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Diario
 


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2 settembre 2012

Pronti via 3-0, ma si può fare


Una brutta estate per il calcio, iniziata male e che sta giungendo alla fine anche peggio.
Non hanno certo mostrato coraggio gli allenatori delle nazionali che hanno partecipato agli Europei polacco/ucraini che hanno offerto uno spettacolo calcistico penoso. Nessuna partita da ricordare, solo qualche singola giocata da archiviare come il gol capolavoro di Zlatan Ibrahimovic segnato alla Francia e quello altrettanto bello di Mario Balotelli alla Germania.
Non sono certo coraggiosi i tesserati che non hanno denunciato le partite truccate o peggio ancora chi le partite le ha truccate direttamente. Così come non sono coraggiosi tutti quelli che, in questa triste e patetica vicenda, si schierano solo per spirito di appartenenza.
Viceversa molto coraggio hanno dimostrato Daniele Sebastiani e Daniele Delli Carri, insieme a tutta la società, scegliendo Giovanni Stroppa per il dopo Zeman. Un allenatore giovane e preparato, soprattutto una persona seria e per bene. Proviene dalla Lega Pro, la vecchia serie C per i romantici, e non ha mai allenato in serie A ma Pescara calcistica è abituata a questo e rappresenta la piazza ideale per un giovane e inesperto allenatore. Non aveva esperienza quando è giunto a Pescara “il profeta” Galeone. Tutti sappiamo com’è andata. Proveniva dalla Lega Pro anche Zeman, pur avendo una grande esperienza maturata in precedenza, e lo scorso anno il Pescara ha vinto il campionato cadetto stabilendo record che saranno difficilmente eguagliabili. Entrambi, Galeone e Zeman, hanno reso la squadra di calcio di Pescara un fenomeno in cui è stato bello riconoscersi e farsi rappresentare. Hanno mostrato al pubblico dell’Adriatico e all’Italia intera, un calcio spettacolare e contemporaneamente redditizio. Il marchio di fabbrica per entrambi è stato il 4-3-3. Stesso modulo con il quale ha esordito ieri in serie A, come allenatore, Giovanni Stroppa. Nonostante l’esordio con una secca sconfitta contro l’Inter di Milito, Sneijder, Cassano e di capitan Zanetti, non è il caso di essere preoccupati perché, per il momento, il potenziale del Pescara non lo conosce nessuno, nemmeno il suo allenatore. I nuovi acquisti sono arrivati in tempi diversi e per questo motivo la squadra per la serie A non è quella vista ieri sera, o meglio, non può essere quella.
Il giorno dell’esordio di Stroppa in serie A come calciatore, era il 27 agosto 1989, fu invece un giorno felice, ecco come lo raccontò Gianni Brera.
«Il Milan aveva uno solo dei tre fenomeni olandesi: il più aggraziato e gigantesco, ma anche il meno geniale, Rijkaard: escluso invece Gullit, con un ginocchio sacramentato, e come lui Van Basten, afflitto da non si sa bene quale trauma osteo-muscolare. Così stando le cose, tutti prevedevano stenti a Cesena. Ed ecco tale Stroppa, giovane milanista riciclato dal Monza, centrare il 7 cesenate con un improvviso diagonale destro da fuori. Stroppa è bassaiolo di Mulazzano: il suo nome contadino si rifà ai legacci usati per i covoni di grano e per i tralci di vite. Infilato a quel modo perentorio, il Cesena si avventa e s’infilza da solo».
Di certo anche questo Pescara avrà bisogno di tanta stroppa per imbrigliare le formazioni alla sua portata e poter raggiungere il traguardo ambito della permanenza in serie A. Al “pronti via” dunque, siamo tutti con te Giovannino, senza se e senza ma. Buon campionato a tutti.


25 giugno 2012

La torrida passione dei tifosi pescaresi


In questi primi giorni d’estate, a Pescara, la temperatura é altissima. Quella esterna, in verità, é alta anche in tante altre città e non solo abruzzesi, quella interna invece é da bollino rosso piú a Pescara che altrove. Dal 20 maggio, il giorno di Sampdoria-Pescara che ha segnato il ritorno della squadra adriatica in serie A, la temperatura della passione dei tifosi biancazzurri é infatti altissima, e lo é in modo costante e permanente. Non accenna a diminuire nonostante molte cose siano cambiate da quell’indimenticabile pomeriggio di fine maggio. Il Pescara di Zeman, capace di segnare 90 gol e di vincere il campionato, non esiste piú e non potrà più esistere perché non c’é più il suo condottiero, e, non c’é più il suo formidabile tridente d’attacco, Sansovini-Immobile-Insigne. Eppure, nonostante questo, la passione dei tifosi non conosce flessioni. Le lunghe code per acquistare l’abbonamento per il prossimo campionato di serie A lo dimostrano solo parzialmente. Una passione che non é dunque figlia di un innamoramento fine a se stesso ma ha, certamente, radici molto più profonde. La passione per il calcio, infatti, tocca sfere intime e personali che tendono al sublime quando divengono anche rito collettivo, ne parlava Pier Paolo Pasolini quando definiva il calcio come una rappresentazione sacra del nostro tempo capace a suo dire, di sostituire il teatro. Il poeta de “Le ceneri di Gramsci” non é stato, ovviamente, l’unico intellettuale ad interessarsi e a scrivere della passione per il calcio, tanti altri suoi colleghi se ne sono occupati, il francese Jean Paul Sartre per esempio sosteneva, addirittura, che «il gioco del calcio è la metafora della vita».
Se dunque il calcio é una metafora della vita come dobbiamo interpretare la passione e l’amore che non sembra conoscere ostacoli da parte dei tifosi del Pescara? Quale significato attribuire alle migliaia di cittadini che, dopo la partita Pescara-Nocerina ultima di campionato, si sono riversate in strada trasformando la città adriatica in un piccolo carnevale brasiliano in Italia?
Certo non si può liquidare la faccenda con un’alzata di spalle, commenti sarcastici o sostenere che sono questioni marginali e che non ci riguardano. Ci riguardano, riguardano tutti noi. É una grande energia positiva che sta attraversando la città e che non va dispersa. Non va dispersa soprattutto perché non riguarda solo una sparuta minoranza della nostra comunità, ma al contrario coinvolge molte persone, intere famiglie e soprattutto moltissimi giovani, alcuni dei quali hanno assistito a una partita di calcio per la prima volta nella loro vita. Giovani e giovanissimi come Marco Verratti che oltre ad essere un tifoso del Pescara é stato ed è tuttora uno dei protagonisti principali del successo sportivo della squadra adriatica. Il piccolo Rivera ieri ha dato un’ulteriore prova e testimonianza della sua bravura e tempestività, qualità che lo hanno reso noto a tutta l’Italia. In perfetta sintonia con il tempo che vive e anticipando anche il comunicato ufficiale della società ha reso noto il suo pensiero attraverso la sua pagina facebook. «Rimango a Pescara e rispetto il contratto con la società. Non ho firmato e preso impegni con nessuno. Ora pensiamo alla serie A!!!!». Dopo circa un’ora la Pescara calcio, e contestualmente tutti i siti internet italiani d’informazione sportiva e non, annuncia formalmente di aver ritirato Marco Verrati dal mercato, mettendo così fine a una telenovela che cominciava a stancare tante persone. La stucchevole e ripetitiva pantomima del calcio mercato può avere infatti come protagonisti principali molti calciatori ma non tutti. I più forti non possono partecipare a questo “circo Barnum”. L’acquisto di un calciatore “importante”. qual è oggi certamente Verratti, non può essere discusso così a lungo senza che si dimostri l’effettiva volontà di rimuovere gli ostacoli. Non é stato bello leggere il nome di uno dei pochi fuoriclasse del calcio italiano accostato allo scambio con calciatori improbabili. Che fossero vere o meno quelle voci bene ha fatto Verratti a porre fine a questa situazione. La sua presa di posizione testimonia la maturità e il grande equilibrio raggiunti dopo un anno indimenticabile di vittorie e di sacrifici. Il giovane campione ha detto dunque basta. Il tempo delle parole é terminato, adesso si pensa a noi. Si pensa a costruire e rendere concreto il sogno della serie A per il nuovo Pescara. Le ambizioni personali passano in secondo piano, é questo il tempo di supportare e dare spazio a un desiderio collettivo che si é concretizzato dopo venti, lunghi, anni. Il prossimo anno serviranno molti soldi in più per acquistare il piccolo Rivera, nel frattempo Marco Verratti continuerà a studiare e a deliziare il pubblico di casa.
«O capitano! Mio capitano! il nostro viaggio tremendo è finito, La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto, Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante...». I versi immortali di Walt Whitman salutavano il presidente degli Stati Uniti d’America, li prendiamo a prestito per ringraziare e salutare il capitano che é partito per una nuova avventura, Marco Sansovini, e auguriamo un futuro bello al Pescara, ai suoi tifosi e a Marco Verratti, il piccolo Rivera. In questi giorni ha dimostrato, anche fuori dal rettangolo verde, di meritare la fascia che contraddistingue il numero uno, la fascia di capitano del Pescara.



