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9 maggio 2011

«Giustizia è fatta». Forse no.



«Nessun americano è rimasto ferito [..] Dopo un conflitto a fuoco Osama Bin Laden è stato ucciso […] In una notte come questa possiamo dire alle famiglie che hanno perso i loro cari a causa di Al Qaeda giustizia è stata fatta […] il risultato di oggi è una testimonianza della grandezza di questo paese e della determinazione del suo popolo». Quando Barack Obama pronuncia queste parole in Italia e in Europa è l’alba mentre negli Stati Uniti d’America il sole è già tramontato. L’operazione “Geronimo” si è conclusa.

La soddisfazione, legittima e liberatoria, per la cattura dell’uomo considerato il più pericoloso terrorista del mondo si scontra però con le parole pronunciate dal presidente degli Stati Uniti d’America. «Giustizia è fatta», dice con voce ferma Barack Obama. Le prime notizie che filtrano, dai chi ha coordinato l’azione militare, c’informano di un Osama Bin Laden disarmato che viene ucciso davanti ai suoi familiari. «Giustizia è fatta» ha detto Barack Obama e questo è il titolo di apertura di tutti i media del mondo, «Giustizia è fatta».

Pochi minuti dopo l’annuncio del presidente, gli americani scendono in piazza per festeggiare la morte di Osama Bin Laden e il pensiero corre immediatamente alle vittime dell’attentato dell’undici settembre, una delle poche date che non ha bisogno dell’anno per essere ricordata. L’impatto emotivo è grande in tutto il mondo.

Le prime notizie che battono le agenzie c’informano del luogo dov’è avvenuto il blitz, Abbottabad una città a circa 70 chilometri da Islamabad la capitale del Pakistan, e della dinamica degli accadimenti. La prima notizia è certa, tutti convengono che il luogo del blitz è quello identificato, sulla ricostruzione dell’azione militare circolano invece notizie contrastanti. Alcune di queste notizie contrastano perfino con ciò che ha dichiarato il presidente nel suo primo annuncio. Sempre nelle stesse ore cominciano a circolare alcune foto. Alcune di queste sono dei fermo immagine, estrapolate da un breve filmato, delle stanze della casa dove è stato effettuato il blitz e poi c’è una foto destinata a diventare un’icona di quest’azione: una foto della situation room che ritrae il presidente Obama, Hillary Clinton e lo Stato maggiore della sicurezza degli Stati Uniti d’America, mentre assistono allo svolgimento dell’azione.

Il presidente Obama ha le spalle piegate verso l’interno, lo sguardo corrucciato ed è teso, tesissimo. Sembra che invecchi sotto i nostri occhi. Hillary Clinton si copre la bocca con la mano destra, ha gli occhi fissi come pietrificati e con la mano destra copre una cartellina bianca con la dicitura, “Top Secret Codeword NOFORN. For Use in the White House Situation Room Only”. Le altre undici persone ritratte guardano tutti verso lo stesso punto, la fonte delle immagini, e sembra stiano assistendo a qualcosa di veramente atroce.

Le parole sono importanti e lo sono ancora di più quando a pronunciarle sono uomini che rivestono alte cariche. Uccidere un uomo disarmato senza che sia stato celebrato nessun processo, per quanto quest’uomo possa essere colpevole dei peggiori crimini, non può autorizzare nessuno a pronunciare le parole: «Giustizia è fatta».

Michael Moore, l’autore di Fahrenheit 9/11, e certo non un nemico di Barack Obama ha detto a proposito di questo avvenimento: «[…] crediamo in un sistema giudiziario che porti le persone davanti a un giudice, esponga le loro azioni malvagie. Dopo, semmai, le impicchiamo, processarle non vuol dire che non le si possa impiccare». Moore, uno dei più grandi accusatori di G.W. Bush, democratico, voce autonoma e critica nei confronti degli Stati Uniti d’America, prende le distanze dalle modalità con cui è stata portata a termine l’operazione militare la notte del primo maggio nella pianura di Abbottabad. Allo stesso modo aver scelto Geronimo, il leggendario capo Apache eroe positivo che ha difeso fino alla morte la libertà del suo popolo, come nome in codice per individuare il capo dei terroristi è un’enorme gaffe dell’amministrazione americana. Ancora una volta, le parole sono importanti.

Alla fine della seconda guerra mondiale, per giudicare i criminali nazisti coinvolti nelle atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale e nella Shoah, siamo stati capaci di non farci accecare dall’odio o dal desiderio di vendetta fine a se stesso. Se mai ci fu un male assoluto a questo mondo, questo è stato di certo lo sterminio indiscriminato degli ebrei, per giudicare i colpevoli di quel massacro, prevalse la lucidità e un’altra cultura. Fu deciso, a guerra in corso, che i capi politici degli eserciti nemici dovessero essere processati e fu istituto il Processo di Norimberga. E così fu.

