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Diario
 


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16 aprile 2011

Se questo è un ministro


Quando Umberto Bossi, capo indiscusso della Lega Nord e ministro delle Riforme della Repubblica Italiana, eruttò il suo «Föra da i ball», riferendosi ai migranti che scappavano dalla guerra che infesta il Nord Africa, pensavamo di aver toccato il fondo del barile. (Perché la guerra in atto è anche una guerra per il barile, in fondo, in fondo.) E invece non è stato così. Il fondo di quel barile era stato appena sfiorato dal capo della Lega Nord. Qualche giorno più tardi sarà Roberto Maroni, il ministro dell’Interno della Repubblica Italiana, leghista doc e della prima ora, ad erodere quel fondo. Dopo che l’Europa aveva bocciato la proposta, formulata proprio dallo stesso Maroni, di permesso temporaneo per gli immigrati tunisini accampati a Lampedusa, il sassofonista milanista di Varese prestato alla politica dichiara: «Mi chiedo se abbia un senso continuare a far parte dell’Unione Europea». Non era mai successo che un ministro della Repubblica Italiana avesse messo in discussione l’appartenenza del nostro Paese all’Europa. L’Italia, per chi lo avesse dimenticato, in questi tempi barbari che stiamo vivendo, è uno dei paesi fondatori della Comunità Europea, 1957.
E quando pensavamo che il peggio fosse passato ecco arrivare la bordata finale e la certezza che non solo si era toccato il fondo del barile ma che s’iniziava a scavare. Il protagonista è ancora una volta un leghista storico, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Roberto Castelli che intervenendo a una trasmissione radiofonica, è disponibile il podcast su Internet, così si esprime: «Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora».
Mentre i tre ministri leghisti infliggevano un colpo mortale alla credibilità internazionale dell’Italia, Silvio Berlusconi si prepara per lo show finale che puntualmente arriva con il suo sbarco a Lampedusa. Un comizio, tenuto su di una pedana che sembra essere lì per caso, stile predellino per intenderci, che svela, ancora una volta, la pochezza politica e umana del capo della destra italiana al governo. Parole, parole, parole e promesse. Lampedusa candidata al Nobel per la pace, campi da golf, la costruzione di un casinò e, mentre migliaia di essere umani giacciono inermi senza cibo e senza una dimora degna di questo nome sul molo dell’isola siciliana a causa dell’incapacità del governo in carica da lui presieduto, l’annuncio dell’acquisto di una casa per la modica cifra di due milioni di euro. Senza alcun pudore.
Questa è l’immagine che ha offerto l’Italia al resto del mondo in questi tristi giorni di aprile.
Migliaia di migranti, molti dei quali laureati e in grado di comprendere bene ciò che gli stava succedendo, che non abbiamo saputo accogliere. Tenuti peggio degli animali. Volutamente ammassati, uno sull’altro. Senza cibo. Senza ricovero. Soltanto un anno fa lo stesso Berlusconi aveva parlato alla tv tunisina, anche in questo caso come per Castelli esistono le registrazioni audio e video disponibili su Internet, e aveva detto: «Lavoro, casa, scuola a chi viene in Italia». Parole e false promesse di un anziano signore malato, come ci aveva informato con una lettera pubblica, non più di qualche mese fa, la sua seconda ex moglie.  
Di fronte a uno spettacolo d’insopportabile scempiaggine realizzato dalla destra che governa il Paese non è più il tempo di dire: «Mi vergogno di essere italiano». Non basta più chiamarsi fuori. Abbiamo, tutti, il dovere di fare di più. Prima che sia troppo tardi.


