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15 febbraio 2012

Pertini, la Resistenza e l'Abruzzo

Il 15 dicembre 1958 Sandro Pertini scrive al suo giovane cognato, Umberto Voltolina, una lettera per acquietare i dubbi e rispondere alle domande senza risposta che angustiano il diciassettenne fratello di sua moglie. Un carteggio privato, pubblicato per la prima volta, che apre il libro curato da Sandro Pierri, vicepresidente della Fondazione “Sandro Pertini”, “Gli uomini per essere liberi” (add editore, 224 pg., 14,00 €). 
Una selezione di scritti, pubblici e privati, del “Presidente più amato dagli italiani” che svelano meglio e più in profondità di una biografia la statura umana e politica di Sandro Pertini. Trentacinque capitoli, un terzo fa riferimento a periodi antecedenti il 1978, anno della sua elezione a Presidente della Repubblica, che attraversano i temi che gli sono stati più cari e per i quali si è battuto fino all’ultimo dei suoi giorni. Innanzitutto l’attenzione e la tensione positiva nei confronti della scuola e l’educazione per i giovani, la lotta per la liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazi-fascismo, il rapporto con i lavoratori, gli anni dolorosi del terrorismo, i lunghissimi anni della prigionia, e la determinazione e ferma convinzione di far emergere, sempre, il meglio del popolo italiano con orgoglio.
«Noi abbiamo i nostri difetti, ma gli altri non hanno le nostre virtù. Il nostro è un popolo generoso, forte, che ha saputo risollevarsi da situazioni molto gravi», parole pronunciate il 27 settembre del 1978 davanti a una platea di lavoratori anziani, che bene esprimono questo suo profondo convincimento. Ancor più esplicito a tale proposito fu nella seduta del Parlamento del 30 giugno 1950 in risposta alle dichiarazioni del maresciallo Alexander, comandante delle forze inglesi in Italia. «Il Popolo italiano non merita le affermazioni oltraggiose, oggi del generale Alexander, ieri del signor Churchill, perché onorevoli colleghi, il secondo Risorgimento non ha inizio dall’8 settembre 1943. Se una data d’inizio deve essere fermata in questa storia del secondo Risorgimento essa è quella del 1922 […] Il generale Alexander, cinico come può essere solo un inglese, afferma che il bombardamento di Cassino non era necessario alla strategia militare […] Noi diciamo quindi che se l’Italia si è liberata dai tedeschi lo deve anche agli alleati, ma lo deve anche e soprattutto a se stessa, al Popolo italiano». Parole di fuoco che esprimono bene un sentimento autenticamente italiano scevro da provincialismo o peggio ancora da nazionalismo. Autonomia di giudizio, libertà e giustizia sociale i cardini del suo pensiero politico. Nella lettera che apre il libro, a questo proposito, c’è uno dei passaggi più significativi del suo pensiero. «Sii sempre, in ogni circostanza e di fronte a tutti un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo. Ma tu cesserai di essere un vero uomo libero […] se non comprenderai che gli uomini per essere liberi, è necessario primo di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno...». Libertà e giustizia sociale i due pilastri sui quali costruire l’intera impalcatura del nostro vivere insieme, l’essenza di quell’idea socialista cui ha dedicato tutta la sua vita.
Anche per queste ragioni Pietro Pierri, il curatore dell’opera, è convinto che il pensiero di Sandro Pertini sia oggi molto attuale.
Sandro Pertini offre il suo pensiero e la sua esperienza per dare una risposta a molti dilemmi dell’attualità. Le sue parole, raccolte nel libro “Gli uomini per essere liberi”, sembrano essere dirette agli italiani di oggi che sono incoraggiati a riconquistare il loro ruolo nella “res pubblica”, a riscoprire la passione per l’impegno civile. Pertini sprona gli italiani a rivendicare la grandezza e le virtù del popolo italiano che deve e può riscattarsi dalla falsa convinzione di essere un popolo dalla pessima morale civica.
Un nuovo Risorgimento per la nostra giovane storia.
Il Risorgimento dell’Italia è possibile oggi, come lo fu in passato. Il Paese ha un corpo sano che deve conquistare il suo posto sulla scena politica e sociale, rivendicando con passione civile la giustizia, non tanto e non solo quella fondamentale resa dai tribunali, ma la giustizia sociale, attraverso la realizzazione di un sistema di “governance”, di relazioni sociali improntate ai principi di responsabilità e di solidarietà.
Quali sono stati i rapporti del Presidente Pertini con l’Abruzzo?
«Sandro Pertini volle rendere omaggio all’Abruzzo e al fondamentale contributo della sua gente alla causa della libertà con la personale partecipazione alle celebrazioni del trentennale della battaglia di Bosco Martese, nel teramano, che segnò sostanzialmente l’inizio della guerra partigiana. Pertini conferì ai familiari di Ercole Vincenzo Orsini, ucciso a Montorio, la Medaglia d’oro alla Memoria per la Resistenza».
Un riconoscimento importante per rendere omaggio al contributo del popolo abruzzese per la Resistenza.
L’Abruzzo è stato il primo protagonista della Resistenza e molti dei figli di questa terra l’hanno onorata con episodi di vero eroismo. Nell’Abruzzo agiva Giuseppe Gracceva, responsabile militare delle Brigate Matteotti, che aveva come superiore proprio Sandro Pertini. Non deve essere dimenticato che nell’Abruzzo aveva avuto inizio la Resistenza intesa come guerra militare partigiana. L’Italia deve dunque molto al sacrificio degli abruzzesi che combatterono contro le forze nazi-fasciste al costo di centinaia di morti tra la popolazione e i militari».


