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Diario
 


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1 luglio 2011

Fuga continua dalla Rai (così pare)



A leggere i giornali o a seguire le notizie che corrono veloci sulla rete sembra che tutti (e tutti sta per anchorman, giornalisti, nani e ballerine) stiano scappando dalla Rai. Come un ammutinamento. Prima Michele Santoro, poi Lucia Annunziata, addirittura Simona Ventura. Un programma intero, il programma più visto dell’intera stagione televisiva appena trascorsa, Vieni via con me, sbolognato come se fosse l’ultimo dei fondi di magazzino.
Su Michele Santoro si è scritto, si scrive e si scriverà, come sempre, tutto e il contrario di tutto. E forse anche per questo motivo ho poco da aggiungere se non il fatto che prima della degenerazione totale dell’ultimo anno di Silvio Berlusconi non lo seguivo più. Poi le sceneggiate del nostro premier mi hanno indotto, più per curiosità, a seguire quasi tutte le puntate dell’ultimo anno. Il bilancio a fine stagione, per quel che mi riguarda, è il seguente: tranne Vauro, esclusa qualche inutile e rancorosa vignetta, la trasmissione non mi è piaciuta. Un disco che ripropone sempre la stessa musica senza nessuna variazione sul tema. Meno spazio alla narrazione più spazio alla creazione di nuove icone televisive. Io avrei fatto esattamente il contrario. E comunque nessuna nuova idea. Il miglior Santoro è sempre quello che realizza speciali in cui non compare quasi mai in video. In questo senso è esemplare lo speciale andato in onda questa settimana sulla condizione dei pescatori in Italia. Quello si è stato un bell’esempio d’inchiesta, una denuncia di regole che non vengono rispettate, un approfondimento utile per comprendere. Una storia costruita con la storia di singole persone che tutte insieme restituiscono una visione collettiva del tema. Una bella pagina di giornalismo. Questo Santoro mancherà al servizio pubblico, quello di Anno zero no. Il secondo è identico a tanti altri anchorman e a tante trasmissioni che fanno della faziosità una bandiera, legittima, ma che poco hanno a che fare con un giornalismo che si propone di cercare le notizie, raccontare i fatti per poi analizzarli. Meglio la lunghissima messa laica che va in scena il lunedì da Gad Lerner, dove gli ospiti, mediamente più colti e raffinati di quelli di Santoro, riescono ad esprimere il loro pensiero senza per questo esser messi alla gogna mediatica.
Eccentrico appare il caso di Lucia Annunziata. La giornalista salernitana, conterranea di Santoro, già direttore del Tg3 e Presidente della Rai, nonché attivista di sinistra, consegna le sue dimissioni irrevocabili al Cda di Viale Mazzini e va via sbattendo la porta non prima di denunciare «metodi mafiosi» utilizzati nei suoi confronti. Al cambio, ormai imminente, dei padroni del vapore della politica, cambiano, di conseguenza, anche i riferimenti su cui puntare. Anche Massimo D’Alema appare sempre più in difficoltà nella gestione del potere, perché non dovrebbe valere lo stesso principio per l’Annunziata? In fondo tra le tante attività che esercita continuare a fare l’editorialista per La Stampa e il direttore responsabile di Aspenia, la rivista dell’Aspen Institute Italia, e francamente, non mi pare poca cosa.
La domanda delle cento pistole la riserverei dunque per il programma di Roberto Saviano e Fabio Fazio, Vieni via con me.
Perché regalare alla concorrenza un programma e un’idea che hanno avuto successo di pubblico e di critica senza precedenti, e soprattutto un grande successo economico per la Rai?
A questa domanda il Presidente della Rai deve dare una risposta a tutti noi che paghiamo il canone. Una risposta convincente altrimenti le dimissioni “irrevocabili” dovrebbe essere automatiche.
Infine che Simona Ventura lasci la Rai, il servizio pubblico televisivo nazionale, credo sia una delle poche, buone notizie degli ultimi anni e che per questo non abbia bisogno di ulteriori commenti.



