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Diario
 


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26 giugno 2012

Se la politica latita vince la “Repubblica delle idee”


La “Repubblica delle idee”, l’iniziativa pensata e realizzata dal quotidiano “la Repubblica”, che si è svolta a Bologna dal 14 al 17 giugno, è stata un grande successo. Un successo di critica e di pubblico con pochissime voci discordi o fuori dal coro. “Scrivere il futuro” lo slogan che ha accompagnato la manifestazione, “Voglia di sapere e di esserci” è stata la risposta  delle tantissime persone che hanno partecipato. Politica, sviluppo sostenibile, filosofia, economia, letteratura, satira, scienza, musica, teatro, moda e costume, social network, i temi di cui si è discusso e che hanno invaso Bologna e le sue belle piazze. Un “parterre de rois” ha interagito con i giornalisti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Il premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, avvocato e simbolo della lotta per i diritti umani nella Repubblica islamica e il premio Nobel per l’economia, Thomas Sargent, docente della New York University. Lo scrittore israeliano David Grossman, e ancora Anthony Giddens, sociologo inglese che parla della quarta via, la via delle donne e della democrazia di face book. Margherita Hack, l’astrofisica italiana più famosa al mondo, Umberto Eco, che non ha bisogno di definizioni o presentazioni, Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food che parla della centralità della battaglia per un’alimentazione sostenibile. Solo alcuni dei tanti personaggi pubblici, tutte eccellenze nei propri ambiti lavorativi che, parlando della propria esperienza e delle proprie conoscenze, hanno contribuito a creare una mappa del sapere per frammenti. Letta nella sua interezza, tale mappa, svela una visione del mondo della quale oggi si avverte la mancanza.
Un evento politico e culturale, in cui la grande partecipazione dei cittadini ha ridato dignità, valore e forza alle idee. Una manifestazione che sarebbe piaciuta a Pier Paolo Pasolini, perché carica di tensione civile e di voglia di partecipare. Una manifestazione che mi ha ricordato, per qualità dei partecipanti, livello dei dibattiti e per partecipazione collettiva, quelli che erano i grandi appunti politico/culturali italiani fino a qualche anno fa: le feste di partito. Si aspettava la “Festa de l’Unità” nazionale che si svolgeva, forse non a caso, quasi sempre in Emilia Romagna, per conoscere le novità del pensiero umano e della cultura. Si programmava sempre un viaggio tra la fine di agosto e l’inizio di settembre per andare alla “Festa” e “capire come andrà il mondo”. Non è più così da diverso tempo ormai, da troppo tempo. La politica ha abdicato ad uno dei suoi compiti più importanti: cercare e costruire una visione del mondo. Sembra essere caduta in un letargo atavico del quale non s’intravede il risveglio. In cotanto vuoto di pensiero e di azione si è dunque inserito, con positiva e lucida prepotenza, non un nuovo partito politico ma un quotidiano. Non il quotidiano storico italiano ma il suo più agguerrito concorrente. Lo ha fatto in un momento non certo facile e felice per la stampa e per l’editoria più in generale. In un momento in cui c’è un vistoso calo di vendite con conseguente perdita di copie. Questa prova di forza, di coraggio e di visione, testimonia dunque che c’è una parte consistente del Paese che non ha affatto rinunciato a pensare e a sperare in un futuro migliore e che ha voglia di partecipare se solo gli si offre una possibilità concreta.
Sono idee, solo idee dirà qualcuno. Ma è proprio ciò che manca alla classe dirigente di oggi e non solo a quella del nostro Paese. Una nuova visione del mondo e idee per le quali valga la pena spendere bene l’esistenza di ognuno di noi. Frammenti di nuove identità e di visioni che devono coesistere per costruire una nuova base di convivenza civile tra i popoli.
«Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma». Quella nuova forma delle cose che Italo Calvino cercava tra le parole e con le parole e di cui la politica deve al più presto riappropriarsi.


