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22 agosto 2011

Vattimo, lezione sull'arte



«Vattimo è un’intelligenza che rimane», con queste parole il professor Giulio Lucchetta introduce Gianni Vattimo al pubblico che affolla la sala della mediateca di Torricella Peligna intitolata a John Fante. Sold out per la lectio magistralis del filosofo torinese che è stato preside della facoltà di Lettere e Filosofia della sua città. «Questa non è una lectio magistralis, ma una conversazione di sabato pomeriggio perciò non vi aspettate tutto messo in ordine», avverte Vattimo e si capisce che si diverte a giocare con le parole e a cercare continuamente un’interazione con il pubblico che raggiunge il culmine quando intona una canzone di Kurt Weill sfoggianfo un’invidiabile tedesco.
«Leggerei John Fante senza entrare nei meccanismi dei suoi racconti: Mi sono messo in una prospettiva diversa e mi sono chiesto: cosa posso dire io di questo autore?» Il suo approccio è concettuale. Fa continuamente ricorso a Martin Heiddeger per definire l’opera d’arte e il (suo) mondo. Così come pesca nella sua memoria di lettore tutti quegli autori che gli hanno aperto un mondo dentro il quale gli è piaciuto e gli piace vivere. Ma procediamo con ordine.
John Fante non ha mai messo piede a Torricella Peligna eppure la sua scrittura ha i piedi fortemente piantati in questa terra di mezzo tra il Sangro e l’Aventino, ai piedi della “Montagna Madre”, la Majella. Disvela un mondo a lui sconosciuto ri-producendolo in un altrove a lui già noto e per farlo attinge direttamente dalla sua memoria di figlio cogliendo quegli aspetti primari dell’esistenza umana e della sua comunità «nella loro cosalità, ovvero nel loro essere cose». Li re-inventa e reinventandoli gli restituisce significati perduti o banalmente dimenticati. In questo senso così come scrive Martin Heidegger, mutuando tale convincimento da Platone: «Tutto ciò che fa passare una qualsiasi cosa dalla non presenza alla presenza è poihsis, è produzione», John Fante porta alla luce un mondo, apre e svela nuove possibilità. Per Heidegger l’opera d’arte è tale se è capace di aprire un mondo. Un mondo altro e diverso da ciò che c’era prima, e perché ciò avvenga c’è bisogno di uno “Stoss”, un urto, una forte discontinuità con ciò che già esiste e produrre un effetto spaesante. Questa ricerca dell’essenza prima delle cose per poter poi produrre e aprire un nuovo mondo riguarda l’opera d’arte in senso lato, la poesia, la letteratura, l’arte, l’architettura. Nel caso di un’opera letteraria e di un romanzo in particolare, ciò che conta è la capacità con cui un romanzo propone al lettore non solo una storia specifica da seguire ma un contesto umano, una comunità, in cui riconoscersi. In questo senso possono essere considerati autentici maestri autori come Bernard Malamud, Philip Roth ma anche Saul Bellow, Paul Auster. «Avendo letto la letteratura degli ebrei americani, in particolare di Malamud, mi aveva colpito la capacità di parlare a una comunità. In questi racconti c’è sempre un mondo di riferimento». In uno dei capolavori di Malamud, The assistant, Il commesso nella traduzione italiana”, la forte presenza culturale ebraica rende “più facile” e veloce la comprensione presso una comunità molto vasta, pur avendo l’opera un carattere autenticamente universale. Ragionamento analogo si può fare per gli scrittori già citati. Per esempio Philip Roth tracciando nei suoi lavori affreschi famigliari o di quartiere riesce nello stesso tempo a coinvolgere emotivamente una comunità, la sua comunità, e contestualmente a tracciare il profilo di un’epoca. Cogliere le cose «nel loro essere cose», avere come riferimento una comunità e, come ha recentemente dichiarato in un’intervista Jonathan Franzen, l’autore de Le correzioni e Libertà, «vedere gli scrittori parlare del mondo in cui viviamo, invece di rifugiarsi nell’adolescenza o in questioni marginali. Penso a quanto fosse eccitante in tal senso Saul Bellow».
Il secondo intermezzo vede come coprotagonista Giulio Lucchetta che interloquisce con Vattimo  leggendo un brano di John Fante tratto da La confraternita dell’uva: «Sì, me ne andai. Lo feci prima ancora di compiere vent’anni. Furono gli scrittori a portarmi via. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo da cucina, solo, ad ascoltare il richiamo delle voci dei libri, con la brama di altre città». La fine della lettura del brano è accolta da un lungo applauso al quale si unisce anche Vattimo che approfitta dell’atmosfera complice che si è creata per esprimere tutta la sua passione per Fante, «Sento molto in John Fante la presenza di un mondo. L’opera d’arte apre un mondo dentro cui voi siete invitati ad abitare. Ed è molto interessante affrontare John Fante nel rapporto tra il mio mondo e il mondo del racconto» e ancora «l’esperienza di un mondo immaginario costruito bene è sempre un’esperienza critica nei confronti del mio mondo, questo vuol dire Heidegger quando dice che l’opera d’arte apre un mondo e vi cambia il modo di essere nel mondo». Il pubblico apprezza e Vattimo capisce che è giunta l’ora di chiudere il suo intervento. «Forse ci sarà un futuro, speriamo migliore di questo presente. Nel frattempo lasciateci coltivare la passione per John Fante e le sue storie». E un ultimo, lunghissimo, applauso chiude la serata.
A Torricella Peligna bisogna arrivarci non è un luogo che incontri per caso e in questo è simile, molto simile,  a quel deserto ai margini della città con il quale Arturo Bandini, l’alter ego di John Fante, ha imparato a convivere. «Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto». Ha proprio ragione Vattimo, aspettando un tempo che verrà, continuiamo a godere con la lettura di John Fante.



