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Diario
 


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19 marzo 2012

Le favole di Tonino Guerra, il poeta che sogna di salvare l'Aquila


Le 101 favole contenute nel nuovo lavoro di Tonino Guerra, Polvere di sole (Bompiani, 176 pp, 16,50 €) inseguono, cercano e infine trovano un grado zero dello sguardo. Letture brevi per meglio custodire un “io” spesso sovrastato dalla grevità della nostra contemporaneità. Cose semplici. A volte solo colori, sensazioni. E poi cultura popolare e appunti che provengono da un tempo meno veloce ma non per questo fermo. Un viaggio dentro le parole per riflettere sul proprio respiro e ascoltarlo. Favole che in alcuni casi diventano poesia e, a volte, progetto per un film, magari per un nuovo romanzo. Parole e sensazioni che rimandano a un modo di guardare comune a un altro grande visionario della cultura europea, Wim Wenders, sbucato a sorpresa con la moglie Donata nella nebbia di Pennabilli in occasione di un recente compleanno di Tonino Guerra, suo dichiarato maestro. «Noi, nella testa, abbiamo un nido che conserva un determinato numero di storie, non una di più o di meno; queste storie provengono dall’infanzia e dai sogni che produce, non c’è strada che ci porti a quel nido, non si può creare si può creare niente che non vi sia già stato immenso in precedenza». Parole che esprimono il senso più autentico del progettare e del guardare più che del vedere. 
Favole, infine, nelle quali possiamo leggere tanto di noi e della nostra storia, quasi un atto di generosità del poeta. C’è Federico Fellini che riesce a rendere colorata una fuga dalla realtà, altrimenti grigia, della periferia più periferia di Mosca. C’è la Valmarecchia, la terra dove il poeta ha scelto di vivere vent’anni fa dopo i successi romani. Alcune di queste favole, I rumori per esempio, trasportano direttamente in un’altra dimensione e predispongono all’ascolto così come Messaggi di luce di una giovane suora a un giovane prete predispongono all’amicizia e all’amore. S’incontrano merli che ripropongono il tintinnio delle campane per far rivivere il “Monastero verde” o scheletri di dinosauri che «mangiavano gli arbusti sulle sponde del fiume Amu Darya».
Favole che anelano all’attesa di un tempo nuovo che è tempo già trascorso e tempo che trascorrerà.
«Abbiamo bisogno che non siano soltanto le parole a toglierci dalla monotonia di questa vita ma anche un paesaggio può ributtarti addosso una vita primitiva abbandonata da milioni di anni e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo». È terra e natura, è soprattutto poetica consapevolezza. Un guardare il mondo per quello che è e non per come viene descritto o raccontato. Soprattutto è lasciarsi attraversare. «Occhi pieni di spazi e di notizie con la capacità di comunicare discorsi prima che arrivino le parole».

