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9 dicembre 2011

Paz, Grossman, Melchiorre e Hughes, regali da leggere...


Un bel regalo, per voi, per i vostri figli o per i figli dei vostri amici è Che Pazienza (Gallucci, libro+dvd, € 12,00) di Andrea Pazienza. Avventure animate pensate e disegnate dall’indimenticabile Paz. Un leone blu, un elefante rosa, una giraffa, un pappagallo, una tapira, un orso, dei polli e una pulce agiscono a Pazcity e mettono in scena sei storie fantastiche insieme ironiche e molto educative. Da “Gigione non si lava” a “Rifiuti urbani” che termina con uno slogan utile anche per le nostre città reali, «Fu così che tutti infine capirono il trucco: differenziare e riciclare…e la spazzatura scompare». E poi ancora “Cunicoli e tombini”, “Le ombre della città”, “Polletti in bicicletta”, per finire con “Segnaletica nel caos” che ci ricorda l’importanza del rispetto delle regole. Un’ora tutta da godere con la «simpatica combriccola» messa insieme da Paz e poi ancora il libro da leggere e da rileggere, perché Paz, un “diamante” unico nel panorama del fumetto italiano, ha sempre riconosciuto un ruolo importante alle parole nei suoi disegni. Chi, al contrario, delle parole fa il suo unico strumento di trasmissione del pensiero è David Grossman, che con Storie per una buonanotte (Mondadori, 96 pp., € 15,00) consegna a genitori e figli due favole, molto ben illustrate da Katja Gehrmann e Giulia Orecchia, che allieteranno i sogni di molti. «[…] il momento della storia-della-buonanotte crea una specie di bolla di vicinanza e tenerezza nella quale le tensioni possono dileguarsi, svanire, e i due complici della storia – il genitore e il bambino – hanno l’occasione di raggiungere un luogo primario e profondo dentro di sé, e anche dentro il legame fra loro». Le parole di David Grossman nella postfazione ai due racconti, “Buonanotte giraffa” e “Un milione di anni”, storie da leggere e da guardare, che aiutano a riflettere e dalle quali si può imparare molto. Così come si può imparare molto dal lavoro di Roberto Melchiorre, Manga e il fantasma dell’abate Leonate, (Edizioni Le matite colorate, 80 pp., € 9,50). Con un interessante intreccio narrativo Melchiorre riesce a raccontare contemporaneamente una favola e a parlare, con cognizione di causa, della storia architettonica di uno dei gioielli più preziosi del patrimonio artistico abruzzese, l’abbazia di Castiglione a Casauria. «Domani pomeriggio andremo a visitare l’Abbazia di San Clemente a Casauria, disse il papà quando la cena era appena iniziata. “Uffà”, sbottò Alice, […] Tuo padre ha avuto un’ottima idea, […] anche perché l’Abbazia è stata riaperta proprio di recente, dopo il restauro seguito al terremoto dell’aprile del 2009», e subito dopo incontri un piccolo box colorato, come un post-it, che riporta i dati più significativi del terremoto che ha colpito L’Aquila e il suo territorio. Favola, cultura e informazioni, ingredienti ben dosati che fanno leggere il lavoro di Melchiorre, ben illustrato dalla mano di Marta Monelli, come una piacevole conferma della sua bravura anche come insegnante. E a un bravo insegnante deve sicuramente la sua fortuna, come persona prim’ancora che come scrittore, Gregory Hughes che con Sganciando la luna dal cielo (Feltrinelli, 272 pp., € 15,00) suo libro d’esordio è stato insignito del Booktrust Teenage Prize nel Regno Unito. Un’infanzia turbolenta conduce Hughes in un’adolescenza ancor più traumatica che lo porterà a conoscere le stanze di un riformatorio e sarà proprio l’incontro con un bravo insegnante la sua ancora di salvezza che farà emergere anche il suo talento letterario. La storia narrata è quella di due fratelli, Marie-Claire e Bob, che vivono una vita relativamente tranquilla a Winnipeg, piccolo paese del Canada. Un giorno, tornando da scuola scoprono di essere diventati orfani e decidono di abbandonare il loro piccolo mondo per trasferirsi a New York e cercare uno zio, fratello del padre appena defunto. Arrivati nella grande mela incontrano un mondo a loro sconosciuto che riserverà tanti colpi di scena e un finale sorprendente da leggere tutto d’un fiato.


