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Diario
 


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5 giugno 2012

Stagione d'oro, grazie mister


«Il Maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà…», ascolto questa canzone più volte al giorno da un po’ di giorni. Da quando ho avuto la certezza che Zdenek Zeman il prossimo anno non allenerà più il Pescara ma tornerà nella capitale d’Italia per allenare la Roma di Francesco Totti. “Il Maestro”, cantata con la voce roca, impastata di fumo e sigarette di Paolo Conte è la colonna sonora ideale per questo commiato. Lo è per tante ragioni che travalicano e superano anche la vicenda sportiva.
Possiamo usare il termine “impresa” sportiva senza aver paura di cadere nella retorica perché il risultato conseguito dal Pescara di Zeman resterà per sempre nella storia di questa città e nella storia del campionato di calcio di serie B. Per queste ragioni la festa per la promozione in serie A è stata indimenticabile e Pescara sembrava una città brasiliana nei giorni di carnevale. L’unica differenza nella musica che si cantava e ballava, non samba carioca ma il più nostrano e ormai popolarissimo «che bello è…quando esco di casa…per andare allo stadio…a vedere il Pescara…che bello è…».
I cittadini, anche quelli che normalmente non si occupano di calcio, si sono ritrovati al centro di un avvenimento che settimana dopo settimana ha richiamato sempre più l’attenzione dei media nazionali, e hanno risposto riempiendo tutte le settimane lo stadio Adriatico. Con il 16,45% del totale degli spettatori di tutta la serie B, Pescara detiene infatti il primato degli spettatori paganti per le partite casalinghe della sua squadra. Una festa che sembrava non dovesse finire mai e invece, parafrasando Fabrizio de Andrè, quello che sembrava essere l’inizio di un’estate infinita è durato solo un giorno.
In molti, e non solo i tifosi pescaresi ma anche i suoi tanti tifosi personali sparsi per l’Italia mister Zeman, sognavano invece di emulare le gesta del Nottingham Forest e del suo condottiero Brian Clough che nella stagione 1977/78 portò alla vittoria del campionato inglese la squadra di  Nottingham. Era la prima volta che una squadra neopromossa dalla seconda divisione vinceva il campionato e l’anno successivo, quella stessa squadra, vinse la Coppa dei Campioni, si chiamava proprio così prima dell’avvento televisivo degli anticipi e dei posticipi. Ci furono poi altre vittorie sportive per il Nottingham ma quello scudetto vinto al primo tentativo resta nell’immaginario collettivo di chi ama il calcio come una pietra miliare. Il portiere di quella squadra straordinaria si chiamava Peter Shilton, a centrocampo giostrava Martin O’Neill, il centravanti era Trevor Francis. “Mutatis mutandis” su questa sponda dell’adriatico si sognava che ad alzare la coppa con le orecchie fossero Marcolino Verratti, Lorenzo Insigne e Ciro Immobile.
Un sogno si, è vero, ma se si toglie la capacità e la voglia di sognare cosa resta del calcio?
Anche per queste ragioni alla gioia incommensurabile dei giorni della festa corrisponde in queste ore un sentimento diverso. Di riconoscenza certo, ma anche di malinconia. Una malinconia che passerà, deve passare, ma che in queste ore non lascia spazio ad altro.
Ci mancherà il sabato all’Adriatico. Come ci mancheranno i 145 gol che abbiamo visto nelle 42 partite disputate quest’anno. Ci mancherà il filotto finale delle sette vittorie consecutive con 24 gol realizzati, 3 subiti e più di 120 tiri in porta. Ci mancheranno le facce gioiose dei suoi giovani ragazzi che, grazie anche alle sue cure, sono diventati oggetto del desiderio di tanti club blasonati di serie A.
Soprattutto ci mancherà lei, Zdenek Zeman e non solo per le imprese sportive che pure tanta gioia ci hanno regalato. Il suo impatto sulla nostra realtà, sulla nostra comunità è stato notevole e lo dimostrano le tante richieste, tutte evase, che sono giunte alla società della Pescara calcio per averla come ospite a dibattiti o nelle scuole come testimone di valori postivi. «Non è vero che non mi piace vincere. Mi piace vincere rispettando le regole» è una delle sue affermazioni più celebri che certo resterà impressa nella mente di molti bambini che l’hanno ascoltata anche perché lo ha dimostrato con l’esempio concreto. Così come ha dimostrato all’intera società italiana, e non solo alla nostra piccola comunità, che è importante credere e dare fiducia ai giovani e investirli di responsabilità. La sua squadra, la più giovane del campionato, vincente e sempre corretta in campo e fuori, è in questo senso un esempio e insieme una speranza che va oltre l’evento sportivo. Lavoro, applicazione, serietà e l’entusiasmo dei giovani sono gli ingredienti non solo per scalare le classifiche sportive ma per continuare a credere che davvero un mondo migliore è possibile.
Lo aveva detto e noi lo sapevamo, lo avevamo capito dalla serenità del suo sguardo, che a Pescara era stato bene, ma sapevamo anche che se fosse arrivata una chiamata dalla Roma, difficilmente avrebbe detto no. Così è stato. La chiamata è arrivata e lei ha detto si. La salutiamo con le parole del più grande cantautore italiano, Fabrizio de André: «Io mi dico è stato meglio lasciarci, che non esserci mai incontrati» e le auguriamo buona fortuna e grazie per questo piccolo, ma intenso, tratto di vita che abbiamo percorso insieme.


