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15 febbraio 2012

Pertini, la Resistenza e l'Abruzzo

Il 15 dicembre 1958 Sandro Pertini scrive al suo giovane cognato, Umberto Voltolina, una lettera per acquietare i dubbi e rispondere alle domande senza risposta che angustiano il diciassettenne fratello di sua moglie. Un carteggio privato, pubblicato per la prima volta, che apre il libro curato da Sandro Pierri, vicepresidente della Fondazione “Sandro Pertini”, “Gli uomini per essere liberi” (add editore, 224 pg., 14,00 €). 
Una selezione di scritti, pubblici e privati, del “Presidente più amato dagli italiani” che svelano meglio e più in profondità di una biografia la statura umana e politica di Sandro Pertini. Trentacinque capitoli, un terzo fa riferimento a periodi antecedenti il 1978, anno della sua elezione a Presidente della Repubblica, che attraversano i temi che gli sono stati più cari e per i quali si è battuto fino all’ultimo dei suoi giorni. Innanzitutto l’attenzione e la tensione positiva nei confronti della scuola e l’educazione per i giovani, la lotta per la liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazi-fascismo, il rapporto con i lavoratori, gli anni dolorosi del terrorismo, i lunghissimi anni della prigionia, e la determinazione e ferma convinzione di far emergere, sempre, il meglio del popolo italiano con orgoglio.
«Noi abbiamo i nostri difetti, ma gli altri non hanno le nostre virtù. Il nostro è un popolo generoso, forte, che ha saputo risollevarsi da situazioni molto gravi», parole pronunciate il 27 settembre del 1978 davanti a una platea di lavoratori anziani, che bene esprimono questo suo profondo convincimento. Ancor più esplicito a tale proposito fu nella seduta del Parlamento del 30 giugno 1950 in risposta alle dichiarazioni del maresciallo Alexander, comandante delle forze inglesi in Italia. «Il Popolo italiano non merita le affermazioni oltraggiose, oggi del generale Alexander, ieri del signor Churchill, perché onorevoli colleghi, il secondo Risorgimento non ha inizio dall’8 settembre 1943. Se una data d’inizio deve essere fermata in questa storia del secondo Risorgimento essa è quella del 1922 […] Il generale Alexander, cinico come può essere solo un inglese, afferma che il bombardamento di Cassino non era necessario alla strategia militare […] Noi diciamo quindi che se l’Italia si è liberata dai tedeschi lo deve anche agli alleati, ma lo deve anche e soprattutto a se stessa, al Popolo italiano». Parole di fuoco che esprimono bene un sentimento autenticamente italiano scevro da provincialismo o peggio ancora da nazionalismo. Autonomia di giudizio, libertà e giustizia sociale i cardini del suo pensiero politico. Nella lettera che apre il libro, a questo proposito, c’è uno dei passaggi più significativi del suo pensiero. «Sii sempre, in ogni circostanza e di fronte a tutti un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo. Ma tu cesserai di essere un vero uomo libero […] se non comprenderai che gli uomini per essere liberi, è necessario primo di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno...». Libertà e giustizia sociale i due pilastri sui quali costruire l’intera impalcatura del nostro vivere insieme, l’essenza di quell’idea socialista cui ha dedicato tutta la sua vita.
Anche per queste ragioni Pietro Pierri, il curatore dell’opera, è convinto che il pensiero di Sandro Pertini sia oggi molto attuale.
Sandro Pertini offre il suo pensiero e la sua esperienza per dare una risposta a molti dilemmi dell’attualità. Le sue parole, raccolte nel libro “Gli uomini per essere liberi”, sembrano essere dirette agli italiani di oggi che sono incoraggiati a riconquistare il loro ruolo nella “res pubblica”, a riscoprire la passione per l’impegno civile. Pertini sprona gli italiani a rivendicare la grandezza e le virtù del popolo italiano che deve e può riscattarsi dalla falsa convinzione di essere un popolo dalla pessima morale civica.
Un nuovo Risorgimento per la nostra giovane storia.
Il Risorgimento dell’Italia è possibile oggi, come lo fu in passato. Il Paese ha un corpo sano che deve conquistare il suo posto sulla scena politica e sociale, rivendicando con passione civile la giustizia, non tanto e non solo quella fondamentale resa dai tribunali, ma la giustizia sociale, attraverso la realizzazione di un sistema di “governance”, di relazioni sociali improntate ai principi di responsabilità e di solidarietà.
Quali sono stati i rapporti del Presidente Pertini con l’Abruzzo?
«Sandro Pertini volle rendere omaggio all’Abruzzo e al fondamentale contributo della sua gente alla causa della libertà con la personale partecipazione alle celebrazioni del trentennale della battaglia di Bosco Martese, nel teramano, che segnò sostanzialmente l’inizio della guerra partigiana. Pertini conferì ai familiari di Ercole Vincenzo Orsini, ucciso a Montorio, la Medaglia d’oro alla Memoria per la Resistenza».
Un riconoscimento importante per rendere omaggio al contributo del popolo abruzzese per la Resistenza.
L’Abruzzo è stato il primo protagonista della Resistenza e molti dei figli di questa terra l’hanno onorata con episodi di vero eroismo. Nell’Abruzzo agiva Giuseppe Gracceva, responsabile militare delle Brigate Matteotti, che aveva come superiore proprio Sandro Pertini. Non deve essere dimenticato che nell’Abruzzo aveva avuto inizio la Resistenza intesa come guerra militare partigiana. L’Italia deve dunque molto al sacrificio degli abruzzesi che combatterono contro le forze nazi-fasciste al costo di centinaia di morti tra la popolazione e i militari».


