poco, pochissimo tempo, Zdenek Zeman riesce a conquistare il cuore dei tifosi. Il suo Foggia gioca in velocità, è spregiudicato. Una zona pura e un modulo, il 4-3-3, che trova nel trio Rambaudi, Baiano e Signori, i finalizzatori di un grande lavoro collettivo.

In quegli anni il piccolo stadio di Foggia, poco più di 25.000 spettatori la capienza, è sempre sold out. Il tifo oltrepassa i confini della città e si allarga a tutta la Puglia e poi alla Basilicata. Molti anche i napoletani. I giornali nazionali, sportivi e non, dedicano intere pagine, tutti i giorni, al Foggia di Zeman. Quel Foggia che di lì a poco diverrà per sempre Zemanlandia.

Ma perché la squadra di calcio di una piccola provincia italiana suscita tutto questo entusiasmo? Perché Zeman, diviene a trentasette anni, un cult?

Il film ci aiuta a capire che le risposte a questi interrogativi risiedono, prim’ancora che nella formula di gioco attuata da quella squadra, in una vera e propria filosofia di vita: vincere giocando all’attacco, sempre, e senza barare. Il calcio è gioia e divertimento per chi lo pratica, ma soprattutto per chi lo guarda. E quelle domeniche, quando Zemanlandia si esibiva, e lo stadio sembrava venire giù per l’entusiasmo, il calcio riacquistava la sua dimensione più popolare.

Qualche anno più tardi, quando rispondendo a una domanda di un giornalista Zeman fece scoppiare lo scandalo del doping, la funzione ludica del calcio resta una costante nelle dichiarazioni dell’allenatore boemo.

«A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un industria e sempre meno un gioco.»

Una filosofia di vita appunto, un’idea felice della vita. Un’idea che lo pone accanto a grandi intellettuali che hanno amato il calcio e che come lui cercavano nei dribbling e nei gol la catarsi.

«Come spiegherebbe a un bambino cos’è la felicità?» chiesero una volta a Eduardo Galeano, «Non glielo spiegherei», rispose, «gli darei un pallone per farlo giocare.»




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5 dicembre 2008

A proposito di conversioni



Nei giorni scorsi è montata una polemica su una presunta conversione sul letto di morte da parte di Antonio Gramsci. Ho trovato strumentale tale polemica e ho pensato che non avesse senso dare spazio a un dibattito su questo tema. Riflettendo un po’ di più e aiutato in questo dalle posizioni intollerabili che la Chiesa ha avuto nei confronti dell’Onu rispetto agli omosessuali o rispetto ai diritti dei disabili ho cambiato idea. Ho pensato che invece è giusto, mi verrebbe da dire è un dovere, discutere e approfondire. E mentre stavo per scrivere mi sono imbattuto su un “pezzo” su questo tema, Gramsci e la sua conversione, pubblicato su due quotidiani nei giorni scorsi. Lo condivido e per questo ho desistito e ve lo propongo. L’autore è un prete e si chiama Raffaele Garofalo.

La “conversione” di Gramsci
di Raffaele Garofalo
Il Manifesto, 2 dicembre 2008 e Il Centro, 2 dicembre 2008

«Io sono quello che sono sempre stato; la morte non mi cambierà», fa dire la Yourcenar al suo Adriano. «Convertirsi» è dare un indirizzo diverso alla propria esistenza proiettata verso il futuro. Difficilmente la riuscita di una vita può paragonarsi a una partita di calcio in cui, per esito finale, basta segnare anche al 90° minuto. Quale messaggio si vuole ricavare da una eventuale «conversione», in extremis, dell'intellettuale marxista italiano di maggiore prestigio? La Chiesa Istituzione intende vantare una rivincita sull'uomo Antonio Gramsci o, forse, con maggiore probabilità, sul marxismo, nemico per antonomasia? II terrore della dottrina di Marx, il voler essere rassicurati dal definitivo fallimento di essa, sta portando anche la Chiesa, come la destra alla manipolazione degli eventi? Al di là delle tragiche vicende del mondo sovietico, da tutti riconosciute e condannate, il comunismo ha risvegliato le coscienze al sentimento della giustizia sociale, ai diritti delle classi lavoratrici, mentre la Chiesa si poneva sempre a rimorchio di ogni appuntamento decisivo con la Storia. Al comunismo rappresentato da Gramsci va riconosciuto il merito di aver contrastato in Italia il fascismo mentre discusso rimane, presso gli storici, l'atteggiamento della Chiesa ufficiale di Pio XII.
La società capitalistica continua intanto a strangolare i paesi poveri, per nulla consapevole di creare le premesse per future inevitabili nuove «rivoluzioni», se non si corre in tempo ai ripari. Il fallimento del capitalismo è sempre più evidente a livello globale: dalla crisi delle banche al fenomeno migratorio in crescita fino all'esperienza degli stessi Paesi dell'Est ai quali si prospettava una nuova Terra Promessa mentre si faceva strada il Far West della speculazione selvaggia. Credono forse in Vaticano che la disperazione del mondo dei poveri si fermerà al pensiero «edificante» che Antonio Gramsci avrebbe ricevuto i sacramenti in fin di vita? Se vuole dare scacco matto al marxismo la Chiesa attuerà, dandone esempio alla società civile, quel modello di vita cristiana descritto nei capitoli 2 e 4 degli Atti ove si afferma: «I credenti erano un cuor solo e un'anima sola avevano tutto in comune. Non vi era nessuno che ritenesse suo ciò che possedeva, ma tutto era di tutti Non c'era tra loro alcun bisognoso». Se si relega al «mito» la descrizione di quelle comunità cristiane, diventerà legittimo anche affermare che l'intero ideale evangelico è, nella pratica, irrealizzabile.
Il Concilio Vaticano Il, ricollegandosi agli insegnamenti di Cristo, riaffermava che qualsiasi uomo, coerente coi sani principi della sua coscienza, è accolto da Dio con benevolenza. Anche Benedetto Croce e altri si sarebbero «convertiti» sul letto di morte. Di questo andrà fiera una Chiesa che, dopo aver visto vanificati i suoi sforzi verso l'uomo nel possesso delle sua facoltà, si accanisce, quando la mente umana è nel disfacimento, per raccogliere una estrema adesione al messaggio di Cristo? In punto di morte la persona non può dare garanzia di un autentico assenso né alla Chiesa né ad altri ed è deplorevole la speculazione nei confronti dei morenti.
In una lettera alla madre del 10 maggio 1928, Gramsci scriveva: «Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita. Vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato. I figli, qualche volta, devono dare dei grandi dolori alle mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini». Olio santo o meno, il martire del fascismo rimarrà un esempio per aver testimoniato i valori umani fondamentali irrinunciabili, gli stessi proposti dal Vangelo. Il Samaritano non era «osservante» ma il Maestro ne ha fatto un modello di comportamento per i «tutori della legge». Non ha preteso la sua conversione. Oltretutto sarebbe stata controproducente.


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permalink | inviato da oscarb il 5/12/2008 alle 23:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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