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Diario
 


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5 novembre 2011

La lunga notte dei mille, Paolo Brogi


«Mille. E ottantanove. Il più piccolo aveva undici anni, il più vecchio sessantanove. Di donne una sola. In battaglia ne morirono settantotto…Quarantotto erano analfabeti, dieci ebrei, in ventiquattro poi impazzirono, sedici si suicidarono…Tra il 1850 e il 1930 l’America Latina ha accolto quattordici milioni d’immigrati, di cui oltre dieci in Argentina. Tra loro c’era anche chi aveva combattuto per unire l’Italia», prima della prefazione e più di una dedica. Con queste parole Paolo Brogi introduce la storia di un gruppo di uomini che, guidati da uno dei migliori italiani di sempre, ha contribuito in maniera decisiva a costruire l’Italia unita e libera di oggi. Una storia di vincenti trattati come perdenti.
Il libro è costruito su più livelli temporali e su due narrazioni che si giustappongono. La storia di Edoardo Herter, medico, che sceglie di stabilirsi dopo l’Unità d’Italia in Patagonia, perché il Paese che ha contribuito a liberare e costruire «non esulta per i garibaldini», e la narrazione di ciò che accade in Italia osservata attraverso le vicende della nuova vita che tocca in sorte agli ex garibaldini. Politica e battaglia s’incontrano e si mescolano, facce di una stessa medaglia compresenti spesso nella stessa pagina. In fondo una scelta che rispecchia e rende onore e merito alla biografia umana e politica di Giuseppe Garibaldi, il Generale. L’Italia, il sogno di un Paese finalmente unito e libero e il Sudamerica e la liberazione del suo popolo. Garibaldi come Che Guevara, uomini che camminano a fianco della rivoluzione per la libertà dei popoli.
«Herter si è spinto in Patagonia per un apostolato civile, ha lasciato un paese che non esulta per i garibaldini, ha scelto un orizzonte lontano e ci è arrivato con il suo bagaglio di ferri e bisturi».
Paolo Brogi descrive attraverso singole storie e singoli avvenimenti un Paese, l’Italia, profondamente e intimamente ignorante e le vicende di uomini, gli ex garibaldini, costretti a sopportare ogni tipo di vessazione spesso per il solo fatto di aver indossato la camicia rossa. 
Eppure la storia sembrava destinata ad avere un epilogo diverso per “i mille” se lo stesso Garibaldi dopo la battaglia vinta a Calatafimi annuncia fiero: «Soldati della Libertà Italiana! Io contavo sulle vostre fatali baionette e, credete, non mi sono ingannato…Le vostre madri, le vostre amanti, superbe di voi, usciranno nelle vie colla fronte alta e radiante…Io segnalerò al nostro Paese il nome dei prodi che sì valorosamente condussero alla pugna i più giovani e inesperti militi…». Il Generale aveva in mente un progetto diverso da quello che si stava realizzando e di questo ben presto se ne renderà conto.
«I sabaudi fanno ripicche ai marinai di Garibaldi. E scelgono chiunque al posto di un ex camicia rossa. Il 26 ottobre 1860 Cavour ha telegrafato al conte Persano: “Mi duole manifestarle la mia disapprovazione per mezzo del telegrafo relativamente alle nomine che si sono fatte nella marina napoletana…». L’importante, pare, è escludere gente come Castiglia. Cavour si rammarica, ma non c’è posto per tipi come quello. Così ha dovuto accettare Copenhagen». Questa la sorte toccata a Salvatore Castiglia, primo marinaio di Garibaldi costretto a vivere ventisette anni a Odessa, sul mar Nero. Molti altri invece salparono per il Sudamerica in cerca di una nuova vita o anche per sfuggire ai fantasmi che avevano popolato le loro vite. Alcuni di loro fecero la fortuna di quelle terre così lontane dall’Italia, eppure così vicine.
«Il 24 settembre 1870, al Senato argentino, Bartolomeo Mitre ha detto: “Senza gli italiani non avremmo legumi…come il contadino di Virgilio, perché in fatto di orticoltura staremmo nelle condizioni dei popoli più arretrati della terra…». 
Luigi Pinciani è invece uno di quei pochi che ce la fa. Diviene sindaco di Roma il 16 novembre del 1872 e anche se resta al suo posto per soli due anni riesce a lasciare un segno nella città eterna. «Pianciani ottiene dal governo nove milioni per il Tevere, fa ripulire le facciate dei palazzi, asfalta strade, costruisce marciapiedi (ce n’erano solo al Corso e in via dei Condotti), abbatte duemila colonnette per agevolare la circolazione, realizza la passeggiata del Pincio e avvia l’isolamento del Panteheon […] Contro la speculazione sui prezzi alimentari allestisce cinque macelli comunali e mette in piedi cucine economiche. Inaugura venticinque scuole, la scuola superiore femminile, la scuola serale per i contadini, la scuola operaia […] E fa costruire case, soprattutto case per i più bisognosi».
Tranne qualche eccezione la storia degli ex garibaldini è perciò quasi una diaspora. Abbandonati a se stessi, considerati come un peso per la nascente nazione, molti di loro vagheranno quasi senza fissa dimora e in condizioni economiche molto precarie. Due di loro saranno addirittura con il generale Custer a Little Big Horn. Carlo Rudio e Giovanni Martini «il trombettiere che ha portato invano l’ultima richiesta di rinforzi da parte di Custer…»
Il “gran corazòn”, il soprannome che si era guadagnato sul campo Edoardo Herter, riposa in Patagonia e nel 1963, «Tapalqué ha colto l’occasione del centenario della sua nascita come cittadina della pampa» per ricordarlo con una targa. Nel giugno del 1890 la tomba di Giuseppe Garibaldi è stata dichiarata monumento nazionale.
Il libro di Paolo Brogi ha il merito di riportare alla luce, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’avventura umana degli uomini che hanno “costruito” il nostro Paese. Forse non siamo in grado di affermare che quella fosse la “meglio gioventù” dell’epoca certo, nel silenzio delle nostre coscienze, dobbiamo ringraziarli e rendergli onore e merito. 