2 febbraio 2012

Mario Monti e l’Italia malata


II web ha rivitalizzato il luogo collettivo per eccellenza della discussione pubblica: la piazza. Ha trasformato la piazza reale delle nostre città in un luogo virtuale, in cui le coordinate del tempo e dello spazio sono mutate e gli interlocutori non sono più gli stessi di sempre. Offre la possibilità di discutere direttamente, se si hanno le opportune conoscenze tecnologiche e si frequentano i posti giusti, con i maître à penser, i dirigenti politici, gli uomini dello sport e dello spettacolo. Una grande conquista, potremmo osare e definirla libertà, in grado di far avanzare complessivamente il grado di consapevolezza di singoli cittadini e di tutta la comunità. Come tutte le novità o i cambi di paradigma ci sono ovviamente anche delle controindicazioni e degli aspetti problematici che vanno analizzati. Ne cito uno per tutti. La veridicità della fonte di una notizia. Il web o internet, per usare un linguaggio più consueto e comune, offre tante notizie che non sempre vengono verificate. È compito del lettore, del cittadino, saper distinguere il vero dal falso, il verosimile dalla bugia.
Nel web una notizia proposta in maniera distorta o non vera è difficile da rimuovere e quindi occorre una grande maturità, conoscenza e soprattutto consapevolezza, per non “prendere lucciole per lanterne”.
Analizziamo, per esempio, le affermazioni del capo del Governo Mario Monti rilasciate a una trasmissione televisiva e perciò riportate tra caporali.   
L’argomento di cui si discute è il lavoro. I nuovi lavori e le nuove forme di tutela dei lavoratori.
«I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia» e ancora «La finalità principale della riforma è quella di ridurre il terribile apartheid che esiste tra chi per caso o per età è già dentro e chi fa fatica ad entrare» per arrivare all’affermazione più impegnativa per il governo, «riforma degli ammortizzatori che tuteli il singolo lavoratore quando deve cambiare lavoro, senza legare la tutela del lavoratore a un posto di lavoro che diventa obsoleto».
Il web si è scatenato contro il mal capitato Mario Monti. Quasi tutti si sono concentrati sull’affermazione “che monotonia il posto fisso”, attribuendo, e questo lo si deduce dai commenti degli internauti, al capo del governo un’intenzione che non corrisponde a ciò che ha affermato.
In realtà cosa ha detto Monti? Quasi una banalità. Il mercato del lavoro è cambiato e sarà sempre più difficile se non impossibile avere la stessa occupazione per tutta la vita lavorativa di un individuo. Non è un progetto del governo che Monti presiede, è semplicemente una costatazione che chiunque, abbia buon senso e una conoscenza minima del mercato del lavoro, è in grado fare anche da solo. Se continuiamo ad analizzare il suo pensiero scopriamo che, al contrario di quello che si scrive e si commenta sul web, egli è concentrato su chi non ha lavoro e soprattutto punta a una riforma degli ammortizzatori sociali in grado di tutelare concretamente ogni singolo lavoratore quando questi si troverà o sarà costretto a cambiare lavoro. Punta a tutelare quel lavoratore e non il suo posto di lavoro a prescindere dal lavoratore stesso. È un rovesciamento di paradigma che può e deve essere discusso e accettato dalle parti in causa ma che è esattamente il contrario di ciò che circola in queste ore sul web. Ognuno può esprimere la sua valutazione in proposito, si può essere d’accordo o meno su questa impostazione ma certamente non si può affermare che Monti, con questa’affermazione ha decretato o auspicato la fine del posto fisso. Non è vero e non corrisponde a ciò che realmente ha detto.
Se avessi dovuto fare una sintesi del suo intervento non avrei estrapolato e assecondato, non il brano sul lavoro ma un altro. «Il mio governo ha compiti limitati ma ciononostante difficilissimi, per rendere l’Italia migliore. Questo compito lo svolgeremo se osserveremo una certa distanza rispetto ai partiti». In un paese malato com’è l’Italia in cui il tesoriere di un partito politico può, indisturbato, sottrarre tredici milioni di euro, diconsi tredicimilionidieuro, senza che nessun organo di quello stesso partito se ne renda conto, dove la corruzione dilaga a ogni livello istituzionale, sentire queste parole, mi rassicura. Sapere che il timone della nave non è affidato a un’incapace ma a una persona seria la cui preparazione è riconosciuta da un contesto che va oltre il nostro misero recinto nazionale, mi fa guardare con meno inquietudine al futuro. E infine avrei anche approfondito altre due questioni. «La cittadinanza, la bioetica, la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, sono questioni che devono essere sciolte e dipanate dalle forze politiche». I temi che riguardano le modalità con cui dobbiamo convivere, afferma Monti, devono essere affrontati dalle forze politiche e perciò dai partiti. Così come l’affermazione finale, «Do per scontato che nel 2013 non ci sarò». Affermazioni che restituiscono alla politica e ai partiti politici,  una centralità e un prestigio, che certamente, almeno in questa lunga transizione chiamata Seconda Repubblica, hanno dimostrato di non meritare.