18 maggio 2011

Libertà, Jonathan Franzen



Libertà è un libro spudoratamente di parte. Jonathan Franzen parla «del mondo in cui viviamo, invece di rifugiarsi nell’adolescenza o in questioni marginali», lo fa utilizzando la famiglia Berglund, Walter e Patty i protagonisti principali attorno a cui è costruita la narrazione, e conferma, dopo il successo di Le correzioni, di essere uno dei più grandi scrittori viventi.

Ancora una volta dunque è la famiglia l’archè di tutte le cose, una famiglia americana diversa da quella europea e ancor più diversa da quella italiana. Una storia contemporaneamente locale e globale, che regala un finale struggente e a sorpresa, lungo ventitre pagine, esso stesso racconto nel racconto.

Lo scrittore americano di Western Springs, Illinois, non inventa nulla, non ha bisogno d’inventare nulla. Come un archeologo scava e riporta alla luce gli elementi narratologici che caratterizzano il romanzo proponendo una rappresentazione della realtà, la cui contestualizzazione diviene essa stessa materia della narrazione, che aiuta a riflettere sui valori fondamentali della vita. Rispetto a Le correzioni la prosa è più scorrevole e meno difficile, fluida, a testimoniare una maggior consapevolezza dei propri mezzi e una definitiva raggiunta maturità artistica.

La descrizione minuziosa di ogni azione o di ogni singolo particolare, anche di quello apparentemente più insignificante, conferisce nuovo senso alle parole trasformando la cronaca in letteratura. Una letteratura che si avvicina alla vita. La capacità di descrivere il generale parlando del particolare conduce direttamente al cuore della narrazione per far comprendere che quelle descrizioni, a volte anche troppo minuziose, sono state utili e necessarie. Sono servite a farti diventare un “pezzo” di quel quartiere, di quella comunità. Sei diventato un vicino di casa dei Berglund, e anche se hai letto appena trenta pagine, fai parte della loro vita. «[…] i Berglund appartenevano a quella specie di progressisti con gravi problemi di coscienza, che dovevano perdonare tutti per farsi perdonare la propria fortuna; che non avevano il coraggio dei propri privilegi». E quando nel bel mezzo di una chiacchierata prematrimoniale irrompe il tema dell’uso razionale delle risorse del pianeta, sei già preparato. Coscienza civile e consapevolezza politica. Franzen è credibile quando parla del “Club di Roma”, di cercare «[…] un modo razionale e umano di porre un freno allo sviluppo…». Il suo è un atto di accusa alla classe politica che non si occupa di questi temi e insieme la volontà di condividere una grande problema della nostra società che riguarda tutti. Che riguarda non più solo il futuro prossimo ma, drammaticamente, l’oggi.

Da questo punto in avanti i piani della narrazione si sovrappongono continuamente. Nello stesso periodare coesistono tempi diversi  che raccontano una realtà nella quale ti puoi ri-conoscere. Un tempo che include passato, presente e aspirazioni future.