5 giugno 2012

Stagione d'oro, grazie mister


«Il Maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà…», ascolto questa canzone più volte al giorno da un po’ di giorni. Da quando ho avuto la certezza che Zdenek Zeman il prossimo anno non allenerà più il Pescara ma tornerà nella capitale d’Italia per allenare la Roma di Francesco Totti. “Il Maestro”, cantata con la voce roca, impastata di fumo e sigarette di Paolo Conte è la colonna sonora ideale per questo commiato. Lo è per tante ragioni che travalicano e superano anche la vicenda sportiva.
Possiamo usare il termine “impresa” sportiva senza aver paura di cadere nella retorica perché il risultato conseguito dal Pescara di Zeman resterà per sempre nella storia di questa città e nella storia del campionato di calcio di serie B. Per queste ragioni la festa per la promozione in serie A è stata indimenticabile e Pescara sembrava una città brasiliana nei giorni di carnevale. L’unica differenza nella musica che si cantava e ballava, non samba carioca ma il più nostrano e ormai popolarissimo «che bello è…quando esco di casa…per andare allo stadio…a vedere il Pescara…che bello è…».
I cittadini, anche quelli che normalmente non si occupano di calcio, si sono ritrovati al centro di un avvenimento che settimana dopo settimana ha richiamato sempre più l’attenzione dei media nazionali, e hanno risposto riempiendo tutte le settimane lo stadio Adriatico. Con il 16,45% del totale degli spettatori di tutta la serie B, Pescara detiene infatti il primato degli spettatori paganti per le partite casalinghe della sua squadra. Una festa che sembrava non dovesse finire mai e invece, parafrasando Fabrizio de Andrè, quello che sembrava essere l’inizio di un’estate infinita è durato solo un giorno.
In molti, e non solo i tifosi pescaresi ma anche i suoi tanti tifosi personali sparsi per l’Italia mister Zeman, sognavano invece di emulare le gesta del Nottingham Forest e del suo condottiero Brian Clough che nella stagione 1977/78 portò alla vittoria del campionato inglese la squadra di  Nottingham. Era la prima volta che una squadra neopromossa dalla seconda divisione vinceva il campionato e l’anno successivo, quella stessa squadra, vinse la Coppa dei Campioni, si chiamava proprio così prima dell’avvento televisivo degli anticipi e dei posticipi. Ci furono poi altre vittorie sportive per il Nottingham ma quello scudetto vinto al primo tentativo resta nell’immaginario collettivo di chi ama il calcio come una pietra miliare. Il portiere di quella squadra straordinaria si chiamava Peter Shilton, a centrocampo giostrava Martin O’Neill, il centravanti era Trevor Francis. “Mutatis mutandis” su questa sponda dell’adriatico si sognava che ad alzare la coppa con le orecchie fossero Marcolino Verratti, Lorenzo Insigne e Ciro Immobile.
Un sogno si, è vero, ma se si toglie la capacità e la voglia di sognare cosa resta del calcio?
Anche per queste ragioni alla gioia incommensurabile dei giorni della festa corrisponde in queste ore un sentimento diverso. Di riconoscenza certo, ma anche di malinconia. Una malinconia che passerà, deve passare, ma che in queste ore non lascia spazio ad altro.
Ci mancherà il sabato all’Adriatico. Come ci mancheranno i 145 gol che abbiamo visto nelle 42 partite disputate quest’anno. Ci mancherà il filotto finale delle sette vittorie consecutive con 24 gol realizzati, 3 subiti e più di 120 tiri in porta. Ci mancheranno le facce gioiose dei suoi giovani ragazzi che, grazie anche alle sue cure, sono diventati oggetto del desiderio di tanti club blasonati di serie A.
Soprattutto ci mancherà lei, Zdenek Zeman e non solo per le imprese sportive che pure tanta gioia ci hanno regalato. Il suo impatto sulla nostra realtà, sulla nostra comunità è stato notevole e lo dimostrano le tante richieste, tutte evase, che sono giunte alla società della Pescara calcio per averla come ospite a dibattiti o nelle scuole come testimone di valori postivi. «Non è vero che non mi piace vincere. Mi piace vincere rispettando le regole» è una delle sue affermazioni più celebri che certo resterà impressa nella mente di molti bambini che l’hanno ascoltata anche perché lo ha dimostrato con l’esempio concreto. Così come ha dimostrato all’intera società italiana, e non solo alla nostra piccola comunità, che è importante credere e dare fiducia ai giovani e investirli di responsabilità. La sua squadra, la più giovane del campionato, vincente e sempre corretta in campo e fuori, è in questo senso un esempio e insieme una speranza che va oltre l’evento sportivo. Lavoro, applicazione, serietà e l’entusiasmo dei giovani sono gli ingredienti non solo per scalare le classifiche sportive ma per continuare a credere che davvero un mondo migliore è possibile.
Lo aveva detto e noi lo sapevamo, lo avevamo capito dalla serenità del suo sguardo, che a Pescara era stato bene, ma sapevamo anche che se fosse arrivata una chiamata dalla Roma, difficilmente avrebbe detto no. Così è stato. La chiamata è arrivata e lei ha detto si. La salutiamo con le parole del più grande cantautore italiano, Fabrizio de André: «Io mi dico è stato meglio lasciarci, che non esserci mai incontrati» e le auguriamo buona fortuna e grazie per questo piccolo, ma intenso, tratto di vita che abbiamo percorso insieme.


