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Diario
 


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2 settembre 2012

Pronti via 3-0, ma si può fare


Una brutta estate per il calcio, iniziata male e che sta giungendo alla fine anche peggio.
Non hanno certo mostrato coraggio gli allenatori delle nazionali che hanno partecipato agli Europei polacco/ucraini che hanno offerto uno spettacolo calcistico penoso. Nessuna partita da ricordare, solo qualche singola giocata da archiviare come il gol capolavoro di Zlatan Ibrahimovic segnato alla Francia e quello altrettanto bello di Mario Balotelli alla Germania.
Non sono certo coraggiosi i tesserati che non hanno denunciato le partite truccate o peggio ancora chi le partite le ha truccate direttamente. Così come non sono coraggiosi tutti quelli che, in questa triste e patetica vicenda, si schierano solo per spirito di appartenenza.
Viceversa molto coraggio hanno dimostrato Daniele Sebastiani e Daniele Delli Carri, insieme a tutta la società, scegliendo Giovanni Stroppa per il dopo Zeman. Un allenatore giovane e preparato, soprattutto una persona seria e per bene. Proviene dalla Lega Pro, la vecchia serie C per i romantici, e non ha mai allenato in serie A ma Pescara calcistica è abituata a questo e rappresenta la piazza ideale per un giovane e inesperto allenatore. Non aveva esperienza quando è giunto a Pescara “il profeta” Galeone. Tutti sappiamo com’è andata. Proveniva dalla Lega Pro anche Zeman, pur avendo una grande esperienza maturata in precedenza, e lo scorso anno il Pescara ha vinto il campionato cadetto stabilendo record che saranno difficilmente eguagliabili. Entrambi, Galeone e Zeman, hanno reso la squadra di calcio di Pescara un fenomeno in cui è stato bello riconoscersi e farsi rappresentare. Hanno mostrato al pubblico dell’Adriatico e all’Italia intera, un calcio spettacolare e contemporaneamente redditizio. Il marchio di fabbrica per entrambi è stato il 4-3-3. Stesso modulo con il quale ha esordito ieri in serie A, come allenatore, Giovanni Stroppa. Nonostante l’esordio con una secca sconfitta contro l’Inter di Milito, Sneijder, Cassano e di capitan Zanetti, non è il caso di essere preoccupati perché, per il momento, il potenziale del Pescara non lo conosce nessuno, nemmeno il suo allenatore. I nuovi acquisti sono arrivati in tempi diversi e per questo motivo la squadra per la serie A non è quella vista ieri sera, o meglio, non può essere quella.
Il giorno dell’esordio di Stroppa in serie A come calciatore, era il 27 agosto 1989, fu invece un giorno felice, ecco come lo raccontò Gianni Brera.
«Il Milan aveva uno solo dei tre fenomeni olandesi: il più aggraziato e gigantesco, ma anche il meno geniale, Rijkaard: escluso invece Gullit, con un ginocchio sacramentato, e come lui Van Basten, afflitto da non si sa bene quale trauma osteo-muscolare. Così stando le cose, tutti prevedevano stenti a Cesena. Ed ecco tale Stroppa, giovane milanista riciclato dal Monza, centrare il 7 cesenate con un improvviso diagonale destro da fuori. Stroppa è bassaiolo di Mulazzano: il suo nome contadino si rifà ai legacci usati per i covoni di grano e per i tralci di vite. Infilato a quel modo perentorio, il Cesena si avventa e s’infilza da solo».
Di certo anche questo Pescara avrà bisogno di tanta stroppa per imbrigliare le formazioni alla sua portata e poter raggiungere il traguardo ambito della permanenza in serie A. Al “pronti via” dunque, siamo tutti con te Giovannino, senza se e senza ma. Buon campionato a tutti.


