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Diario
 


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12 febbraio 2010

Bi-fronti, Oscar Buonamano e Enzo Verrengia



Avatar, di James Cameron

Oscar. La narrazione non è originale così come originale non è l’approdo. La tanto pubblicizzata grafica tridimensionale sembra essere stata già ampiamente digerita da un occhio allenato alle nuove tecnologie. Cosa fa di Avatar allora il film che tutti hanno visto e di cui tutti parlano bene? «Tutte le storie sono storie d’amore» scrive Robert McLiam Wilson in Eureka Street, e Avatar non sfugge a questa regola. Una storia d’amore semplice e popolare in cui il bene sconfigge il male. Forse è di questo che abbiamo bisogno.


Enzo.
Avatar è la conferma che nel cinema le nuove idee sono inversamente proporzionali alle nuove tecnologie. Le quali, peraltro, non compensano circa tre ore di noia crudele, infarcite di scopiazzature, e non citazioni, ai limiti del plagio. Chi crede ancora nel mito del buon selvaggio farebbe meglio a serbare il ricordo de L’uomo chiamato cavallo. Per il resto, nemmeno il 3D compensa un giocattolo visivo su misura per un’umanità fatta regredire al ruolo di un’unica immensa platea ruminante popcorn.


10 febbraio 2010

Apri una parente, per non saper né leggere né scrivere



Il 6 e 7 marzo e il 15 maggio sarò a Battipaglia, in provincia di Salerno, ospite dell’Associazione Culturale “Aut Aut”,  http://www.associazioneautaut.it/, per un corso di scrittura creativa. Il corso mi vedrà impegnato il 6 e 7 marzo, con il mio amico Enzo Verrengia, e il 15 maggio per la lezione finale. Il pomeriggio del 15 presenterò lo scrittore Eraldo Affinati.

Prenderà il via il 20 febbraio il corso di scrittura creativa “Apri una parente!”, organizzato dall’Associazione Culturale Aut Aut, di Battipaglia. Il corso, strutturato in 40 ore tutte concentrate in sei weekends, si terrà presso i locali de “La Fabbrica dei Sapori” di Battipaglia, fino al 15 maggio 2010.
L’iniziativa è parte integrante del programma di Equilibri 2010, rassegna di arte, letteratura e spettacolo che ogni anno assume sempre più le caratteristiche di un grande laboratorio di esperienze ricche di energie creative ‘rinnovate’.
La IV ed. di Equilibri infatti si aprirà presso “La Fabbrica dei Sapori” il 19 febbraio per il Preview con la presentazione dell’ultimo lavoro di Domenico Guarino dal titolo Ordine Nuovo (ed. Cult, 2009) e con il concerto della band calabrese Brunori sas; continuerà quindi presso gli stessi locali con il corso di scrittura, nato dalla felice sinergia con professionisti del settore e si concluderà il 15 e 16 maggio con importanti sorprese.
Per poter partecipare al corso di scrittura creativa “Apri una parente!” è possibile contattare l’indirizzo e-mail dell’associazione, aut.aut.associazione@alice.it.
Le iscrizioni sono aperte fino al 15 febbraio 2010.
I docenti del corso saranno come detto nomi illustri del panorama letterario nazionale, quali Marco Peano (editor Einaudi e docente della scuola Holden di Baricco), Domenico Guarino (saggista e romanziere, collaboratore di Antonio Tabucchi), Oscar Buonamano (direttore editoriale di Carsa Edizioni), Enzo Verrengia (autore televisivo di successo e curatore della rivista “Scrivere” della Fabbri Editore) Roberto Ritondale (giornalista Ansa e scrittore).

Il programma del corso è poi arricchito dagli incontri con due scrittori dalla consolidata esperienza: il paesologo Franco Arminio, il 24 aprile e il romanziere Eraldo Affinati che chiuderà il corso il 15 maggio.

Il costo totale per i partecipanti è di 250 euro comprensivi di iscrizione all’associazione. E possibile un pagamento rateale, mentre per gli under 25 è previsto uno sconto del 10%.


8 febbraio 2010

Il Critico Condotto (e Intervistatore), di Simone Gambacorta Oscar Buonamano, il mestiere dell’editore

Quello che segue è il testo dell’intervista che Simone Gambacorta, giornalista e critico letterario, mi ha fatto a proposito del mestiere dell’editore. Ecco il link al sito dove è pubblicata l’intervista: Oscar Buonamano, il mestiere dell’editore.


