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13 aprile 2011

Tessera N° 126336. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia



La mia prima tessera di adesione a un’organizzazione collettiva l’ho presa a quattordici anni. Era il 1976. Poi per altri trentaquattro anni ho sempre avuto più di una tessera in tasca. Adesioni sempre convinte che mi hanno messo in contatto con una bella umanità senza la quale, certamente, non sarei la persona che sono oggi.
Tra le tante tessere che ho sottoscritto, l’iscrizione all’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia è certamente la più importante. Sono giunto a questa decisione proprio nell’anno in cui si celebra il 150° dell’Unità d’Italia e, forse, non è un caso. Ho partecipato e partecipo a diversi dibattiti sul tema dell’Unità d’Italia, così come ho letto e sto leggendo, anche per lavoro, molti libri sul tema. Più approfondisco il tema e più si fa forte in me la convinzione che la Resistenza, sia uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento.
Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia. La nostra carta d’identità. E oggi di fronte agli attacchi scriteriati e infondati da parte di una classe politica unfit, incapace, come scrivono ormai da troppo tempo i giornali stranieri, credo ci sia bisogno di una testimonianza politica attiva.
Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».
L’iscrizione di ieri sera all’ANPI ha significato compiere un atto di patriottismo costituzionale e insieme un impegno solenne a difendere, da cittadino libero, i valori della Costituzione.



17 marzo 2011

Pino Aprile: «Per festeggiare l'Italia bisogna prima farla»


Edizione straordinaria de Il Centro per i 150° dell'Italia

Ecco il testo dell'intervista a Pino Aprile, autore del best seller Terroni, che ho realizzato per Il Centro.

“Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861”, con queste parole contenute nella legge n°4671 del Regno di Sardegna si proclama ufficialmente il Regno d’Italia. Sono trascorsi centocinquant’anni da quell’atto formale e in queste ore tutta l’Italia si ritrova nelle piazze a festeggiare.

Dal 17 marzo 1861 sono trascorsi centocinquant’anni, lo stesso numero di anni che l’Italia ha impiegato per istituire il giorno in cui festeggiare la sua nascita. Partirei da questo dato per fare gli auguri all’Italia.
L’Italia sa di celebrare qualcosa che non è stato mai compiuto. Si è creata una entità statale con le armi, i brogli e il saccheggio (ma molti ottimi Paesi sono nati così) che ha comportamenti diseguali, fortemente diseguali, nei confronti dei suoi cittadini: alcuni hanno diritto a tutto, altri a niente; alcuni combattono la mafia, quasi in solitudine e vengono decimati (i morti nella lotta al crimine organizzato sono soltanto meridionali, tranne un paio), altri diventano soci dei mafiosi in aziende, società  finanziarie, banche. In quest’Italia unita a chiacchiere e non nei fatti, si può obbligare alla celebrazione, ma l’entusiasmo e la convinzione sono altra cosa , vanno meritati.

Dopo molte esitazioni e con il voto contrario dei ministri Bossi e Calderoli, Maroni era assente, il Consiglio dei Ministri ha istituito il giorno festivo per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Come giudica il comportamento dei ministri leghisti?
Come al solito: demoliscono il Paese, spolpandolo dall’interno, sia di risorse che di motivazioni. Giudico molto peggio chi glielo consente e minimizza la portata e l’indegnità  delle loro azioni. Hanno ragione i leghisti a disinteressarsi dell’anniversario della nascita dell’Italia: a loro dell’Italia non importa nulla e lo dicono pubblicamente; gl’interessano solo i soldi da portare in val Padana e quelli se li sono ormai presi quasi tutti, grazie anche al ministro delle Finanze, che ha sottratto al Sud persino i fondi per le aree sottoutilizzate, destinati per legge al Meridione.