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18 gennaio 2012

Le parole e i fatti


«Vada a bordo, cazzo» è già stampato su t-shirt bianche in vendita on line. Il comandante De Falco è diventato un’icona dell’italianità e se avesse anche il capello al vento e un basco vedrebbe la sua faccia dappertutto sormontare la scritta “Hasta siempre”.“Tutti con De Falco, questa è l’Italia vera” i titoli, quasi tutti uguali, della stampa italiana. Se si ascoltano le chiacchiere da bar, nei bar, degli italiani sembra di essere all’Accademia navale di Livorno, in meno di ventiquatt’ore sono diventati tutti esperti di nautica e di diritto della navigazione. Le parole, mai come in questo caso, non corrispondono ai fatti. Purtroppo l’Italia è più Schettino che De Falco. Basta superare le prime pagine dei giornali e leggere la cronaca giudiziaria per avere un’idea reale degli abitanti del nostro paese, di noi italiani. La politica non c’è più (soprattutto in periferia), si è persa nel girone infernale delle tangenti e del malaffare e non riesce a trovare una via d’uscita, la classe dirigente, in senso lato, subisce la crisi e non sembra essere in grado di portare il Paese fuori dalle difficoltà in cui vive. Un banale e semplice controllo della Guardia di Finanza in giro per negozi svela che più della metà di questi non sono in regola e contestualmente si assiste a un coro unanime di protesta. Le parole non corrispondono ai fatti, appunto. L’Italia è un paese popolato da cialtroni. Tutti sempre pronti a soccorrere il vincitore. Il capitano De Falco sembra essere uno dei pochi che non ha perso il senso della misura: «Macché eroe dovevamo salvarli tutti». Cosciente di avere fatto solo il proprio dovere. 


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29 ottobre 2011

La crescita e lo sviluppo, intervista a Giuseppe De Rita


Un lungo percorso culturale e scientifico ha portato tutti noi a considerare gli aspetti della crescita complessiva del sistema Terra come una questione globale. In un tempo relativamente breve si è passati da una visione monotematica delle questioni che riguardano la crescita a una visione più articolata e complessa che pone i temi della sostenibilità come vera e propria frontiera della società contemporanea. La sostenibilità racchiude in sé valori che interessano tutti i campi dell’attività umana con un approccio olistico e di sistema che aiuta e facilita la comprensione della complessità interrelazionale. Per questo motivo oggi i temi sociali, ambientali ed economici non possono più essere considerati separatamente e di conseguenza si può parlare compiutamente di sviluppo sostenibile. Giuseppe De Rita, sociologo, tra i fondatori del Censis di cui è stato anche presidente e presidente del Cnel per un decennio, è l’interlocutore giusto per capire la direzione in cui ci stiamo muovendo e decifrare la situazione che sta attraversando l’Italia, tra una crisi economica che riguarda gran parte del mondo occidentale e una crisi endemica del sistema paese con origini più lontane che non ha consentito di avere una classe dirigente di stampo europeo.
Nel suo ultimo libro, “L'eclissi della borghesia”, lei analizza un fenomeno che riguarda la scomparsa di un gruppo sociale. C’è mai stata in Italia la borghesia?
«In Italia ci sono stati solo segmenti di borghesia. Una classe medio alta, capace di trainare l’intero paese e una parte medio bassa, un ceto medio impiegatizio che ha pensato di avere una cultura borghese. Ci sono state figure che hanno incarnato la borghesia come Carducci e Pascoli. Oppure i banchieri e gli industriali degli anni Trenta e Quaranta come Leopoldo Pirelli. La classe dei boiardi di Stato, imprenditori pubblici. Segmenti capaci di trainare il Paese».
E oggi non è più così?
«Oggi questo sistema si è scomposto e ognuno fa per se. Prendiamo ad esempio Diego Della Valle. Era un perfetto borghese che ha fatto impresa ed è stato anche capace di essere trainante da un punto di vista intellettuale. A un certo punto della sua vita ha deciso di fare il finanziere e di giocare in proprio e, di fatto, non è stato più “utile” alla collettività e non ha più trainato nulla. Intendiamoci bene però, ne avessimo di Della Valle in Italia, ma ormai lui è un leader e come tale si comporta. Non si sente e non si comporta più come un elemento della borghesia».
La scomparsa, o la crisi d’identità, della borghesia ha punti contatto e di relazione con la crisi che sta attraversando l’Italia?
«Tutti i processi italiani si sono sviluppati in una dimensione orizzontale. Quando ciò accade può proliferare l’imprenditoria, possiamo avere duemila imprenditori piuttosto che duecento, ma in questo modo non si forma mai la dimensione verticale. Si resta tutti della stessa dimensione. Far crescere una dimensione intermedia e orizzontale può essere positivo, ma in Italia vince la paura di scendere giù, di fare dei passi indietro. L’imprenditore di Prato di fronte alla forza dei cinesi ha paura e vede come concreta la possibilità di regredire. Se c’è la possibilità di tornare indietro la paura cresce e questo impedisce di pensare in termini positivi al futuro».
In Francia c’è l’école nationale d’administration (Scuola nazionale di amministrazione, Ena) con sede a Strasburgo che è responsabile per la formazione dell’alta funzione pubblica. Per arginare la paura e costruire una classe dirigente, si può considerare un punto di partenza la presenza di una scuola di alta formazione anche in Italia?
«Siamo costretti, purtroppo, a citare sempre i francesi dimenticando che in Italia abbiamo avuto un’esperienza simile. Nel 1963/64, gli anni in cui costituivamo il Censis, fu pensata una struttura analoga che però fu imbrigliata fin dalla nascita. Vinsero i professori universitari e ne fecero una succursale degli accademici. Penso, al contrario, che una struttura di questo tipo non debba avere contatti con l’università. La sede a Roma complicò ulteriormente le cose».
Una visione strategica del futuro tiene, necessariamente, assieme gli aspetti economici, sociali e ambientali. Qualunque progetto di emancipazione, di crescita, di futuro, oggi non può prescindere da questa triade, uomo, sviluppo economico, ambiente. Crede ci sia stia muovendo in questa direzione in Italia?
«Ritengo di sì. Il periodo del consumo e della distruzione del territorio e dell’ambiente risale agli anni Sessanta e Settanta quando si costruiva dappertutto. Oggi, per fortuna, questo non avviene più. L’aspetto negativo di questo processo è che a un atteggiamento certamente positivo non ha corrisposto un’analoga tensione positiva in termini industriali. Ha vinto la politica del no, la parte protettiva e basta».
Come immagina il futuro e lo sviluppo in Abruzzo?
«Immagino uno sviluppo che abbia il suo punto di forza nel coinvolgimento di più soggetti, riconoscendo alle singole comunità un ruolo determinante e non secondario. E’ con la piccola dimensione che si vince la sfida. Sono sempre stato restio a considerare una singola realtà l’unico traino per una regione. Pescara è la realtà più forte soprattutto con la crisi che vive oggi la città de L’Aquila, ma la sfida è immaginare un coro polifonico in cui siano tutti protagonisti e attori dello sviluppo futuro che verrà. Ma soprattutto c’è bisogno di coraggio, di tanto coraggio».


