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10 gennaio 2009

La guerra infinita



Nella società che abitiamo non ci dovrebbe essere più spazio per la guerra, per tutte le guerre. In ogni caso non ci dovrebbe essere più essere spazio per la guerra che uccide le singole persone inermi. Donne, bambini, anziani. Sappiamo però che non è così e che ogni giorno in ogni angolo del mondo vengono uccisi migliaia di innocenti. In questo contesto la guerra infinita israelo-palestinese ne è una tragica testimonianza.
Nel corso degli ultimi cento anni, perché anche se l’attuale Stato d’Israele è stato riconosciuto nel 1948 la tensione in quell’area è iniziata molto prima, quella terra evoca solo e sempre morte. Blindati e odore acre di morte.
Fiumi di parole e di retorica. Retorica sulla guerra e retorica sulla pace. Retorica sulla tregua. A questo si aggiunge il fallimento totale degli organismi internazionali, Onu in testa, incapaci politicamente di trovare soluzioni al problema.
Il conflitto israelo-palestinese chiama in causa direttamente la politica e ne decreta il suo fallimento. Un fallimento che riguarda tutti e che ci rende sempre più inermi di fronte alle immagini strazianti dei bambini che muoiono per l’incapacità degli adulti di mettere a freno gli istinti bestiali.
Due popoli che lottano e si massacrano da troppo tempo. Ferite che non si rimarginano. Ogni cittadino, israeliano o palestinese, ha nella proprio famiglia un morto che può addebitare al suo dirimpettaio. In tanti portano, incise sul proprio corpo, cicatrici che questa guerra infinita porta con sé.
Questioni divenute ormai personali, interessi economici, porzioni di territorio conteso, fanno di questa guerra l’emblema dell’incapacità degli uomini di ragionare. Di cercare soluzioni che facciano tacere per sempre le armi. Nel 1993, Arafat e Rabin, con la mediazione degli Usa e di Bill Clinton, si strinsero la mano e sembrava che la questione si avviasse ad una pacifica risoluzione con la ritirata di Israele dalla striscia di Gaza. Tutto durò troppo poco e quel filo di speranza si spezzò.
Quello che sta succedendo in questi giorni ci costringere a misurarci di nuovo con una situazione che sembra non avere soluzioni.
L’organizzazione di Medici senza Frontiere fa sapere che a Gaza si muore per impossibilità di soccorsi. “La maggior parte delle vittime sono civili, in gran parte sono bambini, e il numero continua a crescere. Esiste un grande problema per l'accesso e per evacuare i feriti e i morti dalle zone colpite, le ambulanze non riescono a raggiungere le zone da evacuare. Per questo la maggior parte delle vittime durante l’operazione di terra sono morte dopo avere subito gravi ferite e senza che nessuno potesse aiutarle o trarle in salvo e portarle in ospedale”.
Questa nuova guerra di Gaza è una guerra autolesionista. Una guerra che contribuisce a dividire e soprattutto ad allontanare irrimediabilmente la pace. Ogni morto in più aumenta le divisioni e rafforza i falchi di entrambi gli schieramenti. In questi ultimi anni hanno sbagliato tutti. Da Arafat a Israele. Ha sbagliato anche l’America, il mediatore più accreditato per cercare una soluzione.
A distanza di tanti anni un altro Clinton può lavorare per un progetto di pace in medio oriente, Hillary Clinton. E un altro presidente può ridare speranze al mondo intero, Barack Obama.
God bless Usa.