26 maggio 2012

Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente. Ovvero il mio grazie a Zdenek Zeman


Viviamo sempre un tempo altro rispetto all’unico tempo che esiste e che conta: il presente. Spesso proiettati verso un futuro migliore o attardati a ricordare ciò che eravamo e com’eravamo. E invece la vita va vissuta nell’unico tempo possibile, l’unico che esiste: il presente. È il senso del “Sabato del villaggio” che tutti abbiamo studiato alle scuole elementari. È, in fondo, la storia di Ulisse e del suo viaggiare. È più importante la meta del viaggio o il viaggiare? Io non ho mai avuto dubbi in proposito e quando s’intravede la meta è già iniziato un nuovo viaggio, è stato sempre così, sarà sempre così. È perciò il viaggiare il valore vero del viaggio, così come è la quotidianità il valore vero e immanente della nostra esistenza. Vivere e, se possibile, godersi fino in fondo tutti gli attimi della nostra vita che, messi uno accanto all’altro, determinano e disegnano il nostro percorso. Vale per le cose importanti, vale soprattutto per gli aspetti ludici. E siamo perciò arrivati al dunque. La domanda che in queste ore attraversa la città in cui vivo, Pescara, è per molti la stessa: Zdenek Zeman sarà l’allenatore della squadra in serie A? E anche la domanda che mi pongono in tante telefonate che ho ricevuto e ricevo in queste ore. Non solo telefonate ma anche mail, molte da persone che non conosco personalmente, in cui mi si chiede di essere messaggero nei confronti dell’allenatore del Pescara. Alcuni inviano poesie, altri brevi pensieri, altri ancora scrivono semplicemente grazie. Una testimonianza di affetto quasi imbarazzante che mi fa ripensare continuamente alle parole di Pier Paolo Pasolini.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».   
Aveva ragione l’ultimo vero intellettuale che ha avuto il nostro Paese, il calcio «è rito nel fondo, anche se è evasione» e il calcio unisce ciò che la società spesso divide.
In questi ultimi giorni i  quotidiani, sportivi e non, con titolo roboanti, hanno assegnato al tecnico di Praga molte panchine della serie A. Lazio, Fiorentina, Napoli, Genoa, e nelle ultime ore, sempre con più insistenza, la panchina della Roma, la città in cui vive la sua famiglia. Voci di mercato alimentate dallo strepitoso campionato che ha disputato la sua ultima creatura, il Pescara neo promosso in serie A. Questo chiacchiericcio agita non poco la vigilia dell’ultima partita di campionato, alla fine della quale ci sarà l’inizio dei festeggiamenti ufficiali voluti dalla società adriatica.
Quest’anno ho assistito a tutte le partite disputate all’Adriatico dalla squadra di Zeman e ho seguito la squadra in trasferta a Modena, Bari, Vicenza, Nocera Inferiore, Bergamo, Cittadella, Ascoli Piceno, Grosseto e Genova. Mi sono sempre divertito e ho trascorso delle bellissime giornate di festa. Soprattutto le partite in trasferta sono state un’occasione per conoscere meglio i colleghi con i quali ho viaggiato, pranzato e visitato città. Il viaggio d’andata come la costruzione di un sogno, quello di ritorno il godimento di quel sogno che si era concretizzato sotto i nostri occhi. Mentre scrivo mi torna in mente l’applauso dello stadio “San Nicola” di Bari all’uscita dal campo di Lorenzo “il primo violino” Insigne o l’emozione, scolpita sul volto di tutta la tribuna stampa, dopo aver assistito, in diretta, alla più bella azione corale di calcio in Nocerina-Pescara. Oppure il caffè che ci ha offerto uno steward prima della partita Sassuolo-Pescara. Si è avvicinato e senza che noi chiedessimo nulla ci ha invitato a bere: «Sono un estimatore di Zeman. È il miglior allenatore in circolazione e soprattutto è un grande uomo», ha detto a me e Sergio Cinquino, mio inseparabile compagno di viaggio, quasi con commozione. Ho vissuto tutti questi momenti semplicemente godendomeli e tenendo sempre a mente le parole di Pasolini, che il calcio appunto e «è rito nel fondo, anche se è evasione».
Un anno calcistico dunque indimenticabile, che mi ha riportato e restituito una felicità di bambino che non provavo da molto tempo. Per queste ragioni non mi spaventa il futuro della squadra e non mi spaventano le decisioni che prenderà  Zdenek Zeman. Sono felice di aver potuto vivere questa esperienza incredibile e sono felice di poter vivere ancora, tra poche ore, l’ultima recita del Pescara di Zeman per questo campionato. Per tutta questa gioia e bellezza che mi ha regalato l’unica necessità che avverto è di dirgli, pubblicamente, grazie, Grazie senza se e senza ma. Lo stesso grazie, senza se e senza ma, che mi auguro tutto lo stadio gli canterà questa sera.
Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente.