«[…] È invece il nostro spirito americano - quella promessa americana - che ci sprona in avanti anche quando la strada è incerta; che ci tiene uniti malgrado le differenze; che ci porta a fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo», con queste parole Barack Obama concluse il discorso di accettazione della candidatura a presidente degli Stati Uniti d’America nell’agosto del 2008, a Denver, Colorado.

La capacità visionaria che queste parole esprimono, e che riaccese la speranza nel mondo intero, forse, si è infranta per sempre in quel «Giustizia è fatta» pronunciato in buia notte americana.




6 aprile 2011

Tutto comincia da noi



Sono trascorsi due anni dal 6 aprile del 2009. Due anni è un tempo lungo, lunghissimo, soprattutto nell’era tecnologica nella quale viviamo.
Se pensiamo a tutto ciò che è successo nel mondo in questi due anni ci rendiamo conto che molte cose sono cambiate. Solo per restare agli avvenimenti delle ultime settimane, una parte del mondo molto vicina a noi da un punto di vista geografico, il Nord Africa, sta cambiando radicalmente la propria storia. Intere popolazioni nel breve spazio di pochi giorni si sono messe in movimento e hanno modificato la geopolitica del Mediterraneo. Niente più sarà come prima in Egitto e Tunisia. Molto probabilmente sarà così anche per la Libia.
A l’Aquila invece il tempo scorre in maniera diversa rispetto al resto del mondo. Due anni è un tempo breve, brevissimo pur nell’era tecnologica nella quale viviamo.
La città è sostanzialmente ferma a quel giorno di due anni fa. La zona rossa è sempre zona rossa e il cumulo di macerie è ancora oggi la più evidente testimonianza, speriamo non eterna, dell’avvenuto terremoto. Quasi nessuno dei cittadini sfollati è tornato a vivere nella propria casa perché pochissime di quelle case sono state rese di nuovo agibili. La ricostruzione non è mai iniziata. Solo parole, tante parole e promesse, tante promesse.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, così come ha fatto recentemente a Lampedusa, in una delle sue innumerevoli performance tenute a L’Aquila nei giorni immediatamente successivi al sisma, promise che avrebbe trascorso l’estate del 2009 in Abruzzo e che avrebbe cercato una casa a L’Aquila per seguire da vicino i lavori della ricostruzione. L’evidenza dei fatti ci dice che la casa non la comprò e la ricostruzione, in senso ampio e diffuso, non è mai iniziata.
Le istituzioni locali tutte, sembrano essere incapaci di compiere atti concreti e congiunti per risolvere la situazione di grave disagio in cui versano i cittadini aquilani.
Molti dei residenti del capoluogo d’Abruzzo vivono oggi in altri luoghi. Le attività economiche non sono ripartite così come speravano in tanti. Il futuro sembra non abitare più da queste parti.
Rebus sic stantibus, che fare per risolvere la situazione?
«It begins with us» sono le parole con cui Barack Obama ha lanciato la sua ricandidatura alla casa Bianca. Tutto comincia da noi. L’uomo politico più influente della Terra riparte dagli elettori democratici. Da ogni singolo cittadino. Chiede un impegno in prima persona ad ognuno di loro: «Ci siete?» Si rende conto che senza il contatto diretto e senza il protagonismo delle persone tutto è precluso.
Dopo due anni di parole e d’impegni non rispettati è giunto il tempo di assumersi altre e diverse responsabilità. “Tutto comincia da noi” a me pare un buon modo per vivere questo 9 aprile del 2011. In prima linea e in prima persona, senza più deleghe per nessuno. Se l’ambizione è davvero quella di salvare l’Aquila non si può più sprecare tempo. La ricostruzione della città e di conseguenza della comunità che l’ha abitata e che l’abiterà non può più attendere. Ogni altro giorno trascorso senza perseguire questo obiettivo non è più giustificabile.
Tutto comincia da noi sembra essere anche il naturale proseguimento del pensiero del poeta: «La nascita non è mai sicura come la morte. È questa la ragione per cui nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno». E allora rimettiamoci in cammino. Tutti insieme perché tutto comincia da noi.


29 aprile 2009

City Room_il ritorno [8]



West End Avenue, Upper Side, a due passi da Central Park è stata per questa breve vacanza americana la mia dimora. Ci sono stato bene e adesso che è giunto il momento di andare via, mi dispiace lasciare questa casa. Sabato abbiamo anche aiutato Maryann in un piccolo trasloco per l’open house. Abbiamo portato gran parte dei giocattoli dei bimbi in uno spazio condominale collettivo che si trova nel piano interrato. Open house è il nome con cui gli americani chiamano il giorno in cui è possibile visitare la casa che si vuole acquistare. Maryann cambierà zona e per questo motivo ha messo la casa in vendita.

Quando arriviamo, Lucia è pronta così come sono pronte le valigie che avevamo preparato prima di uscire. La casa è vuota. Non ci sono i bambini che sono a scuola e non c’è Maryann che abbiamo salutato questa mattina.