La festa nazionale francese è il 14 luglio e celebra “La presa della Bastiglia”, gli Stati Uniti d’America festeggiano l’indipendenza dalla Gran Bretagna il 4 luglio, entrambe queste ricorrenze sono molto sentite nei rispettivi paesi. Il 17 marzo potrà rappresentare nell’immaginario collettivo degli italiani un sentimento analogo?

Per festeggiare l’Italia, bisogna prima farla. E gli italiani, per sentirsi fieri del proprio Paese, devono sentirsi tutti ugualmente rispettati. Altrimenti, ci sarà sempre chi avrà più motivi di essere contento e chi può solo ricordare, in questo giorno di festa, di essere trattato da italiano meno italiano degli altri. Torniamo sempre allo stesso punto: il rispetto non si chiede, si merita.

Dopo centocinquant’anni l’Italia sta approvando in Parlamento il federalismo fiscale municipale. Più in generale ci si sta orientando verso un assetto federale dello Stato. Tutto questo testimonia che le ragioni che animarono i nostri padri fondatori non sono più valide?
Quello che viene chiamato, ingiustificatamente, federalismo, è solo l’ultimo drenaggio di soldi a danno del Sud, compiuto da un gruppo di potere del Nord sempre più avido ed egoista: rastrelleranno gli ultimi spiccioli e se ne andranno. La secessione è quasi completata, ci sono soltanto da tagliare gli ultimi fili. Potrebbe persino essere ormai troppo tardi per impedirlo.

Nelle manifestazioni di questi giorni trovano spazio, forse per la prima volta, ricostruzioni della vicenda risorgimentale non necessariamente allineate e riconducibili a un pensiero unico. Alla “versione ufficiale” del Risorgimento non si contrappone più solo la posizione della Lega Nord ma altre letture come ad esempio quella contenuta nel suo best seller Terroni.  Pensa che questa sia la strada giusta per festeggiare una data così importante?
Certo: le azioni sbagliate sono figlie di un sapere sbagliato, incompleto, bugiardo. Sapere com’è nato questo Paese può soltanto aiutarci a unirlo. Sono cittadini di uno stesso Paese quelli che ne condividono, consapevolmente, la storia; sarebbe ora che noi ce la raccontassimo, senza temere che le porcherie celate del Risorgimento possano infrangere quell’Unità  parolaia e di plastica che ci hanno appiccicato addosso. La Germania ha saputo risollevarsi dalla vergogna del nazismo, scarnificandosi pubblicamente, e riconquistando il rispetto di se stessa e del resto del mondo. Così si fa. Se andate oggi a Berlino, trovate una mostra, con documenti di Stato e non, con cui si dimostra che i tedeschi furono d’accordo con Hitler e perciò corresponsabili dei suoi crimini. Tanto di cappello! Nella verità ci si unisce; con 150 anni di bugie o verità  accomodate, non si va da nessuna parte, il Paese si rompe.

E infine, cosa si augura per l’Italia?
Che trovi il coraggio di raccontarsi, di mettersi in discussione; di fidarsi della maturità dei suoi cittadini, della loro capacità di saper ricostruire un Paese a partire dal riconoscimento dei torti, dei crimini e degli errori commessi. Siamo un popolo adulto, forte e coraggioso, nessuno può pretendere di trattarci da bambini.


9 gennaio 2011

Intervista a Pino Aprile. «Tremonti? Drena al Sud e porta al Nord»



Terroni. Tutto quelle che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, l’ultimo libro di Pino Aprile, rappresenta un’occasione rara per parlare, al di fuori delle celebrazioni ufficiali e senza retorica, del processo di unificazione dell’Italia. Di ciò che eravamo e di ciò che siamo diventati. Stabilmente ai vertici di tutte le classifiche di vendita in Italia si è aggiudicato il premio letterario Carlo Levi 2010 per la sezione saggistica.