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2 aprile 2011

Blowin’ in the Wind, Il vento del sud arriva a Londra



No cuts, niente tagli, è stato lo slogan più presente e gettonato nella grande manifestazione contro il governo Cameron che si è svolta a Londra lo scorso sabato. Oltre 300.000 persone hanno sfilato lungo le strade più conosciute della capitale inglese per ascoltare il leader laburista Ed Miliband. Una grande manifestazione contro i tagli indiscriminati del governo che pesano come macigni sul welfare e sulla scuola pubblica, No cuts urlava il popolo. E ancora Cut war not welfare, Taglia la guerra non il welfare. Una manifestazione così numerosa contro un governo in carica non si vedeva a Londra da circa venti anni. Contemporaneamente il cancelliere tedesco Angela Merkel subisce una pesante sconfitta nelle elezioni del land di Baden-Wuerttemberg a vantaggio dei Gruenen. Non accadeva da sessant’anni, dalla fondazione della Repubblica federale, come se in Italia il partito di Berlusconi vincesse le elezioni regionali in Toscana o in Emilia Romagna. In Francia Sarkozy abbraccia senza se e senza ma la guerra contro la Libia e se ne fa promotore per cercare di ribaltare il clamoroso calo di consensi nell’opinione pubblica in vista delle prossime elezioni presidenziali. In Italia Berlusconi paga, secondo le notizie riportate dai principali quotidiani e non smentite, venti euro più colazione a sacco, per avere una claque davanti al Tribunale di Milano che lo vede ormai assiduo frequentatore. Un quadro esaustivo per poter affermare che i governi delle destre sono in affanno in tutta Europa e non godono più di un forte consenso popolare. Aumenta l’insofferenza dei popoli verso una politica capace di pensare solo ed esclusivamente ad una crescita costante e indiscriminata che travolge in questa folle corsa verso il nulla persone e sentimenti, territori e natura. È una crisi di sistema. È la crisi di una politica incapace di «esplorare i limiti dello sviluppo». «Le teorie tradizionali, quella marxista come quella liberista […] davano per scontato che lo sviluppo economico fosse sempre una cosa positiva. Una crescita del Pil dell’uno o due per cento era considerata modesta, e una crescita demografica dell’un per cento era considerata auspicabile, e tuttavia, proseguì, se si proiettavano quelle percentuali su un arco di cento anni, si ottenevano risultati terribili; una popolazione mondiale di diciotto miliardi di persone e un consumo energetico globale dieci volte superiore a quello attuale. E proseguendo con altri cento di crescita costante, bè, le cifre diventavano impossibili. Così il Club di Roma cercava un modo razionale e umano di porre un freno allo sviluppo, una soluzione che non fosse semplicemente quella di distruggere il pianeta, lasciando che tutti morissero di fame o si ammazzassero a vicenda». Con queste parole si rivolge Walter Berglund alla sua futura suocera e deputato repubblicano, Joyce Emerson nell’ultimo, meraviglioso, romanzo di Jonathan Franzen, Freedom. Joyce Emerson non conosce Il Club di Roma e si trova in palese difficoltà nei confronti di un giovane studente in Legge. La difficoltà di Joyce è la difficoltà della politica di comprendere i cambiamenti che sono in atto. Di cogliere e recepire il grido di libertà che proviene dai popoli del Nord Africa. Di imparare dal disastro di Fukushima.
Nel 1962, l’anno in cui sono nato, Bob Dylan scriveva una delle più belle e amate canzoni di tutti i tempi, Blowin’ in the Wind. « Yes, ’n’ how many times can a man turn his head, Pretending he just doesn’t see? The answer, my friend, is blowin’ in the wind, The answer is blowin’ in the wind». Per quanto tempo un uomo può girare la sua testa fingendo di non vedere? La risposta, amico mio sta soffiando nel vento, la risposta sta soffiando nel vento. Ed è un vento caldo che sale dal Nord Africa e attraversa tutta l’Europa. Un vento diverso da quello che proviene dal Giappone che invece porta con se morte e distruzione. La risposta che soffia nel vento d’Africa sa di buono e di libertà.


17 febbraio 2011

Se tutto diventa sàtira e par condicio. Sottotitolo, le parole sono importanti.