Prima di uscire mi faccio un ultimo giro in casa e guardo dalla finestra Central Park. La vista è la stessa che mi ha fatto compagnia la prima notte a New York City, quando non riuscendo a dormire aspettai l’alba qui, dietro questi vetri.

Roberto sostiene che non c’è bisogno di telefonare per prenotare il taxi, ne troveremo a iosa una volta in strada. Io sostengo il contrario. Come sempre succede, su questi temi, avrà ragione Roberto.

Il tragitto in taxi sembra essere più lungo rispetto a quello dell’andata e quando arriviamo al “JFK” quella che era una sensazione si rivela una certezza: il tempo per imbarcarci non è tantissimo.




Il check-in è fai-da-te, non c’è fila e perciò recuperiamo un po’ del tempo perso in taxi. Adesso che le valigie stanno per imbarcarsi sento che la permanenza a New York è davvero terminata. Sono ancora qui, in un ristorante del “JFK”, ma nella mia mente è già tempo di bilanci. Il mio viaggiare è già altrove, in un altrove che non è più qui.

Dopo aver mangiato provo a leggere in attesa dell’imbarco, ma non ci riesco. Apro la guida e provo a ripercorrere mentalmente i giorni e i luoghi vistati. Anche questo tentativo va a vuoto. Non riesco a leggere nulla. Non voglio leggere nulla. Ho solo voglia di ascoltare e vedere i miei pensieri. Tolgo gli occhiali e li ripongo nella custodia, metto in borsa le guida e sistemo la borsa sulla poltrona. Allungo le gambe, le accavallo. Porto la testa all’indietro, strizzo e poi chiudo gli occhi. Sto un paio di minuti in questa posizione. Adesso tutto è più chiaro. La testa è sgombra. Immagini fluttuano dentro e suoni e parole. Frammenti di bellezza per ascoltare, in pace, il silenzio.

L’annuncio che l’imbarco è iniziato mi scuote dal torpore in cui mi trovo e non è facile abbandonare quelle immagini, quei suoni e quelle parole e mettersi in fila con il passaporto e il biglietto in una mano e la borsa nell’altra, aspettando il proprio turno. Nel breve tragitto che mi separa dall’aereo che mi riporterà a casa, ripenso ancora a quelle immagini che mi hanno fatto compagnia poco fa e un sorriso e un gesto della mano è il mio saluto a New York City.

Il posto che ho scelto per il viaggio di ritorno è nella fila centrale dell’aereo, ovviamente lato corridoio per allungare le gambe. Su questo volo non ci sono visori personalizzati dietro ogni sedile, ma monitor distribuiti in modo uniforme per tutto l’aereo. E poi lo spazio tra un sedile e l’altro è anche più stretto rispetto al viaggio di andata. Alla mia destra in compenso non si siede nessuno. Non mi sembra, in ogni caso, un buon inizio.

Prima di partire, in aeroporto, ho comprato alcune riviste celebrative della vittoria di Barack Obama alle ultime elezioni presidenziali che ho intenzione di leggere durante questo volo e per le quali ho già in mente anche la collocazione nella mia libreria. E proprio il pensiero di Obama accompagna il decollo. Il viaggio di ritorno ha inizio.




«Perché noi sappiamo che il nostro retaggio “a patchwork” è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l’amaro sapore della guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odii prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l’America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.»

Rileggendo queste parole, dal discorso d’insediamento di Barack Obama, ritorno immediatamente con la mente a quel grande “patchwork”, come scrive Obama, che popola gli Stati Uniti d’America. Lì c’è la rappresentazione dell’universo mondo. Coesistono razze, credenze religiose. Ho sempre pensato che se mai un giorno dovessi incontrare un extraterrestre che mi dovesse chiedere un piccolo riassunto del mondo che abito non avrei dubbi. Non aprirei bocca ma gl’indicherei sul mappamondo New York e gli direi «Caro amico mio, non perdere tempo con me. Vai a New York City, passeggia tra le sue strade, guarda i suoi abitanti, quello è il nostro mondo.»  Per questo motivo ri-leggere le parole del presidente Barack Obama rafforza in me l’idea che avevo degli Stati Uniti d’America prima di questo viaggio, così come vedere e toccare con mano la sua popolarità rafforza l’idea che l’America ha deciso davvero di cambiare. Non si sono ancora spenti l’eco e il clamore che hanno attraversato tutta la nazione per l’elezione del primo presidente afroamericano. Obama continua a essere sulle prime pagine di tutti i giornali. Molti luoghi di aggregazione pubblica e privata sono tappezzati con immagini del presidente così come il merchandising è più che mai fiorente. È presto per dire se la svolta radicale promessa prenderà forma, ma i primi segnali sono positivi. Barack Obama sa di non essere solo il Presidente degli Stati Uniti d’America, ma di rappresentare per il mondo intero, e non solo per quello progressista, l’incarnazione stessa della speranza, la speranza in un futuro migliore. Un futuro senza guerra innanzitutto. Un futuro che si prenda cura della Terra, quella dove respiriamo, dove camminiamo, dove viviamo. Un futuro capace di offrire a ognuno di noi una possibilità nuova. Un futuro che si prenda cura degli ultimi. Per queste ragioni Barack Obama non è solo americano, ma appartiene a tutti, e proprio per queste ragioni non può fallire, non deve fallire.