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6 novembre 2008

Abbiamo origini diverse, ma le stesse speranze



La strada che ha percorso Barack Obama per diventare il candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America è stata una strada tutto sommato breve. Padre africano e madre texana si è laureato alla Columbia University e alla Harvard Law School. Eletto Senatore nel 2004 dopo appena tre anni è diventato il candidato del Partito Democratico alla Casa Bianca. Il 18 marzo 2008, al Constitution Center di Philadelphia, Barack Obama pronuncia il discorso, Sulla razza. Un discorso destinato a diventare uno dei capisaldi della sua visione della politica e che su You Tube, la nuova agorà planetaria, ha stabilito un record di contatti difficilmente superabile.
“Ho scelto di candidarmi per la presidenza in questo momento poiché sono profondamente convinto che potremo vincere le sfide del nostro tempo solo se troveremo una soluzione insieme, solo se porteremo a compimento l’unione, solo se comprenderemo che abbiamo origini diverse, ma le stesse speranze, che non siamo simili e non proveniamo dagli stessi luoghi, ma procediamo nella stessa direzione, verso un futuro migliore per i nostri figli e nipoti.”
Si capisce fin dalle prime battute che il suo non sarà un discorso prendere o lasciare, bianco o nero. Obama cerca di affrontare questioni, ricerca soluzioni, non colpi a effetto. Parla di speranza, di visioni.
“Tutti gli americani devono rendersi conto che i sogni di qualcuno non devono essere realizzati a discapito di quelli di qualcun altro; che investire nella sanità, nel welfare e nell’istruzione dei bambini, siano essi neri, meticci, o bianchi, alla fine si rivelerà vantaggioso per tutti.”
Non siamo più di fronte allo schema classico che vuole i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Obama rappresenta una realtà nuova. Parla di unione tra le diversità, di comunanza d’intenti. Snocciola problemi concreti e soprattutto cerca soluzioni comuni. Soluzioni che uniscano e che non dividano.
“Oggi vogliamo parlare del motivo per cui le sale d’attesa del pronto soccorso sono piene di bianchi, di neri, di ispanici che non hanno l’assistenza sanitaria; che non hanno la forza di opporsi, da soli, al potere degli interessi individuali di Washington; ma insieme a tutti noi possono farcela…Oggi vogliamo parlare del fatto che il vero problema non è che qualcuno con una pelle diversa possa rubarti il lavoro, ma che a rubartelo sia l’azienda per cui lavori, per trasferirlo all’estero, solo per aumentare il profitto.”
Ci troviamo dunque di fronte ad un ribaltamento totale del registro con cui solitamente si affronta il tema del razzismo. Si parla di chi ha meno possibilità e la causa di tutto ciò non va ricercata nel colore della pelle, ma nella comune condizione di difficoltà economica. C’è in queste parole una visione nuova della società. Una visione che predilige l’inclusione all’esclusione. E c’è la speranza. La speranza di un futuro migliore.
“Forse la nostra unione non sarà mai perfetta, ma ha dimostrato di saper migliorare, generazione dopo generazione. E oggi, quando i dubbi o il cinismo mi assalgono e penso che non ce la faremo, è la generazione dei giovani a ridarmi speranza.”
Barack Obama è nato il 4 agosto 1961, da noi, in Italia, sarebbe considerato un giovane, è stato eletto presidente del paese più importante della terra. In questo senso sono già storia le parole che ha pronunciato a Philadelphia: “In nessun altro Paese della terra sarebbe possibile una storia come la mia.”
Nel discorso di Springfield, Illinois, con il quale annunciava la sua candidatura, Obama mostra già di avere le idee chiare e dimostra di conoscere i problemi che gli americani devono affrontare.
“Tutti noi sappiamo quali siano oggi queste sfide: una guerra senza fine, una dipendenza dal petrolio che minaccia il nostro futuro, scuole dove troppi bambini non imparano, e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese pur lavorando al massimo. Conosciamo le sfide. Le sentiamo ripetere. Ne parliamo da anni.”
Barack Obama ha conquistato in poco, pochissimo tempo, la testa di milioni di americani e lo ha fatto parlando dritto al loro cuore, restituendo alla politica una missione nobile: migliorare la condizione materiale e morale della gente.
“Noi misuriamo il progresso in base a quante persone riescono a trovare lavoro con cui poter pagare il mutuo; in base a quanto ognuno riesce a mettere da parte alla fine di ogni mese, così che un giorno vedrà il figlio prendere una laurea.”
Ma è nella capacità visionaria e di far sognare che Obama non ha trovato avversari nella sua campagna elettorale. Capacità visionaria che guida il suo discorso di accettazione della candidatura a Denver, Colorado, dell’agosto del 2008.
“Il nostro paese ha più ricchezze di qualunque altra nazione, ma non è questo che ci  rende ricchi. Abbiamo l’apparato militare più potente della terra, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura fanno invidia al mondo, ma non è questo che continua a spingere il mondo alle nostre porte.
È invece il nostro spirito americano - quella promessa americana - che ci sprona in avanti anche quando la strada è incerta; che ci tiene uniti malgrado le differenze; che ci porta a fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo.”
Diciamoci la verità, a chi non piacerebbe avere un leader in grado di pensare e di pronunciare parole e concetti simili?
God save the U.S.A.


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