29 novembre 2010

Perché Fabio Fazio e Roberto Saviano fanno "Grandi numeri"



La terza puntata di Vieni via con me è stata un trionfo senza precedenti per Rai Tre. Nove milioni e settecentomila telespettatori. 31.60% di share. Oltre 20 milioni di contatti.

I numeri non sono tutto è vero, ma spesso spiegano più di tante analisi. La terza puntata di Vieni via con me, il programma televisivo di Fabio Fazio e Roberto Saviano, è stata un trionfo. Un trionfo senza precedenti per Rai 3. Nove milioni e settecentomila telespettatori. 31.60% di share. Oltre 20 milioni di contatti.
Molti, soprattutto appartenenti al salotto ormai solo virtuale della sinistra, hanno criticato aspramente le prime due puntate del programma con giudizi che oscillavano tra il “banale” e “non santifichiamo Saviano”. Critiche che riflettono un pregiudizio che unifica l’Italia intera e mettono in rilievo una sua caratteristica comune a Milano come a Palermo: l’invidia.
Dopo la prima puntata, meno intensa e bella della seconda, a sua volta più bella e intensa della terza, ho salutato con soddisfazione il ritorno in televisione dell’impegno civile in un programma non necessariamente di nicchia. E quando Saviano ha affermato, davanti a milioni di italiani, che «È importante che ognuno faccia bene il proprio lavoro», cito a memoria, «per dare un contributo al cambiamento del nostro Paese», ho gioito. Penso anch’io la stessa cosa. Dirò di più. Credo che l’unica rivoluzione possibile sia oggi quella di fare bene il proprio lavoro.
Roberto Saviano è un narratore, un fine narratore. E vorrei qui ricordare le storie della seconda puntata. La prima riguardava la ‘Ndrangheta, la seconda la storia d’amore di Pier Giorgio Welby e di sua moglie Pina. Storie molto diverse ma ugualmente intense.
Nel primo caso, in maniera quasi didascalica, alla Giovanni Falcone per intenderci, ha spiegato al grande pubblico della televisione, ai ragazzi adolescenti e a tutti quelli distratti da nani, ballerine ed escort, com’è organizzata la ‘Ndrangheta, come vivono i suoi capi latitanti e soprattutto come e dove puliscono il denaro proveniente dalle azioni criminali.
Roberto Saviano è riuscito a inchiodare davanti ai teleschermi milioni di persone, con un numero sempre crescente di giovani (e di laureati), grazie alla sola forza della parola. E ha svolto una funzione maieutica. 
La seconda narrazione è stata una travolgente storia d’amore. L’incontro tra  Pier Giorgio Welby e Pina. Anche in questo caso Vieni via con me è riuscito a parlare a una platea ampissima di temi centrali della vita contemporanea, l’Eutanasia e il Testamento biologico, che pongono molti interrogativi e richiedono risposte certe.
E poi ancora Beppino Englaro, Antonio Albanese, Cristiano De Andrè, Silvio Orlando, e prima Roberto Benigni, Salvatore Accardo, Renzo Piano, Andrea Camilleri, e soprattutto le esecuzioni live della più bella canzone italiana di sempre, Vieni via con me di Paolo Conte. Come dimenticare Peppe Servillo degli Avion Travel che duetta con il fratello attore Toni e la performance di Luca Zingaretti?
Dopo il successo delle prime tre serate, Fabio Fazio, Roberto Saviano, Loris Mazzetti e tutti gli autori del programma possono ritenersi soddisfatti. Hanno mandato in onda il successo televisivo dell’anno, uno dei pochi programmi che non è un format, un prodotto preconfezionato altrove e distribuito da noi. Ed è incredibile che un narratore di storie come Saviano abbia dovuto aspettare tutto questo tempo per avere uno spazio tutto suo nella televisione pubblica. Questo è il vero scandalo.
Vieni via con me è  “la televisione” che vorrei vedere sempre. Dove va in onda un’altra Italia. Un’Italia che mi piace. Assai.