Un piccolissimo vuoto d’aria mi scuote e devia il mio pensiero. Mi accorgo che, anche se solo nella mia testa, stavo facendo una specie di comizio. E mentre l’aereo riprende a volare senza più scossoni, cerco con gli occhi Roberto che a differenza del viaggio di andata sta già dormendo. Penso che dovrei fare lo stesso anch’io e perciò mi adeguo. Reclino il sedile per quello che posso, distendo le gambe lungo il corridoio, porto indietro la testa e dopo averla fatta roteare a destra e a sinistra, chiudo gli occhi. Nello stesso istante in cui alla luce del prima corrisponde il buio del poi, quando cioè gli occhi si chiudono e il bianco diventa nero, mi ritorna in mente il presidente e un’altra frase del suo discorso d’insediamento.

«Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.»

Ancora una volta nello stesso concetto analisi e progetto sono compresenti. E soprattutto è presente una visione del mondo nuova. Un mondo senza nucleare e un reiterato impegno a prendersi cura della Terra. È presto, forse, per esprimere giudizi definitivi o per entusiasmarsi, non lo è per leggere quello che il presidente ha fatto nei primi cento giorni. Una legge che estende l’assistenza sanitaria gratuita ai bambini, quasi 800 miliardi di dollari per salvare l’economia dalla crisi che l’attanaglia, l’assenso alla ricerca sulle cellule staminali, la chiusura del carcere di Guantanamo, oltre 20 miliardi di dollari per le energie rinnovabili e il 3% del Pil destinato alla ricerca. In relazione a ciò sette americani su dieci sono ottimisti circa il loro futuro; bisogna ritornare ai tempi di John Fitzgerald Kennedy per trovare un analogo grado di soddisfazione da parte del popolo americano.

Un nuovo, lieve, sobbalzo dell’aereo e il passaggio del carrello delle vivande mi scuotono di nuovo, e mi fanno abbandonare definitivamente il presidente e i comizi. Adesso si mangia e, girandomi alla mia sinistra, vedo che anche Roberto è sveglio; ha già scartato le posate e si appresta a usarle. Mangeremo ancora una volta prima di atterrare a “FCO”, mentre i vuoti d’aria non ci faranno più visita.

Stamattina, quando abbiamo lasciato la casa di Maryann, New York già mi mancava. E quella sensazione s’impossessa di me, nuovamente. L’atterraggio è stato perfetto, adesso siamo proprio a casa, ma io non voglio lasciare New York City, non ancora. Cerco il mio iPod e quando il mio piede sinistro tocca terra Liza Minelli parte con la sua inconfondibile voce: «Start spreading the news, I’m leaving today, I want to be a part of it - New York, New York.»

[fine]


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13 marzo 2009

City Room_il prologo [1]

Inizia il viaggio nella città che non dorme mai. Inizia in ritardo come in ritardo è iniziato nella realtà.  Cominciamo dal titolo della rubrica che ci accompagnerà per una settimana: City Room.
City Room è una rubrica del New York Times, un diario giornaliero da New York. Il NYT si compone di sei colonne per pagina e City Room occupa una di queste sei colonne. City Room è anche un blog.



Quello di oggi è un prologo al viaggio che parte proprio dal New York Times e che possiamo anche considerare un inserto. Un inserto da staccare e conservare.
Internet ti permette di essere connesso sempre, minuto per minuto, con tutto il mondo. E così se sei a New York e vuoi sapere cosa sta succedendo in Italia piuttosto che in India o in qualunque altra parte del mondo, basta digitare www e quello che ti pare e sei in un mondo altro, in tempo reale. Dipende solo dalla potenza del computer o del telefono, con il quale ti colleghi alla rete.
E così da NYC scopro, attraverso la prima pagina di repubblica.it, che il Vaticano è arrabbiato con Barack Obama per la sua decisione di dare disco verde all’utilizzo delle cellule staminali embrionali. Un titolo da prima pagina con tanto di foto e di commenti. La notizia m’incuriosisce e comincio a cercarla sui giornali americani. Una ricerca che non darà nessun frutto per il semplice fatto che è una non notizia. Si sapeva da tempo che Barack Obama avrebbe modificato la legge di Bush junior e per questo motivo la notizia così come la reazione del Vaticano non trova nessun spazio o comunque spazi non significativi sulla stampa americana. In Italia, invece, dove il Vaticano è uno Stato nello Stato, ogni gemito, ogni stormir di fronde che proviene da oltre Tevere trova sempre un riscontro importante. Spesso da prima pagina. Incuriosito da questa prima non notizia la curiosità s’impossessa di me e comincio a cercare sui quotidiani americani notizie dell’Italia. O meglio m’incuriosisce sapere cosa scrivono dell’Italia gli americani. Cerco. Ricerco. Vado sui quotidiani on line. Niente. Non trovo quasi nulla. La notizia più lunga e per certi più importante che riesco a trovare e nell’ultima pagina dell’inserto sportivo del New York Times di lunedi 9 marzo. “Beckham pays to extend his loan with A.C. Milan”.