Il Critico Condotto (e Intervistatore), di Simone Gambacorta

Oscar Buonamano, il mestiere dell’editore




Lei è il direttore editoriale della Casa editrice Carsa di Pescara. Per cominciare, spieghiamo ai nostri lettori di cosa si occupa la società Carsa.


Carsa è una società di Comunicazione integrata:. È strutturata in diversi settori: pubblicità, eventi, fiere, progetti europei, comunicazione sociale, ambiente e sviluppo locale, allestimenti museali, e poi c’é il settore dedicato all’editoria con la casa editrice. Carsa, che quest’anno festeggia i suoi primi trent’anni di attività, si è sempre occupata di argomenti oggi molto di tendenza, come lo sviluppo sostenibile, e di tutti quegli strumenti che contribuiscono a rendere armonico e lo sviluppo di un territorio.


Carsa nasce in Abruzzo, ma opera a livello nazionale. Allora una doppia domanda: come si inserisce nel panorama regionale e come in quello italiano?


Carsa ha costruito nel corso di questi trent’anni, attraverso le sue molteplici attività, una vera e propria infrastrutturazione culturale per l’Abruzzo. Il catalogo editoriale di Carsa infatti lo si può leggere come un unico grande libro i cui capitoli sono costituiti dalle bellezze storiche, artistiche e naturali della nostra regione. Ha portato all’attenzione generale monumenti, chiese, castelli, eremi, interi borghi, che mai prima erano stati descritti e raccontati in tal modo. Un taglio editoriale che tiene insieme la dimensione scientifica e quella divulgativa, dove l’uso della fotografia e della parola sono interscambiabili. Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata sull’intero patrimonio nazionale con il tentativo, in atto, di diventare l’editore delle regioni italiane. Nasce da questa idea la collaborazione con i maggiori quotidiani italiani che ha portato i prodotti editoriali di Carsa nelle edicole di gran parte del territorio nazionale. Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, oltre all’Abruzzo ovviamente, le regioni per le quali Carsa ha realizzato prodotti ad hoc. In particolare le due fortunate collane di guide, Meraviglie sconosciute e Borghi e Paesi, che ci danno grandi soddisfazioni.


Ora spieghiamo a chi ci legge in cosa consiste il suo lavoro di Direttore editoriale.


Prima di tutto il Direttore editoriale ha la responsabilità di redigere il Piano editoriale e il relativo budget di riferimento. Decidere cioè i libri che si realizzeranno nel corso dell’anno e indicare le risorse necessarie per tale realizzazione. Poi lavora al progetto editoriale dei singoli volumi, individua e sceglie gli autori, sia chi scrive i testi, sia, nel nostro caso, i fotografi. Infine la responsabilità del gruppo di lavoro che realizza praticamente i libri: grafici, fotografi e redazione.


Mi racconta la sua giornata tipo?


Parliamo del lunedì che è una giornata particolare. All’inizio della mattinata c’è una riunione con il Presidente, l’Amministratore Delegato e il responsabile del personale. Questa riunione dura, generalmente, un’ora. Dalle nove alle dieci. Dopo c’é la riunione d’inizio settimana con il gruppo di editoria per verificare lo stato di avanzamento dei lavori in corso e pianificare nuovi lavori. Questa riunione è più breve della precedente e dura tra i trenta e i quarantacinque minuti. Alle undici circa sono alla mia scrivania per leggere le mail e organizzare anche la mia settimana lavorativa. Pianifico gli eventuali incontri esterni e con le mie collaboratrici l’agenda degli appuntamenti interni. Dopo queste operazioni sono dai grafici per verificare “de visu” l’andamento dei lavori e nel pomeriggio mi dedico alla scrittura di nuovi progetti o a seguire l’andamento di progetti complessi. Negli altri giorni, quando sono in ufficio e non ho riunioni con i collaboratori, mi dedico quasi esclusivamente all’ideazione di nuovi progetti e a seguire l’andamento dei lavori in corso.


Che tipo di responsabilità c’è, nel dirigere una struttura così vasta?


Il mio diario di bordo è il Piano editoriale collegato al budget, seguo, in linea di massima, ciò che è stato deciso dal Consiglio di Amministrazione nel momento in cui viene approvato il budget. La responsabilità che avverto è quella di dirigere una struttura molto prestigiosa e quindi la necessità di dare sempre il massimo, ogni giorno. Proprio perché lavoro in una grande struttura, per quello che mi compete, sento in modo particolare l’impegno a dare sempre il massimo per poter avere un rapporto attivo e di collaborazione con tutti quelli che lavorano con me ogni giorno. Siamo in tanti e per questo bisogna impegnarsi sempre e sempre bene e soprattutto dobbiamo saperlo farlo tutti insieme.