26 maggio 2012

Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente. Ovvero il mio grazie a Zdenek Zeman


Viviamo sempre un tempo altro rispetto all’unico tempo che esiste e che conta: il presente. Spesso proiettati verso un futuro migliore o attardati a ricordare ciò che eravamo e com’eravamo. E invece la vita va vissuta nell’unico tempo possibile, l’unico che esiste: il presente. È il senso del “Sabato del villaggio” che tutti abbiamo studiato alle scuole elementari. È, in fondo, la storia di Ulisse e del suo viaggiare. È più importante la meta del viaggio o il viaggiare? Io non ho mai avuto dubbi in proposito e quando s’intravede la meta è già iniziato un nuovo viaggio, è stato sempre così, sarà sempre così. È perciò il viaggiare il valore vero del viaggio, così come è la quotidianità il valore vero e immanente della nostra esistenza. Vivere e, se possibile, godersi fino in fondo tutti gli attimi della nostra vita che, messi uno accanto all’altro, determinano e disegnano il nostro percorso. Vale per le cose importanti, vale soprattutto per gli aspetti ludici. E siamo perciò arrivati al dunque. La domanda che in queste ore attraversa la città in cui vivo, Pescara, è per molti la stessa: Zdenek Zeman sarà l’allenatore della squadra in serie A? E anche la domanda che mi pongono in tante telefonate che ho ricevuto e ricevo in queste ore. Non solo telefonate ma anche mail, molte da persone che non conosco personalmente, in cui mi si chiede di essere messaggero nei confronti dell’allenatore del Pescara. Alcuni inviano poesie, altri brevi pensieri, altri ancora scrivono semplicemente grazie. Una testimonianza di affetto quasi imbarazzante che mi fa ripensare continuamente alle parole di Pier Paolo Pasolini.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».   
Aveva ragione l’ultimo vero intellettuale che ha avuto il nostro Paese, il calcio «è rito nel fondo, anche se è evasione» e il calcio unisce ciò che la società spesso divide.
In questi ultimi giorni i  quotidiani, sportivi e non, con titolo roboanti, hanno assegnato al tecnico di Praga molte panchine della serie A. Lazio, Fiorentina, Napoli, Genoa, e nelle ultime ore, sempre con più insistenza, la panchina della Roma, la città in cui vive la sua famiglia. Voci di mercato alimentate dallo strepitoso campionato che ha disputato la sua ultima creatura, il Pescara neo promosso in serie A. Questo chiacchiericcio agita non poco la vigilia dell’ultima partita di campionato, alla fine della quale ci sarà l’inizio dei festeggiamenti ufficiali voluti dalla società adriatica.
Quest’anno ho assistito a tutte le partite disputate all’Adriatico dalla squadra di Zeman e ho seguito la squadra in trasferta a Modena, Bari, Vicenza, Nocera Inferiore, Bergamo, Cittadella, Ascoli Piceno, Grosseto e Genova. Mi sono sempre divertito e ho trascorso delle bellissime giornate di festa. Soprattutto le partite in trasferta sono state un’occasione per conoscere meglio i colleghi con i quali ho viaggiato, pranzato e visitato città. Il viaggio d’andata come la costruzione di un sogno, quello di ritorno il godimento di quel sogno che si era concretizzato sotto i nostri occhi. Mentre scrivo mi torna in mente l’applauso dello stadio “San Nicola” di Bari all’uscita dal campo di Lorenzo “il primo violino” Insigne o l’emozione, scolpita sul volto di tutta la tribuna stampa, dopo aver assistito, in diretta, alla più bella azione corale di calcio in Nocerina-Pescara. Oppure il caffè che ci ha offerto uno steward prima della partita Sassuolo-Pescara. Si è avvicinato e senza che noi chiedessimo nulla ci ha invitato a bere: «Sono un estimatore di Zeman. È il miglior allenatore in circolazione e soprattutto è un grande uomo», ha detto a me e Sergio Cinquino, mio inseparabile compagno di viaggio, quasi con commozione. Ho vissuto tutti questi momenti semplicemente godendomeli e tenendo sempre a mente le parole di Pasolini, che il calcio appunto e «è rito nel fondo, anche se è evasione».
Un anno calcistico dunque indimenticabile, che mi ha riportato e restituito una felicità di bambino che non provavo da molto tempo. Per queste ragioni non mi spaventa il futuro della squadra e non mi spaventano le decisioni che prenderà  Zdenek Zeman. Sono felice di aver potuto vivere questa esperienza incredibile e sono felice di poter vivere ancora, tra poche ore, l’ultima recita del Pescara di Zeman per questo campionato. Per tutta questa gioia e bellezza che mi ha regalato l’unica necessità che avverto è di dirgli, pubblicamente, grazie, Grazie senza se e senza ma. Lo stesso grazie, senza se e senza ma, che mi auguro tutto lo stadio gli canterà questa sera.
Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente.