Il suo ultimo libro è una riflessione che aiuta a comprendere meglio ciò che accadde 150 anni fa. Non è un libro contro l’Unità d’Italia piuttosto un percorso di conoscenza, «[…] la storia di oggi è ancora quella di ieri: La nostra fu interrotta e si può riannodarla solo nel punto in cui venne spezzata. Non si può scegliere la ripartenza che più conviene».
Stupefacente: in questo Paese, un ministro della Repubblica e “padrone” di un partito territoriale nato con propositi dichiaratamente razzisti (tenacemente perseguiti) minaccia il ricorso a venti milioni di fucili, proclama la secessione un giorno sì e l’altro no, chiede il varo di un federalismo che ha lo scopo, nemmeno tanto recondito, di spaccare il Paese, drenando anche gli ultimi spiccioli nelle regioni già più ricche. Ma secessionista sarei io, solo per aver raccontato (e non era nemmeno il terzo segreto di Fatima) com’è stata fatta l’unità d’Italia, cosa fu fatto al Sud e contro il Sud durante il Risorgimento. E anche dopo, e ancora oggi. Dallo storico paludato al critico del Corriere della Sera, che parla alla fine del 2010 del successo di Terroni, non ti senti rimproverare di aver detto il falso, ma di aver detto il vero. Ovvero: hai ragione, ma dovevi stare zitto lo stesso, perché così si “delegittima” l’unità del Paese. E quando si dovrebbe dire se non bastano nemmeno150 anni? Insomma: se hai torto, hai torto; se hai ragione, hai torto per aver rivendicato la verità nel momento sbagliato. Per questo motivo hai torto sempre. Piuttosto venti milioni di fucili sono l’espressione del malessere del Nord che va analizzato e di cui si deve tenere conto.

Con dati riscontrabili spiega perché le leggi promulgate subito dopo il 1861 hanno reso diseguali il Nord e il Sud dell’Italia rendendo più ricco il Nord e più povero il Sud, «Nel 1876 e nel 1886 si vararono norme per aiutare i comuni più piccoli e poi quelli poveri, perché piccoli  […] la Lombardia riceve 79,44 lire ogni diecimila abitanti, il Piemonte 68,81, la Calabria 12,79 e per finanziare l’istruzione inferiore, alla Liguria si danno 15.625 lire ogni diecimila abitanti, alla Calabria 80».
Né più né meno di quanto accade oggi, con un ministro dell’Istruzione (non fate quelle facce, lo so che non ci si crede, ma Mariastella Gelmini è davvero ministro dell’Istruzione!) che re-distribuisce in tutt’Italia i soldi stanziati per mettere in sicurezza le scuole dissestate del Mezzogiorno; o con Giulio Tremonti, ministro delle Finanze padane infiltrato nel governo nazionale, che drena decine di miliardi di euro destinati al Sud e li porta al Nord. La storia di oggi è ancora quella di ieri. Confermo.

«Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek» canta Fabrizio De André. Il cantautore genovese, che lei cita in Terroni, con Fiume Sand Creek ha reso indimenticabile una delle stragi compiute dai soldati americani nei confronti di Cheyenne e Arapaho. Tutto ciò avveniva nel 1864. Pochi anni prima in Campania i bersaglieri rasero al suolo e bruciarono Casalduni e Pontelandolfo.
Beh, e che hanno da lamentarsi i meridionali? Mica sono indiani sul Sand Creek! Per i quali ci si commuove e piange, si condanna il massacro. Ed è giusto. Non sono ebrei sotto il nazismo, per i quali ci si commuove e piange; e si condanna il massacro. Ed è giusto. Non sono vietnamiti trucidati da statunitensi a My Lai, per i quali commuoversi e piangere. Ed è giusto. Non sono italiani del Nord sterminati dai tedeschi a Marzabotto, per i quali il Paese si commuove e piange. Ed è giusto. Mentre la strage fra i cinquemila abitanti di Pontelandolfo e i tremila di Casalduni e quelli di decine di altri paesi, compiuta, con diritto di strupro e di saccheggio, dai bersaglieri del generale Cialdini e di altri macellai pluridecorati, in tutto il Sud, rientra nella “normale ferocia” delle guerre civili. Almeno così dissertano Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, e Francesco Merlo, su Repubblica. Rievocare queste stragi rappresenta un attentato all’unità nazionale. Quando non peggio: Aldo Cazzullo, su Sette, rivela (ha capito tutto, accidenti!) che lo avrei fatto solo per vendere più copie. Credo sia abituato a misurare tutto con il suo metro.

