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23 aprile 2009

City Room_il giorno dei musei [7]



Ieri è stata una giornata bella e lunga. Una giornata molto americana. Soprattutto siamo riusciti a fare tutto quello che avevamo deciso di fare senza farci condizionare dal tempo che scorre impietoso. Perché in vacanza è sempre così, ci facciamo prendere dall’ansia per il tempo che fugge e cerchiamo di fare tante, troppe cose, insieme. Ieri invece sembrava di essere a casa, dove il rapporto con il tempo è diverso e se hai voglia di goderti una bella domenica di marzo te la godi senza guardare l’orologio.

Oggi invece è il giorno dei musei: Guggenheim e Ground Zero.

Due posti completamente diversi. Il primo è nell’immaginario collettivo “il museo”, il secondo il luogo della memoria e sono curioso di vederlo.

Con Roberto facciamo colazione assieme e poi ci separiamo, ci rivedremo nella tarda mattinata a Ground Zero. Lucia invece dedica la mattinata allo shopping. Al Guggenheim perciò ci vado da solo e decido di prendere l’autobus, il numero 5. Ho scelto l’autobus perché corre lungo tutto il perimetro di Central Park e quindi avrò modo di godermi il panorama dal finestrino. È una giornata uggiosa con una pioggia a intermittenza. Mi rendo conto della lunghezza di Central Park man mano che l’autobus avanza in direzione Guggenheim. Sembra non finire mai. Una specie di piccolo atollo nel bel mezzo della contemporaneità. Ai margini, lungo il perimetro appunto, palazzi alti, non grattacieli, in mezzo il vuoto. Bisogna esserci per capire fino in fondo cosa significhi essere nella natura pur essendo nel cuore della città più importante del mondo, una città piena e affollata. Qui invece il silenzio e la natura. Silenzio e natura che mi portano altrove e quasi mi fanno saltare la fermata. Quasi, perché la sagoma inconfondibile del museo mi desta dal torpore. Quando il Solomon R. Guggenheim fu ampliato, nel 1992, le polemiche furono feroci. L’accusa più grave quella di aver trasformato uno dei musei più conosciuti e importanti del mondo in un cesso. Si proprio così, molti giornali titolarono in questo modo. La parte nuova, costruita su disegni originali di Frank Lloyd Wright l’architetto ideatore del progetto, sembrò, a detta dei polemisti, conferire al museo la forma di un wc.

Io non la penso allo stesso modo. Ci sono edifici, ma direi in questo caso piuttosto forme, che assumono nel tempo una connotazione che va ben oltre il significato della forma stessa. È questo il caso del Guggenheim. La spirale e quel corpo, allungato, come adagiato sul terreno, sono entrati nell’immaginario collettivo e rappresentano una forma possibile per un museo. È familiare ed evocativa allo stesso tempo e anche se non ci sei mai entrato in vita tua, puoi immaginare cosa ti aspetta quando sarai dentro.

La biglietteria è posta subito dopo l’ingresso e stamattina c’è una lunga fila. Per i giornalisti c’è un banco dedicato e non c’è nessuno in fila, per questo sono nel grande cono rovesciato in pochissimo tempo. Una luce soffusa e un silenzio ovattato trasformano l’uggia di prima in un caloroso benvenuto. Il percorso che sale e si avvita fino alla copertura in vetro è percorso da tanti puntini neri che sembrano formichine ma sono in realtà persone e la sensazione di averlo già visto, anche se è la prima volta che ci entro, è vera.




Prendo l’ascensore, come una delle mie guide (in questo caso, New York City, lonely planet) mi consiglia, e scendo all’ultimo piano per farmi il percorso a ritroso. Non guardo le opere d’arte della collezione permanente, se non qualcuna che mi ero appuntato prima di entrare. Preferisco guardare il museo, l’edificio. Del resto per un ex studente di architettura trovarsi nell’edificio più rappresentativo di F.L.Wright è emozionante e io stamattina sono emozionato. Scendo giù piano. Mi godo ogni sfaccettatura dell’edificio e ogni vista che mi si apre allo sguardo, man mano che scendo e cambia la visuale, mi sorprende. Non si possono fare foto, c’è scritto e te lo ricordano solerti funzionari disseminati lungo tutto il percorso, ma io, che solitamente sono rispettoso delle regole, ne scatto diverse. Il vantaggio delle macchine fotografiche digitali e che puoi scattare quante foto vuoi e che per mirare serve poca mira. Quando arrivo giù nel punto esatto in cui ho preso l’ascensore per salire, la fila alle biglietterie è aumentata e il silenzio che c’era prima non c’è più, resta quella luce soffusa che molto contribuisce a creare un ambiente che favorisce la concentrazione. Mi accorgo che è tardi e che Roberto, forse, è già arrivato a Ground Zero. Prendo la metropolitana, arriverò in poco tempo. All'entrata e all'uscita della metropolitana operai in pausa pranzo. Panino in una mano e grande beverone in un bicchiere rigorosamente chiuso con il coperchio bianco. Proprio come nei film.