25 giugno 2012

La torrida passione dei tifosi pescaresi


In questi primi giorni d’estate, a Pescara, la temperatura é altissima. Quella esterna, in verità, é alta anche in tante altre città e non solo abruzzesi, quella interna invece é da bollino rosso piú a Pescara che altrove. Dal 20 maggio, il giorno di Sampdoria-Pescara che ha segnato il ritorno della squadra adriatica in serie A, la temperatura della passione dei tifosi biancazzurri é infatti altissima, e lo é in modo costante e permanente. Non accenna a diminuire nonostante molte cose siano cambiate da quell’indimenticabile pomeriggio di fine maggio. Il Pescara di Zeman, capace di segnare 90 gol e di vincere il campionato, non esiste piú e non potrà più esistere perché non c’é più il suo condottiero, e, non c’é più il suo formidabile tridente d’attacco, Sansovini-Immobile-Insigne. Eppure, nonostante questo, la passione dei tifosi non conosce flessioni. Le lunghe code per acquistare l’abbonamento per il prossimo campionato di serie A lo dimostrano solo parzialmente. Una passione che non é dunque figlia di un innamoramento fine a se stesso ma ha, certamente, radici molto più profonde. La passione per il calcio, infatti, tocca sfere intime e personali che tendono al sublime quando divengono anche rito collettivo, ne parlava Pier Paolo Pasolini quando definiva il calcio come una rappresentazione sacra del nostro tempo capace a suo dire, di sostituire il teatro. Il poeta de “Le ceneri di Gramsci” non é stato, ovviamente, l’unico intellettuale ad interessarsi e a scrivere della passione per il calcio, tanti altri suoi colleghi se ne sono occupati, il francese Jean Paul Sartre per esempio sosteneva, addirittura, che «il gioco del calcio è la metafora della vita».
Se dunque il calcio é una metafora della vita come dobbiamo interpretare la passione e l’amore che non sembra conoscere ostacoli da parte dei tifosi del Pescara? Quale significato attribuire alle migliaia di cittadini che, dopo la partita Pescara-Nocerina ultima di campionato, si sono riversate in strada trasformando la città adriatica in un piccolo carnevale brasiliano in Italia?
Certo non si può liquidare la faccenda con un’alzata di spalle, commenti sarcastici o sostenere che sono questioni marginali e che non ci riguardano. Ci riguardano, riguardano tutti noi. É una grande energia positiva che sta attraversando la città e che non va dispersa. Non va dispersa soprattutto perché non riguarda solo una sparuta minoranza della nostra comunità, ma al contrario coinvolge molte persone, intere famiglie e soprattutto moltissimi giovani, alcuni dei quali hanno assistito a una partita di calcio per la prima volta nella loro vita. Giovani e giovanissimi come Marco Verratti che oltre ad essere un tifoso del Pescara é stato ed è tuttora uno dei protagonisti principali del successo sportivo della squadra adriatica. Il piccolo Rivera ieri ha dato un’ulteriore prova e testimonianza della sua bravura e tempestività, qualità che lo hanno reso noto a tutta l’Italia. In perfetta sintonia con il tempo che vive e anticipando anche il comunicato ufficiale della società ha reso noto il suo pensiero attraverso la sua pagina facebook. «Rimango a Pescara e rispetto il contratto con la società. Non ho firmato e preso impegni con nessuno. Ora pensiamo alla serie A!!!!». Dopo circa un’ora la Pescara calcio, e contestualmente tutti i siti internet italiani d’informazione sportiva e non, annuncia formalmente di aver ritirato Marco Verrati dal mercato, mettendo così fine a una telenovela che cominciava a stancare tante persone. La stucchevole e ripetitiva pantomima del calcio mercato può avere infatti come protagonisti principali molti calciatori ma non tutti. I più forti non possono partecipare a questo “circo Barnum”. L’acquisto di un calciatore “importante”. qual è oggi certamente Verratti, non può essere discusso così a lungo senza che si dimostri l’effettiva volontà di rimuovere gli ostacoli. Non é stato bello leggere il nome di uno dei pochi fuoriclasse del calcio italiano accostato allo scambio con calciatori improbabili. Che fossero vere o meno quelle voci bene ha fatto Verratti a porre fine a questa situazione. La sua presa di posizione testimonia la maturità e il grande equilibrio raggiunti dopo un anno indimenticabile di vittorie e di sacrifici. Il giovane campione ha detto dunque basta. Il tempo delle parole é terminato, adesso si pensa a noi. Si pensa a costruire e rendere concreto il sogno della serie A per il nuovo Pescara. Le ambizioni personali passano in secondo piano, é questo il tempo di supportare e dare spazio a un desiderio collettivo che si é concretizzato dopo venti, lunghi, anni. Il prossimo anno serviranno molti soldi in più per acquistare il piccolo Rivera, nel frattempo Marco Verratti continuerà a studiare e a deliziare il pubblico di casa.
«O capitano! Mio capitano! il nostro viaggio tremendo è finito, La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto, Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante...». I versi immortali di Walt Whitman salutavano il presidente degli Stati Uniti d’America, li prendiamo a prestito per ringraziare e salutare il capitano che é partito per una nuova avventura, Marco Sansovini, e auguriamo un futuro bello al Pescara, ai suoi tifosi e a Marco Verratti, il piccolo Rivera. In questi giorni ha dimostrato, anche fuori dal rettangolo verde, di meritare la fascia che contraddistingue il numero uno, la fascia di capitano del Pescara.



