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Diario
 


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25 ottobre 2011

Il mondo di Zeman

Quanto vale in termini di marketing territoriale la presenza di Zdenek Zeman sulla panchina dei biancazzurri? Da quando è arrivato in città, in una calda e festosa giornata d’estate, il nome di Pescara associato a quello del boemo è una costante sui media nazionali. Si sta verificando ciò che successe al tempo della prima Zemanlandia quando una città di provincia come Foggia, divenne, improvvisamente, famosa in tutta l’Italia grazie alle prodezze calcistiche e al mito che stava nascendo con una squadra piena, zeppa, di ragazzi sconosciuti.
Solo per fotografare l’ultimo weekend, la carta stampata e in particolare la Repubblica gli ha dedicato ieri un profilo e una pagina con una delle sue firme più autorevoli, mentre sempre ieri ma in prima serata la televisione gli ha reso un grande tributo con la presenza nel talk show più importante della rai condotto da Fabio Fazio, Che tempo che fa
E Pescara è presente anche nelle risposte, puntuali, pungenti e ironiche che riserva al conduttore.  «Ogni mattina vedo sul lungomare di Pescara centinaia di persone che corrono e nessuno li paga». Quasi uno spot, un invito a godere di questo privilegio, per una città che mostra nuovamente il suo volto vincente e alla quale il pubblico in studio, stimolato da Fazio che ricorda la nuova vittoria della squadra e il terzo posto raggiunto in classifica, tributa un lungo applauso.  
È uno Zeman in forma smagliante. Sempre misurato, soprattutto elegante che cattura l’attenzione fin dalle prime battute. «Le regole nel calcio ci sono, basta farle applicare» tanto per ricordare a tutti che l’esilio calcistico non l'ha cambiato. E ancora «Io ubbidisco e rispetto le regole». Fazio resta rapito dalla velocità di pensiero del boemo che pur affrontando argomenti seri riesce a rendere “leggera” l’intervista. Non mancano battute esilaranti e aneddoti che contribuiscono, televisivamente parlando, a ri-comporre e ri-costruire un personaggio mai banale e di cui, in molti, abbiamo sofferto l’assenza. E perciò ad affermazioni che strappano un largo sorriso anche al conduttore, «Non vado al cinema dal 1974 da quando nei locali chiusi non si può più fumare», si giustappongono pensieri nobili e concetti che riavvicinano al mondo dello sport e del calcio in particolare, «Non bisogna mai dimenticare che il calcio è un gioco». Anche quando Fazio gli chiede dei suoi rapporti con Casillo, il suo presidente a Foggia, Zeman risponde con il sorriso sulle labbra non rinunciando però a una stoccata che restituisce l’esatta dimensione dell’uomo e del professionista. «I primi anni che allenavo il Foggia, Casillo aveva sessanta aziende e il rapporto tra noi era bellissimo. Lui curava le aziende e io potevo fare calcio. Lo scorso anno invece non aveva più aziende e si occupava anche della squadra e il rapporto ne ha risentito». I tifosi del Pescara stiano tranquilli, il patron De Cecco ha tante aziende e non ha nessuna intenzione di venderle.


29 novembre 2010

Perché Fabio Fazio e Roberto Saviano fanno "Grandi numeri"



La terza puntata di Vieni via con me è stata un trionfo senza precedenti per Rai Tre. Nove milioni e settecentomila telespettatori. 31.60% di share. Oltre 20 milioni di contatti.

I numeri non sono tutto è vero, ma spesso spiegano più di tante analisi. La terza puntata di Vieni via con me, il programma televisivo di Fabio Fazio e Roberto Saviano, è stata un trionfo. Un trionfo senza precedenti per Rai 3. Nove milioni e settecentomila telespettatori. 31.60% di share. Oltre 20 milioni di contatti.
Molti, soprattutto appartenenti al salotto ormai solo virtuale della sinistra, hanno criticato aspramente le prime due puntate del programma con giudizi che oscillavano tra il “banale” e “non santifichiamo Saviano”. Critiche che riflettono un pregiudizio che unifica l’Italia intera e mettono in rilievo una sua caratteristica comune a Milano come a Palermo: l’invidia.
Dopo la prima puntata, meno intensa e bella della seconda, a sua volta più bella e intensa della terza, ho salutato con soddisfazione il ritorno in televisione dell’impegno civile in un programma non necessariamente di nicchia. E quando Saviano ha affermato, davanti a milioni di italiani, che «È importante che ognuno faccia bene il proprio lavoro», cito a memoria, «per dare un contributo al cambiamento del nostro Paese», ho gioito. Penso anch’io la stessa cosa. Dirò di più. Credo che l’unica rivoluzione possibile sia oggi quella di fare bene il proprio lavoro.
Roberto Saviano è un narratore, un fine narratore. E vorrei qui ricordare le storie della seconda puntata. La prima riguardava la ‘Ndrangheta, la seconda la storia d’amore di Pier Giorgio Welby e di sua moglie Pina. Storie molto diverse ma ugualmente intense.
Nel primo caso, in maniera quasi didascalica, alla Giovanni Falcone per intenderci, ha spiegato al grande pubblico della televisione, ai ragazzi adolescenti e a tutti quelli distratti da nani, ballerine ed escort, com’è organizzata la ‘Ndrangheta, come vivono i suoi capi latitanti e soprattutto come e dove puliscono il denaro proveniente dalle azioni criminali.
Roberto Saviano è riuscito a inchiodare davanti ai teleschermi milioni di persone, con un numero sempre crescente di giovani (e di laureati), grazie alla sola forza della parola. E ha svolto una funzione maieutica. 
La seconda narrazione è stata una travolgente storia d’amore. L’incontro tra  Pier Giorgio Welby e Pina. Anche in questo caso Vieni via con me è riuscito a parlare a una platea ampissima di temi centrali della vita contemporanea, l’Eutanasia e il Testamento biologico, che pongono molti interrogativi e richiedono risposte certe.
E poi ancora Beppino Englaro, Antonio Albanese, Cristiano De Andrè, Silvio Orlando, e prima Roberto Benigni, Salvatore Accardo, Renzo Piano, Andrea Camilleri, e soprattutto le esecuzioni live della più bella canzone italiana di sempre, Vieni via con me di Paolo Conte. Come dimenticare Peppe Servillo degli Avion Travel che duetta con il fratello attore Toni e la performance di Luca Zingaretti?
Dopo il successo delle prime tre serate, Fabio Fazio, Roberto Saviano, Loris Mazzetti e tutti gli autori del programma possono ritenersi soddisfatti. Hanno mandato in onda il successo televisivo dell’anno, uno dei pochi programmi che non è un format, un prodotto preconfezionato altrove e distribuito da noi. Ed è incredibile che un narratore di storie come Saviano abbia dovuto aspettare tutto questo tempo per avere uno spazio tutto suo nella televisione pubblica. Questo è il vero scandalo.
Vieni via con me è  “la televisione” che vorrei vedere sempre. Dove va in onda un’altra Italia. Un’Italia che mi piace. Assai.


