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15 febbraio 2012

Italy is unfit to lead Italy


Mario Monti ha detto no alla candidatura olimpica della città di Roma per il 2020 che vale più di un sì. Non credo infatti che l’organizzazione di un evento, pur importante, come un Olimpiade possa risollevare le sorti economiche di un Paese così come, oggettivamente, non può nemmeno essere il colpo di grazia a un’economia in crisi. Se poi il progetto della candidatura olimpica di Roma era «perfetto», come avrebbe detto il prof. Mario Monti, poteva anche rappresentare un’opportunità da un punto di vista economico. Il no del governo non è quindi un no che ha motivazioni economiche o finanziarie. Il no del governo è un no che dice una cosa semplice e chiara: un Paese in cui la corruzione e l’intreccio tra politica e lobby d’affari è ai massimi livelli non è in grado di organizzare un evento così importante perché è unfit, inadatto. L’Italia è inadatta a guidare l’Italia. Gli ultimi eventi, e non solo sportivi, lo hanno dimostrato chiaramente. I mondiali di nuoto di Roma sono solo l’ultima palese testimonianza dell’incapacità della politica italiana di gestire alcunché. Il no di Monti è quindi un no che ha un grande e importante valore politico. Un no che svela una consapevolezza dei propri limiti è la prima pietra sulla quale ricostruire il Paese. Per la prima volta, dopo tanti anni, la politica italiana, interpretata da un governo, che in tanti definiscono tecnico, è capace di fare autocritica e di pronunciare un no che vale più di un sì. Erri de Luca sul suo profilo di facebook così commenta la vicenda «Il cocchiere ha staccato i cavalli al carrozzone olimpico: lutto nella banda romana degli appalti». Non credo ci sia molto altro aggiungere. 
Piuttosto “la politica” italiana, i partiti che hanno loro rappresentanti in Parlamento e quelli che non li hanno, ha perso una grande occasione per un piccolo e parziale riscatto. Ammettere e accettare l’inadeguatezza del sistema sarebbe stata un’assunzione di responsabilità che in molti avrebbe gradito e avrebbe fatto sperare in un futuro, della politica stessa, meno buio.
Il no che vale un sì e che può indicare una nuova direzione di marcia è invece arrivato da Mario Monti. In molti sostengono che “la politica” dovrebbe riprendere in mano le sue sorti e indicare un progetto nuovo alla società italiana. Lo sostengono a destra così come a sinistra. Ma oggi il meglio che passa il convento è  il prof. Mario Monti. La politica ne prenda atto.  


