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Diario
 


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17 aprile 2012

Più umanità, meno business



Il campo è bagnato, piove a dirotto e i calciatori faticano a far circolare la palla. Il Perugia ospita la Juventus e pur essendo solo alla quinta giornata del campionato è già una partita importante per la classifica. Il Perugia dei miracoli di Ilario Castegner si gioca il primato con la piú blasonata squadra dell’“Avvocato”. È il 30 ottobre del 1977 e lo stadio “Piano di Massiano” di Perugia è pieno in ogni ordine di posto. Il secondo tempo è iniziato da cinque minuti quando Renato Curi, ventiquattrenne talentuoso centrocampista dei grifoni umbri, si accascia improvvisamente al suolo. I medici gli prestano i primi soccorsi in campo, poi, attraversando tutto il rettangolo verde con la barella, raggiungono l'ambulanza e lo trasportano in ospedale. Il gioco nel frattempo riprende e quando l’arbitro fischia la fine della partita, giunge dall’ospedale di Perugia la ferale notizia: Renato Curi è morto.
Piermario Morosini, centrocampista del Livorno, di anni invece ne ha ventisei. Proviene da una scuola calcio d’eccellenza, il vivaio dell’Atalanta con il quale vince un campionato della categoria Allievi e successivamente viene acquistato dall’Udinese che lo manda in giro per l’Italia a “farsi le ossa”, come si usa dire in gergo calcistico. Anche a Pescara, sabato, il campo di gioco è bagnato ma le condizioni del terreno sono buone. Si gioca Pescara-Livorno. Siamo al trentesimo minuto e il Livorno è già in vantaggio per due a zero. Morosini mentre rientra verso la propria porta cade una prima volta. Cerca di rialzarsi, ma ricade. Ci prova ancora ma le gambe cedono. Ricade e non si rialzerà più. La corsa in ospedale sarà inutile Piermario Morosini muore senza aver mai ripreso conoscenza. Questa volta però la partita non prosegue e i compagni di squadra del “Moro”, così come i calciatori del Pescara, sapranno della sua morte direttamente in ospedale. 
Il presidente della FIGC, Giancarlo Abete, decide di sospendere tutte le gare previste nel weekend e così il calcio italiano si ferma per commemorare e riflettere sulla morte del giovane calciatore. Finalmente le vicende umane diventano più importanti del “business” e il grande circo dice stop e decide di fermarsi. Non lo aveva fatto quindici giorni fa in occasione della morte, altrettanto imprevista e perciò ancor più tragica, del preparatore dei portieri del Pescara e grande ex calciatore Franco Mancini. Il “portiere di zemanlandia” muore il venerdì e il giorno successivo si disputa regolarmente la partita tra il Pescara e il Bari. Un grave errore far giocare quella partita e una mancanza di rispetto per la persona umana che pesa come un macigno sul comportamento della Federazione. Questa volta non é stato così e siamo qui a rendere merito a questa scelta, dagli errori si può e si deve imparare, sempre.
Due accadimenti tragici in poco meno di quindici giorni hanno attraversato dunque le nostre esistenze e scosso tutta la nostra comunità, in particolare quella sportiva. Tante le domande che ci poniamo. Certo in relazione alla fatalità di ciò che é accaduto ma anche sul senso più profondo della vita stessa. Come se avessimo scoperto o riscoperto il senso stesso della nostra caducità. 
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro». Le parole di Pier Paolo Pasolini spiegano meglio di qualunque altra parola perché gli accadimenti che ruotano attorno al calcio hanno una grande risonanza e un forte impatto emotivo sulle persone. Perché attraverso gli accadimenti del calcio è più facile parlare al cuore delle persone. I calciatori quando disputano una gara mettono “in scena” e ripropongono, in forma non violenta e ludica, l’antica vocazione dell’uomo al combattimento e alla battaglia. In questo senso ci appaiono quasi come immortali e perciò vedere con i propri occhi e dal vivo la “mortalità” degli dei colpisce nel profondo e rattrista oltre ogni misura. In questo senso possiamo soltanto immaginare il sommovimento interiore dei giovani calciatori che sabato hanno vissuto, dal campo, la tragica fine del povero Morosini. Sia per i compagni di squadra del Livorno sia per i calciatori del Pescara. Questi ultimi in particolare colpiti nel profondo anche dalla morte del loro giovane allenatore. Ragazzi giovani, poco più che ventenni, che si sono ritrovati, dalle gioie dei gol e delle vittorie a ripetizione, a dover vivere due lutti consecutivi. Non sarà stato facile e, suppongo, non sarà facile neanche nell’immediato futuro. Ringraziamoli per ciò che hanno fatto fino a oggi, per le gioie che ci hanno regalato e non chiediamogli nulla. Stringiamoci tutti insieme per superare questo terribile momento. Viene prima la persona umana e dopo, solo dopo, tutto il resto. Ha scritto Pablo Neruda: «Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno». È questo il tempo di provarci insieme, tutti insieme, anche per onorare la memoria di Franco e Piermario.