Quali sono i principali aspetti di complessità del suo lavoro?


Qualsiasi lavoro che preveda la gestione di un gruppo di persone è complesso per sua natura. Inoltre il processo editoriale con il quale si arriva a stampare un libro è intrinsecamente complesso per la compresenza nel processo di realizzazione di aspetti tecnici e aspetti più propriamente culturali. Tenere assieme tutte queste cose non è sempre facile.


Qual è l’iter attraverso il quale un libro Carsa vede la luce?


Il momento in cui si decide di pubblicare un titolo può essere paragonato al concepimento. Quando il libro esiste, almeno nella nostra mente, inizia il processo di realizzazione. Si redige il piano editoriale dell’opera e si fanno le prime verifiche sulla congruità e fattibilità del piano editoriale. Dopo che il piano editoriale è stato verificato, si passa all’individuazione degli autori. E da qui inizia la fase della gestazione. Gli autori scrivono e/o scattano fotografie e inviano alla casa editrice il loro primo manufatto. È questo il momento del parto. Inizia cioè il lavoro di editing, quando questa fase si esaurisce il libro comincia a muovere i primi passi nel computer del grafico. È questa la fase dello svezzamento. Il libro prende forma giorno dopo giorno fino a quando si arriva all’ultima pagina. Adesso il libro passa in redazione al correttore di bozze e ritorna al grafico per le correzioni individuate e da apportare. Il libro adesso sta per compiere la maggiore età e può compiere quindi un viaggio più autonomo. Entra in scena la tipografia, che ricevuto il file del libro prepara una cianografica, una prova di stampa. La cianografica ritorna in casa editrice, si effettua un ulteriore controllo e si dà il fatidico “visto si stampi”. Quando il libro è stampato c’è l’ultimo passaggio per verificare che il risultato sia soddisfacente. Adesso il libro è finalmente maggiorenne e può iniziare la sua vita. Da questo momento in poi inizia il lavoro di distribuzione, la fase in cui il proodotto viene fatto circolare nei vari punti vendita. A questo lavoro sono preposti i diversi distributori coordinati dal responsabile della distribuzione. Qui si apre una nuova fase, un lavoro importante e lungo quanto tutto il percorso precedente.


In ambito editoriale si registra spesso una certa approssimazione e anche un certo dilettantismo. Che cos’è che fa sì che una casa editrice sia in effetti una casa editrice?


La casa editrice è un’azienda e come tale deve essere considerata e gestita, questo è il prerequisito. Poi occorre che chi ci lavora sia un professionista e che sappia fare bene il proprio lavoro. A ogni funzione, di quelle elencate prima, deve corrispondere almeno un’unità lavorativa e non ci devono essere sovrapposizioni di competenze e d’incarichi. Poi la differenza, come in tutte le attività che esercitiamo, la fanno sempre gli uomini.


Lei non è però “solo” uomo di editoria: scrive racconti, reportage, recensioni, cura le pagine culturali per il quotidiano pugliese “L’Attacco”, collabora con la rivista letteraria online “Books Brothers”, ha un blog – “http://culturemetropolitane.ilcannocchiale.it” – dove parla di libri. Immagino che tutti questi interessi tornino utili anche nel suo lavoro.


Ho studiato architettura e ho per questo una preparazione umanistica. Leggo da quando ho imparato a leggere. Non so far altro che leggere e scrivere. Quando mi fermo a pensare al mio lavoro o ai miei lavori precedenti, ritrovo un filo conduttore che li tiene insieme: penso di aver fatto da sempre la stessa cosa. Leggere, pensare, elaborare e poi di nuovo leggere, pensare, elaborare. Tutte le attività a cui faccio riferimento sono sempre funzionali e convergono tutte verso lo stesso obiettivo: migliorare sempre e in maniera costante. Conoscere sempre cose .nuove e stimolare la mia curiosità. E per questo sono non solo utili al mio lavoro, ma senza di queste il mio lavoro ne risentirebbe e sarebbe più povero.


Ampliamo il discorso. Come sta la cultura in Abruzzo?


L’Abruzzo è una piccola regione con scarsissime risorse economiche e questo penalizza in maniera significativa tutte le attività culturali. In questo senso quindi la cultura, ma direi in maniera più puntuale, le attività culturali fanno fatica a emergere e a durare nel tempo. Per rispondere in maniera diretta e semplice alla tua domanda: la cultura in Abruzzo vivacchia. Questo argomento però è troppo importante per liquidarlo in poche battute, ti propongo un nuovo incontro, magari a più voci, per discutere di questo tema.