Qualcuno potrebbe dire che sui giornali americani si parla solo dell’America o comunque gran parte degli articoli sono dedicati alle questioni interne. Questo è in parte vero. Solo in parte però, perché le altre nazioni sono presenti in maniera costante anche se solo con piccoli trafiletti. Noi semplicemente non esistiamo.
Esiste invece Barack Obama. La sua faccia bicolore campeggia ovunque. Nella metropolitana, sulle borse e sulle giacche delle ragazze e dei ragazzi, sulle saracinesche dei negozi, sui giornali, sulle bancarelle dei venditori ambulanti.



Un fiorire d’iniziative editoriali ha inondato l’America e in questi giorni sono in edicola tante riviste che dedicano numeri monotematici al Presidente.
Io ne ho comprate tre.
Time. Expanded inauguration edition. President Obama, the Path to the White Hause



Essence. Special commemorative edition. The Obamas. Portrait of America’s New First Family



Newsweek. Commemorative inaugural edition. “We are ready to lead once more” President Obama



Tre edizioni speciali che restituiscono una visione a tutto tondo della nuova speranza per la politica mondiale. Dalla sfera privata alla lunga corsa per la candidatura prima e per le elezioni successivamente e un approfondimento tematico sulle politiche che Barack Obama intende adottare per rilanciare l’economia.
E con la faccia sorridente di Obama vi do appuntamento a domani. La partenza e il viaggio.

La foto di Obama sulla saracinesca è di Roberto Sala, il mio compagno di viaggio.


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2 febbraio 2009

Il riscatto della politica



In questi giorni, i giorni di Obama, abbiamo vissuto la cronaca che diviene storia. Giornate intense e indimenticabili.
L’uomo più potente della terra, il presidente degli Stati Uniti d’America, parla di uguaglianza, di pari opportunità per tutti, di pace. Di “proteggere in modo consapevole le donne”. In un tempo, quello che abitiamo, in cui la politica gode di pochissima fiducia, Barack Obama è in controtendenza. Riscatta la politica e gli restituisce la sua nobiltà. E quando parla, gli crediamo, gli credo.
Ha impiegato due anni esatti Barack Obama, era infatti il febbraio del 2007 quando pronunciò a Springfield Illinois il discorso con il quale annunciava la sua candidatura, per convincere la maggioranza degli americani della bontà delle sue idee. Temi concreti: la guerra, il lavoro, l’istruzione. E man mano che passavano i giorni, cresceva il numero di persone he condivideva i valori di cui Obama era portatore, perché sempre più si avverte la necessità di avere valori positivi e condivisi. Degli esempi in cui riconoscersi.
Parole che si trasformano in fatti concreti. La chiusura del carcere di Guantanamo, le telefonate ai leader dei paesi islamici e l’intervento a favore delle donne.
Un pensare che pone al centro della politica e della società l’uomo. Una vera e propria rivoluzione che arriva dalla nazione dove l’unico riferimento è, e forse sarà ancora per molto tempo, il denaro e il mercato.
Poi trasparenza negli atti dell’amministrazione e regole severe per gli amministratori che si trovano in un conflitto d’interesse. Un uomo che guarda in alto e lontano.
Mentre l’America e tutto il mondo si lasciano attraversare da quest’onda anomala di politica fatta d’idee e valori condivisi, cosa succede da noi in Italia? Come reagisce il nostro mondo politico a tutto ciò?
Da un lato Berlusconi e la sua maggioranza fanno di tutto per far sapere che la crisi non è poi così grave e i messaggi che trasmettono non mirano alla coesione sociale e all’unità per affrontare i tempi che ci attendono ma si limitano al piccolo cabotaggio e il massimo dello sforzo progettuale consiste in un attacco all’arma bianca ai presunti fannulloni annidati nella pubblica amministrazione con un perenne cincischiare tra alchimie elettorali e indecenze varie. Tutto questo mentre la sinistra è impegnata a salvaguardare il proprio ceto politico piuttosto che alzare lo sguardo e guardare avanti e in alto. Un vuoto desolante d’idee e di proposte. Dei valori nessuna traccia.
È difficile uscire dal pantano in cui siamo precipitati ma abbiamo il dovere di provarci.
L’elezione di Barack Obama è importante anche per questo. Ci ha insegnato che ciò che ieri era impossibile, domani può non esserlo. E che forza di volontà e valori positivi e condivisi possono esser la spinta sufficiente per avviare il cambiamento necessario per migliorare la condizione di tutti, perché abbiamo origini diverse ma le stesse speranze.
Scrive Sant’Agostino, “Il presente delle cose passate è la memoria; il presente delle cose presenti è la vista; il presente delle cose future è l’attesa”, ed è di visioni che abbiamo bisogno nel tempo presente che abitiamo. E per questo è giunto anche per noi il tempo di fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo.