Polvere di sole è una favola lunga 101 favole quasi come gli anni che ha compiuto lo scorso venerdì Tonino Guerra, novantadue. Auguri belli poeta.
Ma oltre alle 101 favole di Polvere di sole, c’è una favola vera e non conosciuta che ha come protagonista Tonino Guerra e l’Abruzzo. Mi svela questa bella storia Salvatore Giannella, il curatore di Polvere di sole, giornalista (ha diretto L’Europeo e Airone dei tempi eroici) e scrittore (Enzo Biagi, Consigli per un paese normale, Rizzoli), oltre che amico di lunga data di Tonino Guerra.
Nei viaggi del poeta in sua compagnia c’è stato più volte anche l’Abruzzo.
Tonino, prima che una malattia interrompesse i suoi lunghi viaggi, aveva un grande amore per il Sud. È avido di storie di successo provenienti dalle Marche in giù e spesso concludeva i suoi interventi pubblici con l’appello: «Illuminiamo il Sud». E non una, ma più volte l’ho accompagnato nelle terre tra Tortoreto e Termoli. Ricordo la spedizione ad Atri per vedere “da vicino” i benefici che una scoperta archeologica aveva innescato in quel borgo: nonostante l’età avanzata, Tonino in quell’occasione, camminò a lungo e visitò quel luogo con studiosa curiosità.
Quando vi siete occupati l’ultima volta dell’Abruzzo?
L’ultima volta che abbiamo parlato dell’Abruzzo è stato per ricordare il terremoto che ha sconvolto l’Aquila. Eravamo riuniti nella giuria del Premio Rotondi ai salvatori dell’arte (un riconoscimento che prende nome dal soprintendente di Urbino, che nella Seconda guerra mondiale fu incaricato di dare ricovero e salvezza alle principali opere d’arte italiane, e che si assegna da 15 anni nel Montefeltro marchigiano) e ci chiedevamo che cosa poter fare per dare un segnale di solidarietà a quella popolazione. Fui incaricato di un sopralluogo. Con mia moglie Manuela arrivammo in un deposito nella piana del Fucino dove ci fecero vedere le “Madonne” terremotate, decine di opere sacre di grande valore rese irriconoscibili dalla violenza del sisma. Al ritorno, il giurato Tonino Guerra non ebbe esitazioni: «Dobbiamo restaurare quelle Madonne ferite dal terremoto».
Ha avuto un riscontro positivo quella decisione?
Ha avuto riscontri molto positivi. Con il circolo Legambiente Protezione civile beni culturali e la Direzione regionale del ministero per i Beni e le attività culturali organizzammo una mostra nella Rocca di Sassocorvaro dedicata alle “Madonne” terremotate e altre opere sacre, con l’indicazione della somma necessaria per il completo recupero di ognuna di esse. Delle 18 opere esposte, ben 10 sono state adottate da singoli cittadini, famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche per un totale di circa 63.000 euro e altre due sono in corso di adozione. Tutti i soldi sono stati impegnati, con il coordinamento dell’esperta Giovanna Di Matteo, delegata dall’Arcivescovo dell’Aquila, nel restauro in corso delle opere d’arte. 
Chi ha risposto positivamente all'appello?
Un’umanità varia. C’è lo stilista Ottavio Missoni, il primo a farsi avanti, che ha adottato la Trasfigurazione di Cristo, proveniente dalla chiesa di Santa Giusta. Michelangelo Rossi, che sotto le macerie dell’Aquila ha perso la figlia, l’ingegnere aerospaziale Michela. L’amministrazione comunale e la popolazione di Sassocorvaro con in testa il sindaco, Antonio Alessandrini. Un noto imprenditore alberghiero di Pesaro e Urbino, il conte Alessandro Pinoli Marcucci. Il Distretto Lions 108/A, che ha adottato la Maddalena penitente dalla chiesa di San Flaviano. Una famiglia di restauratori di Aramengo, in provinica di Asti, la famiglia Nicola, che ha permesso il recupero totale del Ritrovamento della vera croce di Giulio Cesare Bedeschini dalla chiesa di San Francesco di Paola, è stata anche promotrice di una raccolta fondi in Piemonte che ha mosso altri cuori generosi, persino dal lontano Lussemburgo.
Tonino Guerra può essere dunque soddisfatto per il risultato ottenuto.
Contento lo è, ma vuole fare di più. Tutti sappiamo quanto sia importante la bellezza per l’Italia, virtualmente, la prima potenza culturale del pianeta Terra, per questo ripete il suo messaggio come n mantra: «Chi salva anche una sola opera d’arte, salva la bellezza».



12 dicembre 2011

Claudio Magris: «Dal malore civile una nuova Europa»


Claudio Magris ricorda con affetto l’estate del 1955 quando con il suo amico abruzzese Giovanni Gabrielli, percorre a piedi l’Abruzzo. Il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi, L’Aquila. E poi l’estate successiva alla scoperta della Montagna Madre, la Majella. Ma andiamo con ordine. Livelli di guardia (Garzanti, 208 pp, € 18,00) è l’ultimo libro di Claudio Magris, una raccolta di articoli pubblicati a partire dal 22 giugno 2006 e fino al 9 settembre 2011. Pensieri, note, riflessioni, che pur scaturendo da accadimenti del quotidiano mostrano di reggere il confronto con il tempo che passa e hanno un valore che va aldilà e oltre il tempo stesso in cui sono state concepite. L’alluvione di Genova di questi ultimi giorni dell’anno, testimonia infatti che in Italia il livello di guardia è stato ampiamente superato non solo nella vita sociale e civile. E le parole pronunciate da Claudio Magris, ospite in tv da Fabio Fazio, diventano anche per questo motivo una sintesi possibile ed estrema di questo suo lavoro: «Sono saltate le elementari regole di comportamento, è andata in crisi una virtù fondamentale: il rispetto». Ognuno di questi brevi saggi insegna sempre qualcosa di nuovo; citazioni, rimandi, affinità che emergono e si staccano dalla pagina per  trasformare brevi commenti in piccoli capolavori di filosofia, storia, costume. In queste pagine ci sono i capisaldi della cultura classica, i grandi autori della letteratura, i pensatori. Gli uomini che hanno costruito parola dopo parola, pensiero dopo pensiero, l’immaginario collettivo con il quale ci confrontiamo e  guardiamo il mondo. «Note civili», recita il sottotitolo, merce ormai rara, rarissima, nella società del consumo, fine a se stessa, che abitiamo. Tanti gli argomenti trattati, molti dei quali riguardano direttamente la vita nel nostro Paese, la nostra stessa convivenza civile. Fa ricorso a Jürgen Habermas, il filosofo più autorevole in Germania, per introdurre il tema di un nuovo patriottismo della Costituzione, destinato a diventare uno degli argomenti centrali del prossimo futuro. E come non pensare agli attacchi scriteriati e senza prospettiva che in questi ultimi anni forze politiche «estranee al travaglio che ha generato la nostra storia conflittuale ma comune» hanno sferrato, senza riuscirci per nostra fortuna, alla Carta Costituzionale? Magris guarda oltre il proprio piccolo recinto, in questo caso attinge alla cultura tedesca di cui è uno dei più apprezzati studiosi, e contribuisce alla ricerca di un’idea condivisa e universale di valori fondanti per una nuova società. Com’è per esempio per i temi eticamente sensibili. Il valore e il senso stesso della vita e della morte, prima di tutto.
Nel libro non è mai citato Silvio Berlusconi che con i suoi comportamenti, pubblici e privati, è però certamente uno dei grandi protagonisti di queste riflessioni. In questo senso illuminante è il capitolo “La rara arte di uscire di scena”. Qui Magris fa ricorso al padre della lingua italiana per esprimere al meglio il suo pensiero: «Il monito dantesco a saper “calar le vele e raccoglier le sarte” è assai poco ascoltato, particolarmente nel mondo della politica italiana, nel quale nessuno esce di scena, se non quando vi è proprio costretto a forza dalla comare secca».