Dopo quella che lei chiama «L’invasione del Sud» il Mezzogiorno d’Italia conosce un nuovo fenomeno: l’emigrazione. Per farlo cambia registro e si affida alla poesia raccontando storie di alberi. Chi sono i “patriarchi” e perché possono spiegarci un fenomeno come l’emigrazione?
Esiste, ai piedi del Pollino, un uliveto che potrebbe avere più di tremila anni, secondo la datazione compiuta da uno studioso che vi ha dedicato tempo e passione. E la cosa coinciderebbe con una leggenda e una nota giuntaci da un autore classico, Servio, in un commento a Virgilio: sarebbero stati esuli troiani fondatori, lì, di un “castrum” un castello fortificato, a piantare quegli ulivi. Ma l’ulivo diviene millenario, solo se costantemente curato dall’uomo, altrimenti, non sopravvive oltre i 300-400 anni. Vuol dire che, da tre millenni, quell’uliveto viene assistito, potato. Dopo le stragi e i saccheggi e la spoliazione del Sud, compiuti con l’invasione e l’annessione savoiarda (l’Italia era da farsi, ma si scelse il modo peggiore), la montagna rischiò di spopolarsi e l’uliveto di perdere i suoi sacerdoti e di morire, dopo tremila anni. Mai, in tutto quel tempo, era esistita emigrazione, da quelle terre, sino a che...

«[…] il Sud vide lacerare il suo tessuto sociale dalle stragi dell’Unità, poi dai milioni di emigranti a cavallo del Novecento, poi dai milioni di emigranti “interni” e “ clandestini” durante il fascismo; poi da quelli del “miracolo economico”; oggi dai giovani laureati in fuga». C’è una responsabilità dei meridionali in tutto ciò e se c’è qual è?
Aver perso la memoria. E con quella l’autostima e la coscienza dei propri diritti; primo fra tutti, quello all’equità. Aver accettato la condizione semicoloniale, la subalternità, la convinzione di non poter pretendere le stesse attenzioni che il Paese dedica agli italiani del Nord e del Centro; di non poter avere le stesse autostrade, le stesse linee, carrozze, velocità ferroviarie, gli stessi aeroporti. Questo adeguamento alla minorità matura rapidamente e in modo durevole, in forza di meccanismi psicologici e psico-sociali come ci dicono studi in materia. Si può uscirne. Basta prendere coscienza e per prendere coscienza bisogna innanzitutto sapere.

«Non siamo un paese, perché é mancata, dopo il Risorgimento, dopo il fascismo, la civiltà di esaminarsi e giudicarsi».  Quel momento può essere il 2011?   
                                                                                                                   
Da quel che vedo, da quel che sento, da quel che leggo, direi di sì.


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permalink | inviato da oscarb il 9/1/2011 alle 0:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 dicembre 2010

Intervista a Pino Aprile


Terroni. Tutto quelle che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, l’ultimo libro di Pino Aprile, riapre una porta, troppo frettolosamente chiusa in tutti questi anni, per fare luce sugli avvenimenti che hanno portato al processo di unificazione del Paese. Stabilmente presente ai vertici delle classifiche di vendita, Terroni  si è aggiudicato il premio letterario Carlo Levi 2010 per la sezione saggistica.