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19 gennaio 2009

Il treno dei desideri



Ci siamo, il giorno di Barack Obama è arrivato, domani diventerà il 44° presidente degli Stati Uniti d’America.
La partenza in treno per raggiungere Washington, così come fece Abraham Lincoln, è solo l’ultimo quadro evocativo di questa che probabilmente è stata la più lunga campagna elettorale alla quale abbiamo assistito.
Tutti aspettano Obama alla prova del governo, non solo gli americani.
Oggi e domani l’America gli renderà onore. Gli renderà onore gente comune, cantanti, giornalisti, attori, uomini politici. Da mercoledi sarà invece un’altra musica. Da mercoledi le responsabilità saranno tutte sulle sue spalle anche perché ogni singola decisione può cambiare, in questo momento storico, il corso delle cose.
Può cambiare il corso delle cose nell’economia che attraversa la più grande crisi dopo quella del ’29.
Può cambiare il corso delle cose nel conflitto israelo-palestinese, perché il ruolo dell’America in quella zona del mondo è un ruolo di primo piano e un atteggiamento nuovo e diverso degli Stati Uniti può traghettare il mondo intero verso un’era di pace.
Può cambiare il corso delle cose nelle tematiche ambientali. Mai come oggi c’è bisogno di scelte coraggiose al limite dell’ìmpopolarità per porre freno all’inquinamento del Pianeta operato da tutti i paesi del mondo. Una scelta che favorisca la salvaguardia e tutela dell’ambiente rispetto al solo profitto, sarebbe una scelta anch’essa epocale.
Su quel treno partito due anni fa e che continua la sua corsa veloce verso Washington, Barack Obama non è mai stato solo. Su quel treno viaggiavano, insieme a lui, le speranze degli americani. Su quel treno viaggiavano, insieme a lui, le speranze di tutto il mondo.
Non lo faccia fermare quel treno presidente Obama. Non lo faccia fermare mai.
Lo faccia continuare a correre e con esso faccia continuare a correre le emozioni e le speranze che la sua elezione ha generato. Su quel treno ci faccia salire tutti, nessuno escluso, e non ci faccia scendere mai più. Perché quel treno nel nostro immaginario è diventato il treno dei desideri.
Buona fortuna presidente e soprattutto, buon lavoro.


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14 gennaio 2009

Senza parole



«No, non andrò all’insediamento di Obama: non sono andato a quello di Bush e poi sono un protagonista non una comparsa»
Silvio Berlusconi, Ansa 13 gennaio ore 17.20


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10 novembre 2008

La promessa americana, Barack Obama



In altri tempi e soprattutto con personaggi diversi, un libro con i discorsi per la presidenza di un candidato alla Casa Bianca, eserciterebbe poca attrazione su noi europei. Ma il tempo che abitiamo non è un tempo qualunque e soprattutto non è un personaggio qualunque Barack Obama.
I quattordici discorsi che qui vengono proposti, a partire dal primo del febbraio del 2007 pronunciato a Springfield, Illinois, con il quale annuncia la sua candidatura per finire al discorso di Denver, Colorado, dell’agosto del 2008 in cui accetta la candidatura, ci restituiscono la statura di un uomo che ci appare come un gigante tra tanti nani. La promessa americana di cui parla Obama è una nuova visione della democrazia e il suo sguardo è capace di guardare lontano e di volare alto.
Già dal suo primo discorso Obama mostra di avere le idee chiare e dimostra di conoscere i problemi che devono affrontare gli americani. Quei problemi sono noti a tutti e lui li denuncia senza reticenza alcuna.
“Tutti noi sappiamo quali siano oggi queste sfide: una guerra senza fine, una dipendenza dal petrolio che minaccia il nostro futuro, scuole dove troppi bambini non imparano, e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese pur lavorando al massimo. Conosciamo le sfide. Le sentiamo ripetere. Ne parliamo da anni.”
Così come non si tira indietro quando si tratta di attaccare gli otto anni di George W. Bush e la sua politica: “America noi siamo meglio di questi ultimi otto anni. Siamo una nazione migliore di così.”
Barack Obama ha conquistato in poco, pochissimo tempo, la testa di milioni di americani e lo ha fatto parlando dritto al loro cuore, restituendo alla politica una missione nobile: migliorare la condizione materiale e morale della gente.
“Noi misuriamo il progresso in base a quante persone riescono a trovare lavoro con cui poter pagare il mutuo; in base a quanto ognuno riesce a mettere da parte alla fine di ogni mese, così che un giorno vedrà il figlio prendere una laurea.”
La ricetta che propone Obama è semplice, investire sul bene più prezioso che abbiamo, i giovani. E per investire su di loro c’è bisogno d’investire sulla loro istruzione e quindi sulla scuola. Un piano di reclutamento di nuovi insegnanti, pagati bene e ai quali chiedere un livello di affidabilità maggiore.
Ma è nella capacità visionaria e di far sognare che Obama non ha trovato avversari nella sua campagna elettorale.
“Il nostro paese ha più ricchezze di qualunque altra nazione, ma non è questo che ci  rende ricchi. Abbiamo l’apparato militare più potente della terra, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura fanno invidia al mondo, ma non è questo che continua a spingere il mondo alle nostre porte.
È invece il nostro spirito americano - quella promessa americana - che ci sprona in avanti anche quando la strada è incerta; che ci tiene uniti malgrado le differenze; che ci porta a fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo.”
Diciamoci la verità, a chi non piacerebbe avere un leader in grado di pensare e di pronunciare parole e concetti simili?
God save the U.S.A.