15 agosto 2011

Ritratto di Sandro Visca


Sandro Visca ha vissuto e vive d’arte. Fuori da circuiti mondani e carovane commerciali, in uno spazio sempre troppo poco popolato, una sorta di linea di mezzeria, da dove è più facile ascoltarsi e ascoltare, vedere oltre che guardare. Frequenta da sempre le vie mediane. Sin da adolescente quando la montagna, e la montagna per un aquilano di nascita è il Gran Sasso, ha esercitato su di lui un fascino irresistibile. «Ognuno va in montagna come sa andare, dai sesti gradi in parete, alle traversate in alta quota o alle passeggiate. A me si può incontrare spesso nella via di mezzo». Una frequentazione assidua e continua nel tempo con quella «realtà pietrosa» che ha certamente aiutato e accompagnato la crescita di un ragazzo sensibile che si esercita a vedere laddove molti non si avventurano. «Scrutavo si con attenzione la via ma cercando sempre di capire lungo il cammino una moltitudine di metafisici ritrovamenti, sedimenti di antiche comunità agropastorali e religiose, che ormai logori e patinati dalle impietose intemperie d’alta quota, sembravano celarsi al mio passaggio». Come un continuo allenamento, un esercizio a dissodare e a disvelare saperi accumulati e sedimentati con il tempo. Questa particolare attitudine a cercare ciò che già c’è ma non si vede diverrà negli anni una delle caratteristiche principali del suo lavoro. Un personalissimo marchio di fabbrica già riscontrabile nelle prime apparizioni pubbliche. Espone per la prima volta in una personale a diciassette anni a L’Aquila, la sua città. I primi lavori sono paesaggi. Al colore accosta smalti e brandelli di stoffa e inizia un percorso conoscitivo che lo porterà pochi anni dopo il suo esordio a incontrare sulla strada della sua formazione un vero e riconosciuto maestro: Alberto Burri. Già in questi primi anni, l’utilizzo e l’accostamento di diversi materiali non ha mai una funzione meramente decorativa. Il lavoro di Visca non è mai decorazione fine a se stessa, ma sempre manipolazione di materiali alla ricerca di una nuova forma espressiva e di un nuovo senso.
Il ricordo dell’incontro con Burri ricorre spesso nelle chiacchierate con Sandro Visca, come a sottolineare uno dei momenti importanti e, per alcuni aspetti, fondativi della sua crescita artistica e umana. «Nel 1969 incontrai Burri, ero collaboratore artistico del Teatro Stabile de L’Aquila e realizzai per lui tre fondali di dieci metri per sette. Due combustioni di plastica, una bianca e una rossa, e un sacco. Erano scenografie per “L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone con la regia di Valerio Zurlini. Burri firmava le scene e io le realizzavo manualmente. Arrivai a San Miniato, dove ci fu la prima rappresentazione dello spettacolo, che pioveva e per due giorni non riuscii a far vedere il lavoro svolto. Ero nervoso. Quando finalmente i lavori furono issati sul fondale del palcoscenico partì un lungo applauso e la tensione si stemperò. Fu così entusiasta che m’invitò a cena a Firenze, da Sabatini. Non era quel misantropo che descrivevano». Da questo momento in poi la dimensione artistica di Visca si misura con una dimensione nazionale, riconosciuta e legittimata da una serie di mostre sempre più importanti che lo vedono esporre suoi lavori dappertutto. Milano, Bologna, Roma, Torino. Nel 1973 giunge anche la chiamata per partecipare alla XV Triennale di Milano.