22 maggio 2012

Fenomenologia del Pescara di Zeman


«Che bello è... quando esco di casa... per andare allo stadio... a vedere il Pescara... che bello è...», tutti i tifosi del delfino cantano e ripetono come un mantra questa sorta di nuovo inno alla gioia. Non un motivo che inneggia a una persona, o a un simbolo, ma un modo di vivere il calcio diverso dal solito “cliché”, quasi una nuova filosofia di vita. Siamo felici perché andiamo allo stadio a vedere il Pescara così come si può andare a teatro o al cinema piuttosto che ad assistere a un concerto. Questa è la prima, e forse più grande, vittoria di Zdenek Zeman, aver riportato entusiasmo tra i tifosi e soprattutto essere riuscito nell’intento di far vivere ogni partita di calcio come una festa. In altri stadi d’Italia le società sportive sono state costrette a far stampare, anche in maniera provocatoria, enormi striscioni con le facce dei tifosi per colmare i vuoti delle gradinate, all’Adriatico questo non è mai successo perché il Pescara di Zeman richiama pubblico vero che segue le partite con entusiasmo e partecipa attivamente allo spettacolo, spesso è esso stesso spettacolo nello spettacolo. I primi segnali di quello che sarebbe diventato con il passare dei mesi un rapporto positivo e felice, si ebbero già il 21 giugno dello scorso anno, giorno della presentazione dell’allenatore di Praga al porto turistico di Pescara. Zeman aveva allenato l’anno precedente il Foggia in Lega Pro e la squadra pugliese non è certo una piazza calcisticamente troppo amata dai tifosi pescaresi, eppure quel giorno migliaia di tifosi parteciparono a quella che sarebbe diventata la prima festa di una straordinaria e indimenticabile stagione agonistica della squadra adriatica.
Tutto aveva avuto inizio qualche giorno prima. È sera, anzi quasi notte, sull’autostrada che da Milano riporta a casa, dopo una riunione in Lega calcio, Daniele Sebastiani, Eusebio Di Francesco e Daniele Delli Carri, si sta decidendo il futuro della guida tecnica del Pescara. L’allenatore della promozione in serie B ha ricevuto un’offerta dal Lecce per allenare in serie A e l’occasione è troppo ghiotta per poter dire di no. E così mentre si celebra un distacco, inaspettato e anche per questo  doloroso, si comincia a costruire la squadra del futuro. «E se chiamassimo a Pescara il maestro di Eusebio?» è la domanda che risuona nella macchina. Per un paio di minuti il silenzio regna sovrano. «Ma chi è il maestro?», ancora silenzio. «Il maestro è uno solo: Zeman». Con queste parole inizia ufficialmente sull’A14, in una calda notte di giugno, la costruzione di una squadra destinata a restare nelle statistiche e negli annali della serie B per molti anni.
Il primo acuto proprio all’esordio in campionato con la vittoria esterna contro il Verona e così di vittoria in vittoria, nel giro di pochi mesi, il Pescara si propone all’attenzione generale come una delle possibili sorprese del campionato. Non tutti sono d’accordo su questa previsione, a Pescara come nel resto d’Italia. In molti sono scettici, dubitano sulle capacità di Zeman di poter davvero costruire un nuovo giocattolo come la prima zemanlandia. Eppure i segnali e l’attenzione dei media nazionali su Zeman e la sua nuova squadra sono la spia che invece una nuova favola sta per essere scritta in riva all’Adriatico. Il segnale più evidente di questa attenzione, che cresce giorno dopo giorno, è l’invito che Fabio Fazio rivolge a Zeman per partecipare, in prima serata e di domenica, alla trasmissione televisiva “Che Tempo che fa”. Quell’invito può, a ragione, essere catalogato come la prima vera svolta positiva della stagione per la squadra adriatica e il suo mentore.
Cresce la popolarità perché aumentano le vittorie e inizia una cavalcata trionfale che porterà il Pescara di Zeman a demolire molti record sia rispetto alla storia calcistica del Pescara sia all’intera serie cadetta. E tra tutti record spicca quello che si può definire il vero marchio di fabbrica di  Zdenek: il numero dei gol realizzati. Una macchina da gol che ha trovato in Immobile, Insigne e Sansovini interpreti d’eccezione, degni e meritori, già da oggi, di giocare e competere in categorie superiori. E con i gol e le vittorie aumenta progressivamente e in modo costante la presenza dei tifosi allo stadio Adriatico fino a battere un altro record: il maggior numero di spettatori paganti di tutta la serie B. Ormai è scoppiata in città, ma anche in gran parte dell’Abruzzo, la febbre per questa squadra che sembra invincibile. Sono tantissimi i tifosi che aspettano all’aeroporto il rientro della squadra da Crotone fino a notte inoltrata. Oltre duemila persone invadono pacificamente il Poggio degli Ulivi, il centro sportivo dove la squadra si allena, prima della sfida con il Verona. Più di mille seguono la preparazione della gara interna contro il Sassuolo, questa volta all’antistadio. E centinaia sono i ragazzi e le ragazze che abbracciano i calciatori al ritorno dalla vittoria contro il Cittadella.