26 maggio 2012

Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente. Ovvero il mio grazie a Zdenek Zeman


Viviamo sempre un tempo altro rispetto all’unico tempo che esiste e che conta: il presente. Spesso proiettati verso un futuro migliore o attardati a ricordare ciò che eravamo e com’eravamo. E invece la vita va vissuta nell’unico tempo possibile, l’unico che esiste: il presente. È il senso del “Sabato del villaggio” che tutti abbiamo studiato alle scuole elementari. È, in fondo, la storia di Ulisse e del suo viaggiare. È più importante la meta del viaggio o il viaggiare? Io non ho mai avuto dubbi in proposito e quando s’intravede la meta è già iniziato un nuovo viaggio, è stato sempre così, sarà sempre così. È perciò il viaggiare il valore vero del viaggio, così come è la quotidianità il valore vero e immanente della nostra esistenza. Vivere e, se possibile, godersi fino in fondo tutti gli attimi della nostra vita che, messi uno accanto all’altro, determinano e disegnano il nostro percorso. Vale per le cose importanti, vale soprattutto per gli aspetti ludici. E siamo perciò arrivati al dunque. La domanda che in queste ore attraversa la città in cui vivo, Pescara, è per molti la stessa: Zdenek Zeman sarà l’allenatore della squadra in serie A? E anche la domanda che mi pongono in tante telefonate che ho ricevuto e ricevo in queste ore. Non solo telefonate ma anche mail, molte da persone che non conosco personalmente, in cui mi si chiede di essere messaggero nei confronti dell’allenatore del Pescara. Alcuni inviano poesie, altri brevi pensieri, altri ancora scrivono semplicemente grazie. Una testimonianza di affetto quasi imbarazzante che mi fa ripensare continuamente alle parole di Pier Paolo Pasolini.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».   
Aveva ragione l’ultimo vero intellettuale che ha avuto il nostro Paese, il calcio «è rito nel fondo, anche se è evasione» e il calcio unisce ciò che la società spesso divide.
In questi ultimi giorni i  quotidiani, sportivi e non, con titolo roboanti, hanno assegnato al tecnico di Praga molte panchine della serie A. Lazio, Fiorentina, Napoli, Genoa, e nelle ultime ore, sempre con più insistenza, la panchina della Roma, la città in cui vive la sua famiglia. Voci di mercato alimentate dallo strepitoso campionato che ha disputato la sua ultima creatura, il Pescara neo promosso in serie A. Questo chiacchiericcio agita non poco la vigilia dell’ultima partita di campionato, alla fine della quale ci sarà l’inizio dei festeggiamenti ufficiali voluti dalla società adriatica.
Quest’anno ho assistito a tutte le partite disputate all’Adriatico dalla squadra di Zeman e ho seguito la squadra in trasferta a Modena, Bari, Vicenza, Nocera Inferiore, Bergamo, Cittadella, Ascoli Piceno, Grosseto e Genova. Mi sono sempre divertito e ho trascorso delle bellissime giornate di festa. Soprattutto le partite in trasferta sono state un’occasione per conoscere meglio i colleghi con i quali ho viaggiato, pranzato e visitato città. Il viaggio d’andata come la costruzione di un sogno, quello di ritorno il godimento di quel sogno che si era concretizzato sotto i nostri occhi. Mentre scrivo mi torna in mente l’applauso dello stadio “San Nicola” di Bari all’uscita dal campo di Lorenzo “il primo violino” Insigne o l’emozione, scolpita sul volto di tutta la tribuna stampa, dopo aver assistito, in diretta, alla più bella azione corale di calcio in Nocerina-Pescara. Oppure il caffè che ci ha offerto uno steward prima della partita Sassuolo-Pescara. Si è avvicinato e senza che noi chiedessimo nulla ci ha invitato a bere: «Sono un estimatore di Zeman. È il miglior allenatore in circolazione e soprattutto è un grande uomo», ha detto a me e Sergio Cinquino, mio inseparabile compagno di viaggio, quasi con commozione. Ho vissuto tutti questi momenti semplicemente godendomeli e tenendo sempre a mente le parole di Pasolini, che il calcio appunto e «è rito nel fondo, anche se è evasione».
Un anno calcistico dunque indimenticabile, che mi ha riportato e restituito una felicità di bambino che non provavo da molto tempo. Per queste ragioni non mi spaventa il futuro della squadra e non mi spaventano le decisioni che prenderà  Zdenek Zeman. Sono felice di aver potuto vivere questa esperienza incredibile e sono felice di poter vivere ancora, tra poche ore, l’ultima recita del Pescara di Zeman per questo campionato. Per tutta questa gioia e bellezza che mi ha regalato l’unica necessità che avverto è di dirgli, pubblicamente, grazie, Grazie senza se e senza ma. Lo stesso grazie, senza se e senza ma, che mi auguro tutto lo stadio gli canterà questa sera.
Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente.