2 febbraio 2010

«Professore esca dall’aula», vent’anni fa la Pantera.



«Professore esca dall’aula», vent’anni fa la Pantera. I giorni del movimento nei ricordi di un protagonista
di Fabrizio Santamaita
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Esattamente venti anni fa, il 23 gennaio del 1990, esplodeva anche nelle facoltà universitarie pescaresi la protesta della Pantera, l’ultimo grande movimento studentesco degli anni Ottanta, che, dopo le agitazioni degli studenti superiori nell’86, scompaginò per sempre le vecchie categorie politiche codificate dal ’68. In questo articolo ricorda quei giorni un protagonista del movimento.


«Professore, adesso l’università è occupata, lei deve uscire». Sono le 19,15 del 23 gennaio 1990 quando un drappello di studenti blocca sulle scale della facoltà di Lingue il compianto Giuseppe Paolo Samonà, docente e poeta. La risposta è quasi compiaciuta: «Ma allora fate sul serio!».
Inizia così la fase pescarese della Pantera, il movimento studentesco che vent’anni fa provò ad ostacolare la riforma che introduceva l’autonomia degli atenei. Si chiamava legge Ruberti, dal ministro dell’istruzione dell’epoca, e non passò. Ma per l’autonomia fu solo questione di tempo.
Gli studenti tennero in mano le facoltà di viale Pindaro – che allora erano tre: Economia, Lingue e Architettura – per 54 giorni; il 17 marzo il movimento si sciolse con una grande manifestazione a Napoli.

La ribellione era partita ai primi di dicembre dalla facoltà di Lettere di Palermo e si era estesa lentamente al resto d’Italia, ma in Abruzzo stentava ad arrivare. A metà gennaio un gruppo di studenti di Architettura chiede ed ottiene la prima assemblea sulla questione: dai dieci iniziali passeranno a 500 in una settimana. A capitanarli c’è il giovane segretario della Fgci, Maurizio Acerbo, cui si affiancano un barbuto foggiano**, Oscar Buonamano, ed un docente vestito sempre di pelle nera, Giampiero Di Plinio, oggi ancora protagonisti, a diverso titolo, della scena cittadina.

L’assemblea decisiva si tiene il 23 gennaio nell’aula 34: nonostante le roventi proteste di Comunione e Liberazione, il popolo della D’Annunzio vota compatto per entrare nel movimento.

I primi giorni sono anche i più difficili: Cielle tenta di far disoccupare le facoltà con ripetute votazioni ad Economia, da sempre feudo del centrodestra. Scende in campo anche l’ex rettore Uberto Crescenti, e non usa mezzi termini:
«Andatevene, o vi faccio sgomberare dalla polizia». Ma i panterini resistono. La leggenda vuole che la Digos avesse già pronta un’azione di forza ma il piano saltò all’ultimo momento perché “zio Remo” Gaspari ebbe timore delle conseguenze di un intervento violento a poche settimane dalle elezioni amministrative del 7 aprile.
La vita degli occupanti trascorreva in un clima quasi festoso: commissioni di lavoro al mattino, assemblea generale il pomeriggio ed eventi culturali la sera. Le facoltà erano aperte 24 ore su 24 grazie al servizio d’ordine interno: chi aveva il libretto universitario entrava, gli esterni dovevano trovarsi un “garante” e lasciare un documento. Era stata creata anche una piccola mensa che forniva pasti a prezzo politico. Alcuni nomi famosi resero visita agli studenti: da Edoardo Bennato – che dopo un concerto al Massimo fu portato all’università per un “unplugged” di rara bellezza – al regista Carlo Delle Piane passando per Marco Pannella, protagonista di un dibattito durante il quale fu contestato da una parte degli studenti per le sue posizioni non allineate.

La manifestazione di Napoli arrivò nel momento in cui la Pantera cominciava a perdere gli artigli: le assemblee erano sempre meno frequentate e la spinta iniziale si stava smarrendo. A maggio la Digos sgomberò le ultime due aule rimaste in mano ai contestatori e partì anche qualche denuncia. Ma ormai il felino aveva lasciato la sua impronta.


p.s.: nella foto, io e Carlo Delle Piane in un dibattito all’università “G.D’Annunzio” di Pescara, durante i giorni dell’occupazione.


*Studente all’epoca della Pantera e testimone di quei giorni

** Fabrizio nell’articolo ha scritto un barbuto barese, vorrei precisare che barbuto lo ero, ma nacqui a Foggia e non a Bari.


Pubblicato su Il Messagero, edizione Abruzzo, il 29 gennaio 2010




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