16 novembre 2010

Nove milioni e 31 mila telespettatori. 30.21% di share. Quasi 20 milioni di contatti.



I numeri non sono tutto è vero, ma spesso spiegano più di tante analisi. La seconda puntata di Vieni via con me, il programma televisivo di Fabio Fazio e Roberto Saviano, è stata un trionfo. Un trionfo senza precedenti per Rai 3. Nove milioni e 31 telespettatori. 30.21% di share. Quasi 20 milioni di contatti.
Molti, soprattutto appartenenti al salotto ormai solo virtuale della sinistra, hanno criticato aspramente la prima puntata del programma con giudizi che oscillavano tra il “banale” e non “santifichiamo” Saviano. Critiche che riflettono un pregiudizio che unifica il paese intero e mettono in rilievo una caratteristica del Bel Paese anch’essa comune a Milano e a Palermo: l’invidia.
Anche dopo la prima puntata, che è stata per me meno intensa e bella della seconda, ho salutato con soddisfazione il ritorno in televisione dell’impegno civile in un programma non necessariamente di nicchia. E quando Saviano ieri sera ha affermato che è importante che ognuno faccia bene il proprio lavoro, cito a memoria, per dare un contributo al cambiamento del nostro Paese, ho gioito. Penso anch’io la stessa cosa. Dirò di più. Credo che l’unica rivoluzione possibile sia oggi quella di fare bene il proprio lavoro.
Anche nella seconda puntata Roberto Saviano ha narrato due storie. La prima riguardava la ‘Ndrnagheta, la seconda la storia d’amore di Pier Giorgio Welby e di sua moglie Pina. Due storie molto diverse ma ugualmente intense.
Nel primo caso, in maniera quasi didascalica, alla Giovanni Falcone per intenderci, ha spiegato al grande pubblico della televisione, ai ragazzi adolescenti e a tutti quelli distratti da nani, ballerine e escort, come è organizzata la ‘Ndrangheta, come vivono i suoi capi latitanti e soprattutto come e dove puliscono il denaro proveniente dalle azioni criminali.
Roberto Saviano ha dimostrato ancora una volta di essere un grande narratore. Ha saputo incollare davanti ai teleschermi milioni di persone, con un numero sempre crescente di giovani, che avevano soltanto voglia di sapere. Ha svolto una funzione maieutica. 
La seconda narrazione è stata una travolgente storia d’amore. L’incontro tra  Pier Giorgio Welby e Pina. Anche in questo caso Vieni via con me è riuscita a parlare a una platea ampissima di uno dei temi centrali della vita contemporanea, un tema che pone molti interrogativi e richiede risposte certe.
E poi ancora Beppino Englaro, Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani, Paolo Rossi, Antonio Albanese, Cristiano De Andrè, Silvio Orlando e soprattutto una vera e propria perla finale con l’esecuzione di Via con me da parte di Peppe Servillo degli Avion Travel in duo col fratello attore Toni.
Dopo il successo di ieri sera, Fabio Fazio, Roberto Saviano, Loris Mazzetti e tutti gli autori del programma possono ritenersi soddisfatti, hanno mandato in onda il successo televisivo dell’anno. Uno dei pochi programmi che non è un format, un prodotto preconfezionato altrove e distribuito da noi. Ed è incredibile che un narratore di storie come Saviano abbia dovuto aspettare tutto questo tempo per avere uno spazio suo nella televisione pubblica. Questo è il vero scandalo.
Ieri sera ho visto “la televisione” che vorrei vedere sempre. È andata in onda un’altra Italia. Un’Italia che a me piace.