26 aprile 2012

La Resistenza, un mito fondativo


La Resistenza è uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento. Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia, la nostra carta d’identità. E di fronte agli attacchi scriteriati, infondati e revisionisti che ancora oggi trovano spazio e visibilità sui media è necessario perciò festeggiare il 25 Aprile in modo non retorico ma piuttosto come una testimonianza politica attiva. Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».
Bene dunque hanno fatto l’ANPI Pescara (Comitato provinciale partigiani italiani) e il Consiglio regionale d’Abruzzo ad organizzare per la ricorrenza del 25 aprile una vera manifestazione culturale e popolare che vedrà come protagonista assoluta la “Brigata Majella” una delle eccellenze d’Abruzzo. Oggi alle 18.00, all’auditorium De Cecco in Pescara, la “Compagnia dei Guasconi” metterà in scena una rappresentazione teatrale dedicata alla “Brigata Maiella”, dal titolo “Banditen. I partigiani che salvarono l’Italia”. 
Così la compagnia teatrale pescarese, nata undici anni fa, introduce la “pièce” teatrale: «Raccontiamo una storia vera, accaduta a cavallo della seconda guerra mondiale: è l’incredibile storia della Brigata Maiella, formazione partigiana abruzzese che nacque il 5 dicembre del 1943 e si sciolse solo alla fine delle ostilità dopo aver collaborato alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. La Brigata Maiella fu l’unica formazione partigiana a ricevere la medaglia d’oro al valore militare e l’unica a continuare a combattere anche dopo la liberazione del proprio territorio di appartenenza. Un gruppo di uomini che decide di abbandonare ogni incertezza e di lottare per ridare al popolo italiano tutto quello che aveva perso. Quegli uomini erano i nostri nonni. È una storia così alta che è come una boccata d’aria pulita in tempi bui come quelli che stiamo vivendo». 
Comandante della “Brigata Majella” fu Ettore Troilo «uno degli uomini migliori dell’Italia contemporanea. Socialista, già collaboratore di Matteotti e futuro prefetto di Milano dopo la Liberazione. Gli abruzzesi della Majella hanno davvero rappresentato, simbolicamente, una nuova Unità d’Italia, dal Mezzogiorno al nord del paese» sono le belle parole che Enzo Fimiani, presidente dell’ANPI Pescara e coorganizzatore dell’evento, utilizza per descrivere la figura del comandante e pronunciandole si commuove. Lo storico prende nuovamente il soppravvento quando invece gli chiedo di ricordare la “Brigata Majella”: «È stata, forse, la formazione partigiana più straordinaria dell’intera Resistenza italiana. Gli uomini della “Brigata Majella” sono stati plurali, esattamente come è una democrazia e come sarebbe stata la carta costituzionale del 1948, vale a dire hanno avuto al loro interno più anime. Socialcomuniste, cattoliche, laiche, liberali, perfino conservatrici, specchio fedele del pluralismo della Resistenza nel suo complesso e della futura Italia repubblicana».
Tutti in piazza a festeggiare il 25 aprile, è la festa della democrazia italiana, la festa più importante, la festa di tutti gli italiani.



