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24 ottobre 2011

Zeman, il rivoluzionario

Allacciate le cinture di sicurezza: è rinata Zemanlandia. Stessa sponda, quella adriatica, un po’ più a nord. «Come l’araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa», aggiornando il detto di Metastasio si può dire che Zemanlandia è rinata, ancora una volta, e che vive e prospera a Pescara.
Se ne sono accorti i tifosi che sono ritornati numerosi allo stadio e sugli spalti cantano, ballano e si divertono sognando traguardi ambiziosi dopo molti anni di apatia.
Se ne sono accorti i dirigenti che devono, giustamente, frenare facili entusiasmi.
Se ne sono accorti i suoi colleghi, in particolare quelli che affronta tutte le settimane sui campi di serie B, che ne parlano quasi con deferenza.
Se n’è accorto il primo degli allenatori, Cesare Prandelli, che lo ha incoronato maestro in occasione della partita che la nazionale italiana ha disputato a Pescara contro l’Irlanda. «Chi vuole cominciare a fare questo mestiere, o chi vuole semplicemente perfezionarsi, non può prescindere dal conoscere il modulo proposto dal boemo. Se dovessi decidere di andare a vedere una partita di calcio e pagare il biglietto, non avrei dubbi e andrei a vedere una partita di Zeman», parole che non lasciano spazio a dubbie interpretazioni.
Se ne è accorto Fabio Fazio che lo ha voluto come ospite, questa sera e in prima serata rai, nel più noto talk show della televisione italiana, “Che tempo che fa” e che lancia l’intervista con queste parole: «Zdenek Zeman, nel mondo del calcio italiano è un allenatore ormai leggendario per il suo anticonformismo, la sua integrità e il suo coraggio; scopritore di talenti - da Totti a Nedved, da Vucinic a Beppe Signori - mescola un’etica d’altri tempi, fondata su fatica e disciplina, a una concezione del calcio come puro spettacolo e divertimento, per il pubblico e per i giocatori in campo; nel 1998, le sue dure accuse sul dilagare del doping fecero scoppiare lo scandalo che travolse la Juventus e tutta la Serie A; emarginato dal sistema calcistico italiano, nel 2010, però, è tornato ad allenare il Foggia in Serie C; attualmente guida, in Serie B, il Pescara, quarto in classifica». Anticonformismo, integrità e coraggio gli aggettivi utilizzati per descrivere Zdenek Zeman, il rivoluzionario. Nel frattempo, lui, il boemo, sorride e guarda avanti e lontano. Come sempre.
Il circo mediatico ha dunque nuovamente acceso i riflettori su di lui. La lunga traversata nel deserto sembra essere terminata. L’ostracismo perpetrato nei suoi confronti per le idee e i pensieri sul calcio contemporaneo da parte di squallidi personaggi che oggi frequentano solo aule di giustizia e non più i campi di calcio, forse, è terminato. È dovuto ripartire dalla Lega Pro, la vecchia serie C per i più romantici, e dopo un ottimo campionato in cui ha scovato, come spesso accade, giovani campioni, Lorenzo Insigne il talento più prezioso, è di nuovo nel calcio che conta. Non era facile ripartire dai semiprofessionisti per un allenatore considerato tra i più bravi del calcio italiano. Anche perché la sua lunga gavetta l’aveva fatta tutta. Nove anni alla guida delle giovanili del Palermo, dal 1974 al 1983. Tre anni al Licata dal 1983 al 1986 portando i siciliani dalla C2 alla C1. Poi la prima, fugace apparizione a Foggia nel 1986 e ancora il Parma e il ritorno in Sicilia alla guida del Messina di Totò Schillaci. Dal 1989 e fino al 1994 costruisce vittoria dopo vittoria, e gol dopo gol, il suo capolavoro, nasce Zemanlandia. Questo l’appellativo per la sua squadra attribuito dalla stampa nazionale. Conduce il Foggia dall’anonimato della serie B alla ribalta della serie A sfiorando la qualificazione in coppa Uefa con una squadra di giovani sconosciuti che diventeranno nel giro di pochi anni calciatori affermati e in qualche caso, giovani campioni. Giuseppe Signori, Ciccio Baiano, Roberto Rambaudi, Luigi Di Biagio, solo alcuni dei calciatori che con Zeman sono diventati importanti. Poi tre anni con la Lazio e due con la Roma. Gli anni in cui Signori vinceva per la classifica dei cannonieri di Serie A e Francesco Totti faceva il suo vero esordio in campionato. Poi in una calda e tranquilla giornata d’estate, era il 25 luglio del 1998, la sua squadra, la Roma, era in ritiro a Predazzo e stava svolgendo la preparazione per il nuovo campionato, il tecnico boemo rilascia un’intervista che scuote dalle fondamenta il “palazzo” del calcio italiano. Quella stessa estate, prima che Zeman esternasse le sue considerazioni sul calcio ci fu il più grande scandalo di doping della storia della corsa ciclistica più importante del mondo, il Tour de France. Nella macchina del responsabile della squadra Festina, Willy Voet, fu trovata una grande quantità di sostanze proibite e la squadra fu squalificata. Uno scandalo che portò all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il ruolo del doping non solo nel ciclismo ma in tutto lo sport. In questo contesto s’inserisce l’intervista di Zeman che, unico tra tutti i professionisti del mondo del calcio, ha il coraggio di esplicitare una verità che era sotto gli occhi di tutti. «A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco». Questo il cuore delle sue dichiarazioni che gli procureranno, di fatto, l’esclusione dal calcio che conta. Sarà il suo ultimo anno alla Roma che terminerà il campionato al quarto posto con l’attacco più prolifico del campionato, sessantanove gol, dieci in più del Milan che vinse il campionato. Inizia così un lungo periodo, in cui le ombre prendono il posto della luce solare che aveva caratterizzato tutta la prima parte della sua carriera, che lo vede sulla panchina di Fenerbahçe, Napoli, Salernitana, Salernitana, Avellino, Lecce, Brescia, Lecce, Stella Rossa Belgrado. Non sembra esserci più posto per Zeman nel calcio italiano che conta, eppure gli allenatori che lavorano in serie A o in serie B non hanno vinto più di lui.
«Il tempo è galantuomo e rimette ogni cosa al suo posto» scriveva Voltaire e così è stato per l’allenatore venuta dall’Est che in più occasioni ha affermato di sentirsi più italiano di tanti allenatori italiani. Un anno di purgatorio nei semiprofessionisti e quest’anno, la prima vera, nuova, occasione in serie B con il Pescara del patron De Cecco. Non è cambiato. Stessa filosofia e stesso credo calcistico. Un manipolo di giovani calciatori da lanciare nel panorama calcistico nazionale, Insigne, Immobile, Capuano, Romagnoli, Brosco, Bacchetti, Verratti, e lo stesso, immutabile, desiderio di far divertire i tifosi. 
«Raramente mi capita di dire una bugia. Per questo mi sento solo. É un mondo, il nostro, in cui se ne dicono tante». Non è più così mister Zeman. Oggi lei è un po’ meno solo. Ha aiutato il calcio italiano a guardarsi allo specchio e ad affrontare i suoi problemi sia da un punto di vista calcistico sia da un punto di vista etico e per questo gli siamo riconoscenti e grati. Per sempre.
L’introduzione di Fabio Fazio è già superata, Zeman è sempre un passo in avanti a tutti, ha vinto di nuovo e il suo Pescara è terzo, non quarto.