«L’Aquila mi stava strettissima», ricorda Visca ripensando a quegli anni, e le sirene che provengono dai grandi centri urbani, Roma e Milano innanzitutto, sono irresistibili. Sono anche gli anni della scoperta del Sudamerica, del Perù, la Cordigliera delle Ande. «La cultura della terra è uguale dappertutto. Sono diverse le tradizioni ma ci sono assonanze straordinarie». Questo viaggio è come un ritorno alle origini. Ri-scoprire gli aspetti essenziali della vita e i valori che non mutano, come la sacralità della montagna e l’inviolabilità della natura. Pensieri che avevano già caratterizzato, fin dall’inizio della carriera, il suo modo di essere e la sua arte quando giovanissimo sentì l’esigenza di effettuare un vero e proprio pellegrinaggio laico sulla cima del Gran Sasso, la montagna di casa. «Il film, “Un cuore rosso sul Gran Sasso”, l’ho progettato nel 1970 e realizzato nel 1975. Mosso da un risentimento personale nei confronti dell’apertura di una strada che aveva “ferito” Campo Imperatore per giungere sino all’albergo. Una strada, come successivamente il tempo ci ha confermato, resta chiusa da settembre fino ad Aprile. Ho reagito a modo mio con un segno forte. Un pensiero poetico. Un cuore rosso». È l’uomo che si ribella ma è l’artista che prevale e fornisce lo strumento, l’idea, la forma, alla protesta. Germi d’insofferenza che denotano una naturale propensione alla libertà, alla necessità di manifestare sempre e comunque il proprio pensiero, la propria idea del mondo. Insofferenza che si manifesta nuovamente qualche anno più tardi, questa volta nei confronti di ciò che sta diventando il mercato dell’arte, quando decide di far ritorno in Abruzzo dopo una felice e produttiva esperienza professionale sviluppata tra Roma e Milano. Sceglie Pescara e l’insegnamento al liceo artistico, oggi intitolato a Giuseppe Misticoni, per coltivare la sua crescita artistica. «Oggi l’arte è solo mercato. Gestita esclusivamente dal potere economico e rivolta solo a una spettacolarizzazione fine a se stessa. È il sistema economico che sceglie due o tre persone, tutto il resto è contorno. Per creare il valore di un’artista c’è bisogno di tre punti fissi. Un critico che teorizza il suo punto di vista, un collezionista miliardario pronto ad acquistare a cifre esorbitanti e il direttore di un museo che acclude il timbro ufficiale. Se sono disponibili questi tre passaggi è possibile far diventare importante qualsiasi cosa». Non è una resa, ma una nuova provocazione per «riappropriarci di una capacità creativa adatta a vivere una realtà moderna più vicina ai valori e alle esigenze della nostra misura umana». E oggi, a trentasei anni da quel pellegrinaggio laico, la Biennale di Venezia fa del “Cuore rosso sul Gran Sasso” uno degli eventi speciali del Padiglione Italia. Un riconoscimento tangibile per un’artista che non ha venduto la sua anima.
«Il cuore rosso di pezza è solo il tentativo di indicare un luogo da vivere fuori dalle mode, da amare, non da conquistare, da proteggere, non da possedere». In questo tempo sbandato e confuso che abitiamo l’arte di Sandro Visca è come un’ancora di salvataggio in mezzo al mare e quel cuore rosso sulle alte vette del Gran Sasso un momento di sospensione. Una pausa di riflessione per ri-costruire un’equilibrio possibile tra un mondo interno e un mondo esterno a noi che l’accelerazione senza freni e senza senso di questa modernità, travolgendo tutto e tutti, artisti e intellettuali in primo luogo, rischia di rompere per sempre.