26 marzo 2009

Il silenzio è colpevole






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22 febbraio 2009

Beppino Englaro e la libertà di pensiero e il rispetto

In seguito alla partecipazione di Beppino Englaro alla trasmissione di Fabio Fazio, Che tempo che fa, una voce, sulle altre, si è alzata per attaccare, e non è una novità, Fabio Fazio per l’invito fatto al papà di Eluana, invocando tra le altre cose la par condicio. Queste alcune delle dichiarazioni di Luca Volontè dell’Udc, il partito di Casini.
“Fabio Fazio partecipa attivamente, grazie allo spazio di Raitre e al canone pubblico, alla campagna pro eutanasia di Veronesi, Marino, Pannella etc…Non è accettabile che nel servizio pubblico ci sia una rete monocorde, come ai tempi della legge 40. Il nuovo cda ora intervenga, almeno ci sia par condicio…Ancora ieri sera Beppino Englaro ha tenuto un comizio come fosse eroico portare alla morte i propri figli. Fazio e Raitre facciano quel che desiderano ma venga abolito il canone.”
Io trovo queste dichiarazioni indecenti. Come indecente e strumentale è stato l’atteggiamento che ha avuto Berlusconi nelle ultime ore di vita di Eluana.
Per tornare invece al merito delle dichiarazioni di Volontè e in particolare alla sempre invocata par condicio, anche in questo caso mi pare che ancora una volta si superi il limite della decenza. Il sistema dell’informazione, nella quasi totalità per quanto riguarda la televisione e per una buona metà per quanto riguarda la carta stampata, è nelle mani del padrone delle ferriere, con giornalisti supini che cantano le lodi del capo e intrattenitori televisivi, che spesso si autodefiniscono artisti, che obnubilano i sensi e la mente dei cittadini italiani che si abbandonano davanti alle televisioni, come canta Vasco Rossi.
Governa un pensiero unico, che negli ultimi vent’anni ha cambiato i connotati di un intero Paese, e se c’è qualche piccola isola di non allineati, non mi pare il caso di menar il can per l’aia.
Piuttosto sono d’accordo con le parole che Roberto Saviano ha voluto dedicare dalla Spagna a Beppino e che vi ripropongo:
“Da Italiano sento solo la necessità di sperare che il mio paese chieda scusa a Beppino Englaro. Scusa perché si è dimostrato, agli occhi del mondo, un paese crudele, incapace di capire la sofferenza di un uomo e di una donna malata. Scusa perché si è messo a urlare, e accusare, facendo il tifo per una parte e per l'altra, senza che vi fossero parti da difendere…[continua]






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15 novembre 2008

La camorra è una montagna di merda



È stato un bel pomeriggio. Un pomeriggio speso bene. Sono stato assieme a tanta gente a leggere il libro di Roberto Saviano “Gomorra”. È stata l’ultima tappa di una lettura collettiva che ha attraversato la città di Pescara.
Una testimonianza di solidarietà e di vicinanza a Roberto, condannato a morte dalla camorra. Un segnale forte alla camorra: siamo tutti con Saviano.
Io ho letto da pg 256 a pg 258. Il capitolo è quello dedicato a don Peppino Diana. Il brano che mi è toccato in sorte celebra la forza della parola.
“Mentre i suoi assassini parlavano di tagliare la carne per suggellare una posizione, pensavo ancora una volta alla battaglia di don Peppino, alla priorità della parola. A quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta ai meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. E non metaforicamente. Realmente. Lì a denunciare, testimoniare, esserci. La parola con l’unica sua armatura: pronunciarsi. Una parola che è sentinella, testimone: vera a patto di non  smettere mai di tracciare. Una parola orientata in tal senso la puoi eliminare solo ammazzando.”
Quella montagna di merda che è la camorra ha assassinato don Peppino, ma quelle parole e quelle idee che erano rappresentate da quelle parole non sono morte. Quella verità vive in tante cose. Vive ad esempio in altre parole come quelle di Gomorra.
“Adesso ammazzateci tutti” scrissero i ragazzi di Locri per testimoniare la forza e il valore della legalità all’indomani di un altro terribile omicidio. Da Pescara e tante altre città italiane giunge oggi una nuova voce contro quei delinquenti, camorristi o di altre mafie: non abbasseremo mai la guardia. Vi staneremo tutti. Uno a uno.
Un pensiero dolce per le vittime di tutte le mafie e un abbraccio forte, ma proprio forte a Roberto Saviano.