13 ottobre 2009

Zemanlandia



«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci.
Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro» così scriveva Pier Paolo Pasolini, e per tre anni, dal 1990 al 1993, lo stadio Pino Zaccheria di Foggia è stato il tempio di una rappresentazione sacra che si officiava tutte le domeniche e che prenderà il nome di Zemanlandia.
Giuseppe Sansonna, giovane regista pugliese, recupera una piccola storia del calcio, la trasporta su pellicola cinematografica e la trasforma in film. E anche la presentazione ufficiale del film, svoltasi a Roma alla Casa del Cinema, in una sala gremita in ogni ordine di posto, scriverebbe un bravo cronista, si trasforma nella celebrazione di un rito.

Una piccola storia di provincia, una storia di calcio d’altri tempi.

Un giovane allenatore boemo che aveva allenato per nove anni le squadre giovanili del Palermo e poi in tre anni aveva portato il Licata dal calcio dilettantistico alla serie C1, Zednek Zeman nipote di Cestmír Vycpálek, viene chiamato dal presidente del Foggia Calcio, Pasquale Casillo, ad allenare la squadra dei rossoneri. Arrivato tra lo scetticismo generale, in poco, pochissimo tempo, Zdenek Zeman riesce a conquistare il cuore dei tifosi. Il suo Foggia gioca in velocità, è spregiudicato. Una zona pura e un modulo, il 4-3-3, che trova nel trio Rambaudi, Baiano e Signori, i finalizzatori di un grande lavoro collettivo.

In quegli anni il piccolo stadio di Foggia, poco più di 25.000 spettatori la capienza, è sempre sold out. Il tifo oltrepassa i confini della città e si allarga a tutta la Puglia e poi alla Basilicata. Molti anche i napoletani. I giornali nazionali, sportivi e non, dedicano intere pagine, tutti i giorni, al Foggia di Zeman. Quel Foggia che di lì a poco diverrà per sempre Zemanlandia.

Ma perché la squadra di calcio di una piccola provincia italiana suscita tutto questo entusiasmo? Perché Zeman, diviene a trentasette anni, un cult?

Il film ci aiuta a capire che le risposte a questi interrogativi risiedono, prim’ancora che nella formula di gioco attuata da quella squadra, in una vera e propria filosofia di vita: vincere giocando all’attacco, sempre, e senza barare. Il calcio è gioia e divertimento per chi lo pratica, ma soprattutto per chi lo guarda. E quelle domeniche, quando Zemanlandia si esibiva, e lo stadio sembrava venire giù per l’entusiasmo, il calcio riacquistava la sua dimensione più popolare.

Qualche anno più tardi, quando rispondendo a una domanda di un giornalista Zeman fece scoppiare lo scandalo del doping, la funzione ludica del calcio resta una costante nelle dichiarazioni dell’allenatore boemo.

«A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un industria e sempre meno un gioco.»

Una filosofia di vita appunto, un’idea felice della vita. Un’idea che lo pone accanto a grandi intellettuali che hanno amato il calcio e che come lui cercavano nei dribbling e nei gol la catarsi.

«Come spiegherebbe a un bambino cos’è la felicità?» chiesero una volta a Eduardo Galeano, «Non glielo spiegherei», rispose, «gli darei un pallone per farlo giocare.»




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permalink | inviato da oscarb il 13/10/2009 alle 11:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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