13 settembre 2011

Fenomenologia di Zeman



«Come spiegherebbe a un bambino cos’è la felicità?» chiesero una volta a Eduardo Galeano, «Non glielo spiegherei», rispose, «gli darei un pallone per farlo giocare». Giocare con un pallone è sinonimo di felicità per il grande scrittore uruguaiano che al pari di tanti intellettuali sudamericani, con Osvaldo Soriano, l’autore di “Triste solitario y final”, su tutti,  non ha mai snobbato il gioco del calcio. Al contrario gli ha dedicato libri e molte sue riflessioni sul tema sono state pubblicate dai più prestigiosi giornali del mondo. Se per un attimo chiudiamo gli occhi e ci lasciamo trasportare dalla fantasia riusciamo perfino a vedere il bambino di Galeano che, con il pallone tra i piedi, corre verso la porta avversaria e prova a segnare un gol. L’essenza del calcio in fondo è tutta qui: segnare un gol in più dell’avversario. Vincere e farsi sommergere dall’abbraccio dei compagni di squadra. Il calcio che propone Zdenek Zeman è proprio questo: la ricerca costante del gol, non casuale ma attraverso la costruzione di un gioco di squadra. Un calcio tutto d’attacco che predilige il costruire. Le squadre di Zeman non scendono in campo per distruggere il gioco dell’avversario, cercano il gol e la vittoria attraverso la costruzione del proprio gioco. Una filosofia di vita più che un’esigenza tattica. Il tecnico venuto da Praga è un uomo normale in un mondo, quello del calcio, che normale non lo è mai stato. Una persona a cui piace il proprio lavoro e a cui piace lavorare, abituato ad esprimere sempre il proprio pensiero senza infingimenti e senza troppi calcoli. Come quando con la sua attuale squadra, il Pescara, piazza otto calciatori sulla linea di centrocampo in attesa del calcio d’inizio, nemmeno i bambini quando giocano in spiaggia osano tanto. Zeman è così: prendere o lasciare.
«A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare […] Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi», è ancora il pensiero di Eduardo Galeano, parole non molto diverse da quelle pronunciate da Zeman nel 1998, e che fecero tremare il “palazzo” del calcio. «A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco». Calcio come gioco, divertimento, e ricerca della vittoria senza barare, senza trucchi. La proposizione di uno spettacolo agonistico in grado di soddisfare i tifosi per riempire gli stadi con gente in carne ed ossa e non con striscioni in cui sono dipinte persone che sventolano bandiere anch’esse dipinte, così com’è capitato di vedere recentemente in alcuni stadi italiani.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo». Così si esprimeva Pier Paolo Pasolini in un’intervista a Guido Gerosa per “l’Europeo” nel dicembre del 1970. E l’assoluto rispetto che Zeman manifesta nei confronti dei tifosi, ma più in generale rispetto al pubblico che assiste alle partite di calcio, sembra trovare un fondamento culturale, quasi filosofico, e contestualmente un riscontro nel pensiero del poeta che riposa a Casarsa, uno degli intellettuali più raffinati che l’Italia abbia mai avuto.
Quando arrivò in Italia, nel 1968 a ventuno anni, da una Cecoslovacchia privata della sua autonomia e della libertà, era semplicemente il nipote di Cestmír Vycpálek, oggi è Zdenek Zeman. Un uomo, prim’ancora che un insegnante di calcio, amato e rispettato per le sue idee e per i valori che queste esprimono. In una società sospesa tra l’effimero e l’apparire la sua figura si erge come eroe culturale, quasi come civilizzatore di una società. «Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente» e ancora «Pretendo che ogni giocatore dia il meglio di se stesso, nel rispetto dell’esigenza di fare spettacolo. Se non vinciamo, nessun dramma. Mi basta che i ragazzi abbiano dato il massimo». Per giungere all’affermazione più forte, «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole», che in un contesto come quello del calcio professionistico suona quasi come rivoluzionaria. A differenza di molti suoi colleghi si occupa personalmente della preparazione fisica della squadra, si è diplomato all’Isef di Palermo con il massimo dei voti con una tesi in medicina dello sport, quasi a voler continuamente dimostrare che non c’è nessuna differenza tra teoria e pratica.
Per tutte queste ragioni, esercita un carisma che supera il mondo dello sport che va oltre le stesse divisioni che questo, alcune volte, artificialmente alimenta. Ha allenato la Lazio e successivamente la Roma ed entrambe le tifoserie lo amano. È applaudito in quasi tutti gli stadi d’Italia e le tifoserie avversarie lo rispettano. Durante le sedute di allenamento infrasettimanali, non è difficile vedere sugli spalti giovani allenatori che prendono appunti e cercano di carpire i segreti del suo mestiere. Gli hanno dedicato un film, “Zemanlandia” il titolo, alcuni libri ed è il protagonista del romanzo di Manlio Cancogni, “Il mister”. Antonello Venditti gli ha dedicato una canzone, “La coscienza di Zeman” contenuta nell’album “Goodbye Novecento” che bene esprime e sintetizza il suo pensiero sul calcio e sulla vita. «È una torrida sfida, ideologicamente proibita, agli schemi d’attacco, il palazzo risponde col tacco. Ma il tempo sta scadendo ormai, tieni palla dai, il pareggio mai, tu non lo firmerai, Perché non cambi mai[…] La folla sta impazzendo ormai, all’attacco vai, in difesa mai, tu non ti fermerai, Perché non cambi mai, Perché non cambi mai».
Cultura del lavoro, idee, valori, serietà, spirito di sacrificio, l’interesse generale (della squadra) prima di quello del singolo e cultura, se ci pensate bene è tutto ciò che serve per guadare questo tempo sbandato che abitiamo.
Ma ora è giunto il tempo di scendere in campo. Tutti in piedi a battere le mani, gioca il Pescara di Zeman. Non è ancora Zemanlandia, quando lo sarà bisognerà allacciare le cinture di sicurezza. Nell’attesa, buon calcio a tutti e divertitevi.