22 maggio 2012

Fenomenologia del Pescara di Zeman


«Che bello è... quando esco di casa... per andare allo stadio... a vedere il Pescara... che bello è...», tutti i tifosi del delfino cantano e ripetono come un mantra questa sorta di nuovo inno alla gioia. Non un motivo che inneggia a una persona, o a un simbolo, ma un modo di vivere il calcio diverso dal solito “cliché”, quasi una nuova filosofia di vita. Siamo felici perché andiamo allo stadio a vedere il Pescara così come si può andare a teatro o al cinema piuttosto che ad assistere a un concerto. Questa è la prima, e forse più grande, vittoria di Zdenek Zeman, aver riportato entusiasmo tra i tifosi e soprattutto essere riuscito nell’intento di far vivere ogni partita di calcio come una festa. In altri stadi d’Italia le società sportive sono state costrette a far stampare, anche in maniera provocatoria, enormi striscioni con le facce dei tifosi per colmare i vuoti delle gradinate, all’Adriatico questo non è mai successo perché il Pescara di Zeman richiama pubblico vero che segue le partite con entusiasmo e partecipa attivamente allo spettacolo, spesso è esso stesso spettacolo nello spettacolo. I primi segnali di quello che sarebbe diventato con il passare dei mesi un rapporto positivo e felice, si ebbero già il 21 giugno dello scorso anno, giorno della presentazione dell’allenatore di Praga al porto turistico di Pescara. Zeman aveva allenato l’anno precedente il Foggia in Lega Pro e la squadra pugliese non è certo una piazza calcisticamente troppo amata dai tifosi pescaresi, eppure quel giorno migliaia di tifosi parteciparono a quella che sarebbe diventata la prima festa di una straordinaria e indimenticabile stagione agonistica della squadra adriatica.
Tutto aveva avuto inizio qualche giorno prima. È sera, anzi quasi notte, sull’autostrada che da Milano riporta a casa, dopo una riunione in Lega calcio, Daniele Sebastiani, Eusebio Di Francesco e Daniele Delli Carri, si sta decidendo il futuro della guida tecnica del Pescara. L’allenatore della promozione in serie B ha ricevuto un’offerta dal Lecce per allenare in serie A e l’occasione è troppo ghiotta per poter dire di no. E così mentre si celebra un distacco, inaspettato e anche per questo  doloroso, si comincia a costruire la squadra del futuro. «E se chiamassimo a Pescara il maestro di Eusebio?» è la domanda che risuona nella macchina. Per un paio di minuti il silenzio regna sovrano. «Ma chi è il maestro?», ancora silenzio. «Il maestro è uno solo: Zeman». Con queste parole inizia ufficialmente sull’A14, in una calda notte di giugno, la costruzione di una squadra destinata a restare nelle statistiche e negli annali della serie B per molti anni.
Il primo acuto proprio all’esordio in campionato con la vittoria esterna contro il Verona e così di vittoria in vittoria, nel giro di pochi mesi, il Pescara si propone all’attenzione generale come una delle possibili sorprese del campionato. Non tutti sono d’accordo su questa previsione, a Pescara come nel resto d’Italia. In molti sono scettici, dubitano sulle capacità di Zeman di poter davvero costruire un nuovo giocattolo come la prima zemanlandia. Eppure i segnali e l’attenzione dei media nazionali su Zeman e la sua nuova squadra sono la spia che invece una nuova favola sta per essere scritta in riva all’Adriatico. Il segnale più evidente di questa attenzione, che cresce giorno dopo giorno, è l’invito che Fabio Fazio rivolge a Zeman per partecipare, in prima serata e di domenica, alla trasmissione televisiva “Che Tempo che fa”. Quell’invito può, a ragione, essere catalogato come la prima vera svolta positiva della stagione per la squadra adriatica e il suo mentore.
Cresce la popolarità perché aumentano le vittorie e inizia una cavalcata trionfale che porterà il Pescara di Zeman a demolire molti record sia rispetto alla storia calcistica del Pescara sia all’intera serie cadetta. E tra tutti record spicca quello che si può definire il vero marchio di fabbrica di  Zdenek: il numero dei gol realizzati. Una macchina da gol che ha trovato in Immobile, Insigne e Sansovini interpreti d’eccezione, degni e meritori, già da oggi, di giocare e competere in categorie superiori. E con i gol e le vittorie aumenta progressivamente e in modo costante la presenza dei tifosi allo stadio Adriatico fino a battere un altro record: il maggior numero di spettatori paganti di tutta la serie B. Ormai è scoppiata in città, ma anche in gran parte dell’Abruzzo, la febbre per questa squadra che sembra invincibile. Sono tantissimi i tifosi che aspettano all’aeroporto il rientro della squadra da Crotone fino a notte inoltrata. Oltre duemila persone invadono pacificamente il Poggio degli Ulivi, il centro sportivo dove la squadra si allena, prima della sfida con il Verona. Più di mille seguono la preparazione della gara interna contro il Sassuolo, questa volta all’antistadio. E centinaia sono i ragazzi e le ragazze che abbracciano i calciatori al ritorno dalla vittoria contro il Cittadella.
È un crescendo continuo di emozioni e nulla sembra essere in grado di poter fermare i ragazzi di Zeman. Ma come in tutte le più belle favole “il cattivo” si appalesa all’improvviso e soprattutto quando meno te lo aspetti. Dapprima è l’inverno, non quello zemaniano da tanti incautamente invocato, ma l’inverno metereologico che con il suo carico, anche in questo caso da record, di neve non consente alla squadra di allenarsi per molti giorni. E poi in rapida successione eventi luttuosi che sembrano poter spezzare definitivamente un sogno che in molti avevano cominciato a cullare.
L’espressione che ho letto sul volto di Zeman il giorno della morte di Franco Mancini è una delle sensazioni più tristi e di dolore che io abbia mai provato in vita mia e insieme, con quella tristezza, però ho conosciuto e mi ha attraversato un sentimento di vicinanza, un pensiero intimo e personale che mi legherà per sempre ad entrambi.
Sul più bello dunque accade l’irreparabile e la squadra, ma direi anche i tifosi e l’intera città che si è appassionata alle gesta dei nuovi e giovani eroi zemaniani, sembra essere entrata in un cono d’ombra da cui non è capace di uscire con le proprie forze.
Nello spogliatoio dell’Euganeo e prima della partita Padova-Pescara accade qualcosa che forse non conosceremo mai nella versione originale. Zdenek Zeman parla ai suoi giovani allievi. Il momento è decisivo per le sorti del campionato. I ragazzi scendono in campo e sfoderano, forse, la migliore prestazione di sempre, battendo il Padova in casa propria per 6 a 0. Al gol di Cascione, il sesto, le lacrime solcano il viso e l’espressione spesso impenetrabile di  Zdenek Zeman. Quelle lacrime sono insieme un ricordo e un regalo che «aiutano a capire meglio che la persona umana viene prima di tutto. Il calcio, pur strepitoso e oltre ogni immaginazione come quello realizzato dal Pescara contro il Padova, è solo una conseguenza di un pensiero lungo e che viene da lontano. Quel calcio esprime bellezza e la bellezza chiama altra bellezza, e come afferma il principe Miškin nell’“Idiota” di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”». Quella partita segna un’ulteriore e definitiva svolta positiva per il campionato del Pescara che regalerà emozioni e valanghe di gol ai suoi tanti, tantissimi, tifosi.
Ciò che ha costruito Zeman a Pescara, in meno di un anno, ha per questi motivi dell’incredibile. Una squadra invincibile che a detta di tutti, da Arrigo Sacchi a Pep Guardiola l’allenatore del Barcellona, esprime il miglior calcio possibile. Ma l’impresa eccezionale non è stata soltanto quella di vincere un campionato di calcio, piuttosto il modo con cui ha costruito e realizzato questo grande successo. Zeman ha vinto con una squadra ricca di giovani, giovanissimi, calciatori, in cui quelli più dotati, Lorenzo Insigne Marco Verratti, Ciro Immobile, solo per citare i più famosi, hanno messo al servizio del collettivo e quindi della squadra, il loro talento e la loro bravura. Ha vinto rispettando le regole con un comportamento in campo e fuori da parte dei suoi atleti difficilmente riscontrabile in altre realtà. Ha vinto infine rispettando sempre l’avversario e guadagnandosi anche per questo motivo la stima dei colleghi. Questa è la vera vittoria che Zdenek Zeman ha regalato al Pescara e all’intero Abruzzo. La dimostrazione plastica che se si svolge bene il proprio lavoro, si punta sui giovani come leva del cambiamento e si partecipa alla vita collettiva rispettando le regole, anche in Italia è possibile vincere. Un insegnamento che nasce dall’esempio che noi dobbiamo coltivare come uno dei fiori più belli del nostro giardino.
Nel frattempo a Pescara la festa ha avuto inizio, tutti sono felici, si abbracciano. Le strade sono piene di persone che ballano e cantano. Tra un po’ li raggiungerò anch’io. Adesso invece accendo il mio “iPod”e faccio partire “Natural mystic” di Bob Marley.
«There’s a natural mystic flowing to thru the air / If you listen carefully now you will hear…»
«Nell’aria fluttua una mistica spontanea  / Se ora ascolti attentamente la sentirai…»
È una della canzoni preferite di Franco. Franco Mancini. Il mio primo pensiero dopo questa strepitosa vittoria è per lui, “il giaguaro”. Bob Marley canta e la sua musica arriva dentro, diretta. Un bacio bello Franco, ovunque tu sia.