È un crescendo continuo di emozioni e nulla sembra essere in grado di poter fermare i ragazzi di Zeman. Ma come in tutte le più belle favole “il cattivo” si appalesa all’improvviso e soprattutto quando meno te lo aspetti. Dapprima è l’inverno, non quello zemaniano da tanti incautamente invocato, ma l’inverno metereologico che con il suo carico, anche in questo caso da record, di neve non consente alla squadra di allenarsi per molti giorni. E poi in rapida successione eventi luttuosi che sembrano poter spezzare definitivamente un sogno che in molti avevano cominciato a cullare.
L’espressione che ho letto sul volto di Zeman il giorno della morte di Franco Mancini è una delle sensazioni più tristi e di dolore che io abbia mai provato in vita mia e insieme, con quella tristezza, però ho conosciuto e mi ha attraversato un sentimento di vicinanza, un pensiero intimo e personale che mi legherà per sempre ad entrambi.
Sul più bello dunque accade l’irreparabile e la squadra, ma direi anche i tifosi e l’intera città che si è appassionata alle gesta dei nuovi e giovani eroi zemaniani, sembra essere entrata in un cono d’ombra da cui non è capace di uscire con le proprie forze.
Nello spogliatoio dell’Euganeo e prima della partita Padova-Pescara accade qualcosa che forse non conosceremo mai nella versione originale. Zdenek Zeman parla ai suoi giovani allievi. Il momento è decisivo per le sorti del campionato. I ragazzi scendono in campo e sfoderano, forse, la migliore prestazione di sempre, battendo il Padova in casa propria per 6 a 0. Al gol di Cascione, il sesto, le lacrime solcano il viso e l’espressione spesso impenetrabile di  Zdenek Zeman. Quelle lacrime sono insieme un ricordo e un regalo che «aiutano a capire meglio che la persona umana viene prima di tutto. Il calcio, pur strepitoso e oltre ogni immaginazione come quello realizzato dal Pescara contro il Padova, è solo una conseguenza di un pensiero lungo e che viene da lontano. Quel calcio esprime bellezza e la bellezza chiama altra bellezza, e come afferma il principe Miškin nell’“Idiota” di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”». Quella partita segna un’ulteriore e definitiva svolta positiva per il campionato del Pescara che regalerà emozioni e valanghe di gol ai suoi tanti, tantissimi, tifosi.
Ciò che ha costruito Zeman a Pescara, in meno di un anno, ha per questi motivi dell’incredibile. Una squadra invincibile che a detta di tutti, da Arrigo Sacchi a Pep Guardiola l’allenatore del Barcellona, esprime il miglior calcio possibile. Ma l’impresa eccezionale non è stata soltanto quella di vincere un campionato di calcio, piuttosto il modo con cui ha costruito e realizzato questo grande successo. Zeman ha vinto con una squadra ricca di giovani, giovanissimi, calciatori, in cui quelli più dotati, Lorenzo Insigne Marco Verratti, Ciro Immobile, solo per citare i più famosi, hanno messo al servizio del collettivo e quindi della squadra, il loro talento e la loro bravura. Ha vinto rispettando le regole con un comportamento in campo e fuori da parte dei suoi atleti difficilmente riscontrabile in altre realtà. Ha vinto infine rispettando sempre l’avversario e guadagnandosi anche per questo motivo la stima dei colleghi. Questa è la vera vittoria che Zdenek Zeman ha regalato al Pescara e all’intero Abruzzo. La dimostrazione plastica che se si svolge bene il proprio lavoro, si punta sui giovani come leva del cambiamento e si partecipa alla vita collettiva rispettando le regole, anche in Italia è possibile vincere. Un insegnamento che nasce dall’esempio che noi dobbiamo coltivare come uno dei fiori più belli del nostro giardino.
Nel frattempo a Pescara la festa ha avuto inizio, tutti sono felici, si abbracciano. Le strade sono piene di persone che ballano e cantano. Tra un po’ li raggiungerò anch’io. Adesso invece accendo il mio “iPod”e faccio partire “Natural mystic” di Bob Marley.
«There’s a natural mystic flowing to thru the air / If you listen carefully now you will hear…»
«Nell’aria fluttua una mistica spontanea  / Se ora ascolti attentamente la sentirai…»
È una della canzoni preferite di Franco. Franco Mancini. Il mio primo pensiero dopo questa strepitosa vittoria è per lui, “il giaguaro”. Bob Marley canta e la sua musica arriva dentro, diretta. Un bacio bello Franco, ovunque tu sia.