In appendice a “Livelli di guardia” c’è il discorso che ha tenuto in occasione del conferimento del Friedensreis des Deutschen Buchandels, nella Paulskirche di Francoforte. Un discorso che in parte riassume molti dei temi di cui scrive nel libro. «Dell’universalità della guerra» e di come crediamo che essa sia inevitabile.
Volevo esprimere due pensieri che sono anche risvolti di una stessa medaglia e che mi stanno molto a cuore. Da un lato l’illusione che le guerre siano state già tutte superate. Un eccesso d’ingenuità perché sottovalutando un pericolo lo si rende ancora più forte. Non dimentico il discorso di un anziano leader nord-vietnamita che diceva «il pericolo per noi più insidioso è l’abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita». In questo senso siamo tutti ciechi conservatori, abbiamo difficoltà a credere che le cose cambino. Anche quando è caduto il Muro di Berlino gli stessi tedeschi che lo stavano abbattendo non pensavano che tutto potesse finire in poco tempo. Due o tre giorni dopo il Muro non c’era più.

Lei vede l’Europa come una possibile ancora di salvezza a patto che l’Europa si apra alle culture dei nuovi europei.
Sono un patriota europeo nel senso che il mio sogno è un’Europa vero Stato federale. E lo sono per una ragione molto pratica, i problemi che abbiamo davanti a noi sono europei. Pensi all’immigrazione, è ridicolo avere leggi diverse in Europa così com’è ridicolo avere leggi diverse a Firenze o a Trieste. Una catastrofe che colpisce Milano investe anche Trieste. Basta con la febbre identitaria delle piccole patrie perché è soltanto una caricatura. Viviamo un momento di estrema debolezza dell’Europa, bisogna essere pessimisti con la ragione, come diceva Gramsci, ma ottimisti con la volontà.

Il valore della vita e il senso stesso della vita pervadono il suo ultimo lavoro. Non poteva non affrontare il tema della Shoà, perché «la Shoà è nel nostro DNA».
La Shoà è stato un fenomeno mostruoso e simbolo di un male assoluto. Bisogna capirne le ragioni storiche e sociali senza perder di vista il suo terribile primato nella sofferenza. La Shoà però non è l’unica barbarie della storia e non può farci dimenticare le altre angherie, il tremendo primato nella sofferenza non significa e non può significare monopolio della sofferenza.

Ha ottenuto tanti importanti riconoscimenti per il suo lavoro. Negli ultimi anni il suo nome è sempre tra i possibili vincitori del Nobel per la letteratura. Come vive questa condizione?
Non esistono candidati al premio Nobel, i nomi di cui si scrive e si parla sono semplicemente i nomi che i broker londinesi esibiscono per far crescere il mondo delle scommesse ed escludo nel modo più assoluto che tali nomi possano essere il risultato di indiscrezioni. L’Accademia svedese può giudicare bene o male ma escludo che faccia circolare nomi di presunti candidati. Riguarda me ma anche gli altri. In ogni caso qualunque riconoscimento lo si accetta sempre con piacere. Sono sempre dei doni.