17 marzo 2011

Auguri all'Italia



Centocinquant’anni è un anniversario da segnare in rosso sul calendario e da celebrare. E se qualche ministro, pro tempore, della Repubblica boicotterà queste celebrazioni poco male, «Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa». Perciò buon 17 marzo all’Italia e buon 17 marzo a tutti noi. Che sia una celebrazione gioiosa, lunga e capace di far emergere idee e contenuti. Abbiamo la necessità di approfondire lo studio della nostra storia recente per comprendere meglio l’origine e la natura delle difficoltà dell’oggi.

Eccessiva frammentazione e litigiosità, corruzione e trasformismo sono all’origine della classe dirigente del nostro Paese che si dimostra anche per queste ragioni incapace di governare un processo complesso com’è quello dell’unificazione. In questo clima maturano le condizioni che determinano il grave ritardo infrastrutturale del sud rispetto al nord del Paese. Non si riesce ad arginare il potere della criminalità organizzata e il suo radicamento nei territori che anzi progressivamente estende i suoi interessi aggredendo e “occupando” la regione più europea d’Italia, la Lombardia. L’Italia funziona male perché la sua classe dirigente è mediocre, spesso inesistente e perciò non in grado di gestire al meglio il Paese. Questo è il cuore del problema.
Negli ultimi centocinquant’anni, i primi per l’Italia così come la conosciamo oggi, il mondo è cambiato diverse volte, almeno tre in maniera sostanziale. I primi due eventi che hanno determinato questi cambiamenti sono inequivocabilmente le due guerre mondiali, 1914/18 e 1939/45, che hanno anche ridisegnato i confini geopolitici del pianeta. Il corso della storia muta in maniera significativa per la terza volta a partire dal 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino. Le dinamiche che quest’ultimo cambiamento ha messo in movimento sono ancora in fase di evoluzione e gli effetti economici, politici e sociali, non ancora completamente comprensibili e stabilizzati.
Il periodo migliore che l’Italia ha vissuto in questo arco temporale che ci separa dalla nostra data di nascita, il 1861 appunto, è senza dubbio quello che va dal 1945 agli inizi degli anni settanta. In quegli anni la “meglio gioventù” che l’Italia abbia mai avuto, quella che diede vita alla Resistenza antifascista, ha ricostruito il nostro Paese trasformando una nazione contadina nella settima potenza economica del mondo. Sempre in quegli anni, tra il 1945 e il 1970, non c’era il federalismo e non c’erano nemmeno le regioni, l’Italia, unita e coesa, fu capace di esprimere il meglio di sé riuscendo a valorizzare tutte le risorse che aveva a disposizione. Si abbia perciò il coraggio di far cadere quella foglia di fico che è diventata il federalismo, panacea di tutti i nostri mali. Non è lì l’unica soluzione ai nostri problemi. Occorre una nuova Resistenza. Una Resistenza al degrado sociale, civile e politico dell’Italia di oggi. Una “meglio gioventù” del nuovo millennio che sappia ri-costruire ancora una volta l’Italia con un progetto che questa volta parta dal Sud e risalga tutta la penisola. Un progetto capace di coinvolgere emotivamente, culturalmente e politicamente tutto il Nord per ri-costruire un’altra Italia. Nel 1945 si è ricostruito sulle macerie delle città bombardate e sulle macerie politiche del fascismo, oggi si deve ri-costruire sulle macerie sociali, economiche, politiche e morali che una classe dirigente incapace di assolvere al suo compito consegna alla storia.
Dobbiamo ri-costruire un’Italia unita e coesa, isolando tutte quelle forze politiche interessate esclusivamente a dividere il Paese. In quale altra nazione sarebbe possibile per una forza di governo boicottare pubblicamente le celebrazioni dell’Unità del proprio Paese?
Piero Calamandrei nel discorso agli studenti milanesi del 1955 così si congeda: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione».
Non più montagne o carceri ma i luoghi simbolo del degrado che ci sta sommergendo e mortificando saranno i luoghi di pellegrinaggio della nuova Resistenza. La Casal di Principe della camorra napoletana o la Corleone della mafia siciliana. Da lì, da quei luoghi, deve partite la riscossa morale, civile, economica e politica dell’Italia. Riconquistare quei territori alla malavita organizzata e raccontare ciò che quei luoghi rappresentano è la premessa per costruire un futuro migliore perché un popolo che non si sa raccontare è un popolo morto.
È oggi il tempo di andare in piazza a festeggiare l’Italia. Festeggiarla e cantarla. Viva l’Italia, «l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre, l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia, l’Italia che resiste».


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