27 febbraio 2012

Perché non avrei convocato Buffon in nazionale


Un mio amico, uno studioso e fine intellettuale, una persona che stimo e di cui leggo quasi tutto quello che scrive, dedica un post al caso Buffon, Selvaggio e sentimentale. Il suo breve ragionamento assolve Buffon e quello che per molti è stato un gesto antisportivo, e termina in questo modo, «in Italia si perdona tutto tranne il talento».
In questa occasione non condivido nulla di ciò che il mio amico Antonio scrive. E quando ho finito di leggere il suo articolo ho capito, ancora meglio, perché proprio quando si “gioca” emergono le vere differenze tra le persone. Emergono le tante letture del mondo che “costruiscono” il mondo che abitiamo.
Il caso di cui si parla è il “gol non gol” di Muntari, calciatore del Milan che nella partita di sabato scorso ha segnato un gol regolare che l’arbitro non ha convalidato. Succede tante volte e in tante partite, perché questa volta tanto rumore?
Fondamentalmente per due motivi, il primo è che questa volta il torto non lo ha subito una comprimaria ma uno dei “padroni delle ferriere”, il Milan di Silvio Berlusconi. Il secondo motivo è che il portiere della Juventus e della nazionale italiana di calcio, nonché il più forte portiere del mondo, ha rilasciato la seguente dichiarazione nel dopopartita: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro». Buffon si riferisce al fatto che la palla aveva abbondantemente oltrepassato la linea di porta e che quindi il gol era regolare. Il Milan in quel momento vinceva la partita per 1-0 e sarebbe andato sul 2-0, mentre nel finale di partita la Juventus riesce a pareggiare con un gol di Matri.
Al triplice fischio finale succede di tutto, in campo e fuori del campo. Uno spettacolo patetico.
Iniziano i protagonisti, i calciatori, che in campo offrono un pessimo esempio a chi, come me ad esempio, guarda le partite di calcio per assistere a uno spettacolo sportivo e non alla guerra tra Oriazi e Curiazi. Prosegue il giornalista del “padrone delle ferriere” che offende in diretta televisiva l’allenatore della squadra avversaria definendolo matto e più volte “testa di cazzo”. Chiudono il sipario in maniera ancor più squallida l’ad del Milan, è stato anche presidente di Lega, Adriano Galliani e l’allenatore della Juventus, Antonio Conte. Il primo sembra si sia rivolto al secondo addebitandogli il clima pesante che si era creato alla vigilia della partita, il secondo, come riportato da tutti i quotidiani sportivi, rispondendo testualmente «Siete la Mafia del calcio». Nelle interviste del dopo partita arrivano, puntuali, le dichiarazioni di Buffon: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro».
Il mio amico Antonio si è concentrato sulla cifra tecnica della partita, con un’analisi della partita che, questa si, condivido, e sul gesto tecnico di Buffon. Io invece metto in secondo piano la partita e mi concentro sui comportamenti. Se non si stigmatizza il comportamento di Buffon si rischia che le sue parole possano diventare un modello per tanti ragazzi che praticano sport. No, Buffon non può essere un modello da proporre ma da respingere con tutte le nostre forze. Ciò che ha detto il portiere della Juventus non c’entra nulla con lo sport e la sportività. Le parole di Buffon non hanno bisogno di nessun commento, sono antisportive e ledono l’immagine stessa dello sport. La Lega dovrebbe sanzionare il giocatore, la società di appartenenza del calciatore dovrebbe pendere analoghi provvedimenti disciplinari e, soprattutto, Cesare Prandelli, l’allenatore della nazionale italiana di calcio, non avrebbe dovuto convocare Gianluigi Buffon per l’amichevole di mercoledì. Non c’entra nulla il talento di Buffon o la tensione agonistica. C’entra l’educazione e il rispetto delle regole. Se il capitano della Juventus e della Nazionale italiana di calcio pensa davvero ciò che ha detto, non può più rappresentare il nostro Paese. È un comportamento antisportivo e per questo inaccettabile per le tante persone che praticano sport o che semplicemente assistono ad avvenimenti sportivi.
Per fortuna non siamo tutti uguali, ma ci sono esempi, anche nel mondo dello sport, che seguono direzioni opposte.
Zdenek Zeman, il grande accusatore dei mali del calcio italiano, quando gli chiedono conto delle sue poche vittorie sportive risponde in questo modo: «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole». In un mondo marcio e malato come quello del calcio italiano per fortuna non tutti i protagonisti sono uguali. Ci sono persone come Buffon e persone come Zeman. Un modo di essere e di stare al mondo che non riguarda solo il mondo del calcio ma tutta la società italiana, sempre sospesa tra chi rispetta le regole, e spesso proprio per questo è perdente, e i cialtroni. 
Ne “Il giorno della civetta”, una lettura che consiglio a Gianluigi Buffon, Leonardo Sciascia ha scritto: «Io, proseguì don Mariano, ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà [...] Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini [...] E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi [...] E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito [...] E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... [...]».
Abbiamo bisogno, il calcio come la società italiana in generale, di meno pozzanghere e più di mare aperto. Più uomini e meno quaquaraqua. 