Quando non c’era il videoregistratore, internet e il my sky, dovevi accontentarti della cronaca sulle pagine di musica e spettacolo dei quotidiani per sapere cosa era successo la sera precedente a Sanremo. Le canzoni le ascoltavi alla radio la mattina successiva mentre l’intervento dell’ospite d’onore era riassunto in quei fogli di giornale. Oggi non è più così. You Tube la fa da padrone. Dopo pochi minuti della messa in onda tutto è disponibile in rete. E cosi grazie alla rete ho visto le performance di Luca e Paolo dei primi due giorni della kermesse canora.
Sàtira avevano scritto. La prima sera Berlusconi e Fini, la seconda, per par condicio, Roberto Saviano, Michele Santoro e Luca di Montezemolo.
Sarà un problema mio, ma non ho capito dove sia la sàtira e dove la par condicio.
I primi sono due uomini politici di professione, i secondi, due giornalisti e un imprenditore (anche se mi riesce difficile definire in maniera univoca Luca Cordero di Montezemolo). Il gioco canoro, Ti sputtanerò, tra Berlusconi e Fini è giocato sulle vicende politiche che vedono una forte contrapposizione tra i due leader della destra italiana oltre che su procedimenti giudiziari che vedono coinvolto in maniera pesante il Presidente del Consiglio mentre il “pezzo” su Saviano e Santoro sulla loro gestualità e sul loro modo di fare televisione.
Cerco di non distrarmi e guardo i due video. Non mi fanno ridere. Forse mi faranno pensare, mi chiedo. Niente. Non mi fanno neanche pensare. Li riguardo. Ma anche alla seconda visione, niente. Nessuna reazione.
Penso che forse non sono dell’umore giusto e certo non ricordo il significato di sàtira, oltre che di par condicio ovviamente. Cerco sul vocabolario il significato di sàtira.
Sàtira s. f. [dal lat. satura, femm. dell’agg. satur «pieno, sazio» e per estens. «vario, misto» (anche, con valore negativo, «confuso»).Composizione poetica che evidenzia e mette in ridicolo passioni, modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l’umanità, o caratteristici di una categoria di persone o anche di un solo individuo, che contrastano o discordano dalla morale comune (e sono perciò considerati vizi o difetti).
Ecco dunque svelato l’arcano. C’è dunque un errore che mi ha tratto in inganno.
Nel primo caso, Berlusconi e Fini, si tratta certamente di satira, «[…] Mette in ridicolo […] modi di vita […] che contrastano o discordano dalla morale comune (e sono perciò considerati vizi o difetti)». Nel secondo, Saviano e Santoro, siamo fuori tema e si tratta certamente di altro.
Cerco allora par condicio.
Par condicio ‹... kondìcio› locuz. lat. (propr. «uguale condizione»), usata in ital. come s. f. – Espressione desunta dalla frase del linguaggio giur. romano par condicio creditorum, che, in campo fallimentare, affermava il principio della parità di condizione dei creditori, cioè il loro diritto a essere rimborsati dal debitore fallito tutti quanti in uguale misura percentuale; introdotta negli anni Novanta nel linguaggio politico, è passata, nella sua formulazione ridotta, a indicare la condizione di parità tra soggetti del mondo politico nell’accesso ai mezzi di comunicazione di massa per propagandare le proprie idee (e poi usata anche con altri sign. estens. analoghi).
Ed ecco il secondo errore. La par condicio è intesa tra soggetti del mondo politico, perciò Saviano e Santoro non possono “compensare” Berlusconi e Fini, «[…]la condizione di parità tra soggetti del mondo politico nell’accesso ai mezzi di comunicazione di massa per propagandare le proprie idee».
Non avevo capito male. Non si tratta di sàtira e la par condicio non c’entra nulla. Forse siamo nell’ambito del Bagaglino.
Ecco perché i due video non mi hanno fatto ridere. Ho sempre trovato patetico lo spettacolo del Bagaglino e anche questa volta non si sono smentiti.
Ogni qualvolta c’è un uso improprio delle parole penso a Nanni Moretti e uno dei suoi film più belli “Palombella rossa”: «Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!»
Buon Sanremo a tutti.


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2 febbraio 2011

C’è nessuno? C’è nessuno? C’è nessuno?