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29 novembre 2011

Nuova architettura italiana: da Roma a Firenze, passando per Pescara


«A volte si dice che un progetto, un edificio, una piazza, un parco, sia solo il frutto della “matita dell’architetto”. Non è affatto così. Quella matita porta con sé, sempre, storie e vita vissuta». In un processo creativo complesso come può essere un progetto di architettura, è difficile che la “matita dell’architetto” sia titolare unico delle idee che poi si materializzano in spazi di relazione tra le persone. È questo il pensiero di Paolo Desideri, architetto e professore ordinario nella facoltà di architettura dell’Università Roma Tre. Un pensiero ricorrente e che ritorna spesso nella lunga giornata trascorsa insieme tra i cantieri della nuova stazione Tiburtina di Roma e il Parco della Musica di Firenze, due dei progetti che il suo studio, (ABDR, Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, lo stesso Desideri e Filippo Raimondo) sta portando a termine proprio in questi giorni. Così come ricorrente è il ricordo di Pescara e perciò il racconto di questa giornata non può che partire proprio da Pescara e dalla sua facoltà di architettura. 
Paolo Desideri arriva in Abruzzo nel 1985 dopo aver vinto il concorso da ricercatore l’anno precedente. La sede della facoltà di architettura è nei locali di Palazzo Perenich. Sono anni in cui Pescara gioca un ruolo non secondario nel panorama delle facoltà di architettura italiane. Galloni guadagnati sul campo alla fine degli anni settanta quando Pescara è stata, per un lungo periodo, uno dei più importanti laboratori teorici di architettura, in Italia e non solo. Anni in cui gli studenti possono ascoltare e confrontarsi dal vivo con gli architetti più importanti del panorama internazionale. Le stanze di Palazzo Perenich sono troppe piccole per contenere l’entusiasmo e la voglia di conoscenza che contagia quella comunità e perciò, per questi appuntamenti, si trasloca tutti all’Altrocinema per ospitare quegli architetti che solo qualche anno più tardi sarebbero diventati “archistar”. Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Peter Eisenman, Gustav Peichl, Boris Podrecca, Enric Miralles, Jurgen Sawade, Paul Chemetov, Rem Koolhaas, Zaha Hadid, Rob Krier, Antonio Monestiroli, sono solo alcuni degli intellettuali che animeranno quelle giornate. 
«È innegabile che in quegli anni  si “costruisce” dentro di noi l’architettura che oggi si esprime in queste forme. “La matita dell’architetto” proviene da lì. Da quelle indimenticabili giornate e anche da quelle interminabili chiacchierate al ristorante dopo una giornata trascorsa in facoltà. Lì, da quella sponda dell’Adriatico». Paolo Desideri resta a Pescara dal 1985 fino al 2007 anno in cui si trasferisce a Roma dopo aver vinto un nuovo concorso. «Prima di arrivare a Pescara ero una cosa, dopo la mia partenza e il ritorno a Roma, un’altra. La facoltà di architettura di Pescara mi ha fatto diventare una persona altra. Perché tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta in quelle aule c’era una tensione culturale, una voglia di conoscere e di sapere, da parte nostra, giovani docenti, e da parte degli studenti, credo irripetibile».
E oggi quella tensione e le interminabili giornate di studio e di confronto assumono, attraverso la matita dell’architetto, forme geometriche e diventano volumi e spazi, luoghi per vivere. S’inaugura proprio oggi a Roma, con la presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, uno dei progetti che lo studio ABDR sta realizzando in Italia, la “Nuova stazione Tiburtina”, mentre il 20 dicembre sarà la volta del “Nuovo Parco della Musica e della cultura” a Firenze. 
Il progetto per la nuova stazione dell’alta velocità di Roma Tiburtina è il risultato di un concorso internazionale vinto nel 2002 e che oggi giunge a compimento. Un vero e proprio “hub” nel cuore della capitale che collega due quartieri, prima separati proprio dal tracciato ferroviario, e che ingloba, razionalizzandoli, diversi sistemi di trasporto. Un progetto dunque che risolve innanzitutto uno dei grandi temi della città metropolitana contemporanea: l’organizzazione e la razionalizzazione dei diversi sistemi di trasporto. La risoluzione del tema assegnato è risolta con una configurazione spaziale e architettonica che nulla concede al caso pur generando uno spazio fluido «all’interno del quale galleggiano volumetrie sospese» che si percepiscono sia come singoli manufatti risolti in sé, sia come elementi che partecipano alla comprensione di uno spartito più ampio. «C’è un confronto continuo nella nostra architettura, e in questo progetto in particolare, tra rigore e concessione al rigore. Una tensione al rigore tettonico, geometrico. Un rigore che arriva fino al più piccolo dettaglio costruttivo e che ci viene dalla formazione degli anni settanta e degli anni di Pescara».
La nuova stazione di Roma Tiburtina è intitolata a uno dei padri della patria, uno dei più autorevoli, Camillo Benso, conte di Cavour. Non troverete scritte inneggianti a Cavour, tantomeno una lapide o un’insegna luminosa ma due discorsi del grande uomo politico, le cui parole sono incise nell’acciaio cor-ten e poste a rivestimento di una parete, che da anche la misura dell’altezza massima dell’edificio, che accoglie i viaggiatori all’ingresso principale della Stazione. Una soluzione che sviluppa il tema del monumento in termini autenticamente contemporanei. Un valore aggiunto per un progetto di per sé straordinario, realizzato in un paese, il nostro, che poco concede all’architettura contemporanea e che proprio per questo motivo ti fa pensare: siamo a Roma ma sembra di essere a Berlino.
Alla stazione Termini prendiamo un Frecciarossa e in un’ora e trentacinque minuti siamo a Firenze, stazione Santa Maria Novella. Il secondo cantiere che visitiamo è quello del “Nuovo parco della musica e della cultura” che ospiterà anche la sede del Maggio Musicale Fiorentino. Anche questo è il progetto vincitore di un concorso internazionale che ha come committente la Presidenza del Consiglio dei Ministri e in particolare la struttura di Missione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. L’inaugurazione è prevista per Natale e per questo motivo il cantiere lavora a pieno regime tutto il giorno. A differenza del progetto a scala urbana della stazione Tiburtina di Roma, il parco della musica di Firenze, pur avendo la funzione di «aumentare la dotazione dello spazio pubblico e operare un’efficace riconnessione tra la città e il parco delle Cascine», è un «cristallo» depositato sul terreno. Un manufatto di grande pregio che si aggiunge alla dotazione architettonica di una città che ha pochi eguali nel mondo. Il complesso si costruisce su tre grandi sale per ospitare eventi non solo musicali. La sala del teatro lirico può contenere 1800 persone, l’auditorium ha una capienza di 1100 posti, mentre la cavea, che è anche la copertura del teatro e offre una vista su Firenze che toglie il fiato, ha una capienza di 2000 posti. Il cantiere di questo progetto è un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, molte delle soluzioni di dettaglio infatti, sono state pensate, sperimentate e poi realizzate direttamente in loco. E il caso ad esempio della finitura della sala del teatro lirico che separa la platea dalla galleria. Un tendaggio in rete metallica bronzata realizzata da un’azienda abruzzese, dell’aquilano Eliseo Iannini, il cui modello in scala 1:1 è stato prodotto e testato proprio nello stabilimento del capoluogo di regione.
Quando riprendiamo il treno per Roma il sole è tramontato da parecchio e le luci artificiali illuminano il cantiere del Parco della Musica. Si continua a lavorare per la prima, il 20 dicembre, dedicata alle maestranze che l’hanno materialmente costruita. Guardo un’ultima volta l’edificio e provo la stessa, identica, sensazione provata davanti alla stazione Tiburtina di Roma: siamo in Italia, ma sembra di essere a Berlino.