25 ottobre 2011

Il mondo di Zeman

Quanto vale in termini di marketing territoriale la presenza di Zdenek Zeman sulla panchina dei biancazzurri? Da quando è arrivato in città, in una calda e festosa giornata d’estate, il nome di Pescara associato a quello del boemo è una costante sui media nazionali. Si sta verificando ciò che successe al tempo della prima Zemanlandia quando una città di provincia come Foggia, divenne, improvvisamente, famosa in tutta l’Italia grazie alle prodezze calcistiche e al mito che stava nascendo con una squadra piena, zeppa, di ragazzi sconosciuti.
Solo per fotografare l’ultimo weekend, la carta stampata e in particolare la Repubblica gli ha dedicato ieri un profilo e una pagina con una delle sue firme più autorevoli, mentre sempre ieri ma in prima serata la televisione gli ha reso un grande tributo con la presenza nel talk show più importante della rai condotto da Fabio Fazio, Che tempo che fa
E Pescara è presente anche nelle risposte, puntuali, pungenti e ironiche che riserva al conduttore.  «Ogni mattina vedo sul lungomare di Pescara centinaia di persone che corrono e nessuno li paga». Quasi uno spot, un invito a godere di questo privilegio, per una città che mostra nuovamente il suo volto vincente e alla quale il pubblico in studio, stimolato da Fazio che ricorda la nuova vittoria della squadra e il terzo posto raggiunto in classifica, tributa un lungo applauso.  
È uno Zeman in forma smagliante. Sempre misurato, soprattutto elegante che cattura l’attenzione fin dalle prime battute. «Le regole nel calcio ci sono, basta farle applicare» tanto per ricordare a tutti che l’esilio calcistico non l'ha cambiato. E ancora «Io ubbidisco e rispetto le regole». Fazio resta rapito dalla velocità di pensiero del boemo che pur affrontando argomenti seri riesce a rendere “leggera” l’intervista. Non mancano battute esilaranti e aneddoti che contribuiscono, televisivamente parlando, a ri-comporre e ri-costruire un personaggio mai banale e di cui, in molti, abbiamo sofferto l’assenza. E perciò ad affermazioni che strappano un largo sorriso anche al conduttore, «Non vado al cinema dal 1974 da quando nei locali chiusi non si può più fumare», si giustappongono pensieri nobili e concetti che riavvicinano al mondo dello sport e del calcio in particolare, «Non bisogna mai dimenticare che il calcio è un gioco». Anche quando Fazio gli chiede dei suoi rapporti con Casillo, il suo presidente a Foggia, Zeman risponde con il sorriso sulle labbra non rinunciando però a una stoccata che restituisce l’esatta dimensione dell’uomo e del professionista. «I primi anni che allenavo il Foggia, Casillo aveva sessanta aziende e il rapporto tra noi era bellissimo. Lui curava le aziende e io potevo fare calcio. Lo scorso anno invece non aveva più aziende e si occupava anche della squadra e il rapporto ne ha risentito». I tifosi del Pescara stiano tranquilli, il patron De Cecco ha tante aziende e non ha nessuna intenzione di venderle.