Ai tempi dell’università, nella “mia” facoltà (architettura a Pescara), c’era una contrapposizione fortissima tra due fazioni. Si proprio due fazioni. Quelli della tendenza e i decostruttivisti. Ognuna delle due squadre venerava delle icone. Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Adolf  Loos appartenevano ai primi, Peter Eisenman, Frank O.Gehry, Daniel Libeskind, i portabandiera dei secondi. Ogni occasione era buona per prendersi in giro. Durante una sessione di laurea ad esempio, il “capo” dei decostruttivisti locali, commentando il progetto di uno studente della tendenza si espresse in questo modo: «Apprezzo l’approccio teorico del suo progetto però francamente questa “stecca” è […] un’infilata di corridoi che si ripetono sempre uguali a se stessi, porte tutte uguali, della stessa misura, più che un invito ad entrare sembrano attendere una domanda, c’è nessuno? C’è nessuno? C’è nessuno?».
Ci fu un gran silenzio, durò pochi secondi e sembrò interminabile. All’improvviso e inaspettata una grassa risata contagiò tutti i presenti. Da allora niente fu più come prima. Ancora oggi, a distanza di molti anni, quando incontro amici che hanno fatto parte di quel gruppo, il nostro saluto è: C’è nessuno? C’è nessuno? C’è nessuno?
In questi giorni, confusi e tristi, “vedo” spesso il corridoio di quella stecca. Sulle porte, tutte rigorosamente uguali, ci sono le targhe dei partiti dell’opposizione al governo Berlusconi. Apro le porte una a una e chiedo: «C’è nessuno? C’è nessuno? C’è nessuno?». Le stanze sono tutte vuote. Nessuno risponde. Non c’è nessuno appunto.
Per la prima volta, da quando Berlusconi si occupa di politica in prima persona, la sua “stella” brilla poco, pochissimo in verità. Sembra essere sull’orlo di un precipizio e la sensazione generale è che manchi una piccola spinta per farlo precipitare. La disoccupazione giovanile ha toccato la quota record del 29%, un giovane su tre non lavora. Gli scandali che riguardano la sua persona, Ruby e dintorni, sono sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica mondiale e per questo motivo l’Italia sta pagando un prezzo altissimo alla sua credibilità internazionale. L’attività parlamentare e di governo è paralizzata mentre i ministri del suo governo e l’intera maggioranza sono impegnati a difendere il premier su tutti i media disponibili. Mentre il bacino del Mediterraneo è attraversato da una rivoluzione che probabilmente ridisegnerà il profilo politico di molti Paesi nordafricani, il nostro Ministro degli Esteri “appare” in Parlamento per riferire al Paese dell’autenticità di un documento che riguarda la casa di Montecarlo (e che coinvolge il Presidente della Camera Gianfranco Fini).
Per la prima volta da quando Berlusconi ha vinto, con un’ampissima maggioranza, le ultime elezioni c’è dunque un guado che può portare le opposizioni ad essere di nuovo competitive.
C’è bisogno di un programma, una coalizione e un candidato. Non c’è bisogno che si vada tutti in televisione a proporre formule e nuove alchìmie. Tutti i partiti che sono all’opposizione del governo Berlusconi hanno il dovere di agire e non, soltanto, di parlare.
Formulate una proposta e su quella lavorate. Fatelo, prima che sia troppo tardi per tutti.


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12 dicembre 2008

Berlusconi “fossile del giorno”, not in my name



Incurante delle pessime figure che fa fare al nostro Paese, oltre che a se stesso, Berlusconi conquista il premio per la vergogna ambientale che viene attribuito dal Can, una rete che riunisce la maggior parte delle associazioni ambientaliste del mondo, ai Paesi non virtuosi sui temi del cambiamento climatico.
Questa la frase di Berlusconi, «quando uno ha la polmonite non va dal barbiere a tagliarsi i capelli» e questa la risposta degli organizzatori del premio. «Evidentemente il premier italiano non si è reso conto che il malato deve uscire non per andare dal barbiere, ma perché la casa brucia.»
Not in my name, dovremmo utilizzare questa semplice ed efficace frase per una campagna di comunicazione che ci faccia prendere le distanze ogni volta che ne combina una delle sue.

Ultim’ora
“Sarkozy ha dato prova di un nuovo stile di presidente dell'Unione, magari non perfetto ma di qualità... Berlusconi invece è un arruffapopolo imprevedibile ed egoista.”
La Tribune, 11 dicembre, una giuria valuta i leader europei: Berlusconi è 25esimo su 27
Ribadisco: Not in my name


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19 novembre 2008

Oltre ogni immaginazione

La telefonata di ieri sera a Ballarò da parte di Berlusconi, che arriva dopo il cucù alla Merkel, lascia basiti.
La ricostruzione poi dell’incontro con i sindacati, esclusa la Cgil, è un pezzo che fa impallidire il meglio di Zelig.
Continuo a pensare che il nostro Paese sia meglio, molto meglio, della classe dirigente che lo governa.


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