Titolo La promessa americana. Discorsi per la presidenza
Autore
Barack Obama
Editore Donzelli
Anno 2008


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7 novembre 2008

Sognare un pianeta migliore



La vita e la realtà, è risaputo, sempre superano la più accesa fantasia.
Barack Obama, 47 anni, è il 44° Presidente degli Stati Uniti d’America. Il primo presidente afro-americano della storia. Un uomo che quattro anni fa approda per la prima volta al Senato e che lo scorso anno quando è partita la campagna elettorale per le primarie seguiva nei sondaggi Hillary Clinton di circa venti punti.
Tutto sembrava essere contro Obama. Il colore della pelle innanzitutto e poi la giovane età. In pochi avrebbero scommesso un dollaro su Obama Presidente, soprattutto in Italia dove un quarantenne è considerato solo un giovane sul quale scommettere per il futuro.
E invece non è stato così. L’America ha stupito ancora una volta il mondo e dopo Roosevelt e J.F.Kennedy ecco che sulla scena mondiale irrompe il ciclone Barack Obama.
“Non siamo una collezione di individui. Siamo gli Stati Uniti D’America.” Sono le prime parole di Barack Obama nella notte della vittoria. E mentre a Chicago, nuova capitale politica dell’America, il neo presidente pronunciava queste parole, da Phoenix McCaine, lo sconfitto, gli inviava il riconoscimento più importante: “Questa è un’elezione storica, riconosco il significato speciale che ha per gli afroamericani, per l’orgoglio speciale che devono provare stanotte…Quali che siano le nostre differenze, siamo tutti americani.”
L’elezione di Barack Obama è già un evento storico, carico di significati. Lo è soprattutto per le idee e i valori che abbiamo imparato a conoscere durante la lunghissima campagna elettorale.
“Tutti gli americani devono rendersi conto che i sogni di qualcuno non devono essere realizzati a discapito di quelli di qualcun altro.” In queste poche parole è racchiusa una nuova idea del mondo e della democrazia. S’intravede una nuova visione della società. Una società capace d’includere e di guardare a chi ha di meno, ma soprattutto una società che si propone di offrire a tutti possibilità materiali per potersi esprimere. Quando Obama parla della necessità di reclutare un nuovo esercito di professori per migliorare la scuola, parla di futuro. Così come quando Obama parla della nuova promessa americana, in realtà sta parlando a tutto il mondo.
“Il nostro paese ha più ricchezze di qualunque altra nazione, ma non è questo che ci  rende ricchi... È invece il nostro spirito americano - quella promessa americana - che ci sprona in avanti anche quando la strada è incerta…che ci porta a fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo.”
A poche ore dalla vittoria Barack Obama ha ricevuto una lettera da Nelson Mandela. Poche righe che danno quasi l’idea di un passaggio di testimone.
“La sua vittoria ha dimostrato che nessuna persona, in nessun luogo al mondo dovrebbe astenersi dal sognare di volere cambiare il mondo affinché diventi un pianeta migliore.”
Mandela ha ragione, dobbiamo sognare un pianeta migliore.
Barack Obama ci vuole provare, diamogli una mano.
Tutti insieme.