Lo studio ABDR (Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri, Filippo Raimondo) ha la sua sede a Roma. Ha partecipato alla XVI Triennale di Milano del 1995  e alle selezioni della Biennale di Venezia del 1996, del 2004 e del 2006. Alcune tra le più recenti realizzazioni: “Riqualificazione dell’ambito urbano residenziale Giustino Imperatore, Roma”, “Ristrutturazione e ampliamento Palazzo delle Esposizioni, Roma”, “Restauro e ampliamento Museo archeologico, Reggio Calabria”, “Tre nuove stazioni metropolitana Linea B1,  Roma”.



Nuova stazione Tiburtina, Roma
La realizzazione della nuova stazione dell’alta velocità di Roma Tiburtina avviene in seguito alla vittoria di un Concorso internazionale di progettazione, il costo dell’intervento è di 156 milioni di euro e si sviluppa su una superficie di circa 32.000 mq.



Nuovo Parco della Musica e della cultura, Firenze
Questo nuovo polo culturale, sarà anche la casa del Maggio Musicale Fiorentino, è una delle opere realizzate nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, costerà 137 milioni di euro e si sviluppa su una superficie di 40.000 mq.


17 marzo 2011

Pino Aprile: «Per festeggiare l'Italia bisogna prima farla»


Edizione straordinaria de Il Centro per i 150° dell'Italia

Ecco il testo dell'intervista a Pino Aprile, autore del best seller Terroni, che ho realizzato per Il Centro.

“Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861”, con queste parole contenute nella legge n°4671 del Regno di Sardegna si proclama ufficialmente il Regno d’Italia. Sono trascorsi centocinquant’anni da quell’atto formale e in queste ore tutta l’Italia si ritrova nelle piazze a festeggiare.

Dal 17 marzo 1861 sono trascorsi centocinquant’anni, lo stesso numero di anni che l’Italia ha impiegato per istituire il giorno in cui festeggiare la sua nascita. Partirei da questo dato per fare gli auguri all’Italia.
L’Italia sa di celebrare qualcosa che non è stato mai compiuto. Si è creata una entità statale con le armi, i brogli e il saccheggio (ma molti ottimi Paesi sono nati così) che ha comportamenti diseguali, fortemente diseguali, nei confronti dei suoi cittadini: alcuni hanno diritto a tutto, altri a niente; alcuni combattono la mafia, quasi in solitudine e vengono decimati (i morti nella lotta al crimine organizzato sono soltanto meridionali, tranne un paio), altri diventano soci dei mafiosi in aziende, società  finanziarie, banche. In quest’Italia unita a chiacchiere e non nei fatti, si può obbligare alla celebrazione, ma l’entusiasmo e la convinzione sono altra cosa , vanno meritati.

Dopo molte esitazioni e con il voto contrario dei ministri Bossi e Calderoli, Maroni era assente, il Consiglio dei Ministri ha istituito il giorno festivo per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Come giudica il comportamento dei ministri leghisti?
Come al solito: demoliscono il Paese, spolpandolo dall’interno, sia di risorse che di motivazioni. Giudico molto peggio chi glielo consente e minimizza la portata e l’indegnità  delle loro azioni. Hanno ragione i leghisti a disinteressarsi dell’anniversario della nascita dell’Italia: a loro dell’Italia non importa nulla e lo dicono pubblicamente; gl’interessano solo i soldi da portare in val Padana e quelli se li sono ormai presi quasi tutti, grazie anche al ministro delle Finanze, che ha sottratto al Sud persino i fondi per le aree sottoutilizzate, destinati per legge al Meridione.