2 aprile 2011

Blowin’ in the Wind, Il vento del sud arriva a Londra



No cuts, niente tagli, è stato lo slogan più presente e gettonato nella grande manifestazione contro il governo Cameron che si è svolta a Londra lo scorso sabato. Oltre 300.000 persone hanno sfilato lungo le strade più conosciute della capitale inglese per ascoltare il leader laburista Ed Miliband. Una grande manifestazione contro i tagli indiscriminati del governo che pesano come macigni sul welfare e sulla scuola pubblica, No cuts urlava il popolo. E ancora Cut war not welfare, Taglia la guerra non il welfare. Una manifestazione così numerosa contro un governo in carica non si vedeva a Londra da circa venti anni. Contemporaneamente il cancelliere tedesco Angela Merkel subisce una pesante sconfitta nelle elezioni del land di Baden-Wuerttemberg a vantaggio dei Gruenen. Non accadeva da sessant’anni, dalla fondazione della Repubblica federale, come se in Italia il partito di Berlusconi vincesse le elezioni regionali in Toscana o in Emilia Romagna. In Francia Sarkozy abbraccia senza se e senza ma la guerra contro la Libia e se ne fa promotore per cercare di ribaltare il clamoroso calo di consensi nell’opinione pubblica in vista delle prossime elezioni presidenziali. In Italia Berlusconi paga, secondo le notizie riportate dai principali quotidiani e non smentite, venti euro più colazione a sacco, per avere una claque davanti al Tribunale di Milano che lo vede ormai assiduo frequentatore. Un quadro esaustivo per poter affermare che i governi delle destre sono in affanno in tutta Europa e non godono più di un forte consenso popolare. Aumenta l’insofferenza dei popoli verso una politica capace di pensare solo ed esclusivamente ad una crescita costante e indiscriminata che travolge in questa folle corsa verso il nulla persone e sentimenti, territori e natura. È una crisi di sistema. È la crisi di una politica incapace di «esplorare i limiti dello sviluppo». «Le teorie tradizionali, quella marxista come quella liberista […] davano per scontato che lo sviluppo economico fosse sempre una cosa positiva. Una crescita del Pil dell’uno o due per cento era considerata modesta, e una crescita demografica dell’un per cento era considerata auspicabile, e tuttavia, proseguì, se si proiettavano quelle percentuali su un arco di cento anni, si ottenevano risultati terribili; una popolazione mondiale di diciotto miliardi di persone e un consumo energetico globale dieci volte superiore a quello attuale. E proseguendo con altri cento di crescita costante, bè, le cifre diventavano impossibili. Così il Club di Roma cercava un modo razionale e umano di porre un freno allo sviluppo, una soluzione che non fosse semplicemente quella di distruggere il pianeta, lasciando che tutti morissero di fame o si ammazzassero a vicenda». Con queste parole si rivolge Walter Berglund alla sua futura suocera e deputato repubblicano, Joyce Emerson nell’ultimo, meraviglioso, romanzo di Jonathan Franzen, Freedom. Joyce Emerson non conosce Il Club di Roma e si trova in palese difficoltà nei confronti di un giovane studente in Legge. La difficoltà di Joyce è la difficoltà della politica di comprendere i cambiamenti che sono in atto. Di cogliere e recepire il grido di libertà che proviene dai popoli del Nord Africa. Di imparare dal disastro di Fukushima.
Nel 1962, l’anno in cui sono nato, Bob Dylan scriveva una delle più belle e amate canzoni di tutti i tempi, Blowin’ in the Wind. « Yes, ’n’ how many times can a man turn his head, Pretending he just doesn’t see? The answer, my friend, is blowin’ in the wind, The answer is blowin’ in the wind». Per quanto tempo un uomo può girare la sua testa fingendo di non vedere? La risposta, amico mio sta soffiando nel vento, la risposta sta soffiando nel vento. Ed è un vento caldo che sale dal Nord Africa e attraversa tutta l’Europa. Un vento diverso da quello che proviene dal Giappone che invece porta con se morte e distruzione. La risposta che soffia nel vento d’Africa sa di buono e di libertà.