16 maggio 2012

La vertigine dello spazio


Gli edifici industriali dismessi così come le ex zone industriali esercitano, da sempre, un fascino particolare non solo nei confronti degli artisti ma anche dei semplici cittadini. Sono memorie della modernità, monumenti che diventano tali sotto i nostri occhi. Un fenomeno comune a molte città, non solo italiane. In alcuni casi la loro rivitalizzazione e ristrutturazione, paradigmatico il caso di Bilbao in Spagna, è il volano per la rinascita dell’intera città. Non so se succederà la stessa, identica, cosa per il progetto della “Città della Musica” sul sito dell’ex inceneritore a Pescara, certo è che le premesse ci sono tutte.
«L’area di progetto assume una posizione strategica all’interno dell’ambito metropolitano Chieti-Pescara che gravita intorno alla vallata del fiume Pescara. Con un progetto di riconversione delle numerose fabbriche dismesse, l’area si può affermare come luogo di una nuova centralità urbana, un nuovo “foro” nel punto di intersezione di due importanti infrastrutture viarie: l’asse attrezzato Chieti-Pescara e la circonvallazione Montesilvano-Francavilla», questo è il pensiero del progettista, il prof. architetto Luigi Coccia, (del gruppo di progettazione, 2C+dG, fanno parte anche gli architetti Isabella Cipolla e Carlo Di Gregorio) che “vede” una nuova centralità in luogo di un’area popolata di tanti, troppi, ex edifici. 
Il primo lotto della “Città della Musica” è stato realizzato sul sito dell’ex inceneritore, ma il progetto complessivo prevede la realizzazione di altri manufatti nelle aree limitrofe che andranno a costituire un vero e proprio nuovo centro culturale, obiettivo dichiarato dell’autore: «Una volta svuotato del suo meccanismo interno ormai in disuso, l’ex inceneritore viene riproposto nel suo valore di immagine e “riempito” di un nuovo senso tutto contemporaneo: da smaltitore di rifiuti a fabbrica culturale». Questa prima realizzazione, che si può identificare come “Mediateca per la musica”, contiene uffici, terrazza panoramica, caffetteria, internet point, sala audio/video, archivio musicale, hall, sala eventi, sale prova e spazio espositivo. La seconda fase prevede la costruzione di laboratori musicali, mentre la terza si completa con auditorium, sala di registrazione, arena per concerti e parco per la musica.
Ciò che colpisce di questo nuovo “cristallo” depositato tra il fiume Pescara e l’asse attrezzato, è la forza evocativa dello spazio interno. Un buco alto ventidue metri che toglie il respiro. Uno spazio costruito con rara maestria che sovrappone spazi a spazi ma che continua a poter essere letto come un’unica grande cavità ancestrale dalla quale tutto trae origine. «Il progetto intende esaltare la principale e forse unica qualità architettonica dell’edificio preesistente, quella vertigine dello spazio nascosta al suo interno, che, non appena varcata la soglia, si sprigiona percorrendo in verticale la nuova mediateca». Il rigore delle scelte compositive richiama alla mente il progetto della Turbinenfabrik costruita a Berlino nel 1909 da Peter Behrens, il maestro del Werkbund. Il richiamo è duplice, sia da un punto di vista squisitamente compositivo architettonico sia in relazione alla standardizzazione dei processi costruttivi. Nessun elemento del progetto è fine a se stesso così come nulla è concesso alla retorica dell’ornamento: tutto è ornamento e tutto è struttura. Lo stesso rigore ha caratterizzato l’approccio al cantiere e in particolare l’aver saputo coniugare l’interesse della committenza con l’ottimizzazione dei costi di realizzazione. 
Scrive Aldo Rossi nella sua “Autobiografia scientifica”: «Come nella descrizione del cavallo omerico, il pellegrino entra nel corpo del santo, come in una torre o un carro governato da una tecnica sapiente. Salita la scala esterna del piedistallo la ripida ascensione all’interno del corpo rivela la struttura muraria e le saldature delle grosse lamiere. Infine la testa è un interno-esterno; dagli occhi del santo il paesaggio del lago acquista contorni infiniti, come un osservatorio celeste». E quando si è cima all’edificio, nella zona dove è posizionato il bar, la testa dell’edificio, anche qui come nella statua del San Carlone di Arona, attraverso un nastro continuo di finestre è possibile abbracciare in un unico sguardo la Majella, il Gran Sasso e lo snodo contemporaneo delle strade che conducono in città. Artificio e natura, una delle più potenti dicotomie della modernità.