Tanti, tantissimi, operai impegnati nel grande vuoto lasciato dall’idiozia umana quel nefasto 11 settembre del 2001. Quando riemergo dalla metropolitana lo scenario che mi si presenta agli occhi è uno scenario anch’esso familiare. Sono a Ground Zero.




Tutto è grande qui. Le gru sembrano toccare il cielo e le cabine, poste a un’altezza improbabile, sono grandi come un appartamento.  Il vuoto vista da vicino è più vuoto e più grande, molto più grande di come te lo puoi immaginare. Mentre penso a tutto ciò un aereo passa tra i grattacieli. Sembra un uccello e per un attimo la mente torna a quella mattina.

Il museo di Ground Zero affaccia sul lato corto del grande rettangolo che è oggi il cantiere della ricostruzione. È in funzione da poco e credo che questa sia una sistemazione provvisoria.




Fuori c’è la fila per entrare come per il Guggenheim. Lo spazio è piccolo e non ha pretese architettoniche. Non serve qui, forse. Tutto è emozione. Un percorso attraverso l’incredulità prima, la paura poi e il dolore, un lancinante dolore, alla fine. C’è un silenzio irreale rotto solo da sequenze spesso ininterrotte di singhiozzi. In una delle sale, una sorta di patio posto alla fine del corridoio d’ingresso, con  le pareti tappezzate da foto delle persone che lavoravano nelle torri gemelle, al centro della stanza su una grande panca pacchi di fazzoletti di carta. Qui piangono tutti, chi ricordando un parente, altri coinvolti dalle immagini e dai video che ti catapultano direttamente dentro l’inferno di quel 11 settembre.




C’è tanto materiale in questo museo. Reperti che provengono direttamente dal luogo dell’attentato. Pezzi di aereo. Le tute dei vigili del fuoco. Ma anche utensili quotidiani. E poi tante foto. Ci sono anche i disegni dei bambini. Tra tutti quelli che ho visto, ce n’è uno che mi ha colpito in particolare. Su fondo bianco le due torri sono disegnate in rosso e sono composte da tanti cuori che si sovrappongono a formare due parallelepipedi, le torri gemelle. Quasi in cima il disegno si sgretola e i cuori, che prima erano tutti compatti, si staccano e mettono le ali per volare in cielo.

Qui, davanti a questo disegno, ho pianto anch’io.




Quando esco dal museo e sono di nuovo di fronte a Ground Zero sono frastornato. L’11 settembre è diverso visto da qui. E non è l’emozione che mi fa pensare questo. Visto da qui, di fronte a questo immenso vuoto, comprendi la reale dimensione di ciò che è successo quel giorno. Siamo nel cuore del mondo. E proprio qui due aerei sono entrati, in una mattina qualunque di un po’ di anni fa, in due grattacieli e hanno mostrato a tutti noi la fragilità della nostra società. Due aerei hanno messo in ginocchio le nostre sicurezze. Le nostre certezze. E poi si respira una brutta aria qui. C’è tristezza negli occhi delle persone. Spero che sotto quelle macerie sia stata sepolta per sempre l’idiozia degli uomini. Di quelli d’occidente e di quelli d’oriente. Di quelli di destra e di quelli di sinistra. E che non riemerga più. Che resti lì sotto, pigiata dal cemento e dal ferro dei piloni che non si sono liquefatti al fuoco come neve al sole. Questo vuoto è terribilmente pieno e sta lì davanti a te e sembra quasi che voglia rivolgerti la parola. E più guardi, come a cercare qualcosa che non c’è più e più l’angoscia e l’insicurezza aumentano e più ti sembra grande quel vuoto e più ti senti piccolo.

Per tornare a casa prendiamo un taxi e anche nel taxi continua il silenzio e l’emozione. È stata un’esperienza forte e il respiro torna ad avere un andamento regolare quando siamo ormai lontani dal grande vuoto.

A casa ci aspetta Lucia che ha già preparato i bagagli. Nel tardo pomeriggio si parte. Il viaggio, questo breve viaggio nell’America di Obama sta per concludersi e già New York mi manca. Accidenti se mi manca.


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permalink | inviato da oscarb il 23/4/2009 alle 11:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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