Ha un buon rapporto con l’Abruzzo e gli abruzzesi?
Nel 1955 ho percorso a piedi l’Abruzzo con un mio amico che aveva delle prozie ad Ancarano, il professor Giovanni Gabrielli che incontro proprio stasera a Trieste per bere una birra in amicizia. Prima la “Montagna dei Fiori” dove abbiamo anche dormito con i pastori e quando attraversavamo i piccoli paesi dell’entroterra gli abitanti c’invitavano spesso a pranzo o a cena. Mi ricordo che in ogni piccolo paese la gente si chiedeva chi fossimo, e la risposta, che proveniva dai più informati, era sempre la stessa: sono tedeschi dell’Alta Italia. Gran belle passeggiate. Poi il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi per finire a L’Aquila. L’anno successivo, nel 1956, la comitiva diventò più grande e il gruppo diventò di quattro persone. L’obiettivo da raggiungere era la Majella. Ricevemmo un’ospitalità meravigliosa dappertutto e in particolare a Guardiagrele. Sempre quell’anno a Lama dei Peligni ci spacciammo per speleologici triestini di una fantomatica e inesistente rivista, “Specus”. Ho perciò dei bellissimi ricordi legati all’Abruzzo.


3 ottobre 2011

Senza etica sociale non c'è più politica

L’appuntamento è alle 17.30 nella sede della Curia arcivescovile di Chieti. Arrivo in leggero anticipo e nell’attesa rileggo gli appunti che ho scritto per l’intervista. Non ho mai incontrato Monsignor Bruno Forte, ma ho letto alcune delle cose che ha scritto. Ciò che più mi colpisce è la sua capacità di parlare di Dio in modi diversi. Il vescovo è puntualissimo e alle 17.30 siamo seduti, uno di fronte all’altro, e già parliamo di bellezza. Dell’arte, della natura, dell’architettura. Delle chiese d’Abruzzo e degli eremi della Majella che, in qualche misura, così come ha mirabilmente scritto Ignazio Silone, definiscono l’identità stessa della nostra regione. «[…] la particolare vocazione ascetica del cristianesimo abruzzese […] divenne per molti cristiani la forma più accessibile di salvezza ed elevazione da una condizione umana sovente assai dura, servile e prossima alla disperazione». Del Monte Athos, una vera e propria repubblica autonoma in Macedonia, e dei suoi venti monasteri. E della sacralità della natura che questi territori, lontani eppure vicini, esprimono. La sensazione che avevo avuto leggendo gli scritti di Monsignor Bruno Forte è adesso una certezza: la costante ricerca di Dio gli consente di parlarne in tanti modi. In tanti modi diversi. E, soprattutto, è capace di farsi ascoltare.
Il suo ultimo libro, “Una teologia per la vita”, prossimamente in libreria, più che un punto di arrivo o una riflessione definitiva sul tema sembra concentrarsi sulla ricerca di Dio nel nostro tempo.
Quando ho iniziato a studiare teologia in vista del sacerdozio, mi sono profondamente appassionato a ciò che studiavo. Della teologia, come della filosofia, perché la filosofia è il coraggio dell’interrogazione radicale - e mi sembra chiaro che non ci sono risposte vere se non ci sono domande vere - e la teologia è il portare al pensiero la causa di Dio in questo mondo, di quel Dio Amore che Cristo ha rivelato. Se lei vuol dire che questo libro è l’espressione dell’impegno della mia vita intera di pastore e di teologo al servizio alla causa di Dio, e che dunque la mia vera grande domanda è la domanda su Dio, lei ha colto il cuore di quanto ho cercato di mettere in atto con la mia ricerca.
La ricerca di Dio nel nostro tempo presuppone la conoscenza del tempo e del mondo in cui viviamo. Lei ha viaggiato molto, sia per l’attività di teologo sia per l’attività pastorale. Ha “visto” da vicino cos’è la globalizzazione. Con un felice neologismo ha definito la Chiesa cattolica molto “glocal”.
Le fonti a cui ho cercato di attingere sono state l’esperienza dell’incontro con Dio nella vita spirituale e liturgica della Chiesa, a partire dai grandi testimoni della fede vissuta e pensata, e la vicinanza all’esperienza quotidiana degli uomini. Ho ricevuto e ricevo molti inviti a livello internazionale e perciò ho viaggiato molto al servizio della causa di Dio e dell’uomo. Il respiro della mondialità è fondamentale per chi come noi non vive più nel chiuso della cittadella fortificata, ma in quello che è il “villaggio globale”. Ciò che ho percepito è che una globalizzazione - e cioè la continua interconnessione dei processi, economici, sociali, culturali e umani del pianeta -, che prescinda dal rispetto delle identità locali diventa un fenomeno devastante sul piano della dignità delle persone e perfino anche dei risultati economici e politici. Il globale va correlato al locale (glo-cal).