Così come in ogni buon film che si rispetti c’è sempre una scena in cui irrompe prepotente il ballo, analogamente nei romanzi c’è spesso la musica perché la musica come il ballo sono parte essenziale della vita di ognuno di noi. «Si era appassionata a Patty Smith, che sembrava comprendere ciò che aveva provato in bagno il mattino dopo lo stupro […]». E la playlist di Libertà è tutta da ascoltare, ce n’è per tutti gusti. Patty Smith ovviamente, Aereosmith, Bachman-Turner Overdrive, Alanis Morissette, U2, The Romantics, Walnut Surprise, Sonic Youth, Eagles, White Stripes, The Velvet Underground, Devo, Blondie, Bright Eyes, Sick Chelseas, Traumatics, Buzzcoks, Backstreet Boys, Bob Dylan, Iggy Pop.

Non solo la musica ma anche la letteratura ha un ruolo importante nella storia che Franzen ci racconta. Accanto alle letture di formazione come Thomas Bernhard o di apprendimento come Walden di Henry David Thoreau, c’è Guerra e Pace che s’inserisce prepotente nella narrazione e l’influenza. Patty Berglund si lascia andare al richiamo sessuale di Richard, il miglior amico di suo marito Walter Berglund, proprio quando sta leggendo di Natascia Rostòva che s’innamora del principe Andréj.

Walter e Patty Berglund vivono, singolarmente e come coppia, nella professione come nella vita privata, confrontandosi continuamente con accezioni diverse del concetto di libertà fino al punto di mettere in discussione tutte le loro scelte comuni. Si può essere liberi in tanti modi e Walter Berglund, antesignano ambientalista, pur nelle contraddizioni della propria vita, mostra di avere le idee chiare in proposito.

«Il motivo per cui non si può abbattere il sistema, in questo paese, - disse Walter, - è proprio la libertà. Il motivo per cui in Europa il libero mercato è temperato dal socialismo è che laggiù non sono così attaccati alle libertà personali […] nel complesso gli europei sono più razionali. E in questo paese il dibattito sui diritti non è razionale. Si svolge sul piano dell’emotività, dei risentimenti di classe, ed è per questo che la destra ha buon gioco a sfruttarlo».

Una riflessione ampia che affronta senza reticenze questioni alla base di ogni convivenza civile e di stringente attualità nella nostra società. Dalla sfera pubblica a quella privata.

«Tu non dovresti guadagnare ottomila dollari al mese, - aveva detto suo padre. – Lo so che ti credi molto intelligente, ma c’è qualcosa di sbagliato in un mondo dove un diciannovenne non qualificato guadagna così tanto. La tua situazione puzza di corruzione. Emani un fetore terribile».

Walter sta esercitando i suoi doveri di padre, di educatore e di cittadino nei confronti del figlio Joey. È un’affermazione che non ammette repliche. La rappresentazione plastica di come un valore, in questo caso il guadagnarsi da vivere in maniera onesta e rispettosa degli altri, non può essere considerato un optional, e che per cambiare in meglio il modo di stare insieme, c’è bisogno di un cambio di paradigma in America come in Europa, in Asia come nelle nuove e giovani democrazie del mondo.  

«Le nuove idee attecchiscono sempre a partire dalle frange estreme. Non devi scoraggiarti solo perché non fila sempre tutto liscio. – Ho salvato duecentocinquanta chilometri quadrati in West Virginia, - disse Walter. – E ancora più in Colombia. È stato un buon lavoro, con risultati concreti. Perché non ho continuato? – Perché sapevi che non basta. L’unica cosa che ci salverà davvero è cambiare il modo di pensare della gente».

Un romanzo necessario, ricco d’intriganti osservazioni sulla nostra società che irrompe in un tempo avaro di scelte coraggiose e lungimiranti, che invita ad aprire, anzi a spalancare, le nostre menti alla conoscenza e alla libertà.

 

Titolo Libertà

Autore Jonathan Franzen

Editore Einaudi

Anno 2011


La recensione è stata pubblicata anche su:

la Nuova Venezia

il Tirreno

la Tribuna di Treviso

Alto Adige

Trentino

la Nuova Ferrara

la Sentinella del Canavese


2 aprile 2011

Blowin’ in the Wind, Il vento del sud arriva a Londra



No cuts, niente tagli, è stato lo slogan più presente e gettonato nella grande manifestazione contro il governo Cameron che si è svolta a Londra lo scorso sabato. Oltre 300.000 persone hanno sfilato lungo le strade più conosciute della capitale inglese per ascoltare il leader laburista Ed Miliband. Una grande manifestazione contro i tagli indiscriminati del governo che pesano come macigni sul welfare e sulla scuola pubblica, No cuts urlava il popolo. E ancora Cut war not welfare, Taglia la guerra non il welfare. Una manifestazione così numerosa contro un governo in carica non si vedeva a Londra da circa venti anni. Contemporaneamente il cancelliere tedesco Angela Merkel subisce una pesante sconfitta nelle elezioni del land di Baden-Wuerttemberg a vantaggio dei Gruenen. Non accadeva da sessant’anni, dalla fondazione della Repubblica federale, come se in Italia il partito di Berlusconi vincesse le elezioni regionali in Toscana o in Emilia Romagna. In Francia Sarkozy abbraccia senza se e senza ma la guerra contro la Libia e se ne fa promotore per cercare di ribaltare il clamoroso calo di consensi nell’opinione pubblica in vista delle prossime elezioni presidenziali. In Italia Berlusconi paga, secondo le notizie riportate dai principali quotidiani e non smentite, venti euro più colazione a sacco, per avere una claque davanti al Tribunale di Milano che lo vede ormai assiduo frequentatore. Un quadro esaustivo per poter affermare che i governi delle destre sono in affanno in tutta Europa e non godono più di un forte consenso popolare. Aumenta l’insofferenza dei popoli verso una politica capace di pensare solo ed esclusivamente ad una crescita costante e indiscriminata che travolge in questa folle corsa verso il nulla persone e sentimenti, territori e natura. È una crisi di sistema. È la crisi di una politica incapace di «esplorare i limiti dello sviluppo». «Le teorie tradizionali, quella marxista come quella liberista […] davano per scontato che lo sviluppo economico fosse sempre una cosa positiva. Una crescita del Pil dell’uno o due per cento era considerata modesta, e una crescita demografica dell’un per cento era considerata auspicabile, e tuttavia, proseguì, se si proiettavano quelle percentuali su un arco di cento anni, si ottenevano risultati terribili; una popolazione mondiale di diciotto miliardi di persone e un consumo energetico globale dieci volte superiore a quello attuale. E proseguendo con altri cento di crescita costante, bè, le cifre diventavano impossibili. Così il Club di Roma cercava un modo razionale e umano di porre un freno allo sviluppo, una soluzione che non fosse semplicemente quella di distruggere il pianeta, lasciando che tutti morissero di fame o si ammazzassero a vicenda». Con queste parole si rivolge Walter Berglund alla sua futura suocera e deputato repubblicano, Joyce Emerson nell’ultimo, meraviglioso, romanzo di Jonathan Franzen, Freedom. Joyce Emerson non conosce Il Club di Roma e si trova in palese difficoltà nei confronti di un giovane studente in Legge. La difficoltà di Joyce è la difficoltà della politica di comprendere i cambiamenti che sono in atto. Di cogliere e recepire il grido di libertà che proviene dai popoli del Nord Africa. Di imparare dal disastro di Fukushima.
Nel 1962, l’anno in cui sono nato, Bob Dylan scriveva una delle più belle e amate canzoni di tutti i tempi, Blowin’ in the Wind. « Yes, ’n’ how many times can a man turn his head, Pretending he just doesn’t see? The answer, my friend, is blowin’ in the wind, The answer is blowin’ in the wind». Per quanto tempo un uomo può girare la sua testa fingendo di non vedere? La risposta, amico mio sta soffiando nel vento, la risposta sta soffiando nel vento. Ed è un vento caldo che sale dal Nord Africa e attraversa tutta l’Europa. Un vento diverso da quello che proviene dal Giappone che invece porta con se morte e distruzione. La risposta che soffia nel vento d’Africa sa di buono e di libertà.