12 aprile 2010

Paz, Annibale e il cane Astarte


Storia di Astarte è l’ultima che Andrea Pazienza ha “visto”, disegnato e scritto. Le prime tavole di una narrazione epica, rimasta incompiuta, interrotta in una «fresca sera di giugno» del 1988.
«Una notte, mi apparve in sogno un cane nero, orbo, così brutto che mi svegliai» è l’incipit di Storia di Astarte, un sogno che diventa un incubo, così è anche una delle tavole più belle di Paz che introduce Le straordinarie avventure di Pentothal, il suo primo lavoro. Qui Paz si ritrae in primo piano, di profilo, testa sprofondata nel cuscino, occhi chiusi con la fronte madida di sudore, sovrastato dal suo sogno/incubo, una tavola nera illuminata dal bianco di forme, numeri, topi che corrono in tutte le direzioni. Era il 1977 e con quelle tavole iniziava una nuova era per il fumetto italiano. A distanza di undici anni Pazienza riparte da dove aveva iniziato. Ancora una volta un sogno che si trasforma in incubo, e che assume le sembianze di un cane: il cane di Annibale, Astarte. Nell’opera le gesta del grande condottiero cartaginese vengono viste attraverso la vita di Astarte, che è stato scelto e addestrato per diventare il capo dei cani da guerra di Annibale. Pazienza offre qui una prova di maturità, inaugurando un filone che sarebbe potuto diventare un nuovo inizio. C’è una consapevolezza maggiore, «in cui Andrea ritrova l’entusiasmo per il segno» che contestualmente vede crescere anche la dimensione letteraria dove l’oggetto della narrazione non è più solo il frutto della pura ed esplosiva invenzione o del talento infinito da tutti ri-conosciuto, ma anche di un lungo lavoro di studio e di preparazione. E perciò quando leggiamo e associamo alle parole le immagini siamo trasportati direttamente in una dimensione e in un tempo altri. «Mentre l’immane esercito risaliva la Spagna, io e mio fratello spiavamo dal carro il lavoro dei cani, che sembravano tessere, con il loro andirivieni tra le zampe dei cavalli, una rete tra la polvere che rinsaldava l’armata.» È Astarte che parla e sembra quasi di sentire in bocca quell’impasto di polvere e terra e stanchezza che i disegni aiutano a comprendere. Una scrittura ispirata e per certi versi onomatopeica. Così come quando c’imbattiamo in «L’alba sorse sanguinosa», nell’immediata vigilia del combattimento, siamo consapevoli che alla pagina successiva ci attende il redde rationem.

La tecnica con cui Paz restituisce la dinamica degli avvenimenti si avvicina molto a quella del cinema. La narrazione avviene su più livelli. Panoramica: quando entriamo in Cartagine e scopriamo, tra le tante figure che si materializzano sotto i nostri occhi,  l’esistenza di una muta di cani provenienti dall’Anatolia, tra i quali sono i genitori di Astarte; piano sequenza: quando la percezione del mondo avviene attraverso un’unica inquadratura posta all’altezza degli occhi dei cani. «Poi d’improvviso il fiato pesante svanì in una ultima nuvola di vapore» è la didascalia che accompagna la tavola in cui dall’interno della bocca del grande cane romano, che si appresta ad affrontare Astarte, riusciamo a vedere, piccolo, piccolissimo come mai lo abbiamo percepito, il capo dei cani da guerra di Annibale. Se fosse davvero la scena di un film sarebbe una scena lunghissima ed esaustiva del clima di battaglia, di sangue e di morte che Paz riesce a far emergere da queste pagine. Un tempo di battaglie vere è quello che vive Annibale, quando dal campo non si usciva mai in due ma uno solo continuava il viaggio. Con pochi tratti e soprattutto in pochissime pagine, dunque, Andrea Pazienza riesce a farci affezionare a un personaggio, Astarte, che sarebbe dovuto morire nella battaglia delle battaglie, a Zama, ma che invece è destinato a restare come sospeso tra la vita e l’attesa di una morte annunciata.