La globalizzazione annulla le distanze e “normalizza” i processi. Rende tutto uguale. Si arriverà a una globalizzazione della solidarietà in relazione al patrimonio ambientale, culturale, economico e sociale?
L’esito non è scontato. Siamo in un “work in progress”. Ricordo che l’ossimoro di McLuhan “Villaggio globale”, coniato alla fine degli anni sessanta, rappresentò una sorta di formula magica. Parallelamente la diffusione del web, della rete, ha creato l’illusione che il mondo si possa realmente rimpicciolire. Da parte sua, la comunione della Chiesa cattolica, esperienza di globalizzazione ante litteram, ha sempre spinto verso un’attenzione al locale, specialmente col Concilio Vaticano II, ad esempio attraverso l’uso delle lingue parlate nella liturgia. La mia esperienza di vita mi fatto prendere coscienza del ruolo che la teologia, la filosofia, il pensiero etico, il pensiero spirituale, hanno nei confronti di ciò che sta avvenendo. La massificazione dei costumi, l’appiattimento delle differenze non è una soluzione. Il riavvicinamento delle distanze è prezioso, la comunicazione in tempo reale è fondamentale, la rete è inevitabile e non possiamo più farne a meno, ma non si possono cancellare le radici, spirituali, culturali, morali, dei popoli e delle persone. La grande sfida di oggi è tenere insieme queste due realtà.
In questa ottica assume perciò un valore sempre più significativo la testimonianza. Allargando lo sguardo oltre le religioni, quanto conta saper fare bene il proprio mestiere e testimoniare attraverso il proprio lavoro questioni di senso?
La testimonianza è un’identità forte tesa fra due alterità. Il testimone innanzitutto è il testimone di un Altro. La sua vita si misura non semplicemente su se stesso, ma su ciò che, come dice il Nuovo Testamento, ha udito dall’alto, di cui ha fatto esperienza, e che gli ha dato senso alla vita. Il testimone è innanzitutto testimone della verità, altrimenti non è un testimone, ma al più un affabulatore. La seconda alterità che definisce il testimone sono gli altri. La testimonianza si rende per amore. Per crescere insieme. Per condividere. Per camminare nella solidarietà. Perché il più debole si senta sostenuto. Si è testimoni  soltanto se si prende a cuore il destino dell’altro. Don Lorenzo Milani aveva scritto nell’aula in cui faceva lezione con i suoi ragazzi di Barbiana: “I care”. “Mi sta a cuore”. Questo è il motto fondamentale della nostra vita. Fra queste due alterità, l’alterità di Dio e della verità di cui si è testimoni, e l’alterità degli altri al cui servizio ci si pone, si costruisce la propria identità. Il testimone è perciò radicato in una profonda esperienza di ascolto. In termini religiosi, vive della dimensione contemplativa della vita. In termini di ricerca umana, si nutre di riflessione e di continuo confronto con l’alterità dell’altro. Nel teologo specialmente le due cose vanno inseparabilmente unite.
Per il pastore invece il compito principale è servire gli uomini e pregare per il popolo. Che cos’è la preghiera?
La preghiera è lo spazio vitale nel quale posso realizzare l’identità di testimone di cui parlavo prima. Nella preghiera sono inestricabilmente connessi due movimenti: l’ascolto e l’affidamento incondizionato a Dio e alla sua parola e l’aver cura degli altri. Quando prego, e ne ho tanto bisogno ogni giorno, s’incontrano nel mio cuore il Dio in cui credo e a cui ho dato la vita, e il popolo che cerco di servire e di amare. Da questo incontro scaturisce la luce per ciò che sono chiamato a fare e insieme il senso di profonda inadeguatezza che provo di fronte a ciò che bisognerebbe fare e che mi sembra di fare sempre troppo poco.
Zygmunt Bauman sostiene che «la globalizzazione ha tolto centralità alla politica, invece il mondo ha bisogno della politica e perciò bisogna restituirle la centralità perduta»? Qual è il suo parere?
Ciò è possibile solo se si restituisce un ruolo centrale all’etica personale e sociale. Senza un’etica sociale non c’è politica. E d’altra parte un’etica si costruisce nel gioco di due elementi, la “dimora”, e il “costume”, la radice e il comportamento. Perché ci sia etica, la prassi, con le sue scelte e la provvisorietà di ogni istante, dev’essere orientata all’interno di una dimora, di un orizzonte di senso senza il quale si gira a vuoto. Un’etica che non abbia a suo fondamento una visione del mondo e dei suoi riferimenti ultimi, e dunque la verità e il senso della vita, non è nemmeno un’etica. È possibile tornare alla centralità della politica se la politica vive di grosse tensioni etiche, se cioè la politica è praticata da uomini che agiscono nella quotidianità delle scelte sostenuti e illuminati da riferimenti forti che danno senso a queste scelte stesse. Se oggi non è più centrale la politica è perché nella vita politica non sembra più centrale l’etica personale e sociale.
Condivide quindi l’ammonimento del presidente della Cei, Angelo Bagnasco, ripreso in prima pagina anche dal New York Times.
In questi ultimi tempi sono stati diversi interventi di vescovi, e anche del Cardinal Bagnasco, presidente della Cei, su questo tema. Riguardo al “caso Ruby” resto convinto di quanto dichiarai allora: se tutto ciò fosse dimostrato si tratterebbe di una grave offesa alla dignità della persona umana. Un uomo di governo non può permettersi comportamenti simili e perciò il responsabile deve fare un passo indietro. Non diciamo queste cose perché chi ne è protagonista oggi è più debole. Le affermiamo perché sentiamo pericoli e problemi sempre maggiori e perché ciò che sta venendo fuori risulta intollerabile, al di là di ogni misura.
Qual è la sua idea sullo scandalo dei fondi per il sociale, 12 milioni di euro del ministro Giovanardi, che vede coinvolta la Fondazione “Abruzzo solidarietà e sviluppo” a cui faceva riferimento anche la Curia aquilana?
Non sono informato abbastanza sull’argomento. Ho però molta fiducia nella serietà morale di Mons. Molinari e di Mons. D’Ercole e su questo non ho nessun dubbio personale. Mi sembrano persone incapaci di tramare per fare del male ed è certamente gente che ama il proprio popolo. Capisco anche che nei veleni che stanno caratterizzando il processo della cosiddetta ricostruzione dell’Aquila, che tra l’altro è ancora molto parziale, chiunque intervenga possa essere visto in un fascio di luce negativo quasi che cerchi solo i propri interessi. Per quello che conosco, escludo che questi pastori abbiano potuto cercare interessi propri e indebiti. Mi sembra che la loro passione sia la passione per il bene della gente e anche la loro sofferenza sia la sofferenza per i ritardi e per gli errori commessi, per le scelte negative e sbagliate fatte in questo processo di ricostruzione.
La ricerca di Dio nel nostro tempo è più complicata o più semplice rispetto a quando ha iniziato il suo percorso di fede come sacerdote e come teologo?
Il bisogno di Dio, paradossalmente, è enormemente più grande oggi. Rispetto a una società come quella dei primi anni Sessanta, gli anni del Concilio Vaticano II, l’attuale società liquida, dove ci sono tante certezze in conflitto l’una con l’altra che alla fine non c’è ne nessuna, ha molto più bisogno di una stella che orienti il cammino, di un’ancora a cui affidare la barca che si agita sul mare del tempo. In un certo senso oggi siamo tutti più soli. La società in cui viviamo è spesso una folla di solitudini. Quando si è più soli, le cose di cui più si ha bisogno sono ponti di trascendenza che ci liberino dalla prigione della solitudine e che ci facciano incontrare con gli altri per costruire insieme un orizzonte, un porto sospirato verso cui approdare. Oggi Dio è più attuale che mai: veramente con Lui o senza di Lui cambia tutto!