14 maggio 2012

Il bel gioco che appassiona


Il ventisei di agosto dello scorso anno allo stadio “Bentegodi” di Verona, nel primo anticipo di serie B alle ore 19.00, il Pescara vinceva la prima partita del campionato e iniziava nel migliore dei modi un’avventura destinata a restare nella storia del club adriatico e dell’intera serie cadetta. Non era ancora il Pescara di Zeman, non per tutti almeno, e veniva giudicato con sufficienza dalla grande stampa nazionale. Ai nastri di partenza le pretendenti alle tre poltrone che danno diritto a disputare il campionato di serie A erano altre. Il Torino innanzitutto, poi la Sampdoria, il Padova, il Brescia, il Bari, perfino il neopromosso Verona. Il Pescara no. Nessuno aveva pensato alla squadra adriatica come a una delle possibili rivelazioni del campionato. Nessuno tranne Zdenek Zeman.
Lo sguardo del tecnico di Praga era stato lungo come spesso gli succede nella scelta dei calciatori che chiama nelle sue squadre per trasformarli da giovani speranze in potenziali campioni. È successo in passato con Beppe Signori, Ciccio Baiano, Gigi Di Biagio, succede oggi, sotto i nostri occhi con Lorenzo “il primo violino” Insigne, Ciro Immobile “il bomber”, e con l’incredibile maturazione di Marco Verratti che in molti vedono già oggi come vice Pirlo nella Juventus campione d’Italia. Zdenek Zeman aveva visto bene. Sapeva che poteva costruire una grande squadra partendo da un nucleo solido di calciatori già presenti a Pescara come Marco Sansovini “il capitano”, Emmanuel Cascione “l’uomo ovunque”, Damiano Zanon “il nuovo Codispoti” e Andrea Gessa “il generoso”. Sapeva che attorno a questi calciatori avrebbe potuto far crescere e maturare alcuni nuovi talenti che aveva avuto con se l’anno precedente. Così è stato, oggi il Pescara è primo in classifica e, mancano due partite e un’ora di gioco contro il Livorno alla fine del campionato, ha segnato più di tutte le altre squadre, ottantasei sei gol, un’enormità. Più della Juventus di Del Piero e Buffon che alla fine del suo unico campionato in serie B, correva l’anno calcistico 2006/2007, si classificò prima segnando ottantatre reti. Nelle ultime cinque partite disputate ha segnato venti gol e ne ha subiti due, vincendole tutte. È oggi il Pescara di Zeman. 
Lo è nei numeri, nel modo con cui affronta le partite, siano esse casalinghe o in trasferta, lo è, soprattutto, per la bellezza che è capace di esprimere con il suo gioco in campo. Ed è proprio la bellezza il tratto distintivo delle squadre allenate da Zeman. I tifosi delle squadre che ha allenato in passato lo ricordano soprattutto per questa caratteristica, prova ne sia la generosità con cui hanno sempre riempito gli stadi dove giocavano le sue squadre. E oggi succede la stessa cosa a Pescara. Lo stadio Adriatico è spesso “sold out” e si vede gente di tutte le età che si diverte e canta e balla. Le persone partecipano attivamente alla partita, quasi come se giocassero tutte insieme, perché vedono in campo una squadra generosa che non simula falli, non protesta, rispetta l’avversario. Corre dal primo all’ultimo minuto e non si risparmia mai. Una squadra di persone serie innanzitutto. In un mondo popolato da imbroglioni e gente spesso incapace di svolgere il proprio ruolo, questo modo d’intendere il proprio lavoro rappresenta una meravigliosa eccezione con la quale è facile e bello potersi identificare. 
«Le pagine che seguono sono dedicate a quei ragazzi che un giorno, anni fa, incontrai in Calella de la Costa. Tornavano da una partita di calcio e cantavano: Vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo». Questa è la dedica di Edoardo Galeano per il libro più bello (parlo per me, ma so che pensano la stessa cosa in tanti, certo tutti coloro che ricordano a memoria la formazione degli ultimi vent’anni della loro squadra del cuore) mai dedicato a questo sport,  “Splendori e miserie del calcio”. La stessa, identica, filosofia di gioco e di vita appartiene a Zdenek Zeman, per questo ha tifosi in tutta l’Italia ed è spesso applaudito anche dai tifosi delle squadre avversarie. Da ieri sera il suo Pescara è primo in classifica, solitario. Quel «vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo», deve perciò essere leggermente modificato in vinciamo, vinciamo e ci divertiamo. Auguri Zdenek Zeman. Auguri per i suoi splendidi sessantacinque anni e grazie per la bellezza che ci ha regalato.



17 aprile 2012

Più umanità, meno business



Il campo è bagnato, piove a dirotto e i calciatori faticano a far circolare la palla. Il Perugia ospita la Juventus e pur essendo solo alla quinta giornata del campionato è già una partita importante per la classifica. Il Perugia dei miracoli di Ilario Castegner si gioca il primato con la piú blasonata squadra dell’“Avvocato”. È il 30 ottobre del 1977 e lo stadio “Piano di Massiano” di Perugia è pieno in ogni ordine di posto. Il secondo tempo è iniziato da cinque minuti quando Renato Curi, ventiquattrenne talentuoso centrocampista dei grifoni umbri, si accascia improvvisamente al suolo. I medici gli prestano i primi soccorsi in campo, poi, attraversando tutto il rettangolo verde con la barella, raggiungono l'ambulanza e lo trasportano in ospedale. Il gioco nel frattempo riprende e quando l’arbitro fischia la fine della partita, giunge dall’ospedale di Perugia la ferale notizia: Renato Curi è morto.
Piermario Morosini, centrocampista del Livorno, di anni invece ne ha ventisei. Proviene da una scuola calcio d’eccellenza, il vivaio dell’Atalanta con il quale vince un campionato della categoria Allievi e successivamente viene acquistato dall’Udinese che lo manda in giro per l’Italia a “farsi le ossa”, come si usa dire in gergo calcistico. Anche a Pescara, sabato, il campo di gioco è bagnato ma le condizioni del terreno sono buone. Si gioca Pescara-Livorno. Siamo al trentesimo minuto e il Livorno è già in vantaggio per due a zero. Morosini mentre rientra verso la propria porta cade una prima volta. Cerca di rialzarsi, ma ricade. Ci prova ancora ma le gambe cedono. Ricade e non si rialzerà più. La corsa in ospedale sarà inutile Piermario Morosini muore senza aver mai ripreso conoscenza. Questa volta però la partita non prosegue e i compagni di squadra del “Moro”, così come i calciatori del Pescara, sapranno della sua morte direttamente in ospedale. 
Il presidente della FIGC, Giancarlo Abete, decide di sospendere tutte le gare previste nel weekend e così il calcio italiano si ferma per commemorare e riflettere sulla morte del giovane calciatore. Finalmente le vicende umane diventano più importanti del “business” e il grande circo dice stop e decide di fermarsi. Non lo aveva fatto quindici giorni fa in occasione della morte, altrettanto imprevista e perciò ancor più tragica, del preparatore dei portieri del Pescara e grande ex calciatore Franco Mancini. Il “portiere di zemanlandia” muore il venerdì e il giorno successivo si disputa regolarmente la partita tra il Pescara e il Bari. Un grave errore far giocare quella partita e una mancanza di rispetto per la persona umana che pesa come un macigno sul comportamento della Federazione. Questa volta non é stato così e siamo qui a rendere merito a questa scelta, dagli errori si può e si deve imparare, sempre.
Due accadimenti tragici in poco meno di quindici giorni hanno attraversato dunque le nostre esistenze e scosso tutta la nostra comunità, in particolare quella sportiva. Tante le domande che ci poniamo. Certo in relazione alla fatalità di ciò che é accaduto ma anche sul senso più profondo della vita stessa. Come se avessimo scoperto o riscoperto il senso stesso della nostra caducità. 
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro». Le parole di Pier Paolo Pasolini spiegano meglio di qualunque altra parola perché gli accadimenti che ruotano attorno al calcio hanno una grande risonanza e un forte impatto emotivo sulle persone. Perché attraverso gli accadimenti del calcio è più facile parlare al cuore delle persone. I calciatori quando disputano una gara mettono “in scena” e ripropongono, in forma non violenta e ludica, l’antica vocazione dell’uomo al combattimento e alla battaglia. In questo senso ci appaiono quasi come immortali e perciò vedere con i propri occhi e dal vivo la “mortalità” degli dei colpisce nel profondo e rattrista oltre ogni misura. In questo senso possiamo soltanto immaginare il sommovimento interiore dei giovani calciatori che sabato hanno vissuto, dal campo, la tragica fine del povero Morosini. Sia per i compagni di squadra del Livorno sia per i calciatori del Pescara. Questi ultimi in particolare colpiti nel profondo anche dalla morte del loro giovane allenatore. Ragazzi giovani, poco più che ventenni, che si sono ritrovati, dalle gioie dei gol e delle vittorie a ripetizione, a dover vivere due lutti consecutivi. Non sarà stato facile e, suppongo, non sarà facile neanche nell’immediato futuro. Ringraziamoli per ciò che hanno fatto fino a oggi, per le gioie che ci hanno regalato e non chiediamogli nulla. Stringiamoci tutti insieme per superare questo terribile momento. Viene prima la persona umana e dopo, solo dopo, tutto il resto. Ha scritto Pablo Neruda: «Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno». È questo il tempo di provarci insieme, tutti insieme, anche per onorare la memoria di Franco e Piermario.