La festa nazionale francese è il 14 luglio e celebra “La presa della Bastiglia”, gli Stati Uniti d’America festeggiano l’indipendenza dalla Gran Bretagna il 4 luglio, entrambe queste ricorrenze sono molto sentite nei rispettivi paesi. Il 17 marzo potrà rappresentare nell’immaginario collettivo degli italiani un sentimento analogo?

Per festeggiare l’Italia, bisogna prima farla. E gli italiani, per sentirsi fieri del proprio Paese, devono sentirsi tutti ugualmente rispettati. Altrimenti, ci sarà sempre chi avrà più motivi di essere contento e chi può solo ricordare, in questo giorno di festa, di essere trattato da italiano meno italiano degli altri. Torniamo sempre allo stesso punto: il rispetto non si chiede, si merita.

Dopo centocinquant’anni l’Italia sta approvando in Parlamento il federalismo fiscale municipale. Più in generale ci si sta orientando verso un assetto federale dello Stato. Tutto questo testimonia che le ragioni che animarono i nostri padri fondatori non sono più valide?
Quello che viene chiamato, ingiustificatamente, federalismo, è solo l’ultimo drenaggio di soldi a danno del Sud, compiuto da un gruppo di potere del Nord sempre più avido ed egoista: rastrelleranno gli ultimi spiccioli e se ne andranno. La secessione è quasi completata, ci sono soltanto da tagliare gli ultimi fili. Potrebbe persino essere ormai troppo tardi per impedirlo.

Nelle manifestazioni di questi giorni trovano spazio, forse per la prima volta, ricostruzioni della vicenda risorgimentale non necessariamente allineate e riconducibili a un pensiero unico. Alla “versione ufficiale” del Risorgimento non si contrappone più solo la posizione della Lega Nord ma altre letture come ad esempio quella contenuta nel suo best seller Terroni.  Pensa che questa sia la strada giusta per festeggiare una data così importante?
Certo: le azioni sbagliate sono figlie di un sapere sbagliato, incompleto, bugiardo. Sapere com’è nato questo Paese può soltanto aiutarci a unirlo. Sono cittadini di uno stesso Paese quelli che ne condividono, consapevolmente, la storia; sarebbe ora che noi ce la raccontassimo, senza temere che le porcherie celate del Risorgimento possano infrangere quell’Unità  parolaia e di plastica che ci hanno appiccicato addosso. La Germania ha saputo risollevarsi dalla vergogna del nazismo, scarnificandosi pubblicamente, e riconquistando il rispetto di se stessa e del resto del mondo. Così si fa. Se andate oggi a Berlino, trovate una mostra, con documenti di Stato e non, con cui si dimostra che i tedeschi furono d’accordo con Hitler e perciò corresponsabili dei suoi crimini. Tanto di cappello! Nella verità ci si unisce; con 150 anni di bugie o verità  accomodate, non si va da nessuna parte, il Paese si rompe.

E infine, cosa si augura per l’Italia?
Che trovi il coraggio di raccontarsi, di mettersi in discussione; di fidarsi della maturità dei suoi cittadini, della loro capacità di saper ricostruire un Paese a partire dal riconoscimento dei torti, dei crimini e degli errori commessi. Siamo un popolo adulto, forte e coraggioso, nessuno può pretendere di trattarci da bambini.