6 aprile 2011

Tutto comincia da noi



Sono trascorsi due anni dal 6 aprile del 2009. Due anni è un tempo lungo, lunghissimo, soprattutto nell’era tecnologica nella quale viviamo.
Se pensiamo a tutto ciò che è successo nel mondo in questi due anni ci rendiamo conto che molte cose sono cambiate. Solo per restare agli avvenimenti delle ultime settimane, una parte del mondo molto vicina a noi da un punto di vista geografico, il Nord Africa, sta cambiando radicalmente la propria storia. Intere popolazioni nel breve spazio di pochi giorni si sono messe in movimento e hanno modificato la geopolitica del Mediterraneo. Niente più sarà come prima in Egitto e Tunisia. Molto probabilmente sarà così anche per la Libia.
A l’Aquila invece il tempo scorre in maniera diversa rispetto al resto del mondo. Due anni è un tempo breve, brevissimo pur nell’era tecnologica nella quale viviamo.
La città è sostanzialmente ferma a quel giorno di due anni fa. La zona rossa è sempre zona rossa e il cumulo di macerie è ancora oggi la più evidente testimonianza, speriamo non eterna, dell’avvenuto terremoto. Quasi nessuno dei cittadini sfollati è tornato a vivere nella propria casa perché pochissime di quelle case sono state rese di nuovo agibili. La ricostruzione non è mai iniziata. Solo parole, tante parole e promesse, tante promesse.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, così come ha fatto recentemente a Lampedusa, in una delle sue innumerevoli performance tenute a L’Aquila nei giorni immediatamente successivi al sisma, promise che avrebbe trascorso l’estate del 2009 in Abruzzo e che avrebbe cercato una casa a L’Aquila per seguire da vicino i lavori della ricostruzione. L’evidenza dei fatti ci dice che la casa non la comprò e la ricostruzione, in senso ampio e diffuso, non è mai iniziata.
Le istituzioni locali tutte, sembrano essere incapaci di compiere atti concreti e congiunti per risolvere la situazione di grave disagio in cui versano i cittadini aquilani.
Molti dei residenti del capoluogo d’Abruzzo vivono oggi in altri luoghi. Le attività economiche non sono ripartite così come speravano in tanti. Il futuro sembra non abitare più da queste parti.
Rebus sic stantibus, che fare per risolvere la situazione?
«It begins with us» sono le parole con cui Barack Obama ha lanciato la sua ricandidatura alla casa Bianca. Tutto comincia da noi. L’uomo politico più influente della Terra riparte dagli elettori democratici. Da ogni singolo cittadino. Chiede un impegno in prima persona ad ognuno di loro: «Ci siete?» Si rende conto che senza il contatto diretto e senza il protagonismo delle persone tutto è precluso.
Dopo due anni di parole e d’impegni non rispettati è giunto il tempo di assumersi altre e diverse responsabilità. “Tutto comincia da noi” a me pare un buon modo per vivere questo 9 aprile del 2011. In prima linea e in prima persona, senza più deleghe per nessuno. Se l’ambizione è davvero quella di salvare l’Aquila non si può più sprecare tempo. La ricostruzione della città e di conseguenza della comunità che l’ha abitata e che l’abiterà non può più attendere. Ogni altro giorno trascorso senza perseguire questo obiettivo non è più giustificabile.
Tutto comincia da noi sembra essere anche il naturale proseguimento del pensiero del poeta: «La nascita non è mai sicura come la morte. È questa la ragione per cui nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno». E allora rimettiamoci in cammino. Tutti insieme perché tutto comincia da noi.