Qualche anno più tardi, nel 1993, gli Almamegretta un gruppo musicale napoletano diventato negli anni vero e proprio “gruppo cult” tra i giovani, ha scritto una canzone che s’intitola Figli di Annibale.

«Annibale grande generale nero, con una schiera di elefanti attraversasti le Alpi, e ne uscisti tutto intero […] ma lo sapete quanto sono grossi e lenti gli elefanti? […] un pò del sangue di Annibale è rimasto a tutti quanti nelle vene […] se conosci la tua storia sai da dove viene il colore del sangue che ti scorre nelle vene […] ecco perché, ecco perché noi siamo figli di Annibale, meridionali figli di Annibale, sangue mediterraneo figli di Annibale?»

Mentre leggevo le gesta del capo dei cani da guerra di Annibale mi sono ritornati in mente questi versi, e questa musica mi è sembrata da subito la colonna sonora ideale per gustarsi l’ultimo, grande regalo di Andrea Pazienza.

L’ultima tavola del libro raffigura Astarte al centro del foglio con la lingua penzoloni che si allontana verso un punto imprecisato. Una zampa ben piantata per terra e le altre tre sospese in aria a rendere veritiero il movimento. Si allontana velocemente, non può sapere che questa sarà l’ultima immagine che resterà di lui nella nostra mente.


Titolo
Astarte
Autore
Andrea Pazienza
Editore
Fandango Libri

Anno
2010




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22 febbraio 2010

Dov’è finita la Pescara di Paz?



La domanda, semplice, che ci siamo posti all’inizio di questo breve viaggio per rievocare la Pescara nella quale ha vissuto Andrea Pazienza, il caposcuola del nuovo fumetto italiano che nasce proprio con lui a metà degli anni Settanta e la cui grandezza appare oggi, a ventidue anni dalla prematura scomparsa, sempre più chiara e intellegibile a tutti, è: dov’è finita la Pescara di Paz? Abbiamo cercato di capire cosa animava quella città, quali erano gli avvenimenti e le persone che gli occhi e il cuore di Paz attraversano in quegli anni, per certi versi, epici.
La Pescara che vive Paz è una città dinamica, in grande e costante trasformazione. Una città che pensa innanzitutto il suo presente. Una città che oltre a costruire case produce e consuma cultura, ne sono traccia e testimonianza storica diverse manifestazioni che negli anni hanno consentito a Pescara di essere modello di riferimento per tante realtà. Si pensi, per esempio, al Festival Jazz che nasce proprio in quegli anni e che ancora oggi rappresenta una delle poche eccellenze della città adriatica. L’aspetto più interessante è la capacità di produrre cultura e di non essere solo fruitori passivi. Scrive lo stesso Andrea Pazienza ricordando quegli anni pescaresi: «Parte degli artisti senza tetto si riunisce e apre di lì a poco l’ormai leggendaria Convergenze, centro d’Incontro e d’Informazione laboratorio Comune d’Arte […] si fa tutto il possibile dall’happening alla grossa rassegna, dai concettuali ai comportamentisti, dai film in 16 o super 8 alla body art, dai concerti ai veri e propri festivals, eccetera.» Abbiamo già visto come proprio in quegli anni Convergenze rappresenterà una sorta di fabbrica delle idee ante litteram. Un luogo di produzione e di fruizione culturale capace di coinvolgere giovani e meno giovani in quella che il giovane Pazienza chiama un’aria conviviale da allegro seminario.
Quella Pescara, come quell’Italia, oggi sembra essersi smarrita, prigionieri come siamo di una sorta di dittatura del presente che non permette di guardare né al passato prossimo né al futuro prossimo. Un tempo che non ha futuro e che non ha passato è un tempo malato. Un deserto nel quale si assiste sempre più spesso al trionfo di una sottocultura che copre e annulla anche ciò che di buono e a fatica si riesce a produrre.
In quello stesso scritto Paz continua così: «A Pescara, dopo un poco mi dimenticano (mi avranno davvero dimenticato?)»
Domanda impegnativa alla quale bisogna dare una risposta. Pescara deve molto a Pazienza e di Pescara, Pazienza è stato uno dei figli migliori, soprattutto nella logica stringente di Benedetto Croce che sembra scrivere queste parole pensando proprio al giovane Paz: «E pensavo […] non senza malinconia (così mi pareva a volte di essere straniero e diverso), che forse l’uomo, piuttosto che figlio della sua gente, è figlio della vita universale, che si attua di volta in volta in modo nuovo; piuttosto che filius loci, è filius temporis.»
Andrea Pazienza è stato un figlio del proprio tempo a tutto tondo, fino al tragico epilogo della sua giovane vita, e in questo sembra essere il figlio perfetto per una città come Pescara. Una città giovane che proprio nella ricerca costante di un rapporto con la contemporaneità costruisce la sua identità e cerca la sua ragion d’essere. In questo senso la figura di Andrea Pazienza, e ciò che essa ha rappresentato nel campo del disegno e dell’illustrazione, sembra essere ritagliata su misura per Pescara perché ne interpreta lo spirito migliore, ne intercetta le speranza e ne incarna le aspettative.
Per queste ragioni è giunto il tempo in cui anche Pescara, come tante altre città italiane hanno già fatto, celebri in maniera adeguata questo grande artista che qui ha vissuto per quattro anni e che proprio a Pescara ha visto diventare adulta la sua arte.  
In questo senso la proposta che avanza Sandro Visca sembra essere la classica ciliegina sulla torta che arriva al momento opportuno.
«Sono proprietario di oltre cento disegni originali di Andrea Pazienza – ci dice il professore di discipline pittoriche del giovane Paz – e sono disposto a fare una donazione purché si costituisca un Centro intitolato ad Andrea Pazienza, un’Istituzione rigorosamente pubblica, dove oltre ad un’esposizione stabile delle opere di Paz ci sia la possibilità di fare laboratori e perciò di produrre cultura. Un luogo vivo e contemporaneo che aiuti a pensare. Questo Centro deve nascere qui a Pescara.»
La proposta è allettante, intriga. Un’idea che arricchisce la proposta culturale che una città come Pescara “è costretta” a mettere in campo se vuole dare seguito e sostanza alle ambizioni più volte espresse di essere uno dei nuovi centri propulsori dell’Adriatico. Una sorta di atelier della creatività in grado di accogliere energie diverse, capace di rinverdire i fasti di un passato recente, di un presente tutto da scrivere e di un futuro da immaginare.
«E ringrazia che ci sono io, che sono una moltitudine» si legge in una famosa tavola da “Le straordinarie avventure di Pentothal”, e il talento naturale che Andrea Pazienza ha coltivato lo faceva essere tanti in una sola persona. Per sempre Paz.