13 aprile 2011

Tessera N° 126336. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia



La mia prima tessera di adesione a un’organizzazione collettiva l’ho presa a quattordici anni. Era il 1976. Poi per altri trentaquattro anni ho sempre avuto più di una tessera in tasca. Adesioni sempre convinte che mi hanno messo in contatto con una bella umanità senza la quale, certamente, non sarei la persona che sono oggi.
Tra le tante tessere che ho sottoscritto, l’iscrizione all’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia è certamente la più importante. Sono giunto a questa decisione proprio nell’anno in cui si celebra il 150° dell’Unità d’Italia e, forse, non è un caso. Ho partecipato e partecipo a diversi dibattiti sul tema dell’Unità d’Italia, così come ho letto e sto leggendo, anche per lavoro, molti libri sul tema. Più approfondisco il tema e più si fa forte in me la convinzione che la Resistenza, sia uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento.
Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia. La nostra carta d’identità. E oggi di fronte agli attacchi scriteriati e infondati da parte di una classe politica unfit, incapace, come scrivono ormai da troppo tempo i giornali stranieri, credo ci sia bisogno di una testimonianza politica attiva.
Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».
L’iscrizione di ieri sera all’ANPI ha significato compiere un atto di patriottismo costituzionale e insieme un impegno solenne a difendere, da cittadino libero, i valori della Costituzione.



21 marzo 2009

Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista dal multiforme ingegno



Il 5 marzo del 1922 nasceva a Bologna, Pier Paolo Pasolini. Scrittore, poeta, regista cinematografico, giornalista. Un intellettuale con tante facce che ha saputo capire e descrivere la società che abitava come pochi altri. Lo ha fatto usando registri diversi e tecniche diverse. Per questa sua versatilità mi viene spontaneo associarlo all’arte di Pablo Picasso e in particolare ai quadri di Pablo Picasso. Pasolini ha la stessa capacità di saper “guardare” l’oggetto da tutti i punti di vista per poi darne, sempre, una propria interpretazione. Sapeva guardare Pasolini e ascoltare. E sapeva ragionare con la propria testa. Per la sua consapevolezza politica, visibile e presente in tutta la su produzione artistica, ha incarnato in pieno la figura dell’intellettuale, figura oggi del tutto assente dalla scena politica e sociale del nostro Paese.
Ha senso perciò ricordare due interventi che furono al centro del dibattito politico italiano per lungo e tempo e che contribuirono a rompere pregiudizi, soprattutto a sinistra e nel pci in particolare, e a creare una coscienza collettiva su due questioni centrali nella vita italiana degli anni settanta.
Il primo è del giugno del 1968 è viene pubblicato in piena contestazione studentesca. La poesia “Il pci ai giovani” scatenò un mare di polemiche non ancora sopite a quarant’anni di distanza. Nella critica, spesso feroce e che proveniva sostanzialmente da sinistra, si volle leggere solo la superficie di quelle parole. Non si colse il significato altro e più profondo di quella denuncia.

... Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. [...]
Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri...

Non era mai successo che un uomo di sinistra si schierasse platealmente con la polizia e soprattutto che lo facesse in un periodo in cui molte erano le ombre sull’operato delle forze dell’ordine. Quella poesia ha segnato uno spartiacque. Si infrangeva un tabù. Era un segnale di via libera alla libertà di pensiero e rivendicava per se, ma facendosi carico di un tema d’interesse generale, la possibilità di discutere in campo libero, senza steccati e soprattutto senza pregiudizi di qualunque argomento. E non fu una battaglia ideologica, quella poesia sollevò una grande questione di merito, quella che  Pasolini chiamava “l’entropia borghese”. Fu una provocazione che utilizzò strumentalmente gli studenti e la lotta studentesca per parlare a tutti i giovani, fu un modo per interrogarli e cercare un rapporto dialettico con loro. Era un attacco al “la borghesia che sta diventando una condizione umana” e in qualche modo una scialuppa di salvataggio lanciata in mare per tutti quelli che volevano abbandonare una condizione che stava per permeare l’intera società italiana. Una sorta di cura preventiva. Non fu capita e non fu capita soprattutto a sinistra.
Pochi anni dopo dalle pagine del Corriere della Sera, il 24 agosto 1975 in piena estate, un vero e proprio processo alla classe politica italiana. Un attacco senza precedenti a un sistema di potere che si fonda su arroganza e corruzione e che corrodono dal di dentro l’intero sistema politico italiano.
“Dunque indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia, Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali, e di ogni opera pubblica primaria. Responsabilità nell’abbandono selvaggio delle campagne, responsabilità dell’esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità del decadimento della chiesa, e infine, oltre tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche. Ecco l’elenco, l’elenco morale dei reati commessi da coloro che hanno governato l’Italia negli ultimi trent’anni, e specie negli ultimi dieci anni, perché è appunto negli ultimi dieci anni che un modo di governare non solo tipico ma direi naturale, di tutta la storia italiana dall’unità in poi, si è configurato come reato o come una serie di reati.”
Un’orazione civile cantata in nome della verità e della libertà per un riscatto civile di una Società che si avvia a una deriva morale che la condurrà sull’orlo del fallimento.
Pier Paolo Pasolini l’intellettuale con tante facce, proprio come un quadro di Pablo Picasso, appunto. Ha saputo indagare la complessità della natura umana e guardare con tante facce, con tanti punti di visti. Sempre controcorrente. Proprio quello che manca oggi all’Italia. La capacità di saper guardare, ascoltare e non allinearsi al pensiero unico. Per questo Pasolini ci manca e per questo siamo più soli senza Pasolini. Ci manca la sua lucida analisi come le sue “profetiche” anticipazioni. Ci manca l’orazione civile. Ci manca la sua poesia. Ci manca la sua arte. Ci manca il suo anticonformismo. Ci manca la sua eleganza. Ci manca il suo italiano forbito. Ci manca la sua serietà.
Ha rappresentato la voce nemica del potere costituito.
Pasolini è stato ucciso all’alba del 2 novembre del 1975, aveva 53 anni. Era uno splendido visionario.


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2 novembre 2008

A Pà



“Si può passare da una realtà ad un sogno, ma non si può passare da un sogno ad un altro sogno”

“Dunque indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia, Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole., degli ospedali, e di ogni opera pubblica primaria. Responsabilità nell’abbandono selvaggio delle campagne, responsabilità dell’esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della chiesa e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche.
Ecco l’elenco, l’elenco morale dei reati commessi da coloro che hanno governato l’Italia negli ultimi trent’anni, e specie negli ultimi dieci. Perché insisto sempre nel ripetere – specie negli ultimi dieci anni – perché è appunto negli ultimi dieci anni che un modo di governare non solo tipico ma direi naturale, di tutta la storia italiana dall’unità in poi, si è configurato come un reato o come una serie di reati.”


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