17 marzo 2011

Auguri all'Italia



Centocinquant’anni è un anniversario da segnare in rosso sul calendario e da celebrare. E se qualche ministro, pro tempore, della Repubblica boicotterà queste celebrazioni poco male, «Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa». Perciò buon 17 marzo all’Italia e buon 17 marzo a tutti noi. Che sia una celebrazione gioiosa, lunga e capace di far emergere idee e contenuti. Abbiamo la necessità di approfondire lo studio della nostra storia recente per comprendere meglio l’origine e la natura delle difficoltà dell’oggi.

Eccessiva frammentazione e litigiosità, corruzione e trasformismo sono all’origine della classe dirigente del nostro Paese che si dimostra anche per queste ragioni incapace di governare un processo complesso com’è quello dell’unificazione. In questo clima maturano le condizioni che determinano il grave ritardo infrastrutturale del sud rispetto al nord del Paese. Non si riesce ad arginare il potere della criminalità organizzata e il suo radicamento nei territori che anzi progressivamente estende i suoi interessi aggredendo e “occupando” la regione più europea d’Italia, la Lombardia. L’Italia funziona male perché la sua classe dirigente è mediocre, spesso inesistente e perciò non in grado di gestire al meglio il Paese. Questo è il cuore del problema.
Negli ultimi centocinquant’anni, i primi per l’Italia così come la conosciamo oggi, il mondo è cambiato diverse volte, almeno tre in maniera sostanziale. I primi due eventi che hanno determinato questi cambiamenti sono inequivocabilmente le due guerre mondiali, 1914/18 e 1939/45, che hanno anche ridisegnato i confini geopolitici del pianeta. Il corso della storia muta in maniera significativa per la terza volta a partire dal 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino. Le dinamiche che quest’ultimo cambiamento ha messo in movimento sono ancora in fase di evoluzione e gli effetti economici, politici e sociali, non ancora completamente comprensibili e stabilizzati.
Il periodo migliore che l’Italia ha vissuto in questo arco temporale che ci separa dalla nostra data di nascita, il 1861 appunto, è senza dubbio quello che va dal 1945 agli inizi degli anni settanta. In quegli anni la “meglio gioventù” che l’Italia abbia mai avuto, quella che diede vita alla Resistenza antifascista, ha ricostruito il nostro Paese trasformando una nazione contadina nella settima potenza economica del mondo. Sempre in quegli anni, tra il 1945 e il 1970, non c’era il federalismo e non c’erano nemmeno le regioni, l’Italia, unita e coesa, fu capace di esprimere il meglio di sé riuscendo a valorizzare tutte le risorse che aveva a disposizione. Si abbia perciò il coraggio di far cadere quella foglia di fico che è diventata il federalismo, panacea di tutti i nostri mali. Non è lì l’unica soluzione ai nostri problemi. Occorre una nuova Resistenza. Una Resistenza al degrado sociale, civile e politico dell’Italia di oggi. Una “meglio gioventù” del nuovo millennio che sappia ri-costruire ancora una volta l’Italia con un progetto che questa volta parta dal Sud e risalga tutta la penisola. Un progetto capace di coinvolgere emotivamente, culturalmente e politicamente tutto il Nord per ri-costruire un’altra Italia. Nel 1945 si è ricostruito sulle macerie delle città bombardate e sulle macerie politiche del fascismo, oggi si deve ri-costruire sulle macerie sociali, economiche, politiche e morali che una classe dirigente incapace di assolvere al suo compito consegna alla storia.
Dobbiamo ri-costruire un’Italia unita e coesa, isolando tutte quelle forze politiche interessate esclusivamente a dividere il Paese. In quale altra nazione sarebbe possibile per una forza di governo boicottare pubblicamente le celebrazioni dell’Unità del proprio Paese?
Piero Calamandrei nel discorso agli studenti milanesi del 1955 così si congeda: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione».
Non più montagne o carceri ma i luoghi simbolo del degrado che ci sta sommergendo e mortificando saranno i luoghi di pellegrinaggio della nuova Resistenza. La Casal di Principe della camorra napoletana o la Corleone della mafia siciliana. Da lì, da quei luoghi, deve partite la riscossa morale, civile, economica e politica dell’Italia. Riconquistare quei territori alla malavita organizzata e raccontare ciò che quei luoghi rappresentano è la premessa per costruire un futuro migliore perché un popolo che non si sa raccontare è un popolo morto.
È oggi il tempo di andare in piazza a festeggiare l’Italia. Festeggiarla e cantarla. Viva l’Italia, «l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre, l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia, l’Italia che resiste».


1 marzo 2011

L’Italia è un paese per chi?