Edifici, strade e piazze dedicate ad Andrea Pazienza
San Menaio (Fg), il lungomare
San Benedetto del Tronto (Ap), una piazzetta nel centro storico
San Severo (Fg), una piazzetta nel centro storico
Roma, quartiere Torrino-Mezzocammino, una piazza
Napoli, una via del quartiere Ponticelli
Fusignano (Ra), un  busto di Zanardi è stato eretto nei giardini pubblici
San Severo (Fg), una Scuola Elementare
Vittorio Veneto (Tv), una Scuola Materna
Sannicandro Garganico (Fg), un Istituto d’Arte
Cosenza, le sale espositive della “Casa delle Culture”
Cremona, il Centro del Fumetto “Andrea Pazienza”

seconda puntata
Paz, la realtà spiegata dal fumetto

prima puntata

Paz e la sua Pescara irripetibile


20 febbraio 2010

Paz, la realtà spiegata dal fumetto



Il liceo artistico di Pescara, all’inizio degli anni Settanta, era uno dei nove presenti in Italia, famoso e conosciuto per la qualità dei docenti e per il clima artistico che si respirava tra le sue mura che Giuseppe Misticoni, il suo mentore, era stato capace d’infondere in tutti, docenti e studenti. Lo ricorda, per esempio, Fernanda Pivano nell’introduzione al catalogo dell’ultima mostra dedicata a Pazienza, Jaques Prevért, svoltasi a San Benedetto del Tronto la scorsa estate, quando riferendosi a Pescara scrive: «Un liceo fuori dal comune, con dei professori che avevano capito chi avevano di fronte e con cui Andrea Pazienza aveva costruito un rapporto di stima.»
Una città, la Pescara che viveva Paz, in grande trasformazione che aveva anche nella scuola un punto di eccellenza e di forza. Se Albano Paolinelli ha avuto per il giovane Pazienza un ruolo che si può assimilare a quello di una levatrice per una puerpera, Sandro Visca ne è stato certamente il papà putativo. Professore di discipline pittoriche al terzo e quarto anno, è il personaggio vivente a cui Paz ha dedicato più disegni.
Professor Visca, qual è il primo ricordo che ha di Andrea Pazienza?
«Il primo giorno di scuola mi venne incontro e mi disse: “Le faccio presente che a me disegnare non piace.” Restai un attimo perplesso; poi, guardandolo negli occhi, capii esattamente con chi avrei a avuto a che fare. Gli risposi di non preoccuparsi e che se il disegno non era la sua materia preferita avremmo trovato il modo, insieme, per esprimerci. Rimase spiazzato. In quei pochi attimi capii che per poterlo vivere nella maniera più giusta avrei dovuto essere io la spalla e lui l’attore protagonista.»
Aveva una marcia in più?
«Era in un tempo e in una forma mentis diversi. Ho capito immediatamente che aveva una capacità grafica fuori del comune e soprattutto aveva una necessità di espressione immediata, veloce. Il disegno era per lui un mezzo di scrittura per dire delle cose. È stato il primo a raccontare la realtà attraverso il fumetto, e lo ha fatto in quattro o cinque modi diversi. Passerà alla storia perché è stato capace di ribaltare la concezione filosofica del fumetto. Ma l’aspetto più entusiasmante è che con lui tutto era sempre nuovo.»
Pazienza parla di Pescara come «una città di sogni, di guerre e meravigliosi ritrovarsi, e di cultura a tutti i livelli». Era proprio così quella Pescara?
In Abruzzo Pescara è stata sicuramente la città più importante per l’arte. All’inizio degli anni Settanta, gli anni di cui parla Pazienza, in città c’era un grosso fermento, un entusiasmo per tante attività che andavano sempre in crescendo. C’era il coraggio di proporre. Pescara riusciva a competere bene con il panorama nazionale e Convergenze, il Laboratorio Comune d’arte che fondammo in quegli anni e del quale Andrea è stato un socio fondatore, è stato uno dei centri che più ha guardato a queste novità.»
Una città che guardava al futuro.
«La città che ha visto e vissuto Andrea era una città che viveva in perenne movimento. Se tu andavi sul terrazzo di un palazzo e guardavi l’orizzonte, vedevi un’unica enorme gru che ti trasmetteva la sensazione di essere in costante crescita. C’era un’attività continua che creava un’atmosfera positiva, e questo si rifletteva inevitabilmente anche nel settore delle attività culturali. C’era una buona disponibilità economica e questo rendeva possibile tutto, o quasi tutto.»
Si produceva cultura e si usufruiva di cultura?
«Negli anni di Convergenze in città erano operative tante gallerie d’arte. La galleria di Cohen e Pieroni, Arte d’oggi di Ciro Canale, la galleria Verrocchio, Margutta. Tutte insieme creavano le condizioni perché Pescara fosse considerata, a ragione, una città fortemente aperta all’arte contemporanea e al mondo. Ma non si viveva solo d’arte. Era importantissima la musica; il Festival Jazz in particolare riusciva a portare in città il meglio del repertorio mondiale.»
La prima edizione del Festival Jazz ci fu nel 1969 e Umbria Jazz non esisteva. Pescara ospitava nel 1972 un giovanissimo e sconosciuto ai più Keith Jarret, dettava nuovi modelli culturali e di fruizione della cultura.
«Il Festival Jazz fu un momento importante di crescita e di consapevolezza. Contribuì insieme a tante altre manifestazioni a fare di Pescara una città conosciuta e, per certi versi, ammirata. Mi viene in mente per esempio il Premio Michetti che si era conquistato un suo spazio importante.
Ci sono evidenze storiche di tutto questo fervore, tracce visibili?
Se pensiamo al mondo dell’arte e a ciò che ha prodotto direi di no. Le faccio un esempio. Ho provato a organizzare una retrospettiva sull’opera di Alfredo Del Greco, che è stato a mio parere il più grande artista abruzzese degli ultimi cinquant’anni; non ci sono ancora riuscito. Non ci sono disponibilità economiche e la politica, che oggi è il grimaldello per tutto ciò che si muove in ambito culturale, sembra essere sorda a questi richiami.»
Cosa bisognerebbe fare secondo lei?
«La prima cosa da fare a Pescara, ma direi in tutto l’Abruzzo è quella di rimboccarsi le maniche per fare una ricostruzione storica almeno degli ultimi cinquan’anni di produzione artistica delle arti visive. Se non proprio da Michetti si potrebbe partire dai Cascella. E lavorare alla creazione di una vera Pinacoteca regionale.»
(2. continua)



Fernanda Pivano: «[…] ringraziamo lui, Andrea Pazienza, per aver aperto una finestra sulla vita coi suoi disegni e il suo linguaggio. Forse l’unico completo documento di slang italiano.»

Oreste del Buono: «La Bologna che fa sfondo alle Straordinarie avventure di Pentothal non è una Bologna fantastica, ma una Bologna storica fantasticamente immaginata da Andrea Pazienza prima che la storia accadesse, mentre la storia si avviava ad essere.»