14 febbraio 2012

La neve al tempo di facebook


C’è stata una fila lunghissima alla SIAE per registrare il titolo “La nevicata del ’12”. Il secondo ha registrato “La nevicata del 2012”. Il terzo, pensando di spiazzare tutti, ha tutelato “Una nevicata da fine del mondo”. Dal quarto in poi erano tutti in paranoia e hanno atteso il loro turno solo perché avevano aspettato sotto una fitta nevicata e aiutato a spalare gli accumuli di neve davanti al portone.
Tutti erano costantemente collegati a internet. Connessi contemporaneamente al proprio profilo di facebook e di twitter per trarre ispirazione e novità da foto, filmati o aggiornamenti di stato. A un certo punto della giornata, l’ufficio era ancora chiuso, la neve cadeva copiosa e lenta, il cielo era diventato tutto bianco, le parabole erano inservibili e sky non dava più segnali di vita, cessa anche la connessione ad internet. Scene di panico hanno attraversato la lunga fila che ormai si snodava fino all’ingresso del Liceo Classico. «Hai rete?», «Ti funziona internet?», «Facebook è morto pure a te?». Queste le domande più gettonate che ognuno ha fatto al proprio vicino. Quando i quesiti sono arrivati all’ultimo della fila, che nel frattempo era diventato penultimo, le domande erano diventate affermazioni categoriche ed erano così modificate: 1. La rete non tornerà prima di domani; 2. Hanno oscurato internet per non far diffondere le foto dei disagi; 3. Per riattivare facebook bisogna iscriversi di nuovo e lasciare anche il numero della carta di credito.
La piccola comunità di aspiranti autori che si era spontaneamente formata davanti all’ufficio della SIAE, era presa da un momento oggettivo di sconforto. L’impossibilità di connettersi a internet, per “colpa” della neve, stavano sgretolando le loro ultime certezze. Talmente profonda la crisi in atto che molti di loro non sapevano più neanche perché erano lì. Avevano dimenticato il motivo per cui facevano un’interminabile fila allo sportello della SIAE, al freddo e sotto una copiosa nevicata come non si vedeva dal ’56, il 1956.
«Nel 1956 non esisteva la protezione civile e i comuni italiani non erano sull’orlo di una crisi finanziaria come oggi. La “nevicata del secolo”, come fu definita dalla stampa, interessò tutta la penisola e le temperature furono rigidissime. Meno ventidue a Torino, meno sedici a Milano, meno undici a Firenze, meno sei addirittura a Roma. Renato Rascel prima e Franco Califano successivamente, dedicarono una canzone alla storica nevicata. Mia Martini vinse il premio della critica a San Remo interpretando proprio “ La nevicata del ’56”». Chi parla è un ragazzo sulla trentina che sfoggia tutta la sua cultura wiki con una ragazza di qualche anno più giovane di lui che lo precede nella fila. Lei è stupita e ammaliata dalla cultura sfoggiata dal suo vicino e mentre lo ascolta, cerca, invano, di collegarsi a wikipedia per verificare la veridicità delle sue affermazioni. Ma niente, non c’è nessun collegamento. Internet non funziona. 
Nel frattempo il serpentone è diventato molto più lungo, adesso arriva all’incrocio con via Nicola Fabrizi, e sta già superando il Bar Brasile puntando decisamente verso il mare. L’arrivo di nuovi aspiranti autori oltre ad allungare la fila cambia anche il contenuto della conversazione che si snoda lungo tutto il percorso. Le notizie del momento sono le seguenti: «I colli sono isolati dal resto della città, pagano lo scotto perché hanno sempre votato a sinistra». «Alla pineta sono caduti tutti i pini. La colpa è della mancata manutenzione». «A Fontanelle non c’è acqua e la gente non può uscire di casa». Quando la notizia arriva ai primi, quelli a ridosso del portone della SIAE, è accompagnata da boati di giubilo, c’è di nuovo la rete. 
I più smanettoni sono già sui profili facebook dei loro amici, in particolare di quelli che abitano ai colli, per cercare conferma alle notizie che giungono da via Nicola Fabrizi. Una quindicenne, sarà la decima o undicesima della fila, urla: «Ecco ho le foto della Pineta». Per un attimo è anarchia. Tutti vogliono sapere il nome della ragazza per chiederle l’amicizia e farsi taggare sulle foto. In poco meno di cinque minuti, Samantha, questo il nome della ragazza, Samantha con l’acca, riceve circa duecento richieste di amicizia. In molti non ci riescono perché quando il suo nome giunge all’altezza del Bar Brasile è diventato Giovannha con l’acca. I fortunati che hanno ricevuto l’amicizia e sono stati taggati sulle foto hanno assunto l’aspetto del capitano Achab, anche qui c’è l’acca, quando vede lo sbuffo di Moby Dick all’orizzonte che precede di poco il Pequod. Parte la festa del “mi piace”, cliccato su ognuna delle oltre cinquanta foto che Samantha, in poco meno di dieci minuti, è riuscita a taggare. Nelle foto un gruppo di pini, saranno sei, forse sette, caduti e ritratti da posizioni diverse in modo tale da dare l’illusione di essere molti di più. Quando la fila lambisce ormai il marciapiede del lungomare la strage dei pini è ormai compiuta. Non c’è più un albero in piedi alla pineta. Sulle foto che ha taggato Samantha è evidente che è avvenuta una strage.
Nel frattempo è arrivato l’omino che finalmente apre gli uffici della SIAE. La fila ha uno scossone, come un nuovo sussulto, un gemito di piacere. I primi della fila sono i più eccitati. Il primo in particolare, che poi è una prima, ha gli occhi che brillano di felicità.
«Calma, non vi accalcate. Sistemeremo tutti, non vi preoccupate», sono le prime parole che proferisce l’omino SIAE.
La fila intanto non diminuisce, adesso è giunta sulla spiaggia che non si distingue più dal resto del contesto urbano. L’ultimo arrivato, che poi non è l’ultimo arrivato ma semplicemente un anziano signore che si sta godendo il mare d’inverno con la neve, per un attimo è distolto dal suo guardare e chiede al ragazzo che è davvero l’ultimo della fila: «Scusi giovanotto, è successo qualcosa di grave?». 
Il ragazzo gli fa cenno con la mano di aspettare. È riuscito finalmente ad ottenere l’amicizia da Samantha e sta cliccando su “mi piace”. Dopo aver omaggiato anche l’ultima foto, scrive il commento all’intero album: «N’gulo, una strage». Poi finalmente alza lo sguardo ma non c’è più nessuno che gli pone domande.
Contemporaneamente, più avanti, in lontananza, quasi all’altezza della madonnina, l’anziano signore sta smanettando sul suo iPhone. Ha cliccato su <Stato>e gli si è aperta una finestra <A cosa stai pensando? >.
«Sono la neve. Perché non alzate, almeno per un attimo, lo sguardo dai vostri arnesi e guardate in alto, nel cielo? Sentireste anche il mio sapore. Non mi meritate». <Pubblica>.