«Il Piemonte era pieno di debiti; il Regno delle Due Sicilie pieno di soldi». La tesi di fondo del suo libro è che il Risorgimento ha reso diseguali il Nord e il Sud dell’Italia a tutto vantaggio del Nord. 
Non c’era differenza di prodotto lordo fra Nord e Sud, nel 1860, lo ha dimostrato l’indagine del Consiglio Nazionale delle Ricerche, condotta dai professori Malanima e Daniele. Lo squilibrio economico-sociale noto come Questione Meridionale è nato con l’Unità d’Italia, per il modo in cui è stata (mal)fatta. Negli stati preunitari c’era il desiderio di un Paese unico, e se ne discuteva apertamente; il Piemonte invece aveva la necessità di avere un Paese unito anche per ripianare i propri debiti: «O la guerra o la bancarotta», disse il braccio destro di Cavour.

«Mongiana è sulle Serre Calabresi […] era il più ricco distretto minerario e siderurgico del Regno delle Due Sicilie e dell’Italia intera: Fu soppresso dal governo unitario, per un grave difetto strutturale: era nel posto sbagliato, nel Meridione».  Al Sud le fabbriche esistevano già prima del 1861 e sono state in parte smantellate negli anni successivi all’“Obbedisco” di Giuseppe Garibaldi. Un’affermazione impegnativa.
Che poggia su fatti incontestabili: la chiusura e distruzione del più grande stabilimento siderurgico italiano, che era in Calabria; la smobilitazione delle più grandi officine meccaniche del tempo, a Pietrarsa, Napoli. In quel caso si sparò sulle maestranze che volevano impedire la chiusura degli stabilimenti; l’esclusione delle aziende meridionali dagli appalti pubblici. Persino le balie per gli orfani di Napoli si facevano arrivare dal Piemonte.

Il tema più doloroso che lei affronta riguarda le violenze subite dal popolo meridionale e dalle donne in particolare. La storia di Pontelandolfo, un paese di 5.000 abitanti all’epoca dei fatti narrati, diviene il paradigma di ciò che successe in tutto il Sud: violenza efferata, spesso gratuita.
Pontelandolfo e Casalduni coi suoi 3.000 abitanti, furono circondati da un migliaio di bersaglieri che ebbero libertà di stupro e di saccheggio (le donne rifugiate in chiesa furono violentate e uccise sull’altare), spararono alla cieca, poi dettero fuoco ai paesi. La gente nelle case è morta bruciata viva o sotto le macerie. Rimasero in piedi tre case. Furono decine i paesi vittime di rappresaglie; alcuni scomparvero per sempre. La guerra civile, in seguito all’invasione, durò anni; e il conteggio dei morti varia da decine di migliaia a centinaia di migliaia. La rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica, scrisse: oltre un milione.

Con un grande salto temporale per illustrare le disparità di oggi fra Nord e Sud fa ricorso alla Salerno-Reggio Calabria. «L’A3 è costruita con soldi pubblici affidati a imprese del Centro-Nord che delegano l’esecuzione delle opere a ditte locali, preferibilmente mafiose». Come Roberto Saviano anche lei sostiene che la capitale della ‘ndrangheta oggi è Milano.
Basta leggere gli atti della Commissione parlamentare antimafia presieduta dal professor Francesco Forgione (poi autore di un libro che ne divulgò le conclusioni). È a Milano che giunge Frederick Forsyth, autore di best seller internazionali, su consiglio dell’Fbi, per studiare uno dei centri mondiali del traffico di cocaina. È a Milano che soprattutto la ‘ndrangheta e la mafia siciliana riciclano i soldi, grazie a colossali connivenze, ai subappalti delle grandi imprese, dall’Expo all’alta velocità. Un boss calabrese trapiantato a Milano ha recentemente tentato la secessione mafiosa per affrancare Milano dalle cosche storiche della Calabria. Il “colpo di stato” è fallito, ma la dice lunga sul reale rapporto dei poteri all’interno del malaffare.