«L’Italia non è un paese per giovani» è una delle affermazioni più utilizzate in questi ultimi anni per indicare l’incapacità dell’Italia d’investire risorse economiche e credere nelle nuove generazioni.
Non è un’affermazione teorica o peggio ancora un complotto di chi è impegnato a “parlar male” del proprio paese. Sappiamo che ciò è vero e i dati dell’Istat, che fissano impietosamente al 29,4% la disoccupazione che colpisce i ragazzi al di sotto dei 24 anni, ne sono una conferma. Un giovane su tre non trova lavoro. Da qui l’affermazione conseguente, «l’Italia è un paese per vecchi». Questa seconda tesi non è altrettanto dimostrabile con numeri e statistiche e non aiuta a comprendere il vero significato della prima affermazione. Certamente non ne costituisce l’origine. Le cause che possono spiegare questo disagio sono molteplici, mi soffermerei su una di queste, per me la più importante, la modestia, e uso scientemente un eufemismo, della classe dirigente italiana.
L’Italia funziona male perché la sua classe dirigente è mediocre, spesso inesistente. Dovremmo porci il problema di come si forma la classe dirigente nel nostro paese per capire e individuare le responsabilità di tanto degrado. La politica, come sempre in Italia, fa la parte del leone. Per il personale politico i processi di selezione sono inesistenti, così come la verifica e il controllo dei risultati raggiunti. Dalle scelte della politica spesso dipendono le scelte della classe dirigente di tutti gli altri settori. Ad esempio la scelta dei manager delle Asl e sappiamo che il sistema Sanità, in quasi tutte le regioni italiane, assorbe quasi l’80%, e in alcuni casi anche di più, delle risorse di quelle amministrazioni. Un cane che si morde la coda.
Il sistema Italia funziona male perché non ha una classe dirigente qualificata e in grado di gestire il paese. Questo è il cuore del problema. Se non investiamo nella formazione di una nuova classe dirigente, in tutti i settori vitali della società, non usciremo mai dal guado in cui siamo finiti e continueremo a confondere causa con effetto.
In Francia ad esempio tutti gli alti funzionari delle strutture pubbliche sono licenziati dall’ENA (Ecole nationale d’administration) istituita da Charles de Gaulle nel 1945, proprio per consentire alla Francia di avere una nuova e più preparata classe dirigente. Ogni anno sono ammessi circa ottanta candidati, le domande sono più di tremila. La formazione dura due anni, un anno di studio vero e proprio e un anno di tirocinio. La scuola, dal 2005, ha sede a Strasburgo.
Formazione qualificata prima e selezione vera, basata esclusivamente sul merito, poi, le due opzioni per uscire dalla miserabile condizione in cui siamo sprofondati.
E a proposito di nuove classi dirigenti, mi colpisce in questi giorni di «primavera araba» vedere le facce e ascoltare le parole delle persone che stanno cambiando la storia del Nordafrica.
Sono quasi tutti giovani. Donne e uomini. Quando arrivano alla ribalta della televisione italiana per spiegare le ragioni di questa rivoluzione, in realtà arrivano in poche televisioni, La7 su tutte, scopri che sono tutti molto preparati, da un punto di vista scolastico innanzitutto, e hanno molte cose da insegnarci anche in altri campi.
Ieri sera ad esempio durante la trasmissione L’Infedele di Gad Lerner era stridente il confronto tra la classe dirigente politica italiana, invitata a discutere proprio di ciò che sta accadendo in Libia, Egitto e in tutto il nord Africa, e i giovani ragazzi libici presenti in studio.
A rappresentare l’Italia il sottosegretario degli Affari Esteri, Alfredo Mantica, e l’europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio.
Un confronto impari e perso in partenza tanta era la differenza di preparazione e più in generale di cultura tra i ragazzi libici e Mario Borghezio ad esempio. Alla profondità di analisi dei primi faceva da controcanto la rozzezza e l’insipienza del dirigente leghista. Ed era inevitabile propendere dalla parte dei libici. Quei ragazzi e quelle ragazze rappresentano bene il presente di quella nazione e possono rappresentare altrettanto bene anche il futuro prossimo della Libia. Ma noi, noi italiani intendo, per quanto tempo ancora possiamo sopportare di essere rappresentati nel mondo dai Borghezio? L’Italia è un paese per chi?


16 febbraio 2011

Attraversare il guado



Giudizio immediato per concussione e prostituzione minorile è l’accusa dalla quale si dovrà difendere Silvio Berlusconi a partire dal 6 Aprile. Un accusa che ferisce l’Italia intera e ognuno di noi. La volontà dell’imputato di non presentare le dimissioni dall’incarico pro tempore che occupa rende ancor più grave la situazione del paese. Nessuno primo ministro, in nessuno stato del mondo, è stato mai accusato nell’esercizio delle sue funzioni, di reati così gravi. Tutto questo ferisce e umilia noi, cittadini italiani, e l’Italia in maniera superiore allo stesso imputato.
La vicenda giudiziaria che vede coinvolto Silvio Berlusconi, che si aggiunge a tutte le altre che lo hanno visto protagonista nel corso di questi ultimi quindici anni, segna inesorabilmente la fine di un’era: il berlusconismo. Una modo di vivere, uno stile di vita, che ha imperato nel nostro paese anche grazie alla ingente disponibilità economica e di mezzi di comunicazione a disposizione dell’uomo di Arcore. Quest’era è finita. Una filosofia di vita che non è più maggioranza nel nostro paese. Un milione di donne e uomini lo hanno testimoniato nelle piazze italiane sabato scorso. È solo l’inizio di un’onda lunga che sommergerà nani e ballerine che hanno occupato in questi ultimi anni i “posti di comando”. Per la prima volta in vent’anni s’intravede la reale possibilità di attraversare il guado. Abbiamo la necessità di guardare avanti e al futuro in modo diverso.
In un’intervista a la Repubblica Nichi Vendola, il presidente della regione Puglia e leader di SEL, propone la candidatura di Rosy Bindi per guidare una coalizione di emergenza democratica, che veda insieme dunque il centro sinistra e il “terzo polo”, che assuma l’impegno di fronte ai cittadini di traghettare, attraversando il guado appunto, l’Italia verso la terza Repubblica.
È un’ottima proposta. Di Rosy Bindi, a sinistra, ci fidiamo. Si può fidare l’intero paese.
Avanti dunque. Cominciamo a ricostruire, Il futuro è già qui.


