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2 aprile 2011

Blowin’ in the Wind, Il vento del sud arriva a Londra



No cuts, niente tagli, è stato lo slogan più presente e gettonato nella grande manifestazione contro il governo Cameron che si è svolta a Londra lo scorso sabato. Oltre 300.000 persone hanno sfilato lungo le strade più conosciute della capitale inglese per ascoltare il leader laburista Ed Miliband. Una grande manifestazione contro i tagli indiscriminati del governo che pesano come macigni sul welfare e sulla scuola pubblica, No cuts urlava il popolo. E ancora Cut war not welfare, Taglia la guerra non il welfare. Una manifestazione così numerosa contro un governo in carica non si vedeva a Londra da circa venti anni. Contemporaneamente il cancelliere tedesco Angela Merkel subisce una pesante sconfitta nelle elezioni del land di Baden-Wuerttemberg a vantaggio dei Gruenen. Non accadeva da sessant’anni, dalla fondazione della Repubblica federale, come se in Italia il partito di Berlusconi vincesse le elezioni regionali in Toscana o in Emilia Romagna. In Francia Sarkozy abbraccia senza se e senza ma la guerra contro la Libia e se ne fa promotore per cercare di ribaltare il clamoroso calo di consensi nell’opinione pubblica in vista delle prossime elezioni presidenziali. In Italia Berlusconi paga, secondo le notizie riportate dai principali quotidiani e non smentite, venti euro più colazione a sacco, per avere una claque davanti al Tribunale di Milano che lo vede ormai assiduo frequentatore. Un quadro esaustivo per poter affermare che i governi delle destre sono in affanno in tutta Europa e non godono più di un forte consenso popolare. Aumenta l’insofferenza dei popoli verso una politica capace di pensare solo ed esclusivamente ad una crescita costante e indiscriminata che travolge in questa folle corsa verso il nulla persone e sentimenti, territori e natura. È una crisi di sistema. È la crisi di una politica incapace di «esplorare i limiti dello sviluppo». «Le teorie tradizionali, quella marxista come quella liberista […] davano per scontato che lo sviluppo economico fosse sempre una cosa positiva. Una crescita del Pil dell’uno o due per cento era considerata modesta, e una crescita demografica dell’un per cento era considerata auspicabile, e tuttavia, proseguì, se si proiettavano quelle percentuali su un arco di cento anni, si ottenevano risultati terribili; una popolazione mondiale di diciotto miliardi di persone e un consumo energetico globale dieci volte superiore a quello attuale. E proseguendo con altri cento di crescita costante, bè, le cifre diventavano impossibili. Così il Club di Roma cercava un modo razionale e umano di porre un freno allo sviluppo, una soluzione che non fosse semplicemente quella di distruggere il pianeta, lasciando che tutti morissero di fame o si ammazzassero a vicenda». Con queste parole si rivolge Walter Berglund alla sua futura suocera e deputato repubblicano, Joyce Emerson nell’ultimo, meraviglioso, romanzo di Jonathan Franzen, Freedom. Joyce Emerson non conosce Il Club di Roma e si trova in palese difficoltà nei confronti di un giovane studente in Legge. La difficoltà di Joyce è la difficoltà della politica di comprendere i cambiamenti che sono in atto. Di cogliere e recepire il grido di libertà che proviene dai popoli del Nord Africa. Di imparare dal disastro di Fukushima.
Nel 1962, l’anno in cui sono nato, Bob Dylan scriveva una delle più belle e amate canzoni di tutti i tempi, Blowin’ in the Wind. « Yes, ’n’ how many times can a man turn his head, Pretending he just doesn’t see? The answer, my friend, is blowin’ in the wind, The answer is blowin’ in the wind». Per quanto tempo un uomo può girare la sua testa fingendo di non vedere? La risposta, amico mio sta soffiando nel vento, la risposta sta soffiando nel vento. Ed è un vento caldo che sale dal Nord Africa e attraversa tutta l’Europa. Un vento diverso da quello che proviene dal Giappone che invece porta con se morte e distruzione. La risposta che soffia nel vento d’Africa sa di buono e di libertà.


1 marzo 2011

L’Italia è un paese per chi?



