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26 agosto 2012

«John Fante il suo cuore è qui»

Terminati i tornanti che dalla Valle del Sangro Aventino conducono su, fino ai 900 metri di Torricella Peligna, s’intravede il profilo del campanile e la sagoma delle case che preannunciano l’ingresso al paese, soprattutto si vede in tutta la sua bellezza il profilo della montagna madre, la Majella. Questa stessa immagine deve aver avuto negli occhi Nick Fante, il papà di John Fante, quando all’inizio del “secolo breve” fece il percorso inverso e si lasciò alle spalle questo panorama per andare a cercare miglior sorte in America. Chissà quante volte si voltò per imprimere nella sua memoria la forma della montagna madre. Certo non poteva immaginare che più di cento anni dopo quella partenza così defilata, quel piccolo paese avrebbe celebrato, addirittura con un festival letterario, anche la sua figura, che John, il figlio che avrebbe avuto proprio in quell’America nella quale aveva cercato fortuna e lavoro, aveva reso immortale in alcune delle pagine più belle della sua produzione letteraria.
Nick Fante è infatti il protagonista de “La confraternita dell’uva”, forse il libro più bello di John Fante, ma è anche Svevo Bandini nel romanzo d’esordio, “Aspetta primavera, Bandini”. E proprio in occasione della ristampa del suo esordio letterario John Fante scrive nell’introduzione, qualche settimane prima di morire, le sue ultime parole che in qualche modo riconducono al nucleo originale della sua famiglia. «Tutta la gente la della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina». Un’immagine familiare che diviene lirica per l’uso onomatopeico delle parole. Qui il “ciabattare” si sente, lo si può ascoltare, basta tendere l’orecchio e lasciare libera la fantasia. Dan Fante è il figlio di John e nipote di Nick e Mary Capoluongo, la donna del ciabattare. Ogni anno ritorna a Torricella Peligna proprio per “Il Dio di mio padre”, il festival letterario dedicato a suo padre. E ogni volta è come un’epifania. 
Anche Dan Fante è uno scrittore e vive a Los Angeles, negli Stati Uniti d’America.
Perché suo padre nell’introduzione alla ristampa di “Aspetta primavera, Bandini”, ha voluto ricordare la madre con un’immagine apparentemente banale ma che ha capacità di assumere una forte valenza poetica?
«Mio padre invecchiando è diventato cieco e pensava alla dolcezza della sua memoria. Dolcezza che ha partorito quell’immagine così bella del ciabattare di sua madre, mia nonna. Come se avesse voluto restituirle una centralità nella sua vita. La sua memoria seleziona e propone un’immagine della quotidianità e la trasforma in ode poetica».
Nei suoi libri John Fante non parla quasi mai direttamente dell’Italia eppure si legge e si respira una “italianità” forte.
«È meravigliosamente chiaro che sente il suo cuore italiano quando scrive. Ho sempre avvertito il suo amore per l’Italia e il suo orgoglio di essere italiano. Per me, come scrittore, è la stessa cosa, un’eredità che mi ha lasciato».
Che tipo di scrittore è stato suo padre?
«Uno scrittore bello. Le sue parole sono chiare senza esagerazione. Una scrittura essenziale e potente. Scrive in prima le persona e ciò è molto difficile proprio perché devi essere forte e potente. Gli scrittori americani hanno questa necessità: essere essenziali, semplici, spontanei. Quasi come un giornalista e lo stile di mio padre è molto simile a quello di un giornalista».
Spontaneità e sincerità che colgo anche nelle parole di Dan soprattutto quando mi mostra ciò che si è fatto tatuare sul braccio destro «perché nessuno osava dire la verità»: Nick Fante morto per alcolismo nel 1997. Nick era il fratello maggiore di Dan, portava il nome del nonno. Un atto di sincerità estremo.
«Quando vado via da Torricella Peligna e torno in America non penso mai alle sofferenze dei miei nonni, o di mio padre, ma porto via con me solo tanto amore». Chapeau.


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