22 novembre 2010

Peregrin d'amore, Eraldo Affinati



Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori italiani, ovvero come si potrebbe insegnare la letteratura a scuola. Un viaggio nella lingua italiana e nei luoghi che gli scrittori hanno abitato o che sono ascrivibili alla loro attività.
La partenza prende le mosse dal castello forse preferito da Federico II, Castel del Monte, ma l’incipit vero e proprio coincide con la città in cui poteva finire la storia dell’uomo sulla Terra, Nagasaki. La città della bomba atomica, il luogo dove la violenza cieca ha umiliato la natura. Il contrappunto ideale a quest’avvio è rappresentato dall’uomo che può essere considerato l’antesignano dell’ambientalismo nel mondo. L’uomo che parlava agli uccelli: Francesco d’Assisi. «Laudato si’, mi’Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba»: con la «poesia più antica scritta in lingua italiana» dal poverello d’Assisi inizia il viaggio letterario di Peregrin d’amore. Una poesia che Affinati spiega a Binah, una giovane prostituta nigeriana che oggi abita i luoghi che un giorno furono abitati dal figlio di Bernardone. È una partenza che mette i brividi.
Adesso siamo a Venezia, la città del “viaggio” per antonomasia e del viaggiatore per eccellenza, Marco Polo. E qui il parallelo tra il giovane veneziano e Alì che ha «attraversato mezza Asia a piedi» prima di ritrovarsi solo nella periferia di Treviso lascia il segno. Non è però il fascino del Gran Khan che nomina ambasciatore Marco Polo a spingere Alì e i suoi giovani amici a vagare per il mondo. Sono la guerra, la povertà, a “nominare ambasciatori” queste piccole vittime che in La città dei Ragazzi di Roma imparano a conoscere Il Milione. Qui i cavalli diventano motociclette, i messaggeri professori. È la bellezza della “conoscenza” che apre le porte all’immaginazione.
A Ravenna incontriamo il padre della lingua italiana, il sommo Dante. Ed è proprio dalla Divina Commedia che Affinati, il nostro Virgilio, trae il titolo per questo libro: Peregrin d’Amore. Il ristoro che gli offre il prof. Tricca è l’occasione per parlare dell’attualità della Divina Commedia. Del suo valore letterario e della magia delle parole in essa contenute che si rinnova ad ogni nuova lettura.
Dopo una breve digressione in Provenza e a Berlino si torna in Italia, a Firenze. Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Niccolò Macchiavelli, Ludovico Ariosto sono i compagni di viaggio di questo nuovo tratto di strada. La Clorinda di Torquato Tasso ci riporta fuori dai patri confini fin davanti alla tomba di Gesù, in quella Gerusalemme dove «la Guerra non finirà mai».
Stoccolma, Parigi, Mosca le tappe che si alternano a Roma, Nola, Perdifumo. Ed è piacevole ri-scoprire che il “corpo della lingua italiana” sia così ricco di popoli e storie diverse. Qui la letteratura italiana diviene il pretesto per parlare di passione, di generosità, di comprensione, d’amore, e l’animo dell’insegnante si trattiene a stento fino a tracimare quando tra le pagine s’odono i versi dell’Infinito:«[…] Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio: E il naufragar m’è dolce in questo mare».

Titolo Peregrin d’amore
Autore Eraldo Affinati
Editore Mondadori
Anno 2010


23 aprile 2010

Dai diamanti non nasce niente.



La vita, la musica e le passioni di Faber a Roma.