24 ottobre 2011

Zeman, il rivoluzionario

Allacciate le cinture di sicurezza: è rinata Zemanlandia. Stessa sponda, quella adriatica, un po’ più a nord. «Come l’araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa», aggiornando il detto di Metastasio si può dire che Zemanlandia è rinata, ancora una volta, e che vive e prospera a Pescara.
Se ne sono accorti i tifosi che sono ritornati numerosi allo stadio e sugli spalti cantano, ballano e si divertono sognando traguardi ambiziosi dopo molti anni di apatia.
Se ne sono accorti i dirigenti che devono, giustamente, frenare facili entusiasmi.
Se ne sono accorti i suoi colleghi, in particolare quelli che affronta tutte le settimane sui campi di serie B, che ne parlano quasi con deferenza.
Se n’è accorto il primo degli allenatori, Cesare Prandelli, che lo ha incoronato maestro in occasione della partita che la nazionale italiana ha disputato a Pescara contro l’Irlanda. «Chi vuole cominciare a fare questo mestiere, o chi vuole semplicemente perfezionarsi, non può prescindere dal conoscere il modulo proposto dal boemo. Se dovessi decidere di andare a vedere una partita di calcio e pagare il biglietto, non avrei dubbi e andrei a vedere una partita di Zeman», parole che non lasciano spazio a dubbie interpretazioni.
Se ne è accorto Fabio Fazio che lo ha voluto come ospite, questa sera e in prima serata rai, nel più noto talk show della televisione italiana, “Che tempo che fa” e che lancia l’intervista con queste parole: «Zdenek Zeman, nel mondo del calcio italiano è un allenatore ormai leggendario per il suo anticonformismo, la sua integrità e il suo coraggio; scopritore di talenti - da Totti a Nedved, da Vucinic a Beppe Signori - mescola un’etica d’altri tempi, fondata su fatica e disciplina, a una concezione del calcio come puro spettacolo e divertimento, per il pubblico e per i giocatori in campo; nel 1998, le sue dure accuse sul dilagare del doping fecero scoppiare lo scandalo che travolse la Juventus e tutta la Serie A; emarginato dal sistema calcistico italiano, nel 2010, però, è tornato ad allenare il Foggia in Serie C; attualmente guida, in Serie B, il Pescara, quarto in classifica». Anticonformismo, integrità e coraggio gli aggettivi utilizzati per descrivere Zdenek Zeman, il rivoluzionario. Nel frattempo, lui, il boemo, sorride e guarda avanti e lontano. Come sempre.
Il circo mediatico ha dunque nuovamente acceso i riflettori su di lui. La lunga traversata nel deserto sembra essere terminata. L’ostracismo perpetrato nei suoi confronti per le idee e i pensieri sul calcio contemporaneo da parte di squallidi personaggi che oggi frequentano solo aule di giustizia e non più i campi di calcio, forse, è terminato. È dovuto ripartire dalla Lega Pro, la vecchia serie C per i più romantici, e dopo un ottimo campionato in cui ha scovato, come spesso accade, giovani campioni, Lorenzo Insigne il talento più prezioso, è di nuovo nel calcio che conta. Non era facile ripartire dai semiprofessionisti per un allenatore considerato tra i più bravi del calcio italiano. Anche perché la sua lunga gavetta l’aveva fatta tutta. Nove anni alla guida delle giovanili del Palermo, dal 1974 al 1983. Tre anni al Licata dal 1983 al 1986 portando i siciliani dalla C2 alla C1. Poi la prima, fugace apparizione a Foggia nel 1986 e ancora il Parma e il ritorno in Sicilia alla guida del Messina di Totò Schillaci. Dal 1989 e fino al 1994 costruisce vittoria dopo vittoria, e gol dopo gol, il suo capolavoro, nasce Zemanlandia. Questo l’appellativo per la sua squadra attribuito dalla stampa nazionale. Conduce il Foggia dall’anonimato della serie B alla ribalta della serie A sfiorando la qualificazione in coppa Uefa con una squadra di giovani sconosciuti che diventeranno nel giro di pochi anni calciatori affermati e in qualche caso, giovani campioni. Giuseppe Signori, Ciccio Baiano, Roberto Rambaudi, Luigi Di Biagio, solo alcuni dei calciatori che con Zeman sono diventati importanti. Poi tre anni con la Lazio e due con la Roma. Gli anni in cui Signori vinceva per la classifica dei cannonieri di Serie A e Francesco Totti faceva il suo vero esordio in campionato. Poi in una calda e tranquilla giornata d’estate, era il 25 luglio del 1998, la sua squadra, la Roma, era in ritiro a Predazzo e stava svolgendo la preparazione per il nuovo campionato, il tecnico boemo rilascia un’intervista che scuote dalle fondamenta il “palazzo” del calcio italiano. Quella stessa estate, prima che Zeman esternasse le sue considerazioni sul calcio ci fu il più grande scandalo di doping della storia della corsa ciclistica più importante del mondo, il Tour de France. Nella macchina del responsabile della squadra Festina, Willy Voet, fu trovata una grande quantità di sostanze proibite e la squadra fu squalificata. Uno scandalo che portò all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il ruolo del doping non solo nel ciclismo ma in tutto lo sport. In questo contesto s’inserisce l’intervista di Zeman che, unico tra tutti i professionisti del mondo del calcio, ha il coraggio di esplicitare una verità che era sotto gli occhi di tutti. «A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco». Questo il cuore delle sue dichiarazioni che gli procureranno, di fatto, l’esclusione dal calcio che conta. Sarà il suo ultimo anno alla Roma che terminerà il campionato al quarto posto con l’attacco più prolifico del campionato, sessantanove gol, dieci in più del Milan che vinse il campionato. Inizia così un lungo periodo, in cui le ombre prendono il posto della luce solare che aveva caratterizzato tutta la prima parte della sua carriera, che lo vede sulla panchina di Fenerbahçe, Napoli, Salernitana, Salernitana, Avellino, Lecce, Brescia, Lecce, Stella Rossa Belgrado. Non sembra esserci più posto per Zeman nel calcio italiano che conta, eppure gli allenatori che lavorano in serie A o in serie B non hanno vinto più di lui.
«Il tempo è galantuomo e rimette ogni cosa al suo posto» scriveva Voltaire e così è stato per l’allenatore venuta dall’Est che in più occasioni ha affermato di sentirsi più italiano di tanti allenatori italiani. Un anno di purgatorio nei semiprofessionisti e quest’anno, la prima vera, nuova, occasione in serie B con il Pescara del patron De Cecco. Non è cambiato. Stessa filosofia e stesso credo calcistico. Un manipolo di giovani calciatori da lanciare nel panorama calcistico nazionale, Insigne, Immobile, Capuano, Romagnoli, Brosco, Bacchetti, Verratti, e lo stesso, immutabile, desiderio di far divertire i tifosi. 
«Raramente mi capita di dire una bugia. Per questo mi sento solo. É un mondo, il nostro, in cui se ne dicono tante». Non è più così mister Zeman. Oggi lei è un po’ meno solo. Ha aiutato il calcio italiano a guardarsi allo specchio e ad affrontare i suoi problemi sia da un punto di vista calcistico sia da un punto di vista etico e per questo gli siamo riconoscenti e grati. Per sempre.
L’introduzione di Fabio Fazio è già superata, Zeman è sempre un passo in avanti a tutti, ha vinto di nuovo e il suo Pescara è terzo, non quarto.


