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Diario
 


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9 dicembre 2010

Sangue e merda



Dopo il prezzario delle escort per una serata trascorsa con il premier, da 5.000 a 7.000 euro indipendentemente dalla prestazione offerta sia essa la partecipazione a una cena o altro, reso noto dalle stesse protagoniste, ecco servito il prezzario per votare la fiducia al Governo. Apprendo dai quotidiani, che tal Calearo, nominato da Veltroni parlamentare della Repubblica italiana, abbia riferito che i prezzi di mercato per un voto favorevole alla fiducia oscilli tra i 350.000 e i 500.000 euro. Le offerte non sono soltanto di denaro cash ma anche, mi scusi Veltroni se approfitto di un suo modo di dire, in natura. Nel senso che, sempre secondo alcuni quotidiani, la Svp di asterrebbe per ottenere in cambio la gestione del Parco dello Stelvio. Sono infine in ballo i  voti dei sei parlamentari radicali, sempre nominati da Veltroni (non è colpa mia, giuro), eletti nelle file del Pd. Su quest’ultimo aspetto tergiverserei per esprimere un parere definitivo perché quando c’è di mezzo Pannella bisogna attendersi sempre la sorpresa finale.
Mentre accade tutto questo e la data del 14 dicembre si avvicina l’opposizione, parlamentare e non, è perennemente in crisi d’identità. Non sceglie. Non propone. Praticamente non è pronta alle eventuali elezioni anticipate.
Dovesse mancare la fiducia al Governo lo scenario che si prospetta per l’opposizione, se le cose non cambiano in fretta, è a dir poco deprimente.
Mentre il centro destra che attualmente governa il Paese, Pdl più Lega Nord, in caso di nuove elezioni avrebbe un leader, l’immarcescibile Berlusconi e un programma già pronti per la campagna elettorale, stessa cosa si può ipotizzare per il nuovo (per usare un eufemismo) terzo polo, Fli, Udc e Rutelli, nulla invece si sa dell’opposizione di centro sinistra. Questo centrosinistra non ha costruito una coalizione. Non ha un programma, Non ha un candidato premier.
Un parlamentare della prima Repubblica, più volte ministro, agli inizi degli anni ottanta a proposito dell’attività politica ebbe a dire: «La politica è sangue e merda».
Nella condizione attuale dell’Italia la politica, per fortuna, ci risparmia il sangue.


19 febbraio 2009

La neve copre e non pulisce, non cancella



Ho seguito il discorso di commiato di Walter Veltroni ieri sera prima di tornare a casa. Ero solo.
Fin dalle prime battute si capiva che sarebbe stato un discorso franco e lo si capiva anche dall’espressione serena e riposata che il segretario del Partito Democratico ha sfoggiato fin dal suo arrivo in quella Piazza di Pietra, questa la scritta che campeggiava come didascalia, che pre-annunciava l’importanza delle parole che sarebbero di lì a poco state proferite.
E quando nel bel mezzo del discorso arriva l’outing per certi versi inatteso: “Scusate, non ce l’ho fatta”, la consapevolezza che quelle parole fossero pietre si è materializzata nella sala e, attraverso i media, nel Paese.
Un discorso alla Veltroni, ma meglio, molto meglio di tutti quelli che lo hanno preceduto. Meglio perché più vero, autentico. Ha sottolineato tutti i punti di difficoltà del nuovo progetto politico e ha rivendicato, non senza una punta, legittima, di orgoglio, che il progetto del pd è partito con dieci anni di ritardo. Quei dieci anni che intercorrono dall’esperienza dell’Ulivo e di vicinanza con Romano Prodi. Il professore è stato con Piero Fassino tra i pochissimi ad essere pubblicamente ringraziato. Il primo per la sua capacità di governo e di visione, il secondo per la sua lealtà. L’autocritica continua, senza sconti, così come continua l’outing: “Forse sono più portato ad altri incarichi che non alla vita di partito”.
Questa sua ultima apparizione che non avrà repliche, perché questo si capisce dalle parole ultimative che l’ormai ex segretario del Partito Democratico pronuncia, ci mostra un uomo sereno e solo. E questo della solitudine è un concetto che non riguarda la persona, ma diviene in questo suo pronunciamento una denuncia politica. Serve più coesione per fare un partito. Non basta un uomo solo al comando. Per certi versi è questa l’accusa più pesante che Veltroni rivolge a tutto il gruppo dirigente del Pd. Gruppo dirigente che non sarà mai nominato, non concedendo così neanche lo spazio ad una possibile replica. E si capisce che la lontananza, politica e personale, di tanti dirigenti storici è "il cruccio" di Veltroni che espone questo concetto con calma ma con fermezza, lasciando intendere che nulla sarà più come prima. Proprio come la neve di questi giorni che copre ma non pulisce, e non cancella. E anche quando, avviandosi alla conclusione, dice: “Non farò agli altri quello che è stato fatto a me”, sembra quasi che Veltroni voglia dire che lavorerà, con discrezione, alla costruzione di un nuovo gruppo dirigente, evitando così, ancora una volta di nominare i suoi avversari interni. Avversari di vecchia data, e avversari di nuovo conio.
Ho già detto che non ho condiviso e non condivido il progetto politico del Partito Democratico così come ho già detto che quando si trattò di scegliere, nel Pds, tra Veltroni e D’Alema, votai per D’Alema.
Dopo aver ascoltato Veltroni penso però sia giusto rendergli l’onore della armi.
Perché quelle parole pronunciate ieri contengono futuro. Sono la base per cominciare a porre al centro dell’agenda politica oltre ai problemi reali del Paese, valori che al pari delle soluzioni ai problemi costituiscono i presupposti per una ripartenza non solo del Partito Democratico, ma dell’intero centro sinistra. Perché da oggi i giochi di potere e le tattiche, come la sola salvaguardia del proprio status, qualunque esso sia, non dovranno avere più cittadinanza. Soprattutto su questo versante Veltroni ieri ha dato un contributo importante. Così come sono certo, che passata la nottata, tornerà a essere una delle belle persone, che noi del centro sinistra, e l’Italia può vantarsi di annoverare tra le sue fila. Per queste ragioni penso che le parole di ieri contengano futuro.
E per tutto questo mi sento di ringraziarlo anche se non ho condiviso la sua scelta politica e continuo a non condividerla. Lo ringrazio perché ha saputo, in un momento molto difficile, sia da un punto di vista personale sia da un punto di vista politico, guardare avanti e contestualmente fare un passo indietro e soprattutto perché ha saputo parlare al futuro.