Fabrizio de Andrè. La mostra sbarca a Roma. Dopo Genova e Nuoro, la capitale d’Italia apre le porte del rinnovato e prestigioso Museo dell’Ara Pacis a Fabrizio De Andrè con una grande mostra multimediale. Sono passati undici anni dall’11 gennaio 1999, il giorno della sua morte, e continuiamo ad ascoltare le sue canzoni come se niente fosse successo. Non abbiamo rimosso la sua scomparsa ma è così bello e soprattutto contemporaneo il materiale che ha lasciato che al dolore per la perdita si affianca la riconoscenza, al rimpianto la voglia di continuare ad ascoltare la sua musica. De Andrè ha saputo dare alla coscienza collettiva un grado di consapevolezza nuovo, perché se è vero che le problematiche dell’uomo sono destinate a rimanere sempre le stesse, lui ha saputo raccontarle con una poetica coniugata a una dimensione letteraria alta. I poeti sono bravi soprattutto per la loro capacità di testimoniare al presente, e in questo Faber è stato immenso. Forse non a caso  Mario Luzi considerava Fabrizio De Andrè un suo collega, un poeta appunto.
La mostra è un viaggio, un’esperienza emozionale, nella vita di De Andrè, dove ognuno può crearsi il percorso che più preferisce. Per cogliere tutto ciò bisogna organizzarsi e programmare una vista di alcune ore.
Una lunga scalinata in discesa, che termina su una bella gigantografia di De Andrè dormiente accanto a un termosifone durante una pausa del tour con la PFM del 1979, introduce al primo ambiente. Un grande parallelepipedo nero invaso dalla musica e dalla voce di Faber. La sala è tagliata in due in senso longitudinale da sei grandi schermi trasparenti; alle pareti i testi delle canzoni che ascolti. Sono i testi originali, con le cancellature e gli appunti. Ogni schermo, lasciandosi attraversare dalle immagini, propone un frammento musicale alla fine del quale si materializza la figura di Faber. Il nero ti avvolge come la musica. E poi quella voce, che al buio e nel silenzio risuona come magica. Molte persone si muovono sicure in quel buio, nessuno parla, qualcuno canta. Ed è solo la prima stanza. Proseguendo nel percorso espositivo sei ora in un corridoio stretto e lungo segnato e misurato da leggii e tavoli multimediali posti sulla sinistra. In questo secondo ambiente inizia il percorso di visita che puoi personalizzare. Si può scegliere tra diversi pannelli tematici posizionati sui tavoli multimediali che attivano una serie di proiezioni.
Il terzo ambiente è quello più suggestivo. La sala dei tarocchi infatti, oltre a presentare parte della scenografia del tour “Le nuvole”, esibisce tre grandi schermi, i tarocchi appunto, dove in loop vengono proiettati i personaggi delle canzoni di Faber e le relative canzoni. Anche in questa sala è possibile interagire creandosi il proprio tarocco e lasciare un segno del proprio passaggio. In fondo, a chiudere la serie dei tarocchi, il pianoforte di casa De André e una gigantografia che ritrae Fabrizio al piano.
Di fronte agli schermi subito dietro i tarocchi, una piccola sala cinema nella quale viene proiettato un video con contributi dell’archivio Rai, molti dei quali inediti. Quando entri t’imbatti in una giovanissima e strepitosa Enza Sampò che circuisce un Fabrizio De Andrè poco più che ragazzo. Ti si apre il cuore. Lo vedi, davanti a te, che suona, solo, con la chitarra e quattro fari che lo illuminano. E mentre lo riascolti ti accorgi che è sempre stato un classico, fin all’inizio della sua carriera. Quella voce meravigliosa, capace di scandire le parole una a una, che le fa capire e comprendere. È attuale e contemporaneo non solo per i testi e per la musica ma anche per come è vestito e per la sua figura. E mentre comincio a scrivere sulla mia moleskine questi primi appunti, arrivano le note di “Amore che fuggi, da me tornerai”. Che riapre il cuore e ti dà vita. Enza Sampò adesso è seduta, spalle alla telecamera, tra tante sedie vuote e ascolta Fabrizio. Non ha fretta De André. Non ha fretta di rispondere alle sue domande. Si lascia attraversare dal tempo e questo scorrere nuovo del tempo, quest’attesa, aiuta a riconciliarsi anche con il proprio tempo. Riattraverso quegli spazi pieni di nero e di silenzio. D’improvviso ecco di nuovo la voce di Fabrizio. Mai inopportuna, sempre complice.
Esco che è ormai sera e fa un po’ freddo. Mentre cammino, con la musica e la voce di Fabrizio nella testa, le immagini e quel buio non mi abbandonano, quasi non mi accorgo che sto passando davanti all’altare dell’Ara Pacis, l’insigne monumento voluto dal Senato romano per celebrare le imprese di Augusto del 13 a.C. Un trionfo di marmo e di bianco. Questa vista un po’ mi scuote e mi distoglie dal torpore. Forse saranno gli “odori” oppure le variopinte ragazze cantate da De André a farmi ritornare in me.
Fabrizio De André era un anarchico nell’animo, nel cuore e nel corpo. E come un anarchico è sempre andato in direzione ostinata e contraria.
«Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volerlo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera» ha scritto Fabrizio De Andrè.
Adesso, che sono ormai in macchina e sto per ripartire, per non disperdere quelle risposte accendo l’MP3. «Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento, un giorno qualunque li ricorderai, amore che fuggi da me tornerai, un giorno qualunque li ricorderai, amore che fuggi da me tornerai…»



Fabrizio De Andrè, La mostra
24 febbraio 2010 – 30 maggio 2010
Museo dell’Ara Pacis - Roma, lungotevere in Augusta
www.arapacis.it

a cura di Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica, Pepi Morgia
percorso multimediale Studio Azzurro