Titolo La lunga notte dei mille
Autore Paolo Brogi
Editore Aliberti editore
Anno 2011


10 dicembre 2010

1861. I pittori del Risorgimento



A Roma, Scuderie del Quirinale, dal 6 ottobre 2010 al 16 gennaio 2011.


È una mostra sobria e raffinata, che nulla concede alla retorica, quella pensata e messa in scena alle Scuderie del Quirinale di Roma da Fernando Mazzocca e Carlo Sisi. Una selezione di opere, molte delle quali di grandi dimensioni e mai esposte al pubblico prima d’ora, realizzate tra il 1848 e il 1878. Giovanni Fattori, Gerolamo e Domenico Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini e ancora Michele Cammarano, Silvestro Lega, Odoardo Bonanni, Mosè Bianchi, alcuni degli artisti che è possibile incontrare attraverso le loro opere più importanti in 1861. I pittori del Risorgimento, l’evento che ha inaugurato ufficialmente le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
La maggior parte dei quadri esposti è opera di un gruppo di artisti denominati “pittori soldati” perché protagonisti in prima persona delle vicende belliche, i quali a buon diritto possono essere considerati antesignani dei grandi corrispondenti di guerra, siano essi fotografi, scrittori o registi cinematografici. Le loro opere sono racconti per immagini di una narrazione tragica e intensa sui fatti che aiutano a comporre e a comprendere gli eventi.
Gerolamo Induno per esempio con la sua tela La battaglia di Cernaja, un quadro di circa 3 metri per 5, esposto per la prima volta al pubblico proprio in questa occasione, nella vastità della dimensione della tela riporta le fasi della battaglia con una narrazione quasi filmica. Gli scontri a fuoco determinano e definiscono i contorni e l’orizzonte dell’opera. Il comandante dell’esercito a cavallo è al centro della composizione, scruta l’orizzonte con il binocolo, mentre alle sue spalle i graduati confabulano. Più in basso soldati a cavallo attaccano e scortano pezzi pesanti di artiglieria nel cuore dello scontro. In primo piano, in basso a sinistra della composizione, un soldato morente riceve l’estrema unzione da una suora china su di lui con un crocifisso in mano; fanno da cornice a questa triste scena una donna vestita di nero che legge quella che sembra essere una Bibbia, un seconda suora raccolta in preghiera e un bambino che si sporge per guardare in faccia la morte. Alle loro spalle, una parte consistente dell’esercito schierato attende istruzioni. Sopra la linea dell’orizzonte, un cielo immenso, celeste e blu, reso indimenticabile dall’arancio di un tramonto colto nella sua luce migliore.
Il percorso espositivo si snoda su due livelli che propongono ambienti differenti: il primo ha come protagonista il campo di battaglia e le sue scene cruente, il secondo espone la sofferenza e la preoccupazione dipinta nei volti di chi è rimasto a casa e attende, impotente, l’esito della battaglia. Alle scene di guerra “fotografate” dall’interno fanno da contrappunto quelle di vita domestica. Alla polvere dello scontro e al sangue versato sui campi di battaglia si affiancano interni di povere case, abitate da anziani, donne, bambini. In entrambi i casi ciò che più colpisce