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2 febbraio 2011

C’è nessuno? C’è nessuno? C’è nessuno?



Ai tempi dell’università, nella “mia” facoltà (architettura a Pescara), c’era una contrapposizione fortissima tra due fazioni. Si proprio due fazioni. Quelli della tendenza e i decostruttivisti. Ognuna delle due squadre venerava delle icone. Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Adolf  Loos appartenevano ai primi, Peter Eisenman, Frank O.Gehry, Daniel Libeskind, i portabandiera dei secondi. Ogni occasione era buona per prendersi in giro. Durante una sessione di laurea ad esempio, il “capo” dei decostruttivisti locali, commentando il progetto di uno studente della tendenza si espresse in questo modo: «Apprezzo l’approccio teorico del suo progetto però francamente questa “stecca” è […] un’infilata di corridoi che si ripetono sempre uguali a se stessi, porte tutte uguali, della stessa misura, più che un invito ad entrare sembrano attendere una domanda, c’è nessuno? C’è nessuno? C’è nessuno?».
Ci fu un gran silenzio, durò pochi secondi e sembrò interminabile. All’improvviso e inaspettata una grassa risata contagiò tutti i presenti. Da allora niente fu più come prima. Ancora oggi, a distanza di molti anni, quando incontro amici che hanno fatto parte di quel gruppo, il nostro saluto è: C’è nessuno? C’è nessuno? C’è nessuno?
In questi giorni, confusi e tristi, “vedo” spesso il corridoio di quella stecca. Sulle porte, tutte rigorosamente uguali, ci sono le targhe dei partiti dell’opposizione al governo Berlusconi. Apro le porte una a una e chiedo: «C’è nessuno? C’è nessuno? C’è nessuno?». Le stanze sono tutte vuote. Nessuno risponde. Non c’è nessuno appunto.
Per la prima volta, da quando Berlusconi si occupa di politica in prima persona, la sua “stella” brilla poco, pochissimo in verità. Sembra essere sull’orlo di un precipizio e la sensazione generale è che manchi una piccola spinta per farlo precipitare. La disoccupazione giovanile ha toccato la quota record del 29%, un giovane su tre non lavora. Gli scandali che riguardano la sua persona, Ruby e dintorni, sono sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica mondiale e per questo motivo l’Italia sta pagando un prezzo altissimo alla sua credibilità internazionale. L’attività parlamentare e di governo è paralizzata mentre i ministri del suo governo e l’intera maggioranza sono impegnati a difendere il premier su tutti i media disponibili. Mentre il bacino del Mediterraneo è attraversato da una rivoluzione che probabilmente ridisegnerà il profilo politico di molti Paesi nordafricani, il nostro Ministro degli Esteri “appare” in Parlamento per riferire al Paese dell’autenticità di un documento che riguarda la casa di Montecarlo (e che coinvolge il Presidente della Camera Gianfranco Fini).
Per la prima volta da quando Berlusconi ha vinto, con un’ampissima maggioranza, le ultime elezioni c’è dunque un guado che può portare le opposizioni ad essere di nuovo competitive.
C’è bisogno di un programma, una coalizione e un candidato. Non c’è bisogno che si vada tutti in televisione a proporre formule e nuove alchìmie. Tutti i partiti che sono all’opposizione del governo Berlusconi hanno il dovere di agire e non, soltanto, di parlare.
Formulate una proposta e su quella lavorate. Fatelo, prima che sia troppo tardi per tutti.


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permalink | inviato da oscarb il 2/2/2011 alle 10:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 novembre 2009

Perché ai mondiali di calcio in Sudafrica non tiferò per l’Italia di Marcello di Lippi