16 novembre 2010

Nove milioni e 31 mila telespettatori. 30.21% di share. Quasi 20 milioni di contatti.



I numeri non sono tutto è vero, ma spesso spiegano più di tante analisi. La seconda puntata di Vieni via con me, il programma televisivo di Fabio Fazio e Roberto Saviano, è stata un trionfo. Un trionfo senza precedenti per Rai 3. Nove milioni e 31 telespettatori. 30.21% di share. Quasi 20 milioni di contatti.
Molti, soprattutto appartenenti al salotto ormai solo virtuale della sinistra, hanno criticato aspramente la prima puntata del programma con giudizi che oscillavano tra il “banale” e non “santifichiamo” Saviano. Critiche che riflettono un pregiudizio che unifica il paese intero e mettono in rilievo una caratteristica del Bel Paese anch’essa comune a Milano e a Palermo: l’invidia.
Anche dopo la prima puntata, che è stata per me meno intensa e bella della seconda, ho salutato con soddisfazione il ritorno in televisione dell’impegno civile in un programma non necessariamente di nicchia. E quando Saviano ieri sera ha affermato che è importante che ognuno faccia bene il proprio lavoro, cito a memoria, per dare un contributo al cambiamento del nostro Paese, ho gioito. Penso anch’io la stessa cosa. Dirò di più. Credo che l’unica rivoluzione possibile sia oggi quella di fare bene il proprio lavoro.
Anche nella seconda puntata Roberto Saviano ha narrato due storie. La prima riguardava la ‘Ndrnagheta, la seconda la storia d’amore di Pier Giorgio Welby e di sua moglie Pina. Due storie molto diverse ma ugualmente intense.
Nel primo caso, in maniera quasi didascalica, alla Giovanni Falcone per intenderci, ha spiegato al grande pubblico della televisione, ai ragazzi adolescenti e a tutti quelli distratti da nani, ballerine e escort, come è organizzata la ‘Ndrangheta, come vivono i suoi capi latitanti e soprattutto come e dove puliscono il denaro proveniente dalle azioni criminali.
Roberto Saviano ha dimostrato ancora una volta di essere un grande narratore. Ha saputo incollare davanti ai teleschermi milioni di persone, con un numero sempre crescente di giovani, che avevano soltanto voglia di sapere. Ha svolto una funzione maieutica. 
La seconda narrazione è stata una travolgente storia d’amore. L’incontro tra  Pier Giorgio Welby e Pina. Anche in questo caso Vieni via con me è riuscita a parlare a una platea ampissima di uno dei temi centrali della vita contemporanea, un tema che pone molti interrogativi e richiede risposte certe.
E poi ancora Beppino Englaro, Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani, Paolo Rossi, Antonio Albanese, Cristiano De Andrè, Silvio Orlando e soprattutto una vera e propria perla finale con l’esecuzione di Via con me da parte di Peppe Servillo degli Avion Travel in duo col fratello attore Toni.
Dopo il successo di ieri sera, Fabio Fazio, Roberto Saviano, Loris Mazzetti e tutti gli autori del programma possono ritenersi soddisfatti, hanno mandato in onda il successo televisivo dell’anno. Uno dei pochi programmi che non è un format, un prodotto preconfezionato altrove e distribuito da noi. Ed è incredibile che un narratore di storie come Saviano abbia dovuto aspettare tutto questo tempo per avere uno spazio suo nella televisione pubblica. Questo è il vero scandalo.
Ieri sera ho visto “la televisione” che vorrei vedere sempre. È andata in onda un’altra Italia. Un’Italia che a me piace.



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