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26 giugno 2012

Se la politica latita vince la “Repubblica delle idee”


La “Repubblica delle idee”, l’iniziativa pensata e realizzata dal quotidiano “la Repubblica”, che si è svolta a Bologna dal 14 al 17 giugno, è stata un grande successo. Un successo di critica e di pubblico con pochissime voci discordi o fuori dal coro. “Scrivere il futuro” lo slogan che ha accompagnato la manifestazione, “Voglia di sapere e di esserci” è stata la risposta  delle tantissime persone che hanno partecipato. Politica, sviluppo sostenibile, filosofia, economia, letteratura, satira, scienza, musica, teatro, moda e costume, social network, i temi di cui si è discusso e che hanno invaso Bologna e le sue belle piazze. Un “parterre de rois” ha interagito con i giornalisti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Il premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, avvocato e simbolo della lotta per i diritti umani nella Repubblica islamica e il premio Nobel per l’economia, Thomas Sargent, docente della New York University. Lo scrittore israeliano David Grossman, e ancora Anthony Giddens, sociologo inglese che parla della quarta via, la via delle donne e della democrazia di face book. Margherita Hack, l’astrofisica italiana più famosa al mondo, Umberto Eco, che non ha bisogno di definizioni o presentazioni, Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food che parla della centralità della battaglia per un’alimentazione sostenibile. Solo alcuni dei tanti personaggi pubblici, tutte eccellenze nei propri ambiti lavorativi che, parlando della propria esperienza e delle proprie conoscenze, hanno contribuito a creare una mappa del sapere per frammenti. Letta nella sua interezza, tale mappa, svela una visione del mondo della quale oggi si avverte la mancanza.
Un evento politico e culturale, in cui la grande partecipazione dei cittadini ha ridato dignità, valore e forza alle idee. Una manifestazione che sarebbe piaciuta a Pier Paolo Pasolini, perché carica di tensione civile e di voglia di partecipare. Una manifestazione che mi ha ricordato, per qualità dei partecipanti, livello dei dibattiti e per partecipazione collettiva, quelli che erano i grandi appunti politico/culturali italiani fino a qualche anno fa: le feste di partito. Si aspettava la “Festa de l’Unità” nazionale che si svolgeva, forse non a caso, quasi sempre in Emilia Romagna, per conoscere le novità del pensiero umano e della cultura. Si programmava sempre un viaggio tra la fine di agosto e l’inizio di settembre per andare alla “Festa” e “capire come andrà il mondo”. Non è più così da diverso tempo ormai, da troppo tempo. La politica ha abdicato ad uno dei suoi compiti più importanti: cercare e costruire una visione del mondo. Sembra essere caduta in un letargo atavico del quale non s’intravede il risveglio. In cotanto vuoto di pensiero e di azione si è dunque inserito, con positiva e lucida prepotenza, non un nuovo partito politico ma un quotidiano. Non il quotidiano storico italiano ma il suo più agguerrito concorrente. Lo ha fatto in un momento non certo facile e felice per la stampa e per l’editoria più in generale. In un momento in cui c’è un vistoso calo di vendite con conseguente perdita di copie. Questa prova di forza, di coraggio e di visione, testimonia dunque che c’è una parte consistente del Paese che non ha affatto rinunciato a pensare e a sperare in un futuro migliore e che ha voglia di partecipare se solo gli si offre una possibilità concreta.
Sono idee, solo idee dirà qualcuno. Ma è proprio ciò che manca alla classe dirigente di oggi e non solo a quella del nostro Paese. Una nuova visione del mondo e idee per le quali valga la pena spendere bene l’esistenza di ognuno di noi. Frammenti di nuove identità e di visioni che devono coesistere per costruire una nuova base di convivenza civile tra i popoli.
«Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma». Quella nuova forma delle cose che Italo Calvino cercava tra le parole e con le parole e di cui la politica deve al più presto riappropriarsi.


5 settembre 2010

Non siamo tutti uguali



In questo tempo lungo da fine impero che l’Italia sta attraversando molte sono le analogie con la caduta dell’Impero Romano. Conflitti tutti interni alla politica, pressione fiscale insopportabile, aumento della disoccupazione e conseguente perdita della coesione sociale, difetti del sistema costituzionale, mancanza di consenso crescente nei confronti del governo e della quasi totalità della classe politica dovuta in primo luogo alla corruzione dilagante, sono le cause principali di questa lunga notte della Repubblica.
Prima e sopra queste ce n’è una più importante e determinate delle altre: l’impoverimento culturale complessivo della società italiana. Un lungo e lento processo di analfabetizzazione, una sorta di globalizzazione dell’ignoranza, che da oltre vent’anni sembra essere diventato un elemento di continuità che accomuna la destra e la sinistra.
Sono tempi questi in cui ostentare la propria ignoranza costituisce una nota di merito e spesso aiuta a far carriera. Non più di qualche anno fa Silvio Berlusconi si è vantato pubblicamente di non leggere libri, lui che è il “padrone” di quasi tutta l’editoria italiana, così come vi saranno note le perfomances scolastiche del figlio di Umberto Bossi, bocciato per tre volte consecutive agli esami di stato tenuti in un istituto privato. A margine si potrebbe parlare anche di Maria Rosa Gelmini, diplomatasi presso il liceo privato confessionale “Arici” che supera l’esame di stato per l’abilitazione alla professione di avvocato a Reggio Calabria, da tutti comunemente considerato refugium peccatorum. Il primo com’è noto a tutti è Presidente del Consiglio dei Ministri, il secondo, meglio conosciuto come la trota, nomignolo affibbiatogli dal padre, primo degli eletti nel Consiglio regionale della Lombardia e l’ultima in ordine di apparizione Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca.
Questa palese ignoranza non è mai fine a se stessa ma produce effetti catastrofici sull’intera comunità, soprattutto se “il padrone delle ferriere” tra le sue proprietà annovera la quasi totalità dell’editoria e dei mezzi di comunicazione e contemporaneamente è anche il capo del governo. Il suo “modo di vivere” e il suo “stile di vita” escono dalla sfera del privato e divengono modelli comportamentali, esempi da seguire e imitare.
L’opposizione tutta, quella che siede in Parlamento e quella che è fuori dal Parlamento, se vuole invertire la rotta e vincere la sfida per diventare forza di governo deve vincere innanzitutto questa sfida. Sarà una partita lunga e difficile combattuta con armi impari perché la parzialità dei mezzi di comunicazione è tale da far diventare un’impresa ardua qualunque battaglia politica e culturale si voglia intraprendere. A tal proposito basti ricordare il caso Boffo, l’ex direttore di Avvenire, e la vicenda legata all’appartamento di Montecarlo della compagna di Gianfranco Fini.
La lettura dei giornali di questa domenica mattina non ha fatto altro che rafforzare questa convinzione. Tre articoli che da punti di vista diversi descrivono bene il declino civile e morale del nostro Paese. Ve li propongo per riflettere insieme.


Fantastica Deneuve, eroina anti-machismo: «Ci siamo ispirati alla politica italiana»
, di Claudia Morgoglione


Attenti al ladro, di Giorgio Bocca


Lo strano caso dell’ignoto commensale
, di Umberto Eco


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