prima puntata

Paz e la sua Pescara irripetibile


15 febbraio 2010

Paz e la sua Pescara irripetibile



Sono trascorsi ventidue anni dalla morte di Andrea Pazienza, era una calda giornata di giugno del 1988 quando la notizia irruppe improvvisa nei telegiornali da Montepulciano, ma tutto ciò che riguarda Paz ha sempre lo stesso sapore di contemporaneità. Per questo motivo quando mi è capitato tra le mani un nuovo, piccolo libro a lui dedicato, Caro Andrea, pubblicato a San Severo, sua terra d’origine, sapevo che avrei letto qualcosa che riguarda noi e oggi. Così è stato.
Fra i diversi contributi pubblicati, m’imbatto in una lettera privata, inedita, scritta da Andrea Pazienza alla sua fidanzata, Isabella Damiani, all’epoca dei fatti quindicenne. La lettera, datata 10 maggio 1975 venne scritta il giorno dopo l’inaugurazione della sua prima personale che si tenne a Pescara presso la galleria d’arte Convergenze. Scrive Paz: «Spero tu abbia capito cosa significhi per me Pescara ed in cosa identifichi il mio ambiente, è meraviglioso e complesso e completamente imparagonabile a nessun altro, e fatto da immagini e frasi sconnesse, ma vitali, di istanti folli e irripetibili, di cinismo e di magia, di pettegolezzi, di lazzi e ubriachezze moleste, di sogni, di guerre e meravigliosi ritrovarsi, e di cultura a tutti i livelli, e di aerei e di armi, e di rivolte mai sopite. Ieri, era, o avrebbe dovuto essere il mio giorno…».
Andrea, seppur giovanissimo e già cosciente della sua bravura così come lo erano tutte le persone che gli erano vicine, descrive, in una lettera privata, privatissima, l’universo in cui si sta formando e descrive Pescara, la città che ha scelto per studiare, come il migliore dei mondi possibili. Quella Pescara, quell’umanità con la quale era in contatto e che attraversava, avrebbe inciso in maniera positiva e irreversibile sulla sua “coscienza” di artista.
Caro Andrea si apre con un’intervista alla mamma di Paz che alla domanda «E nella sua formazione artistica quali figure sono state importanti?» risponde così: «Dopo suo padre non ho dubbi, i professori di Pescara, Visca e Paolinelli. Lo hanno capito e stimolato, lo hanno trattato da pari, hanno avuto con lui un rapporto che andava ben oltre quello canonico. E gli hanno voluto molto bene». Ed è proprio con Paolinelli che inizia il viaggio per rievocare la Pescara nella quale si stava formando un giovane, grande, artista. Il professor Albano Paolinelli, già vicepreside del Liceo Artistico “Giuseppe Misticoni” di Pescara e insegnante di ornato disegnato al terzo e al quarto anno, è stato molto di più di un docente per il giovane Paz, quasi una levatrice. Ha accompagnato e assecondato la crescita di un talento naturale con una disponibilità sempre generosa.
Professor Paolinelli, si è accorto subito delle capacità di Andrea Pazienza?
«Andrea aveva delle capacità “innaturali” che sono state evidenti fin dal primo impatto. Noi abbiamo lavorato forse a ripulirlo un po’. Lui gioiva nel riempire il foglio. Riempiva tutto e non lasciava spazi vuoti. Se c’è una cosa che ho provato ad insegnarli è stato il tentativo di non occupare tutto lo spazio a disposizione. Per questo fui molto felice quando mi regalò le prime tavole a colori che pubblicò per Alter Alter, le armi. Per la prima volta infatti, vidi in quelle tavole un bell’equilibrio tra pieni e vuoti. Mi disse «Ti devo ringraziare per quello che mi hai dato.» Quelle tavole poi se le riprese per una mostra e non le ho mai più riviste.»
In quale ambiente culturale è cresciuto il giovane Pazienza e cosa c’era in quella Pescara dei primi anni Settanta che tanto l’affascinava?
«Quella città, quella Pescara, gli trasmetteva una grande forza perché era una città nella quale scopriva sempre cose nuove. Il ciclo di mostre della galleria d’arte Nuova Dimensione di Cesare Manzo e poi, subito dopo, il ciclo vitale di Convergenze. Erano infatti gli anni in cui fondammo il Laboratorio Comune d’Arte “Convergenze”. Siamo nel 1973 e Nuova Dimensione, la galleria d’arte di Cesare Manzo, aveva chiuso i battenti. Fu così che un gruppo di artisti, Sandro Visca, Angelo Colangelo, Dino Colalongo, Armando Misticoni, Elio Di Blasio, Alfredo Del Greco, oltre al sottoscritto ovviamente, capitanato da Peppino D’Emilio diede vita a quella meravigliosa esperienza che fu Convergenze. I primi tempi furono duri, c’incontravamo nello studio del signor D’Emilio in via Umbria perché non c’erano soldi per prendere in affitto un locale. Poi la situazione cambiò grazie all’intervento di alcuni imprenditori che ebbero fiducia nel nostro progetto e finanziarono l’iniziativa.»
Quando entra in scena Pazienza in tutto ciò?
«Andrea era già in scena, seppur giovanissimo, fin dai tempi di Nuova Dimensione. E quando prese il via la nuova avventura decidemmo di far entrare nel gruppo alcuni giovani artisti, Ilvi Capanna, Piergiorgio D’Angelo, lo stesso Pazienza.»
La Pescara di «cultura a tutti i livelli», popolata di artisti e imprenditori illuminati che sponsorizzano l’arte e la cultura in genere, è questa di cui stai parlando?
«Noi ci si incontrava tutti i pomeriggi in galleria. La galleria era il centro del nostro mondo. Convergenze in quegli anni non si occupava solo di arti visive ma si svolgevano tante attività. Andrea ribattezzò la galleria “Concertenze”. Si facevano quasi più concerti di musica classica che altro. La sezione musica era diretta dal professor Ugo Fusco del Conservatorio di Pescara e sono nati in lì, musicalmente parlando, grandi concertisti come Sandro Carboni o Diego Conti. Via Edmondo De Amicis, la sede della galleria, era la nostra casa, il nostro universo. Era aperta alla lettura. Si faceva teatro. Realizzammo anche un Festival del cinema d’artista. Si produceva cultura e la si vendeva.»
(1. continua)