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6 novembre 2008

Abbiamo origini diverse, ma le stesse speranze



La strada che ha percorso Barack Obama per diventare il candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America è stata una strada tutto sommato breve. Padre africano e madre texana si è laureato alla Columbia University e alla Harvard Law School. Eletto Senatore nel 2004 dopo appena tre anni è diventato il candidato del Partito Democratico alla Casa Bianca. Il 18 marzo 2008, al Constitution Center di Philadelphia, Barack Obama pronuncia il discorso, Sulla razza. Un discorso destinato a diventare uno dei capisaldi della sua visione della politica e che su You Tube, la nuova agorà planetaria, ha stabilito un record di contatti difficilmente superabile.
“Ho scelto di candidarmi per la presidenza in questo momento poiché sono profondamente convinto che potremo vincere le sfide del nostro tempo solo se troveremo una soluzione insieme, solo se porteremo a compimento l’unione, solo se comprenderemo che abbiamo origini diverse, ma le stesse speranze, che non siamo simili e non proveniamo dagli stessi luoghi, ma procediamo nella stessa direzione, verso un futuro migliore per i nostri figli e nipoti.”
Si capisce fin dalle prime battute che il suo non sarà un discorso prendere o lasciare, bianco o nero. Obama cerca di affrontare questioni, ricerca soluzioni, non colpi a effetto. Parla di speranza, di visioni.
“Tutti gli americani devono rendersi conto che i sogni di qualcuno non devono essere realizzati a discapito di quelli di qualcun altro; che investire nella sanità, nel welfare e nell’istruzione dei bambini, siano essi neri, meticci, o bianchi, alla fine si rivelerà vantaggioso per tutti.”
Non siamo più di fronte allo schema classico che vuole i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Obama rappresenta una realtà nuova. Parla di unione tra le diversità, di comunanza d’intenti. Snocciola problemi concreti e soprattutto cerca soluzioni comuni. Soluzioni che uniscano e che non dividano.
“Oggi vogliamo parlare del motivo per cui le sale d’attesa del pronto soccorso sono piene di bianchi, di neri, di ispanici che non hanno l’assistenza sanitaria; che non hanno la forza di opporsi, da soli, al potere degli interessi individuali di Washington; ma insieme a tutti noi possono farcela…Oggi vogliamo parlare del fatto che il vero problema non è che qualcuno con una pelle diversa possa rubarti il lavoro, ma che a rubartelo sia l’azienda per cui lavori, per trasferirlo all’estero, solo per aumentare il profitto.”
Ci troviamo dunque di fronte ad un ribaltamento totale del registro con cui solitamente si affronta il tema del razzismo. Si parla di chi ha meno possibilità e la causa di tutto ciò non va ricercata nel colore della pelle, ma nella comune condizione di difficoltà economica. C’è in queste parole una visione nuova della società. Una visione che predilige l’inclusione all’esclusione. E c’è la speranza. La speranza di un futuro migliore.
“Forse la nostra unione non sarà mai perfetta, ma ha dimostrato di saper migliorare, generazione dopo generazione. E oggi, quando i dubbi o il cinismo mi assalgono e penso che non ce la faremo, è la generazione dei giovani a ridarmi speranza.”
Barack Obama è nato il 4 agosto 1961, da noi, in Italia, sarebbe considerato un giovane, è stato eletto presidente del paese più importante della terra. In questo senso sono già storia le parole che ha pronunciato a Philadelphia: “In nessun altro Paese della terra sarebbe possibile una storia come la mia.”
Nel discorso di Springfield, Illinois, con il quale annunciava la sua candidatura, Obama mostra già di avere le idee chiare e dimostra di conoscere i problemi che gli americani devono affrontare.
“Tutti noi sappiamo quali siano oggi queste sfide: una guerra senza fine, una dipendenza dal petrolio che minaccia il nostro futuro, scuole dove troppi bambini non imparano, e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese pur lavorando al massimo. Conosciamo le sfide. Le sentiamo ripetere. Ne parliamo da anni.”
Barack Obama ha conquistato in poco, pochissimo tempo, la testa di milioni di americani e lo ha fatto parlando dritto al loro cuore, restituendo alla politica una missione nobile: migliorare la condizione materiale e morale della gente.
“Noi misuriamo il progresso in base a quante persone riescono a trovare lavoro con cui poter pagare il mutuo; in base a quanto ognuno riesce a mettere da parte alla fine di ogni mese, così che un giorno vedrà il figlio prendere una laurea.”
Ma è nella capacità visionaria e di far sognare che Obama non ha trovato avversari nella sua campagna elettorale. Capacità visionaria che guida il suo discorso di accettazione della candidatura a Denver, Colorado, dell’agosto del 2008.
“Il nostro paese ha più ricchezze di qualunque altra nazione, ma non è questo che ci  rende ricchi. Abbiamo l’apparato militare più potente della terra, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura fanno invidia al mondo, ma non è questo che continua a spingere il mondo alle nostre porte.
È invece il nostro spirito americano - quella promessa americana - che ci sprona in avanti anche quando la strada è incerta; che ci tiene uniti malgrado le differenze; che ci porta a fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo.”
Diciamoci la verità, a chi non piacerebbe avere un leader in grado di pensare e di pronunciare parole e concetti simili?
God save the U.S.A.


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