Orari
martedì-domenica 9.00-19.00


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3 marzo 2009

FCO_Heathrow_JFK


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28 gennaio 2009

La città dei ragazzi, Eraldo Affinati



La letteratura fa viaggiare la mente e trasporta in posti e dimensioni altre, aiuta a riscattare la realtà e offre opportunità che la vita vera, spesso, non è in grado di regalare. La città dei ragazzi di Eraldo Affinati è letteratura. Letteratura allo stato puro. Merce rara, da tutelare e conservare tra le cose più preziose.
Più che di fronte a un racconto si ha l’impressione di essere davanti a uno specchio. E la storia che si legge è una storia che si potrebbe definire di autocoscienza. Un modo per dirsi, ad alta voce, una verità incontrovertibile: da soli non siamo niente. E quando si pensa di avere dato tanto, in realtà si è ricevuto tanto.
Ma partiamo dall’inizio, da quel John Patrick Carrol-Abbing, senza il quale questa storia non ci sarebbe stata.
“Sul prato, davanti alla chiesa, riposa monsignor John Patrick Carrol-Abbing. Cuore grande. Testa dura d’irlandese. È lui che, raccogliendo gli orfani dalle macerie, nel secondo dopoguerra, si inventò tutto questo: il sistema dell’autogoverno coi sindaci bambini, gli assessori alle finanze, allo sport, gli ispettori, la moneta locale, chiamata lo scudo, utile per comprare succhi di frutta e merendine. Morì nel 2000: non feci in tempo a conoscerlo. Ma, venendo qui ogni giorno, è come se gli parlassi.”
Eraldo Affinati insegna alla Città dei Ragazzi di Roma che oggi è abitata da giovani protagonisti delle nuove rotte dell’immigrazione clandestina che attraversano Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia per arrivare in condizioni inumane in Italia e che per puro e fortuito caso si trovano a vivere parte della loro giovane vita a Roma. Vivono in baraccopoli vicino ai porti in attesa di poter partire, sdraiati sotto i pianali o nei cassoni dei Tir, e chi viene sorpreso dalla polizia ci riprova il giorno successivo.
“A poco a poco, dal fogliame che separa la scuola dalle unità abitative, spuntano i ragazzi: un tempo erano gli sciuscià italiani. Adesso i loro nomi sono Khuda, Qambar, Nabi, Francisco, Musa, Lazar, Sharif, Shumon. Hanno appena fatto colazione nel grande refettorio. Vengono da Capo Verde, dalla Nigeria, dal Marocco, dalla Romania, dalla Moldavia, dal Bangladesh, dall’Afghanistan.”
Si capisce che Affinati si fa carico delle speranze e dei bisogni di questa fauna umana e contemporaneamente di un tema centrale nelle dinamiche della contemporaneità: le nuove migrazioni di chi scappa da terre che non offrono nulla a terre che non vogliono offrire nulla.
Tra questi ragazzi ci sono Omar e Faris, i ragazzi con i quali Affinati compirà un meraviglioso viaggio nello spazio e nel tempo. Un viaggio che ben presto comincerà a correre su binari paralleli. Da un punto di vista letterario un doppio registro che pone sullo stesso piano emozioni e sentimenti, presente e passato. C’è la letteratura nel modo di scrivere, così come nei rimandi, quasi automatici, ai grandi classici e si percepisce una consuetudine con la lettura e con i personaggi che hanno fatto la storia della letteratura.
Ed è infine un libro sul padre, sulla figura del padre.
Si scrive per vivere, o rivivere, momenti della nostra vita. E scrivendo ci ri-appropriamo di noi stessi, della nostra storia.
Quando la distanza tra noi e il passato è fissata sulla carta ci si può acquietare. E si può finalmente guardare le cose con il giusto distacco e allora, solo allora, si può godere appieno di ciò che è stato. Allora, solo allora, la dimensione diviene eroica e si può piangere e godere anche di quelle lacrime. Poi all’improvviso il romanzo prende una piega autobiografica, diviene un saggio e un viaggio. Un viaggio di conoscenza. Un viaggio reale che attraverso gli occhi, il cuore, la polvere, le ansie, i dolori dei giovani vecchi della Città dei Ragazzi di Roma ti restituisce il tuo vissuto. La tua storia e che segna e condiziona in maniera irreversibile il tuo futuro.
Un viaggio nel quale Affinati scopre tutta la potenza dell’insegnamento nel vedere ormai quelle giovani vite a disagio nei luoghi di origine.
“Si sentono stranieri dentro il Paese cui appartengono. Rifiutano la sporcizia, il disordine, la corruzione, le disuguaglianze. E non smettono di indicarmi il traffico caotico, la povertà, i disservizi.”
Così come scopre la grande capacità di ascolto e di apprendimento dei suoi ragazzi che, reinseriti nel loro contesto, ridiventano più veloci, sicuri, perfino più intelligenti.
“…io, gli dissi, no riuscirei mai a imparare l’arabo nel modo in cui stai facendo tu con l’italiano. Faris alzò gli occhi sfoggiando il suo sorriso estremo: un fotogramma sgranato al rallentatore.”
Il viaggio diviene così un conoscersi e un ri-conoscersi che si esplicita su un flusso ininterrotto di amore.
“…ripensai alle parole di che Don Milani riservò ai suoi scolari nel testamento: Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto nel suo conto.”
E quale atto d’amore più forte verso questi ragazzi, questa umanità proveniente dalla guerra, dalla violenza, dalla povertà vera, che vedere attraverso i loro occhi il proprio padre, le proprie radici, in ultima analisi vedere se stessi. Un atto d’amore estremo, senza infingimenti, quello che Affinati riversa nei confronti di questi ragazzi e attraverso questi ragazzi verso la vita.
“Mio padre ora sta in piedi davanti a me, lo riconosco negli occhi di questi cuccioli dispersi, smarriti provenienti da tutto il mondo, che ne ripercorrono le tracce nel fuoco dell’umanità in ebollizione. È qui, è qui… È Peppino… È Nabi… È Said… È Mihai… È Zoltan… È Lazar… È Ivan… È Simone…”
Ed è proprio attraverso questi occhi, questi cuori, questo lungo e doloroso percorso, che Affinati riapre e chiude i conti con il suo passato e la sua condizione di figlio.
Un libro perciò necessario per tanti motivi, ma soprattutto perché oggi, nel tempo che abitiamo, si avverte sempre più e in maniera crescente la necessità di avere valori di riferimento positivi e condivisi. Degli esempi in cui riconoscersi.
“Mentre supero lo sbarramento del check-in, negli sguardi dei ragazzi riconosco la mia stessa commozione. Quello che accade in aula produce gli stessi effetti indelebili. È la potenza dell’insegnamento.”

