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Diario
 


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12 dicembre 2011

Claudio Magris: «Dal malore civile una nuova Europa»


Claudio Magris ricorda con affetto l’estate del 1955 quando con il suo amico abruzzese Giovanni Gabrielli, percorre a piedi l’Abruzzo. Il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi, L’Aquila. E poi l’estate successiva alla scoperta della Montagna Madre, la Majella. Ma andiamo con ordine. Livelli di guardia (Garzanti, 208 pp, € 18,00) è l’ultimo libro di Claudio Magris, una raccolta di articoli pubblicati a partire dal 22 giugno 2006 e fino al 9 settembre 2011. Pensieri, note, riflessioni, che pur scaturendo da accadimenti del quotidiano mostrano di reggere il confronto con il tempo che passa e hanno un valore che va aldilà e oltre il tempo stesso in cui sono state concepite. L’alluvione di Genova di questi ultimi giorni dell’anno, testimonia infatti che in Italia il livello di guardia è stato ampiamente superato non solo nella vita sociale e civile. E le parole pronunciate da Claudio Magris, ospite in tv da Fabio Fazio, diventano anche per questo motivo una sintesi possibile ed estrema di questo suo lavoro: «Sono saltate le elementari regole di comportamento, è andata in crisi una virtù fondamentale: il rispetto». Ognuno di questi brevi saggi insegna sempre qualcosa di nuovo; citazioni, rimandi, affinità che emergono e si staccano dalla pagina per  trasformare brevi commenti in piccoli capolavori di filosofia, storia, costume. In queste pagine ci sono i capisaldi della cultura classica, i grandi autori della letteratura, i pensatori. Gli uomini che hanno costruito parola dopo parola, pensiero dopo pensiero, l’immaginario collettivo con il quale ci confrontiamo e  guardiamo il mondo. «Note civili», recita il sottotitolo, merce ormai rara, rarissima, nella società del consumo, fine a se stessa, che abitiamo. Tanti gli argomenti trattati, molti dei quali riguardano direttamente la vita nel nostro Paese, la nostra stessa convivenza civile. Fa ricorso a Jürgen Habermas, il filosofo più autorevole in Germania, per introdurre il tema di un nuovo patriottismo della Costituzione, destinato a diventare uno degli argomenti centrali del prossimo futuro. E come non pensare agli attacchi scriteriati e senza prospettiva che in questi ultimi anni forze politiche «estranee al travaglio che ha generato la nostra storia conflittuale ma comune» hanno sferrato, senza riuscirci per nostra fortuna, alla Carta Costituzionale? Magris guarda oltre il proprio piccolo recinto, in questo caso attinge alla cultura tedesca di cui è uno dei più apprezzati studiosi, e contribuisce alla ricerca di un’idea condivisa e universale di valori fondanti per una nuova società. Com’è per esempio per i temi eticamente sensibili. Il valore e il senso stesso della vita e della morte, prima di tutto.
Nel libro non è mai citato Silvio Berlusconi che con i suoi comportamenti, pubblici e privati, è però certamente uno dei grandi protagonisti di queste riflessioni. In questo senso illuminante è il capitolo “La rara arte di uscire di scena”. Qui Magris fa ricorso al padre della lingua italiana per esprimere al meglio il suo pensiero: «Il monito dantesco a saper “calar le vele e raccoglier le sarte” è assai poco ascoltato, particolarmente nel mondo della politica italiana, nel quale nessuno esce di scena, se non quando vi è proprio costretto a forza dalla comare secca».

In appendice a “Livelli di guardia” c’è il discorso che ha tenuto in occasione del conferimento del Friedensreis des Deutschen Buchandels, nella Paulskirche di Francoforte. Un discorso che in parte riassume molti dei temi di cui scrive nel libro. «Dell’universalità della guerra» e di come crediamo che essa sia inevitabile.
Volevo esprimere due pensieri che sono anche risvolti di una stessa medaglia e che mi stanno molto a cuore. Da un lato l’illusione che le guerre siano state già tutte superate. Un eccesso d’ingenuità perché sottovalutando un pericolo lo si rende ancora più forte. Non dimentico il discorso di un anziano leader nord-vietnamita che diceva «il pericolo per noi più insidioso è l’abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita». In questo senso siamo tutti ciechi conservatori, abbiamo difficoltà a credere che le cose cambino. Anche quando è caduto il Muro di Berlino gli stessi tedeschi che lo stavano abbattendo non pensavano che tutto potesse finire in poco tempo. Due o tre giorni dopo il Muro non c’era più.

Lei vede l’Europa come una possibile ancora di salvezza a patto che l’Europa si apra alle culture dei nuovi europei.
Sono un patriota europeo nel senso che il mio sogno è un’Europa vero Stato federale. E lo sono per una ragione molto pratica, i problemi che abbiamo davanti a noi sono europei. Pensi all’immigrazione, è ridicolo avere leggi diverse in Europa così com’è ridicolo avere leggi diverse a Firenze o a Trieste. Una catastrofe che colpisce Milano investe anche Trieste. Basta con la febbre identitaria delle piccole patrie perché è soltanto una caricatura. Viviamo un momento di estrema debolezza dell’Europa, bisogna essere pessimisti con la ragione, come diceva Gramsci, ma ottimisti con la volontà.