18 febbraio 2009

Veltroni si è dimesso, non c’è da essere allegri



Non c’è da essere allegri per le dimissioni di Veltroni, o meglio non sono allegro per queste dimissioni.
Quando a Firenze, nell’aprile del 2005, i Democratici di Sinistra, decisero di sciogliersi e di cofondare con La Margherita, il Partito Democratico, non aderii a quel progetto.
Mi costò molta fatica abbandonare compagni di viaggio, locali e non, con i quali avevo attraversato gli ultimi quindici anni della mia vita. Pur tra tanti errori commessi il Pci prima, il Pds poi e i Ds poi erano stati la mia casa politica. Anche quando non ero d’accordo con le decisioni prese mi sentivo comunque rappresentato, a Roma come a Pescara. Non ho mai avuto la tentazione di dire: basta vado via perché non sono d’accordo. Erano comunità che si reggevano sul mutuo rispetto e chi aderiva come semplice militante o aveva la fortuna di esserne in qualche misura dirigente, contava alla stessa maniera. Ho fatto molte battaglie politiche in quei partiti e molte le ho perse. Ma sono rimasto sempre lì, perché lì intravedo la possibilità del cambiamento.
Poi è arrivato il Partito Democratico. Sono d’accordo con chi dice oggi che il problema non è Veltroni come non è stato Soru per la Sardegna, il problema è il Partito Democratico.
Non si può costruire un partito dove hanno cittadinanza opzioni spesso alternative e inconciliabili come nel caso del testamento biologico, dove sullo stesso tema si è pensato di far coesistere le posizioni della Binetti con quelle di Ignazio Marino.
E poi la nascita del Partito Democratico non ha sancito la fine di un modo vecchio di stare insieme e l’inizio di una nuova era. Basti pensare alle contrapposizioni sterili e per certi versi infantili tra Veltroni e D’Alema. Quest’ultimo aspetto in particolare, la litigiosità e la incomunicabilità, è lo stesso problema che affligge tutti gli altri partiti della sinistra. Tutto ciò che a sinistra non ha aderito al Pd ha sofferto e soffre della stessa malattia oltre all’assenza totale di un ricambio generazionale nella classe dirigente.
Nell’ipotetico campo del centro sinistra ci ritroviamo perciò con una situazione molto delicata. Tante sinistre, almeno tre, che non comunicano tra di loro e che sono diventate residuali sia in termini di consenso elettorale sia in termini di consistenza politica. Con il Partito Democratico in una crisi senza fine, in picchiata rispetto ai consensi e incapace di esprime una forte e autorevole opposizione alla destra in Parlamento come nel Paese. E con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro che in nel campo di macerie del centro sinistra raccoglie sempre più consensi ma non è in grado né di rappresentare il centro sinistra tantomeno di fare sintesi politica.
In questa ottica la crisi del Partito Democratico è la crisi di tutto il centro sinistra. Per questo è fondamentale che il Pd affronti e cerchi di risolvere al più presto i suoi problemi perché altrimenti il governo della destra durerà molto a lungo e soprattutto continueranno a imperversare modelli comportamentali e culturali che hanno, già in parte, distrutto il tessuto connettivo dell’Italia.
Per questo non c’è da essere allegri per le dimissioni di Veltroni, o meglio non sono allegro per queste dimissioni.


1 novembre 2008

No al Centro Oli di Ortona



Carlo Costantini, candidato Presidente della Regione Abruzzo per il Centro Sinistra, parte con il piede giusto: un no forte e chiaro alla realizzazione del Centro Oli di Ortona in provincia di Chieti.


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