27 febbraio 2012

Perché non avrei convocato Buffon in nazionale


Un mio amico, uno studioso e fine intellettuale, una persona che stimo e di cui leggo quasi tutto quello che scrive, dedica un post al caso Buffon, Selvaggio e sentimentale. Il suo breve ragionamento assolve Buffon e quello che per molti è stato un gesto antisportivo, e termina in questo modo, «in Italia si perdona tutto tranne il talento».
In questa occasione non condivido nulla di ciò che il mio amico Antonio scrive. E quando ho finito di leggere il suo articolo ho capito, ancora meglio, perché proprio quando si “gioca” emergono le vere differenze tra le persone. Emergono le tante letture del mondo che “costruiscono” il mondo che abitiamo.
Il caso di cui si parla è il “gol non gol” di Muntari, calciatore del Milan che nella partita di sabato scorso ha segnato un gol regolare che l’arbitro non ha convalidato. Succede tante volte e in tante partite, perché questa volta tanto rumore?
Fondamentalmente per due motivi, il primo è che questa volta il torto non lo ha subito una comprimaria ma uno dei “padroni delle ferriere”, il Milan di Silvio Berlusconi. Il secondo motivo è che il portiere della Juventus e della nazionale italiana di calcio, nonché il più forte portiere del mondo, ha rilasciato la seguente dichiarazione nel dopopartita: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro». Buffon si riferisce al fatto che la palla aveva abbondantemente oltrepassato la linea di porta e che quindi il gol era regolare. Il Milan in quel momento vinceva la partita per 1-0 e sarebbe andato sul 2-0, mentre nel finale di partita la Juventus riesce a pareggiare con un gol di Matri.
Al triplice fischio finale succede di tutto, in campo e fuori del campo. Uno spettacolo patetico.
Iniziano i protagonisti, i calciatori, che in campo offrono un pessimo esempio a chi, come me ad esempio, guarda le partite di calcio per assistere a uno spettacolo sportivo e non alla guerra tra Oriazi e Curiazi. Prosegue il giornalista del “padrone delle ferriere” che offende in diretta televisiva l’allenatore della squadra avversaria definendolo matto e più volte “testa di cazzo”. Chiudono il sipario in maniera ancor più squallida l’ad del Milan, è stato anche presidente di Lega, Adriano Galliani e l’allenatore della Juventus, Antonio Conte. Il primo sembra si sia rivolto al secondo addebitandogli il clima pesante che si era creato alla vigilia della partita, il secondo, come riportato da tutti i quotidiani sportivi, rispondendo testualmente «Siete la Mafia del calcio». Nelle interviste del dopo partita arrivano, puntuali, le dichiarazioni di Buffon: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro».
Il mio amico Antonio si è concentrato sulla cifra tecnica della partita, con un’analisi della partita che, questa si, condivido, e sul gesto tecnico di Buffon. Io invece metto in secondo piano la partita e mi concentro sui comportamenti. Se non si stigmatizza il comportamento di Buffon si rischia che le sue parole possano diventare un modello per tanti ragazzi che praticano sport. No, Buffon non può essere un modello da proporre ma da respingere con tutte le nostre forze. Ciò che ha detto il portiere della Juventus non c’entra nulla con lo sport e la sportività. Le parole di Buffon non hanno bisogno di nessun commento, sono antisportive e ledono l’immagine stessa dello sport. La Lega dovrebbe sanzionare il giocatore, la società di appartenenza del calciatore dovrebbe pendere analoghi provvedimenti disciplinari e, soprattutto, Cesare Prandelli, l’allenatore della nazionale italiana di calcio, non avrebbe dovuto convocare Gianluigi Buffon per l’amichevole di mercoledì. Non c’entra nulla il talento di Buffon o la tensione agonistica. C’entra l’educazione e il rispetto delle regole. Se il capitano della Juventus e della Nazionale italiana di calcio pensa davvero ciò che ha detto, non può più rappresentare il nostro Paese. È un comportamento antisportivo e per questo inaccettabile per le tante persone che praticano sport o che semplicemente assistono ad avvenimenti sportivi.
Per fortuna non siamo tutti uguali, ma ci sono esempi, anche nel mondo dello sport, che seguono direzioni opposte.
Zdenek Zeman, il grande accusatore dei mali del calcio italiano, quando gli chiedono conto delle sue poche vittorie sportive risponde in questo modo: «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole». In un mondo marcio e malato come quello del calcio italiano per fortuna non tutti i protagonisti sono uguali. Ci sono persone come Buffon e persone come Zeman. Un modo di essere e di stare al mondo che non riguarda solo il mondo del calcio ma tutta la società italiana, sempre sospesa tra chi rispetta le regole, e spesso proprio per questo è perdente, e i cialtroni. 
Ne “Il giorno della civetta”, una lettura che consiglio a Gianluigi Buffon, Leonardo Sciascia ha scritto: «Io, proseguì don Mariano, ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà [...] Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini [...] E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi [...] E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito [...] E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... [...]».
Abbiamo bisogno, il calcio come la società italiana in generale, di meno pozzanghere e più di mare aperto. Più uomini e meno quaquaraqua. 


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