Seguo il calcio da sempre. Mio padre mi portava allo stadio, tutte le domeniche con il sole o con la pioggia, a vedere le partite del Foggia. Le gradinate dello stadio a quei tempi erano costruite con i tubi innocenti e noi sedevamo, ma il più delle volte eravamo in piedi, su tavole di legno che assecondavano i nostri movimenti. Gli stadi non erano coperti e quando pioveva le conseguenze le sentivi per tutta la settimana. Il Foggia in quegli anni, 1970/1980, era un squadra che si batteva sempre per le prime posizioni in serie B e quando faceva le sue apparizioni in A, tranne qualche fiammata d’orgoglio, era pronta a ritornare subito nei ranghi per essere di nuovo protagonista nel suo campionato ideale, la serie B appunto. Tifavo per il Foggia e basta. Non avevo una squadra di serie A, come spesso succedeva per i miei amici. Mi piaceva il bel calcio e seguivo le gesta dei grandi calciatori. Il primo fu, il mitico, Gianni Rivera, quando si poteva tifare anche per il Milan. Poi venne Giancarlo Antognoni. Roberto Baggio, Francesco Totti e oggi Antonio Cassano. Ho seguito così negli anni, con interesse, i risultati di Milan, Fiorentina, Roma e oggi della Sampdoria. Sono stato e sono un tifoso Sui generis. Mi piace il bel calcio e per questo sono disposto a cambiare anche squadra. Mi sono innamorato dell’Olanda allenata da Rinus Michels e del suo calcio totale che aveva in Johan Cruyff, Neeskens e Resenbrink  interpreti di primo piano. Del Milan di Arrigo Sacchi che sapeva imporre il suo forsennato ritmo su tutti i campi, del Foggia di Zeman che esprimeva nelle giocate di Rambaudi, Baiano e Signori l’essenza stessa del calcio, e oggi del Barcellona di Pep Guardiola. Tutte squadre che hanno giocato un bel calcio capace di avvicinare i giovani a questo sport. Tutte squadre che hanno avuto allenatori che prim’ancora di essere dei bravi tecnici sono stati dei grandi uomini.
Un grande uomo è Enzo Bearzot. La sua Italia del 1982 ci ha fatto sognare e soprattutto essere fieri di essere italiani. Una squadra grintosa, in grado di esprimere, a tratti, anche un grande calcio, ma soprattutto una squadra in cui potersi riconoscersi. Bearzot aveva saputo creare un gruppo, che alle polemiche e ai tormenti di qualcuno dei suoi calciatori, rispose con una grande forza morale. Basta ricordare a questo proposito i guai giudiziari di quello che diventerà il giocatore simbolo dell’italianità in tutto il mondo: l’uomo che segnò tre reti al Brasile in una sola partita, Paolo Rossi. Era quello un gruppo, che pur isolandosi per tutta la durata di quella splendida avventura che furono i mondiali di Spagna del 1982, era amato. Tutti capimmo che quella chiusura non era un atto di arroganza nei nostri confronti o nei confronti dei giornalisti, ma era un cercare al proprio interno le energie per superarsi. Quelle mancate risposte non erano omertà ma un modo per caricarsi.
Per me il mondiale vinto dall’Italia è quello del 1982.
Marcello Lippi invece non mi piace. Non mi piace come persona e non mi piace come allenatore.
Non mi piace la sua arroganza. È amico, e continua a difenderne l’operato, di Luciano Moggi e in affari con Flavio Briatore e Daniela Santanchè. A me non piacciono Luciano Moggi, Flavio Briatore e Daniela Santanchè. Soprattutto non mi piace come giocano le sue squadre. Non verticalizzano, attendono. Non si propongono e non hanno mai un possesso palla significativo. Non riesco ad appassionarmi. I mondiali di calcio del 2006 non mi hanno entusiasmato. È stato un campionato mediocre e nessuna squadra ha entusiasmato. In quel contesto uno come Lippi può vincere, ma mi chiedo: il calcio è un gioco, se non si vince giocando bene a cosa serve? Cosa resta?
L’Italia di Marcello Lippi si è qualificata per il mondiale in Sudafrica e ha ottenuto questo risultato con un turno di anticipo. La domanda che pongo è la seguente: c’è qualcuno che si ricorda una bella partita di questa fase di qualificazione? Una bella giocata? Un bel goal?
Ha convocato tanti, tantissimi giocatori, Foggia (Lazio), Mascara (Catania), Pellissier (Chievo), Rossi (Villarreal), Palladino (Genoa) Pepe (Udinese), solo per nominare gli attaccanti esterni, quelli che teoricamente giocano nello stesso ruolo di quello che considero il più forte calciatore italiano di questi ultimi due anni: Antonio Cassano. Ha convocato tutti quelli che giocano nel suo ruolo ma non ha convocato lui. Tutti, in Italia, si chiedono il perché di questo ostracismo, ma lui, il commissario tecnico della nazionale italiana di calcio non risponde. Ha provato a deviare i discorsi su Cassano concentrandosi sul “Gruppo”. E qualcuno del suo “Gruppo” ha azzardato qualche timida risposta. È il caso di De Rossi ad esempio. Avrebbe fatto meglio a star zitto, a parer mio, a concentrarsi piuttosto sui problemi che attraversano la Roma. dai quali non mi pare sia esente da responsabilità.
Tornando a Lippi, quando un giornalista gli chiede il perché della mancata convocazione di Cassano in nazionale, lui non risponde o peggio ancora risponde pensando di fare il simpatico. In Italia c’è già una persona che non risponde alle domande, anche’esso amico di Moggi, Briatore e della Santanchè, penso possa bastare.
Per motivi tecnici, allena una squadra che fa giocare male e non entusiasma e soprattutto non convoca il miglior calciatore italiano, Antonio Cassano, e umani, è una persona che non mi piace, non tiferò Italia ai prossimi mondiali di calcio.

Tiferò Inghilterra. La squadra allenata da Fabio Capello. Sarà un po’ come tifare Italia, in fondo.


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