24 luglio 2010

Una notte in Italia



Il tempo delle vacanze è un bel tempo. È il tempo del suono delle cicale. Un tempo lungo che aiuta a riflettere. A pensare. E a pensare aiuta certamente, Una notte in Italia. Irpinia-L’Aquila istantanee da un dopo sisma, la mostra che hanno allestito Valentina Del Pizzo e Valerio Calabrese da Battipaglia, due miei cari amici. La mostra s’inaugura sabato 31 luglio ad Auletta in provincia di Salerno e resterà aperta fino al 31 dicembre di quest’anno. Io la visiterò in autunno, voi andateci anche prima.

Una notte in Italia *
Sabato 31 luglio 2010, ad Auletta (Sa), presso il Palazzo dello Jesus, sede dell’Osservatorio sul dopo sisma istituito dalla Fondazione MIdA (Musei Integrati dell’Ambiente), sarà inaugurata una mostra fotografica dal titolo “Una notte in Italia”. L’ora è quella del sisma che si abbatté sull’Irpinia in una domenica qualunque nel momento della giornata in cui «l’Italia più ricca si prepara ad andare a cena, mentre quella più povera ha appena finito di mangiare», come ricorda Lina Wertmuller, nell’incipit del noto documentario da lei diretto “Era una sera di Novembre”.
Tre sale, due momenti sismici diversi, un’unica interminabile notte. Un lasso di tempo (1980–2010) che l’esposizione ripercorre attraverso le foto di Daniele Lanci, sui danni provocati dal sisma abruzzese e sull’inizio della ricostruzione (sala1) e quelle di Francesco Fantini, scattate nel 2002, ventidue anni dopo il terremoto che spezzò “l’osso dell'Italia” (sala2). Il percorso si chiude con la visione del film documentario “ANNO 30 d.T (dopo il terremoto, dietro il terremoto) sul post ricostruzione in Campania ed in Basilicata, girato nel 2010 da Emanuele Pantano e Luca Cococcetta (sala3). Immagini di un passato che, nell’uno e nell’altro caso, è ancora troppo recente.
Salti temporali e sovrapposizioni di voci a commento di eventi, straordinariamente simili. Così, mentre dell’Aquila e di Onna, scorrono, impresse su carta fotografica, tutte le ferite ancora aperte, ascoltiamo le dichiarazioni del nostro tempo. Parole condite di un cinismo tutto moderno e ben più raccapricciante di qualunque boato, al quale si contrappongono le parole sul sisma irpino dell’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Il rombo sordo della terra d’Irpinia registrato fortuitamente da radio Alfa 102, l’incalzare delle notizie e delle promesse, la voce dei soccorsi, sono il naturale commento alle foto che ritraggono quanto è stato ricostruito e in che modo.
La memoria storica di una collettività intesa come un ciclo di andate e ritorni dal dolore alla speranza, dalla speranza al dolore. Sovrapporre i piani temporali e con essi i contesti di riferimento, equivale a fermare il tempo e a far confluire tutti i passati ed i possibili futuri in un unico grande presente, che sembra ripetersi uguale a se stesso dall’Aquila all’Irpinia e viceversa.
Il ricordo dell’odore acre di macerie e vite umane spezzate, quello no, neanche la verità di un’istantanea può sbiadire, in Irpinia come in Abruzzo.
La mostra sarà visitabile fino al 31 dicembre 2010 tutti i giorni dalle ore 10 alle 12,30 e dalle 17 alle 19,35.

Curatori: Valentina Del Pizzo, Valerio Calabrese

*Il testo Una notte in Italia è di Valentina del Pizzo.