Titolo la città dei ragazzi
Autore
Eraldo Affinati
Editore Mondadori
Anno 2008

Eraldo Affinati, lo scrittore insegnate
Eraldo Affinati è nato a Roma nel 1956 dove vive e lavora. Insegna italiano ai minorenni non accompagnati della Città dei Ragazzi. Collabora al “Corriere della Sera”. Come si legge nel suo sito internet, www.eraldoaffinati.it, la sua scrittura nasce spesso da un viaggio. E il viaggiare, conoscere, scoprire, alla maniera dei grandi scrittori e intellettuali del secolo scorso, che fa di Affinati uno scrittore necessario, responsabile. “In particolare sento di essere responsabile della parola scritta e orale perché, oltre ad aver pubblicato libri, sono anche insegnante.”
E per spiegare meglio il senso di questo viaggiare conviene affidarsi alle sue parole.
“In classe abbiamo una bella carta geografica. Molti miei alunni, slavi, arabi, africani e asiatici, possono considerarsi esperti viaggiatori. Hanno mangiato la polvere dei deserti, il catrame delle autostrade. Conoscono la vernice scrostata delle sbarre doganali, i sonni persi con la testa appoggiata al finestrino dell'autobus, i documenti stropicciati fra le mani. Questi adolescenti ospiti del Bel Paese, lazarilli e sciuscià del Terzo Millennio, hanno ancora negli occhi i semi dei lunghi tragitti un tempo riservati ai giovani rampolli della nobiltà europea: una complicata grana di stelle e neon pubblicitari, parcheggi semivuoti e montagne all'orizzonte, chiese e moschee. Adesso sono loro a spiegarmi, con pazienza e lungimiranza, lasciando scorrere il dito sulla mappa, le scalcinate periferie di Addis Abeba, la foresta pluviale poco distante da Lagos, i mercati galleggianti di Dacca, gli empori di Herat, le feste di Rabat, gli scantinati di Bucarest. Ed io compio davvero insieme a loro, senza pagare il biglietto, il giro del mondo in aula.”

Bibliografia
Berlin, Rizzoli 2009
La Città dei Ragazzi
, Mondadori 2008, Oscar Mondadori, 2009
Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori
, Fandango, 2006
Secoli di gioventù
, Mondadori, 2004
Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer, Mondadori 2002
Il nemico negli occhi
, Mondadori 2001
Uomini pericolosi
, Mondadori 1998; Oscar Mondadori 2000
Campo del sangue
, Mondadori, Milano 1997, Oscar Mondadori 1998, UTET, Collezione Premio Strega. I cento capolavori, Torino, 2006, Oscar Mondadori 2009
Patto giurato. La poesia di Milo De Angelis
, Tracce, 1996
Bandiera bianca
, Mondadori, 1995, Leonardo 1996, Oscar Mondadori 1999
Soldati del 1956
, Marco Nardi, 1993, Oscar Mondadori 1997
Veglia d’armi. L’uomo di Tolstoj
, Marietti, 1992, Oscar Mondadori 1998
Ha curato l’edizione completa delle opere di Mario Rigoni Stern, Storie dall’Altipiano, I Meridiani, Mondadori 2003


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permalink | inviato da oscarb il 28/1/2009 alle 9:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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