Lo spunto
L’occasione è la stampa di un piccolo e prezioso libro, Caro Andrea, pubblicato dalla Libreria Orsa Minore di San Severo in provincia di Foggia. San Severo è la città di Andrea Pazienza, quella dei suoi genitori e della sua famiglia, dove ha vissuto fino al trasferimento a Pescara prima e a Bologna successivamente. Il libro si apre con un’intervista a Giuliana Di Cretico, la mamma di Andrea Pazienza, la prima e l’unica concessa dalla morte del figlio, e contiene dieci testi che raccontano Paz. Tra gli altri gli scritti di Enzo Verrengia, Isabella Damiani, Elena Antonacci e Enrico Fraccacreta. Sul sito della libreria, www.libreriaorsaminore.it, è possibile consultare i video della serata di presentazione del libro.

Il caposcuola del fumetto
Andrea Pazienza, nato nel 1956, è morto a trentadue anni, nel giugno del 1988. È considerato dalla critica il caposcuola del nuovo fumetto italiano che ha preso forma alla fine degli anni Settanta. Si è imposto giovanissimo all’attenzione nazionale, oltre che per la sua grande capacità tecnica, dal disegno all’illustrazione tout court, per il suo esser un narratore contemporaneo capace di fondere nel medesimo istante e con la stessa forza segno e parola. Ha vissuto a Pescara dal 1970 al 1974, anno in cui anni ha terminato gli studi al Liceo Artistico.


16 gennaio 2010

Caro Andrea, cinque minuti di pazienza



Vi propongo un fine settimana all’insegna di Andrea Pazienza. La libreria Orsa Minore di San Severo, la città dove è cresciuto e si è formato il giovane Andrea Pazienza, ha dedicato una serata a Paz. Il racconto della serata, organizzata per la presentazione del numero speciale dei Quaderni dell’Orsa dedicato proprio a Pazienza, è on line sul sito della libreria. Io l’ho visto e mi sono emozionato. È il ricordo e il racconto di chi lo ha conosciuto. Di chi ha condiviso con lui i primi anni dell’università. Di chi ha condiviso la sua “garganità”. Una serata davvero fuori e oltre schemi precostituiti. Una serata tra amici, rigenerante. Ve lo segnalo e sono certo vi farà buona compagnia in questo fine settimana.
Un grazie a Michele a Michele Piscitelli e Gabriella De Fazio, titolari della libreria e organizzatori della serata, due belle persone.

 

prima parte

seconda parte

terza parte

quarta parte

quinta parte

sesta parte


14 ottobre 2006

Andrea Pazienza e Sandro Visca



Torna in libreria Andrea Pazienza con un bel volume curato da Sandro Visca. Il libro edito da Fandango, propone un Pazienza per molti versi inedito e che vede proprio nella figura del suo professore di disegno  e curatore del volume, Sandro Visca, il soggetto unico di storie a fumetti, vignette e disegni. E lo stesso Visca che incoraggia il giovane Pazienza ad inventare storie partendo proprio da quei disegni che lo vedono spesso unico protagonista ed a sfruttare quell’immenso talento che Visca riconosce già al primo impatto con il giovane artista. Un libro tutta da sfogliare, leggere, ammirare e poi ancora sfogliare leggere ed ammirare.
È proprio Visca ci regala nel testo introduttivo al volume uno dei passi più significativi dello stesso: il momento dell’incontro e della conoscenza tra il professore e Andrea Pazienza.
“Andrea Pazienza lo incontrai per la prima volta che non aveva ancora sedici anni nella mia aula di Figura disegnata, appollaiato su un trespolo di legno dove di solito facevo posare i modelli da far disegnare agli allievi: con la testa stretta tra le sue ginocchia ossute e le braccia incrociate sul davanti. Alto, magro, immobile.
All'inizio non detti troppo peso a quella sua strana postura, anche se il resto della classe era incredula e si chiedeva cosa stesse succedendo. Una sfida: io ignoravo lui, lui ignorava me.
Dopo quasi un'ora però non riuscii più a tenere il gioco; mi avvicinai a lui chiedendogli cosa stesse facendo, fermo come un sasso, in quella astrusa e scomoda posizione.
Riparando la voce con la mano gli sussurrai in un orecchio: Ma co-sa sta-i fa-cen-do là-ssù?
E lui mi rispose riprendendo lo stesso gesto, con un sussurro quasi impercettibile, scandendo le sillabe: Sto fa-cen-do l'av-vol-to-io!
Capii subito con chi avrei avuto a che fare.”


Titolo Andrea Pazienza
Curatore
Sandro Visca
Editore
Fandango
Anno 2006


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permalink | inviato da il 14/10/2006 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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