«Io, però, prima o poi, ’sta domanda la devo fare: ma perché i meridionali si fanno trattare così?» è una domanda che come un mantra attraversa tutto il libro. Lei si è dato una risposta?
Il Sud è stato piegato con le armi e la discriminazione continua, da 150 anni: a Nord le autostrade, a Sud no; a Nord treni superveloci, a Sud mille chilometri di ferrovia in meno rispetto a prima della seconda guerra mondiale e Matera ancora irraggiungibile in treno. Insulti da parte di ministri della Repubblica («porci», «topi da derattizzare», «cancro») che restano incredibilmente al loro posto. Alla fine, i meridionali accettano il ruolo subordinato; non protestano più. Entrano, facendo propri i pregiudizi a loro danno, nel ruolo dei vinti.

Il libro si chiude con frase del giudice Paolo Borsellino che campeggiava dietro la sua scrivania: «Un giorno, questa terra sarà bellissima». Un auspicio o un progetto?

C’è tanto da fare e così poco tempo”, mi disse Borsellino, pochi giorni prima di essere ucciso. Quello era il suo progetto, la sua eredità. Bisogna meritarsela, esserne degni.


17 dicembre 2010

Terroni, Pino Aprile



«Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974 […] Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti […] di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore […]», così scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1974 a proposito dei misteri di un’Italia in piena adolescenza democratica. Pino Aprile ribalta l’Io so di Pasolini e lo sostituisce con un «io non sapevo», «ignoravo», «non potevo immaginare».
«Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto […] Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico […] Ignoravo che, in nome dell’unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma». Non so se Aprile abbia pensato a Pier Paolo Pasolini mentre scriveva Terroni, so che l’effetto che ha ottenuto è lo stesso. Un J’accuse che non può lasciare indifferente nessuno.
Il libro di Pino Aprile non è un libro di storia, tantomeno un saggio di economia politica. È una narrazione che cerca tra i fatti che elenca, tra le sue parole, il mondo da cui proveniamo. Una narrazione che diviene ancor più efficace quando la dimensione collettiva diviene storia delle singole persone. Quando la violenza non è più raccontata soltanto come spartito sul quale si sta scrivendo parte del processo unitario ma prende i nomi di Maria Izzo, stuprata prima e poi trafitta da una baionetta nel centro del paese, di Concetta Biondi stuprata e uccisa che era poco più che bambina o di Maria Ciaburri uccisa dopo essere stata violentata nello stesso letto in cui giaceva con il marito. È la storia della distruzione prima umana e poi fisica di un intero paese, Pontelandolfo (ma la stessa sorte tocca a Casalduni), che giunge sino a noi anche grazie alle pagine di un diario ritrovato dopo centoquattordici anni. Pagine scritte da Carlo Margolfo, un bersagliere della provincia di Sondrio. Una narrazione che diviene saggio di economia quando ripercorre la storia industriale del nostro Paese. «Alla vigilia dell’Unità […] la percentuale di popolazione attiva addetta all’industria era superiore al Sud rispetto al Nord». Dati, numeri e singole vicende che sfatano un altro luogo comune che vuole il Sud e la sua popolazione privi di una cultura industriale. L’annessione o l’invasione del Sud da parte dei piemontesi, come la definisce Aprile, crea anche le condizioni per un nuovo fenomeno fino ad allora sconosciuto per le popolazione meridionali: l’emigrazione. E per supportare questa tesi l’autore cambia di nuovo registro. La sua scrittura diviene narrazione fantastica, alla ricerca del mito. In alcuni periodi poesia. È il capitolo dedicato ai patriarchi, i grandi alberi del Sud.
Una storia contro o una contro storia è ciò che narra Pino Aprile. Una storia nella quale non c’è partecipazione e passione popolare agli eventi che videro la nascita della nostra nazione. E ancora una volta le tesi di Aprile attraversano i pensieri di Pasolini che nel lontano 1973 scriveva: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’é silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».



Titolo
Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali.

Autore Pino Aprile
Editore Piemme
Anno 2010


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