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permalink | inviato da oscarb il 14/2/2012 alle 20:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


5 febbraio 2012

Per ricordare Lucio Magri e la sua idea di mondo


Martedi 7 febbraio alle ore 17.00 presso l’ex Aurum di Pescara, Sinistra Ecologia e Libertà ricorda Lucio Magri e il suo impegno nella storia della sinistra. Saranno Roberto Musacchio e Luciana Castellina a ripercorrere le tappe della vita politica di una delle figure più nobili della sinistra italiana.

Sono trascorsi poco più di due mesi dalla morte di Lucio Magri avvenuta in Svizzera alla fine di novembre del 2011. Suicidio assistito. Una morte programmata e iniziata tre anni prima del 2011 quando morì sua moglie, Mara. Lo scrive lo stesso Magri in una struggente lettera di commiato agli amici e ai compagni letta da Famiano Crucianelli nel cimitero di Recanati il giorno della sua tumulazione.
«La mia morte è cominciata da tempo. Quando Mara è scomparsa ha portato via con sé tutta la mia voglia di vivere, ed ero già pronto a seguirla. Lei lo ha intuito e in extremis mi ha strappato la promessa di portare a termine il lavoro che avevo avviato negli anni della sua sofferenza e che in altro modo era anch’esso in punto di arrivo».
Il lavoro cui fa riferimento Lucio Magri è il libro “Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci”. Un grande lavoro di sintesi e un’originale interpretazione della storia del più grande partito comunista d’Occidente. Dalla sua fondazione, nel 1921, alla Resistenza. Dai fatti d’Ungheria del 1956 ai movimenti del Sessantotto. Dal compromesso storico alla svolta della Bolognina che il 3 febbraio del 1991 decreta la fine del Partito comunista italiano. Una fine inseguita e cercata anche sull’onda emotiva della caduta del Muro di Berlino che quasi impone la ricerca di una strada per “nuovo inizio” difficile da individuare e che ancora oggi stenta ad affermarsi. Un’analisi che ripercorrendo la storia del Pci ripercorrere anche cent’anni di storia d’Italia, che Magri è attento a collocare sempre in un contesto internazionale. Una riflessione puntuale e colta che pone a tutti quelli che sono interessati all’evoluzione del pensiero politico in Italia la domanda delle domande: perché un partito che già dagli anni Sessanta aveva raggiunto una sua maturità non riesce a conseguire il suo obiettivo più ambizioso, la “via italiana al socialismo”?  “Il sarto di Ulm” è tutto questo e anche la storia politica e intellettuale di un “militante eretico”. Eretico e con un pensiero sempre autonomo e distante da ogni “cliché”. Non allineato e autonomo al punto che dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, del 1968, decise di realizzare, con un nutrito gruppo d’intellettuali e militanti politici suoi compagni nel Pci, alla rivista politica mensile, “Il Manifesto”. Diretta dallo stesso Magri e da Rossana Rossanda, aveva, tra gli altri, come compagni di cordata Luigi Pintor, Valentino Parlato e Luciana Castellina. E sarà proprio Luciana Castellina, che con Lucio Magri ha condiviso un percorso politico per oltre quarant’anni, una delle protagoniste della giornata che il partito di Nichi Vendola, SEL, dedica al ricordo di Lucio Magri. 
La scelta di fondare “Il Manifesto” è la causa della radiazione dal PCI per Lucio Magri e suoi compagni di cordata. Luciana Castellina è testimone diretta degli eventi. Ecco come li ricorda nel suo libro “La scoperta del mondo”, in cui restituisce una testimonianza preziosa e ripropone una stagione in cui la militanza politica e l’impegno intellettuale consentiva alle giovani generazioni di condividere «la passione più bella: quella di cercare di cambiare il mondo». «Quella tessera del PCI n° 2158861, anno 1947, la conservo ancora, assieme a tutte le altre della mia carriera comunista: ventiquattro tessere del PCI, fino al 1970, quando proprio all’inizio dell’anno, a gennaio, vengo radiata per via dell’eresia del Manifesto […] Poi. Poi è un’altra storia. Ma resta che la scelta compiuta mi ha dato occhi e orecchie, mi ha fatto conoscere il mio paese. Credo di aver fatto la cosa giusta.  Non mi sono mai pentita; anzi, di quel partito, con tutti i suoi difetti, ho oggi una struggente nostalgia. Si dirà che si tratta della nostalgia di un tempo e non di un partito. Certo, anche. Ma quel tempo, senza quel partito, non sarebbe stato uguale».
La testimonianza della Castellina è, proprio per questo motivo, la testimonianza di chi ha vissuto in prima persona il percorso politico, intellettuale e umano di Lucio Magri. Una testimonianza preziosa che arricchisce la conoscenza di uno dei protagonisti della vicenda politica italiana degli ultimi anni che ci aiuta a comprendere meglio ciò che è stato ma anche ciò che sarà. Che contribuisce a costruire un pezzo di futuro. Futuro presente anche in un passaggio significativo della lettera di commiato di Magri. «Nel lungo e doloroso intermezzo ho avuto modo non solo di riflettere sul passato ma anche di misurare il futuro. E mi sono convinto di non avere ormai né l’età, né l’intelligenza, né il prestigio per dire o per fare qualcosa di veramente utile a sostegno delle idee e delle speranze che avevano dato un senso alla mia vita. Intendiamoci, non escludo affatto che quelle idee e quelle speranze, riformulate, non si ripresentino nella storia a venire: ma in tempi lunghi e senza sapere come e dove. Comunque fuori dalla mia portata».
L’ultimo pensiero Lucio Magri lo dedica a Mara, la sua sposa. È un “post scriptum”. «Ciò che desidero è semplicemente uno sguardo affettuoso, o almeno amichevole, rivolto a una coppia d’innamorati sepolti in un piccolo cimitero, insieme». L’ultima parola scritta da Lucio Magri è “insieme” ed è sottolineato. Chapeau.


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