12 ottobre 2010

Aspettando Freedom



A dieci anni dall’uscita di Le correzioni, Jonathan Franzen riconquista la vetta dell’Hardcover fiction del New York Times, autorevole e quotata classifica di vendita che dà conto dell’andamento del mercato librario in America, e si prepara a conquistare il mercato europeo con il suo ultimo romanzo Freedom. Accolto alla Fiera del libro di Francoforte come una vera e propria star, ha presentato il romanzo che in Italia leggeremo nei primi mesi del 2011. Dal 16 agosto di quest’anno è entrato a far parte del ristrettissimo circolo di autori viventi a cui la rivista Time ha dedicato la copertina in cui viene definito Great American Novelist, come recita il titolo in basso a destra sotto la fotografia dello scrittore nato a Western Springs, Illinois, nel 1959 e che oggi vive a New York City.
«I libri devono essere veri» è il pensiero ricorrente di Franzen, e soprattutto devono creare storie in cui il lettore deve potersi identificare e ri-conoscere. Questi i pilastri sui quali ha costruito il successo di Le Correzioni, e a leggere le recensioni che arrivano da oltreoceano, gli ingredienti di Freedom.
Franzen destruttura il concetto di famiglia che domina nella comunicazione globale (in Italia è quella sorridente, unita e felice che fa colazione sotto un cielo sempre terso e illuminato dal sole), per dare spazio alla realtà. Concentra la sua attenzione sulle contraddizioni interne al nucleo familiare e apre le porte della narrazione alla condizione di fragilità umana piuttosto che alla reiterazione di epopee fantastiche in cui tutti i protagonisti sono giovani e forti, dove la depressione o la malattia riguardano sempre gli altri.
In Le correzioni protagonista è appunto una famiglia del Midwest americano, i Lambert.
Solo dopo otto pagine di descrizioni molto minuziose di tutto ciò che si trova nella loro casa, Alfred Lambert rivolge la parola a Enid, sua moglie. Ciò accade quando si è già dentro una narrazione di cui si percepisce la dimensione epica. Il materiale di questa narrazione, le parole, è materiale pregiato. Usato con parsimonia. In equilibrio perfetto tra cronaca e letteratura. Misurazioni esatte che divengono la sua cifra stilistica. Un continuo gioco a mettere e levare. Ad aggiungere nuovi elementi, nuove descrizioni, e a sottrarre tutto ciò che non è più necessario. La scrittura di Franzen è un tessuto connettivo che riempie l’iato tra queste condizioni. Una grandezza che risiede nella semplicità. Less is more teorizzava all’inizio del secolo scorso un grande architetto tedesco, Adolf Loos, che conobbe fama e grande fortuna proprio in America.
Ma la vera potenza di questo romanzo risiede nel suo contenuto. Più ci si avventura nella narrazione più ci si accorge che leggendo il complesso sistema di relazioni che governa la vita della famiglia Lambert stiamo leggendo anche la nostra storia. Del nostro vicino di casa. Di nostro fratello. Una storia universale che sotto latitudini diverse si ripete uguale a sé stessa da cinquant’anni. La fine della ricostruzione postbellica ha definito uno scenario del tutto nuovo per i popoli del mondo intero. Non più intenti a “costruire” un mondo migliore ma a convivere con una serie di eccessi. Franzen è una delle poche voci fuori dal coro contro l’eccesso di benessere e di cinismo che sembra essere diventato la condizione di ognuno di noi.
I singoli quadri che scaturiscono dalla penna di Franzen ci costringono a ri-pensare la nostra vita. Costituiscono un termine di paragone con il quale dobbiamo confrontarci. Scendere così in profondità nell’animo umano, e avere la necessaria distanza emotiva per descrivere i processi di disfacimento del corpo oltre che della mente, è qualcosa che va oltre il semplice esercizio di stile. È qualcosa che t’iscrive direttamente alla cerchia ristretta, ristrettissima, degli scrittori.
Una trasposizione letteraria di ciò che accade nella realtà, dove la forma della narrazione asseconda, delinea e costruisce un pensiero basandosi sui contrasti della vita reale. Così alle parole sussurrate o ai drammi familiari si giustappongono euforia e amplessi. Il desiderio sessuale per esempio si appalesa prima nella testa poi in tutta la sua fisicità e con una carica neoverista che rende credibile il testo e il contesto.
Un interrogarsi sul senso profondo della vita e insieme la costante e inconfessata ricerca della felicità nell’America di oggi nella quale non possiamo non ri-conoscere la geografia delle nostre emozioni.
Dopo il successo di Le correzioni Jonathan Franzen si è preso una lunga pausa dedicandosi a scrivere articoli e piccoli saggi. Solo la morte traumatica e inattesa del suo grande amico e scrittore David Foster Wallace lo avrebbe convinto a scrivere il suo nuovo romanzo.
In una ormai celebre intervista per The Believer con Dave Eggers, David Foster Wallace, rispondendo a una domanda su John McCaine e sul ruolo degli scrittori nella società contemporanea, usò un’espressione meravigliosa nella sua essenzialità: «Gran parte di ciò che è complicato non è sexy».
Sullo stesso registro Franzen in una recente intervista a la Repubblica, rispondendo a una domanda simile, chiosa: «Sarei felice di vedere gli scrittori parlare del mondo in cui viviamo, invece di rifugiarsi nell’adolescenza o in questioni marginali. Penso a quanto fosse eccitante in tal senso Saul Bellow», e quando Antonio Monda l’incalza chiedendogli quali siano gli autori che vanno in questa direzione Franzen risponde: «Richard Ford, Alice Munro, George Saunders. Ma forse più di tutti lo faceva David Foster Wallace».
Aspettando Freedom ri-leggiamo Franzen e Wallace, narrazioni non complicate e per questo dannatamente sexy.



Titolo
Le Correzioni
Autore Jonathan Franzen
Editore Einaudi
Anno 2002


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