«L’Italia non è un paese per giovani» è una delle affermazioni più utilizzate in questi ultimi anni per indicare l’incapacità dell’Italia d’investire risorse economiche e credere nelle nuove generazioni.
Non è un’affermazione teorica o peggio ancora un complotto di chi è impegnato a “parlar male” del proprio paese. Sappiamo che ciò è vero e i dati dell’Istat, che fissano impietosamente al 29,4% la disoccupazione che colpisce i ragazzi al di sotto dei 24 anni, ne sono una conferma. Un giovane su tre non trova lavoro. Da qui l’affermazione conseguente, «l’Italia è un paese per vecchi». Questa seconda tesi non è altrettanto dimostrabile con numeri e statistiche e non aiuta a comprendere il vero significato della prima affermazione. Certamente non ne costituisce l’origine. Le cause che possono spiegare questo disagio sono molteplici, mi soffermerei su una di queste, per me la più importante, la modestia, e uso scientemente un eufemismo, della classe dirigente italiana.
L’Italia funziona male perché la sua classe dirigente è mediocre, spesso inesistente. Dovremmo porci il problema di come si forma la classe dirigente nel nostro paese per capire e individuare le responsabilità di tanto degrado. La politica, come sempre in Italia, fa la parte del leone. Per il personale politico i processi di selezione sono inesistenti, così come la verifica e il controllo dei risultati raggiunti. Dalle scelte della politica spesso dipendono le scelte della classe dirigente di tutti gli altri settori. Ad esempio la scelta dei manager delle Asl e sappiamo che il sistema Sanità, in quasi tutte le regioni italiane, assorbe quasi l’80%, e in alcuni casi anche di più, delle risorse di quelle amministrazioni. Un cane che si morde la coda.
Il sistema Italia funziona male perché non ha una classe dirigente qualificata e in grado di gestire il paese. Questo è il cuore del problema. Se non investiamo nella formazione di una nuova classe dirigente, in tutti i settori vitali della società, non usciremo mai dal guado in cui siamo finiti e continueremo a confondere causa con effetto.
In Francia ad esempio tutti gli alti funzionari delle strutture pubbliche sono licenziati dall’ENA (Ecole nationale d’administration) istituita da Charles de Gaulle nel 1945, proprio per consentire alla Francia di avere una nuova e più preparata classe dirigente. Ogni anno sono ammessi circa ottanta candidati, le domande sono più di tremila. La formazione dura due anni, un anno di studio vero e proprio e un anno di tirocinio. La scuola, dal 2005, ha sede a Strasburgo.
Formazione qualificata prima e selezione vera, basata esclusivamente sul merito, poi, le due opzioni per uscire dalla miserabile condizione in cui siamo sprofondati.
E a proposito di nuove classi dirigenti, mi colpisce in questi giorni di «primavera araba» vedere le facce e ascoltare le parole delle persone che stanno cambiando la storia del Nordafrica.
Sono quasi tutti giovani. Donne e uomini. Quando arrivano alla ribalta della televisione italiana per spiegare le ragioni di questa rivoluzione, in realtà arrivano in poche televisioni, La7 su tutte, scopri che sono tutti molto preparati, da un punto di vista scolastico innanzitutto, e hanno molte cose da insegnarci anche in altri campi.
Ieri sera ad esempio durante la trasmissione L’Infedele di Gad Lerner era stridente il confronto tra la classe dirigente politica italiana, invitata a discutere proprio di ciò che sta accadendo in Libia, Egitto e in tutto il nord Africa, e i giovani ragazzi libici presenti in studio.
A rappresentare l’Italia il sottosegretario degli Affari Esteri, Alfredo Mantica, e l’europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio.
Un confronto impari e perso in partenza tanta era la differenza di preparazione e più in generale di cultura tra i ragazzi libici e Mario Borghezio ad esempio. Alla profondità di analisi dei primi faceva da controcanto la rozzezza e l’insipienza del dirigente leghista. Ed era inevitabile propendere dalla parte dei libici. Quei ragazzi e quelle ragazze rappresentano bene il presente di quella nazione e possono rappresentare altrettanto bene anche il futuro prossimo della Libia. Ma noi, noi italiani intendo, per quanto tempo ancora possiamo sopportare di essere rappresentati nel mondo dai Borghezio? L’Italia è un paese per chi?


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