è la rassegnazione e l’impotenza rispetto agli eventi. Una sensazione di estraneazione e di sospensione che le pennellate di Giovanni Fattori descrivono meglio di chiunque altro. Come a fissare sulla tela, al di fuori del tempo e dello spazio, quegli attimi che precedono la morte o anche la sola attesa della morte, la tragedia degli avvenimenti. Come nel caso di uno dei quadri più belli di tutta la mostra, Lo staffato. Qui la tragedia non è causata dal fuoco nemico ma da un incidente, un piede impigliato nella staffa che fa cadere il soldato da cavallo, causato proprio dalla concitazione degli accadimenti. La corsa senza freni dell’animale fa da contrappunto al corpo ormai esanime dell’uomo che al centro della tela, lasciando una lunga scia di sangue, c’informa della sua imminente morte.
Esistono ovviamente alcune eccezioni, come nel caso di uno dei quadri più noti di tutta l’esposizione, I bersaglieri alla presa di Porta Pia di Michele Cammarano. Qui l’autore si concentra esclusivamente sull’aspetto emotivo: i bersaglieri intrepidi e incuranti del pericolo avanzano con la baionetta protesa in avanti occupando la quasi totalità della tela. Non c’è la descrizione del luogo fisico della battaglia, non è necessaria alla narrazione.
Da non perdere i ritratti presenti in mostra e in particolare il Ritratto di Giuseppe Garibaldi di Silvestro Lega, dove il fiero “Eroe dei due mondi” è fissato sulla tela in una delle sue pose più conosciute: in piedi, al centro della scena, a occupare la quasi totalità della superficie a disposizione, nella sua camicia rossa con la spada ben stretta tra le forti e curatissime mani.
Alla fine del percorso espositivo ci si rende conto che nella mostra non prevale la retorica della guerra e della vittoria, ma emerge piuttosto un senso di crescente e montante malinconia per ciò che poteva essere e non è stato, per quegli ideali in parte o in tutto traditi dalla controversa vicenda storica che prende il nome di Risorgimento. Emerge insomma una divisione netta tra classi sociali, e non si coglie la partecipazione popolare agli accadimenti. La “costruzione” della nuova nazione italiana, fortemente voluta solo da una parte del Paese restituisce e riflette una spaccatura verticale presente nella società. Pensiero che trova la sua piena legittimazione nelle parole di Massimo D’Azeglio del 1861, «L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Un concetto che esprime meglio di qualunque altro il mancato coinvolgimento del popolo nella costruzione del processo unitario voluto principalmente dalle élite i cui scopi “ultimi” sono oggetto di discussione e valutazione da parte degli storici contemporanei, grazie a una pubblicistica meno timorosa e più ardita di quella del secolo scorso. Pubblicistica che  alimenta un dibattito sempre più vivo man mano che ci si avvicina alla data delle celebrazioni ufficiali, e che è reso ancor più attuale dalla discussione in atto nel Parlamento italiano sulle riforme costituzionali in materia di federalismo.

1861. I pittori del Risorgimento

6 ottobre 2010 – 16 gennaio 2011
Scuderie del Quirinale – Roma, via XXIV Maggio, 16
www.scuderiequirinale.it

a cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi

Orari
da domenica a giovedì 10.00-20.00
venerdì e sabato 10.00-22.30


26 gennaio 2010

Ritorno al barocco



Ritorno al barocco è titolo di un progetto culturale che si sta realizzando a Napoli e nella sua provincia. Una serie di mostre, collegate e messe in rete unitamente ad altre manifestazioni culturali, che celebrano la magnificenza del barocco napoletano. La riproposizione di una stagione artistica fondamentale per Napoli e per l’Italia, uno degli ultimi periodi aurei del genio italiano. Fino a tutto il 1700 l’Italia è stata infatti, e senza ombra di dubbio, la nazione leader dell’intero pianeta. Dicevi Italia e intendevi mondo. L’arte, l’architettura, il pensiero, venivano concepite in Italia, si concretizzavano e poi si diffondevano in ogni angolo della terra. Con l’avvento dei processi di industrializzazione il centro del mondo non è più stato Roma o Firenze. Londra, poi Parigi, poi il nuovo mondo, gli Stati Uniti d’America, e via via una serie di Paesi che mai prima avevano potuto competere con l’Italia diventano protagonisti e dominano la scena artistica globale. Comincia così per il nostro Paese un lento e inesorabile declino che sembra essere inarrestabile. Ritorno al barocco sembra essere, per queste ragioni, più una domanda che un’affermazione. Inoltre, per i tempi che stiamo attraversando, può essere un auspicio o è soltanto una considerazione? Perché siamo precipitati in una situazione impensabile fino a poche centinaia di anni fa, fino a prima dell’Unità d’Italia? Perché non siamo più capaci d’imporre, prima di tutto a noi stessi, uno stile di vita, comportamenti, di cui essere fieri e da esportare?
Un breve viaggio nel tempo della storia ci consente di mettere a fuoco alcuni aspetti che non spiegano tutto, ma aiutano a riflettere su ciò che stiamo costruendo attorno a noi. S’intersecano in questo breve viaggio due riflessioni. La prima potremmo definirla antropologica e attiene ai comportamenti della nostra comunità, al nostro modo di essere. Offre una chiave di lettura per provare a interpretare i comportamenti della nostra classe dirigente. La seconda è invece una riflessione sulle conseguenze che una classe dirigente mediocre e spesso cialtrona determina sulla società in cui viviamo.

Nel 1860, poco prima che nascesse ufficialmente l’Italia così come la conosciamo oggi, Giuseppe Garibaldi, che molto si stava prodigando per quella causa, tenne un breve ma significativo discorso. Era il pomeriggio del 7 settembre e dal balcone di Palazzo Reale che affaccia sull’attuale Piazza Plebiscito, ai napoletani che lo acclamavano dice: «Il primo bisogno dell’Italia era la concordia, il secondo l’unità della grande famiglia italiana; oggi la Provvidenza ha provveduto alla concordia colla sublime unanimità di tutte le province alla ricostruzione nazionale.» Parla di concordia, per superare la frammentazione, come priorità della nascente nazione. Alcuni anni più tardi, quando l’Italia era una giovane nazione e alla mancanza di concordia si era aggiunta nelle sue considerazioni la corruzione come carattere determinante della nascente classe dirigente, si affaccia prepotente sulla ribalta nazionale una pratica che ancora oggi è un tratto distintivo degli italiani: il trasformismo. È Agostino Depretis, più volte Presidente del Consiglio dei Ministri, che in un discorso ai suoi elettori l’8 ottobre 1876 teorizza questa pratica tanto diffusa oggi nel costume italiano: «[…] spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella feconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale, ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo una idea comprensiva, popolare, vecchia come il mondo, come il moto sempre nuova, il progresso…»

Eccessiva frammentazione e litigiosità, corruzione e trasformismo all’origine della classe dirigente del nostro Paese. Peculiarità che diventeranno ben presto patrimonio anche della gente comune. E mentre l’Italia perde centralità nei processi di trasformazione della nuova società industriale, la nuova classe dirigente che si afferma non sembra in grado di arrestare il suo evidente declino. Le conseguenze di questa nouvelle vague sono sempre più spesso soluzioni senza ritorno. Pensiamo per esempio alle nostre città e più in generale all’uso che si è fatto, negli ultimi centocinquant’anni, del territorio.

«Costruire significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre; contribuire inoltre a quella lenta trasformazione che è la vita stessa della città.» Le parole che Marguerite Yourcenar fa dire al suo Adriano sembrano lontane anni luce dalla banalità del costruire e dallo scempio che si continua a perpetrare ancora oggi. Le città italiane nella loro nuova configurazione sono nel migliore dei casi dei pessimi dormitori. Sciatte, banali, brutte, senza alcuna valenza architettonica. E anche i nuclei urbani storici sembrano vivere solo ed esclusivamente prigionieri del loro passato. La città in ultima analisi, rispecchia la classe dirigente che la disegna e che ne decreta la nuova forma. A una classe dirigente mediocre e cialtrona corrisponde una città anch’essa mediocre e cialtrona.
«Se volgiamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», dice Tancredi al Principe di Salina nel Gattopardo.
È possibile che il vento del cambiamento e del progresso non riesca più a superare le Alpi?


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