13 settembre 2011

Fenomenologia di Zeman



«Come spiegherebbe a un bambino cos’è la felicità?» chiesero una volta a Eduardo Galeano, «Non glielo spiegherei», rispose, «gli darei un pallone per farlo giocare». Giocare con un pallone è sinonimo di felicità per il grande scrittore uruguaiano che al pari di tanti intellettuali sudamericani, con Osvaldo Soriano, l’autore di “Triste solitario y final”, su tutti,  non ha mai snobbato il gioco del calcio. Al contrario gli ha dedicato libri e molte sue riflessioni sul tema sono state pubblicate dai più prestigiosi giornali del mondo. Se per un attimo chiudiamo gli occhi e ci lasciamo trasportare dalla fantasia riusciamo perfino a vedere il bambino di Galeano che, con il pallone tra i piedi, corre verso la porta avversaria e prova a segnare un gol. L’essenza del calcio in fondo è tutta qui: segnare un gol in più dell’avversario. Vincere e farsi sommergere dall’abbraccio dei compagni di squadra. Il calcio che propone Zdenek Zeman è proprio questo: la ricerca costante del gol, non casuale ma attraverso la costruzione di un gioco di squadra. Un calcio tutto d’attacco che predilige il costruire. Le squadre di Zeman non scendono in campo per distruggere il gioco dell’avversario, cercano il gol e la vittoria attraverso la costruzione del proprio gioco. Una filosofia di vita più che un’esigenza tattica. Il tecnico venuto da Praga è un uomo normale in un mondo, quello del calcio, che normale non lo è mai stato. Una persona a cui piace il proprio lavoro e a cui piace lavorare, abituato ad esprimere sempre il proprio pensiero senza infingimenti e senza troppi calcoli. Come quando con la sua attuale squadra, il Pescara, piazza otto calciatori sulla linea di centrocampo in attesa del calcio d’inizio, nemmeno i bambini quando giocano in spiaggia osano tanto. Zeman è così: prendere o lasciare.
«A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare […] Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi», è ancora il pensiero di Eduardo Galeano, parole non molto diverse da quelle pronunciate da Zeman nel 1998, e che fecero tremare il “palazzo” del calcio. «A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco». Calcio come gioco, divertimento, e ricerca della vittoria senza barare, senza trucchi. La proposizione di uno spettacolo agonistico in grado di soddisfare i tifosi per riempire gli stadi con gente in carne ed ossa e non con striscioni in cui sono dipinte persone che sventolano bandiere anch’esse dipinte, così com’è capitato di vedere recentemente in alcuni stadi italiani.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo». Così si esprimeva Pier Paolo Pasolini in un’intervista a Guido Gerosa per “l’Europeo” nel dicembre del 1970. E l’assoluto rispetto che Zeman manifesta nei confronti dei tifosi, ma più in generale rispetto al pubblico che assiste alle partite di calcio, sembra trovare un fondamento culturale, quasi filosofico, e contestualmente un riscontro nel pensiero del poeta che riposa a Casarsa, uno degli intellettuali più raffinati che l’Italia abbia mai avuto.
Quando arrivò in Italia, nel 1968 a ventuno anni, da una Cecoslovacchia privata della sua autonomia e della libertà, era semplicemente il nipote di Cestmír Vycpálek, oggi è Zdenek Zeman. Un uomo, prim’ancora che un insegnante di calcio, amato e rispettato per le sue idee e per i valori che queste esprimono. In una società sospesa tra l’effimero e l’apparire la sua figura si erge come eroe culturale, quasi come civilizzatore di una società. «Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente» e ancora «Pretendo che ogni giocatore dia il meglio di se stesso, nel rispetto dell’esigenza di fare spettacolo. Se non vinciamo, nessun dramma. Mi basta che i ragazzi abbiano dato il massimo». Per giungere all’affermazione più forte, «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole», che in un contesto come quello del calcio professionistico suona quasi come rivoluzionaria. A differenza di molti suoi colleghi si occupa personalmente della preparazione fisica della squadra, si è diplomato all’Isef di Palermo con il massimo dei voti con una tesi in medicina dello sport, quasi a voler continuamente dimostrare che non c’è nessuna differenza tra teoria e pratica.
Per tutte queste ragioni, esercita un carisma che supera il mondo dello sport che va oltre le stesse divisioni che questo, alcune volte, artificialmente alimenta. Ha allenato la Lazio e successivamente la Roma ed entrambe le tifoserie lo amano. È applaudito in quasi tutti gli stadi d’Italia e le tifoserie avversarie lo rispettano. Durante le sedute di allenamento infrasettimanali, non è difficile vedere sugli spalti giovani allenatori che prendono appunti e cercano di carpire i segreti del suo mestiere. Gli hanno dedicato un film, “Zemanlandia” il titolo, alcuni libri ed è il protagonista del romanzo di Manlio Cancogni, “Il mister”. Antonello Venditti gli ha dedicato una canzone, “La coscienza di Zeman” contenuta nell’album “Goodbye Novecento” che bene esprime e sintetizza il suo pensiero sul calcio e sulla vita. «È una torrida sfida, ideologicamente proibita, agli schemi d’attacco, il palazzo risponde col tacco. Ma il tempo sta scadendo ormai, tieni palla dai, il pareggio mai, tu non lo firmerai, Perché non cambi mai[…] La folla sta impazzendo ormai, all’attacco vai, in difesa mai, tu non ti fermerai, Perché non cambi mai, Perché non cambi mai».
Cultura del lavoro, idee, valori, serietà, spirito di sacrificio, l’interesse generale (della squadra) prima di quello del singolo e cultura, se ci pensate bene è tutto ciò che serve per guadare questo tempo sbandato che abitiamo.
Ma ora è giunto il tempo di scendere in campo. Tutti in piedi a battere le mani, gioca il Pescara di Zeman. Non è ancora Zemanlandia, quando lo sarà bisognerà allacciare le cinture di sicurezza. Nell’attesa, buon calcio a tutti e divertitevi.


24 marzo 2011

Dieci cose per cui vale la pena vivere



Alla fine ho ceduto anch'io. Ecco la mia lista. Le dieci cose per cui vale la pena vivere.

  1. Fare l’amore con chi t’intendi senza aver bisogno di parole;
  2. Vedere le donne che diventeranno Carla e Caterina;
  3. Il gelato di Caprice;
  4. Leggere un libro al mare da mattina a sera;
  5. Zdenek Zeman;
  6. Ascoltare le canzoni di Fabrizio De Andrè;
  7. La pizza con la cipolla, capperi e acciughe;
  8. Viaggiare per poter ritornare a casa;
  9. Respirare a pieni polmoni il profumo del gelsomino e ripensare a quando ero bambino;
  10. Scrivere per raccontare.


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