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13 novembre 2008

niente di personale



Si può essere giovani in tanti modi
Due notizie di cronaca portano sotto la lente d’ingrandimento dell’informazione due storie di giovani. Non due giovani qualunque, ma due giovani affermati.
Il primo è Antonio Cassano da Bari nato il 12 luglio 1982 e il secondo è Roberto Saviano da Napoli nato nel 1979. Cassano gioca a calcio nella Sampdoria, ha studiato poco e a letto ancora di meno, il secondo è laureato in Filosofia e ha scritto un libro che ha venduto alcuni milioni di copie in tutto il mondo, Gomorra.
Nei prossimo giorni uscirà un’autobiografia di Cassano, “Dico tutto”, libro nel quale il talento di Bari vecchia si racconta e dove ammette candidamente che se non avesse fatto il calciatore sarebbe diventato un delinquente. Nel libro ci sono tante altre cose, come annunciano i giornali che hanno letto in anteprima il libro, che faranno molto discutere. Oltre a giudizi sferzanti su alcuni allenatori, Cassano racconta anche delle 600 o 700 donne con le quali ha avuto rapporti. E poi retroscena sui dissapori con Francesco Totti. Insomma la sua giovane vita, che piaccia o no, è diventata un libro e c’è da giuraci che venderà anche molte copie.
Il secondo, Roberto Saviano, annuncia invece che non potrà essere presente a Los Angeles alla presentazione del film “Gomorra”, candidato al premio Oscar quale miglior film straniero, perché non c’è stato il giusto coordinamento tra la polizia italiana e quella americana e perciò il suo viaggio potrebbe essere pericoloso. Vive come un recluso perché la camorra ha deciso di ucciderlo. Numerose e in forme diverse sono le manifestazioni di solidarietà che gli sono giunte da ogni parte d’Italia e anche da oltre confine.
Questa mattina ho letto queste notizie su tutti i quotidiani e mentre pensavo a come possono essere diverse le persone tra di loro e alla forte contraddizione che la rappresentazione di questi due mondi pone, mi è ritornata in mente una frase del Cardinal Martini che ho letto nel suo ultimo libro, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”.
“Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutarli ad ascoltare il loro maestro interiore…possiamo solo creare le condizioni per consentire a un giovane di capire. La comprensione, il giudizio, deve essere dato dalla sua interiorità.”
E ho pensato che è difficile dare dei consigli, tantomeno insegnare qualcosa. Quello che è possibile fare però è incentivare la lettura e spronare i giovani a studiare, perché più cose si sanno, più cose si conoscono, più si è liberi.


17 ottobre 2008

L’irresponsabilità di Maroni



“È un simbolo ma non è il simbolo. La lotta alla criminalità organizzata la fanno poliziotti, carabinieri, magistrati, imprenditori che sono in prima linea ma non sulle prime pagine dei giornali.”
Queste sono le parole del Ministro dell’Interno pro tempore della Repubblica Italiana, al secolo Roberto Maroni.
Le trovo parole irresponsabili e soprattutto inutili. Parole inadeguate se pronunciate dal Ministro dell'Interno come inadeguato mi sembra a questo punto il politico leghista per continuare a ricoprire quel ruolo.
Vorrei infine ricordare a Roberto Maroni un concetto di Giovanni Falcone.
“Si muore generalmente perché si è soli o perché si entrati in un gioco troppo grande. Si muore perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato, che lo Stato non è riuscito a proteggere”.


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