Il valore della vita e il senso stesso della vita pervadono il suo ultimo lavoro. Non poteva non affrontare il tema della Shoà, perché «la Shoà è nel nostro DNA».
La Shoà è stato un fenomeno mostruoso e simbolo di un male assoluto. Bisogna capirne le ragioni storiche e sociali senza perder di vista il suo terribile primato nella sofferenza. La Shoà però non è l’unica barbarie della storia e non può farci dimenticare le altre angherie, il tremendo primato nella sofferenza non significa e non può significare monopolio della sofferenza.

Ha ottenuto tanti importanti riconoscimenti per il suo lavoro. Negli ultimi anni il suo nome è sempre tra i possibili vincitori del Nobel per la letteratura. Come vive questa condizione?
Non esistono candidati al premio Nobel, i nomi di cui si scrive e si parla sono semplicemente i nomi che i broker londinesi esibiscono per far crescere il mondo delle scommesse ed escludo nel modo più assoluto che tali nomi possano essere il risultato di indiscrezioni. L’Accademia svedese può giudicare bene o male ma escludo che faccia circolare nomi di presunti candidati. Riguarda me ma anche gli altri. In ogni caso qualunque riconoscimento lo si accetta sempre con piacere. Sono sempre dei doni.

Ha un buon rapporto con l’Abruzzo e gli abruzzesi?
Nel 1955 ho percorso a piedi l’Abruzzo con un mio amico che aveva delle prozie ad Ancarano, il professor Giovanni Gabrielli che incontro proprio stasera a Trieste per bere una birra in amicizia. Prima la “Montagna dei Fiori” dove abbiamo anche dormito con i pastori e quando attraversavamo i piccoli paesi dell’entroterra gli abitanti c’invitavano spesso a pranzo o a cena. Mi ricordo che in ogni piccolo paese la gente si chiedeva chi fossimo, e la risposta, che proveniva dai più informati, era sempre la stessa: sono tedeschi dell’Alta Italia. Gran belle passeggiate. Poi il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi per finire a L’Aquila. L’anno successivo, nel 1956, la comitiva diventò più grande e il gruppo diventò di quattro persone. L’obiettivo da raggiungere era la Majella. Ricevemmo un’ospitalità meravigliosa dappertutto e in particolare a Guardiagrele. Sempre quell’anno a Lama dei Peligni ci spacciammo per speleologici triestini di una fantomatica e inesistente rivista, “Specus”. Ho perciò dei bellissimi ricordi legati all’Abruzzo.