10 aprile 2009

L’importante non è nascere, ma rinascere



Stiamo vivendo giorni tristi e intensi. La terra continua a tremare a L’Aquila e dintorni e il suo continuo tremare porta lutti e ferite. Ferite profonde che oltrepassano la soglia del dolore dei parenti delle vittime e coinvolgono noi tutti. Noi abruzzesi innanzitutto. Ognuno fa quel che può, nessuno è rimasto fermo. Sono queste le ore del dolore, del pianto, della stanchezza infinita, dell’incertezza sul futuro. Sono le ore in cui si ha bisogno di intravedere la luce in fondo al tunnel.
Nella immensa tristezza che attanaglia i nostri cuori si è fatta strada in questi giorni una nuova e inaspettata verità: ci sentiamo tutti aquilani e siamo diventati una comunità di fatto. Una comunità che contiene Teramo e Chieti, Pescara e L’Aquila. E poi le Marche, l’Umbria, la Puglia, la Campania, L’Emilia Romagna, l’Italia intera. Lo abbiamo scoperto in un modo semplice. Ci siamo attivati senza che nessuno ce lo chiedesse. Ci siamo fatti carico di un problema che riguarda noi. I morti sono dell’Aquila ma i lutti sono nostri, di tutti. Li sentiamo sulla nostra pelle. Il loro strazio è il nostro strazio, il loro dolore è il nostro dolore. L’attivismo di questi giorni e il fiorire di iniziative concrete a favore delle persone duramente colpite negli affetti e nelle loro necessità primarie ci attraversa e ci rende, ci ha reso, tutti migliori. È una sorpresa innanzitutto per noi stessi. In ogni città si moltiplicano i centri di raccolta viveri. Coperte. Vestiti. Sangue. Tutto ciò che può essere utile è in partenza per l’Aquila e la sua provincia. Non è un dovere ma un bisogno. Non un imposizione ma una necessità. Una grande novità e un patrimonio umano da far crescere e da custodire gelosamente. Un valore assoluto di cui abbiamo bisogno oggi e che sarà indispensabile domani.

Prima che la natura travolgesse con i suoi ritmi tutto e tutti la nostra regione era già in grande difficoltà. Come in grande difficoltà era la città dell’Aquila e il suo territorio. La crisi, quella economica e morale, si era fatta sentire prima che altrove. Sistema produttivo in difficoltà e poi gli scandali. E poi gli arresti. E poi, su tutto, la confusione. Un terremoto prima metaforico e poi, purtroppo, reale. Prima ha lasciato per strada persone senza lavoro e oggi corpi senza vita. E lutti e disperazione.

Oggi, nel momento del dolore e della paura, tutti questi accadimenti sembrano, sono, lontani. Sembrano, sono, percepiti come qualcosa d’altro, che non ci appartiene. Non è così ovviamente, ma certamente oggi, rispetto a ieri, abbiamo qualcosa che ieri non avevamo. Nel momento di maggior difficoltà abbiamo scoperto di poter essere una comunità. Abbiamo scoperto che insieme, tutti insieme, stiamo meglio e siamo più utili. Più utili innanzitutto a noi stessi.  In questo nostro Paese, l’Abruzzo come l’Italia intera, popolato di tanti, troppi, cialtroni, scopriamo in questi drammatici giorni che non è sempre così. E che noi, le persone, siamo migliori di come ci dipingiamo. Abbiamo qualcosa dentro di noi, nel nostro profondo, che può renderci “belle persone”. Una molla che quando scatta mette in circolo valori positivi e condivisione e amore. Tutto questo immenso patrimonio umano non può esser disperso. Quando la natura ritroverà il suo ritmo e la terrà non tremerà più, noi, al contrario, dovremo continuare a vibrare. Dovremo essere capaci di saper trasformare un sentimento spontaneo e gli slanci d’amore e di solidarietà di questi giorni in comportamenti stabili. Dobbiamo crescere e diventare un popolo. Ne ha bisogno l’Italia e ne ha bisogno il nostro Abruzzo. Insieme ce la possiamo fare, da soli no. E perché questo accada ognuno di noi deve far bene, sempre meglio, il proprio lavoro. E chi ha responsabilità maggiori, la classe dirigente in senso lato, deve porsi un obiettivo importante: “sfruttare” nel migliore dei modi questa grande, grandissima carica umana e saper organizzare meglio la società per renderla più giusta e equa.

Ha scritto Pablo Neruda: “Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.” Per questo l’importante non è nascere, ma rinascere. È questo il tempo dunque, di rinascere ogni giorno. Abbiamo tante cose da fare e sono tutte urgenti. Dobbiamo ricostruire. Le case, i monumenti, le scuole. La nostra comunità. Ce la faremo, ne sono certo.


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permalink | inviato da oscarb il 10/4/2009 alle 13:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

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