27 febbraio 2012

Perché non avrei convocato Buffon in nazionale


Un mio amico, uno studioso e fine intellettuale, una persona che stimo e di cui leggo quasi tutto quello che scrive, dedica un post al caso Buffon, Selvaggio e sentimentale. Il suo breve ragionamento assolve Buffon e quello che per molti è stato un gesto antisportivo, e termina in questo modo, «in Italia si perdona tutto tranne il talento».
In questa occasione non condivido nulla di ciò che il mio amico Antonio scrive. E quando ho finito di leggere il suo articolo ho capito, ancora meglio, perché proprio quando si “gioca” emergono le vere differenze tra le persone. Emergono le tante letture del mondo che “costruiscono” il mondo che abitiamo.
Il caso di cui si parla è il “gol non gol” di Muntari, calciatore del Milan che nella partita di sabato scorso ha segnato un gol regolare che l’arbitro non ha convalidato. Succede tante volte e in tante partite, perché questa volta tanto rumore?
Fondamentalmente per due motivi, il primo è che questa volta il torto non lo ha subito una comprimaria ma uno dei “padroni delle ferriere”, il Milan di Silvio Berlusconi. Il secondo motivo è che il portiere della Juventus e della nazionale italiana di calcio, nonché il più forte portiere del mondo, ha rilasciato la seguente dichiarazione nel dopopartita: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro». Buffon si riferisce al fatto che la palla aveva abbondantemente oltrepassato la linea di porta e che quindi il gol era regolare. Il Milan in quel momento vinceva la partita per 1-0 e sarebbe andato sul 2-0, mentre nel finale di partita la Juventus riesce a pareggiare con un gol di Matri.
Al triplice fischio finale succede di tutto, in campo e fuori del campo. Uno spettacolo patetico.
Iniziano i protagonisti, i calciatori, che in campo offrono un pessimo esempio a chi, come me ad esempio, guarda le partite di calcio per assistere a uno spettacolo sportivo e non alla guerra tra Oriazi e Curiazi. Prosegue il giornalista del “padrone delle ferriere” che offende in diretta televisiva l’allenatore della squadra avversaria definendolo matto e più volte “testa di cazzo”. Chiudono il sipario in maniera ancor più squallida l’ad del Milan, è stato anche presidente di Lega, Adriano Galliani e l’allenatore della Juventus, Antonio Conte. Il primo sembra si sia rivolto al secondo addebitandogli il clima pesante che si era creato alla vigilia della partita, il secondo, come riportato da tutti i quotidiani sportivi, rispondendo testualmente «Siete la Mafia del calcio». Nelle interviste del dopo partita arrivano, puntuali, le dichiarazioni di Buffon: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro».
Il mio amico Antonio si è concentrato sulla cifra tecnica della partita, con un’analisi della partita che, questa si, condivido, e sul gesto tecnico di Buffon. Io invece metto in secondo piano la partita e mi concentro sui comportamenti. Se non si stigmatizza il comportamento di Buffon si rischia che le sue parole possano diventare un modello per tanti ragazzi che praticano sport. No, Buffon non può essere un modello da proporre ma da respingere con tutte le nostre forze. Ciò che ha detto il portiere della Juventus non c’entra nulla con lo sport e la sportività. Le parole di Buffon non hanno bisogno di nessun commento, sono antisportive e ledono l’immagine stessa dello sport. La Lega dovrebbe sanzionare il giocatore, la società di appartenenza del calciatore dovrebbe pendere analoghi provvedimenti disciplinari e, soprattutto, Cesare Prandelli, l’allenatore della nazionale italiana di calcio, non avrebbe dovuto convocare Gianluigi Buffon per l’amichevole di mercoledì. Non c’entra nulla il talento di Buffon o la tensione agonistica. C’entra l’educazione e il rispetto delle regole. Se il capitano della Juventus e della Nazionale italiana di calcio pensa davvero ciò che ha detto, non può più rappresentare il nostro Paese. È un comportamento antisportivo e per questo inaccettabile per le tante persone che praticano sport o che semplicemente assistono ad avvenimenti sportivi.
Per fortuna non siamo tutti uguali, ma ci sono esempi, anche nel mondo dello sport, che seguono direzioni opposte.
Zdenek Zeman, il grande accusatore dei mali del calcio italiano, quando gli chiedono conto delle sue poche vittorie sportive risponde in questo modo: «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole». In un mondo marcio e malato come quello del calcio italiano per fortuna non tutti i protagonisti sono uguali. Ci sono persone come Buffon e persone come Zeman. Un modo di essere e di stare al mondo che non riguarda solo il mondo del calcio ma tutta la società italiana, sempre sospesa tra chi rispetta le regole, e spesso proprio per questo è perdente, e i cialtroni. 
Ne “Il giorno della civetta”, una lettura che consiglio a Gianluigi Buffon, Leonardo Sciascia ha scritto: «Io, proseguì don Mariano, ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà [...] Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini [...] E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi [...] E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito [...] E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... [...]».
Abbiamo bisogno, il calcio come la società italiana in generale, di meno pozzanghere e più di mare aperto. Più uomini e meno quaquaraqua. 


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