15 agosto 2011

Ritratto di Sandro Visca


Sandro Visca ha vissuto e vive d’arte. Fuori da circuiti mondani e carovane commerciali, in uno spazio sempre troppo poco popolato, una sorta di linea di mezzeria, da dove è più facile ascoltarsi e ascoltare, vedere oltre che guardare. Frequenta da sempre le vie mediane. Sin da adolescente quando la montagna, e la montagna per un aquilano di nascita è il Gran Sasso, ha esercitato su di lui un fascino irresistibile. «Ognuno va in montagna come sa andare, dai sesti gradi in parete, alle traversate in alta quota o alle passeggiate. A me si può incontrare spesso nella via di mezzo». Una frequentazione assidua e continua nel tempo con quella «realtà pietrosa» che ha certamente aiutato e accompagnato la crescita di un ragazzo sensibile che si esercita a vedere laddove molti non si avventurano. «Scrutavo si con attenzione la via ma cercando sempre di capire lungo il cammino una moltitudine di metafisici ritrovamenti, sedimenti di antiche comunità agropastorali e religiose, che ormai logori e patinati dalle impietose intemperie d’alta quota, sembravano celarsi al mio passaggio». Come un continuo allenamento, un esercizio a dissodare e a disvelare saperi accumulati e sedimentati con il tempo. Questa particolare attitudine a cercare ciò che già c’è ma non si vede diverrà negli anni una delle caratteristiche principali del suo lavoro. Un personalissimo marchio di fabbrica già riscontrabile nelle prime apparizioni pubbliche. Espone per la prima volta in una personale a diciassette anni a L’Aquila, la sua città. I primi lavori sono paesaggi. Al colore accosta smalti e brandelli di stoffa e inizia un percorso conoscitivo che lo porterà pochi anni dopo il suo esordio a incontrare sulla strada della sua formazione un vero e riconosciuto maestro: Alberto Burri. Già in questi primi anni, l’utilizzo e l’accostamento di diversi materiali non ha mai una funzione meramente decorativa. Il lavoro di Visca non è mai decorazione fine a se stessa, ma sempre manipolazione di materiali alla ricerca di una nuova forma espressiva e di un nuovo senso.
Il ricordo dell’incontro con Burri ricorre spesso nelle chiacchierate con Sandro Visca, come a sottolineare uno dei momenti importanti e, per alcuni aspetti, fondativi della sua crescita artistica e umana. «Nel 1969 incontrai Burri, ero collaboratore artistico del Teatro Stabile de L’Aquila e realizzai per lui tre fondali di dieci metri per sette. Due combustioni di plastica, una bianca e una rossa, e un sacco. Erano scenografie per “L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone con la regia di Valerio Zurlini. Burri firmava le scene e io le realizzavo manualmente. Arrivai a San Miniato, dove ci fu la prima rappresentazione dello spettacolo, che pioveva e per due giorni non riuscii a far vedere il lavoro svolto. Ero nervoso. Quando finalmente i lavori furono issati sul fondale del palcoscenico partì un lungo applauso e la tensione si stemperò. Fu così entusiasta che m’invitò a cena a Firenze, da Sabatini. Non era quel misantropo che descrivevano». Da questo momento in poi la dimensione artistica di Visca si misura con una dimensione nazionale, riconosciuta e legittimata da una serie di mostre sempre più importanti che lo vedono esporre suoi lavori dappertutto. Milano, Bologna, Roma, Torino. Nel 1973 giunge anche la chiamata per partecipare alla XV Triennale di Milano.
«L’Aquila mi stava strettissima», ricorda Visca ripensando a quegli anni, e le sirene che provengono dai grandi centri urbani, Roma e Milano innanzitutto, sono irresistibili. Sono anche gli anni della scoperta del Sudamerica, del Perù, la Cordigliera delle Ande. «La cultura della terra è uguale dappertutto. Sono diverse le tradizioni ma ci sono assonanze straordinarie». Questo viaggio è come un ritorno alle origini. Ri-scoprire gli aspetti essenziali della vita e i valori che non mutano, come la sacralità della montagna e l’inviolabilità della natura. Pensieri che avevano già caratterizzato, fin dall’inizio della carriera, il suo modo di essere e la sua arte quando giovanissimo sentì l’esigenza di effettuare un vero e proprio pellegrinaggio laico sulla cima del Gran Sasso, la montagna di casa. «Il film, “Un cuore rosso sul Gran Sasso”, l’ho progettato nel 1970 e realizzato nel 1975. Mosso da un risentimento personale nei confronti dell’apertura di una strada che aveva “ferito” Campo Imperatore per giungere sino all’albergo. Una strada, come successivamente il tempo ci ha confermato, resta chiusa da settembre fino ad Aprile. Ho reagito a modo mio con un segno forte. Un pensiero poetico. Un cuore rosso». È l’uomo che si ribella ma è l’artista che prevale e fornisce lo strumento, l’idea, la forma, alla protesta. Germi d’insofferenza che denotano una naturale propensione alla libertà, alla necessità di manifestare sempre e comunque il proprio pensiero, la propria idea del mondo. Insofferenza che si manifesta nuovamente qualche anno più tardi, questa volta nei confronti di ciò che sta diventando il mercato dell’arte, quando decide di far ritorno in Abruzzo dopo una felice e produttiva esperienza professionale sviluppata tra Roma e Milano. Sceglie Pescara e l’insegnamento al liceo artistico, oggi intitolato a Giuseppe Misticoni, per coltivare la sua crescita artistica. «Oggi l’arte è solo mercato. Gestita esclusivamente dal potere economico e rivolta solo a una spettacolarizzazione fine a se stessa. È il sistema economico che sceglie due o tre persone, tutto il resto è contorno. Per creare il valore di un’artista c’è bisogno di tre punti fissi. Un critico che teorizza il suo punto di vista, un collezionista miliardario pronto ad acquistare a cifre esorbitanti e il direttore di un museo che acclude il timbro ufficiale. Se sono disponibili questi tre passaggi è possibile far diventare importante qualsiasi cosa». Non è una resa, ma una nuova provocazione per «riappropriarci di una capacità creativa adatta a vivere una realtà moderna più vicina ai valori e alle esigenze della nostra misura umana». E oggi, a trentasei anni da quel pellegrinaggio laico, la Biennale di Venezia fa del “Cuore rosso sul Gran Sasso” uno degli eventi speciali del Padiglione Italia. Un riconoscimento tangibile per un’artista che non ha venduto la sua anima.
«Il cuore rosso di pezza è solo il tentativo di indicare un luogo da vivere fuori dalle mode, da amare, non da conquistare, da proteggere, non da possedere». In questo tempo sbandato e confuso che abitiamo l’arte di Sandro Visca è come un’ancora di salvataggio in mezzo al mare e quel cuore rosso sulle alte vette del Gran Sasso un momento di sospensione. Una pausa di riflessione per ri-costruire un’equilibrio possibile tra un mondo interno e un mondo esterno a noi che l’accelerazione senza freni e senza senso di questa modernità, travolgendo tutto e tutti, artisti e intellettuali in primo luogo, rischia di rompere per sempre.


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