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15 febbraio 2012

Italy is unfit to lead Italy


Mario Monti ha detto no alla candidatura olimpica della città di Roma per il 2020 che vale più di un sì. Non credo infatti che l’organizzazione di un evento, pur importante, come un Olimpiade possa risollevare le sorti economiche di un Paese così come, oggettivamente, non può nemmeno essere il colpo di grazia a un’economia in crisi. Se poi il progetto della candidatura olimpica di Roma era «perfetto», come avrebbe detto il prof. Mario Monti, poteva anche rappresentare un’opportunità da un punto di vista economico. Il no del governo non è quindi un no che ha motivazioni economiche o finanziarie. Il no del governo è un no che dice una cosa semplice e chiara: un Paese in cui la corruzione e l’intreccio tra politica e lobby d’affari è ai massimi livelli non è in grado di organizzare un evento così importante perché è unfit, inadatto. L’Italia è inadatta a guidare l’Italia. Gli ultimi eventi, e non solo sportivi, lo hanno dimostrato chiaramente. I mondiali di nuoto di Roma sono solo l’ultima palese testimonianza dell’incapacità della politica italiana di gestire alcunché. Il no di Monti è quindi un no che ha un grande e importante valore politico. Un no che svela una consapevolezza dei propri limiti è la prima pietra sulla quale ricostruire il Paese. Per la prima volta, dopo tanti anni, la politica italiana, interpretata da un governo, che in tanti definiscono tecnico, è capace di fare autocritica e di pronunciare un no che vale più di un sì. Erri de Luca sul suo profilo di facebook così commenta la vicenda «Il cocchiere ha staccato i cavalli al carrozzone olimpico: lutto nella banda romana degli appalti». Non credo ci sia molto altro aggiungere. 
Piuttosto “la politica” italiana, i partiti che hanno loro rappresentanti in Parlamento e quelli che non li hanno, ha perso una grande occasione per un piccolo e parziale riscatto. Ammettere e accettare l’inadeguatezza del sistema sarebbe stata un’assunzione di responsabilità che in molti avrebbe gradito e avrebbe fatto sperare in un futuro, della politica stessa, meno buio.
Il no che vale un sì e che può indicare una nuova direzione di marcia è invece arrivato da Mario Monti. In molti sostengono che “la politica” dovrebbe riprendere in mano le sue sorti e indicare un progetto nuovo alla società italiana. Lo sostengono a destra così come a sinistra. Ma oggi il meglio che passa il convento è  il prof. Mario Monti. La politica ne prenda atto.  


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2 febbraio 2012

Mario Monti e l’Italia malata


II web ha rivitalizzato il luogo collettivo per eccellenza della discussione pubblica: la piazza. Ha trasformato la piazza reale delle nostre città in un luogo virtuale, in cui le coordinate del tempo e dello spazio sono mutate e gli interlocutori non sono più gli stessi di sempre. Offre la possibilità di discutere direttamente, se si hanno le opportune conoscenze tecnologiche e si frequentano i posti giusti, con i maître à penser, i dirigenti politici, gli uomini dello sport e dello spettacolo. Una grande conquista, potremmo osare e definirla libertà, in grado di far avanzare complessivamente il grado di consapevolezza di singoli cittadini e di tutta la comunità. Come tutte le novità o i cambi di paradigma ci sono ovviamente anche delle controindicazioni e degli aspetti problematici che vanno analizzati. Ne cito uno per tutti. La veridicità della fonte di una notizia. Il web o internet, per usare un linguaggio più consueto e comune, offre tante notizie che non sempre vengono verificate. È compito del lettore, del cittadino, saper distinguere il vero dal falso, il verosimile dalla bugia.
Nel web una notizia proposta in maniera distorta o non vera è difficile da rimuovere e quindi occorre una grande maturità, conoscenza e soprattutto consapevolezza, per non “prendere lucciole per lanterne”.
Analizziamo, per esempio, le affermazioni del capo del Governo Mario Monti rilasciate a una trasmissione televisiva e perciò riportate tra caporali.   
L’argomento di cui si discute è il lavoro. I nuovi lavori e le nuove forme di tutela dei lavoratori.
«I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia» e ancora «La finalità principale della riforma è quella di ridurre il terribile apartheid che esiste tra chi per caso o per età è già dentro e chi fa fatica ad entrare» per arrivare all’affermazione più impegnativa per il governo, «riforma degli ammortizzatori che tuteli il singolo lavoratore quando deve cambiare lavoro, senza legare la tutela del lavoratore a un posto di lavoro che diventa obsoleto».
Il web si è scatenato contro il mal capitato Mario Monti. Quasi tutti si sono concentrati sull’affermazione “che monotonia il posto fisso”, attribuendo, e questo lo si deduce dai commenti degli internauti, al capo del governo un’intenzione che non corrisponde a ciò che ha affermato.
In realtà cosa ha detto Monti? Quasi una banalità. Il mercato del lavoro è cambiato e sarà sempre più difficile se non impossibile avere la stessa occupazione per tutta la vita lavorativa di un individuo. Non è un progetto del governo che Monti presiede, è semplicemente una costatazione che chiunque, abbia buon senso e una conoscenza minima del mercato del lavoro, è in grado fare anche da solo. Se continuiamo ad analizzare il suo pensiero scopriamo che, al contrario di quello che si scrive e si commenta sul web, egli è concentrato su chi non ha lavoro e soprattutto punta a una riforma degli ammortizzatori sociali in grado di tutelare concretamente ogni singolo lavoratore quando questi si troverà o sarà costretto a cambiare lavoro. Punta a tutelare quel lavoratore e non il suo posto di lavoro a prescindere dal lavoratore stesso. È un rovesciamento di paradigma che può e deve essere discusso e accettato dalle parti in causa ma che è esattamente il contrario di ciò che circola in queste ore sul web. Ognuno può esprimere la sua valutazione in proposito, si può essere d’accordo o meno su questa impostazione ma certamente non si può affermare che Monti, con questa’affermazione ha decretato o auspicato la fine del posto fisso. Non è vero e non corrisponde a ciò che realmente ha detto.
Se avessi dovuto fare una sintesi del suo intervento non avrei estrapolato e assecondato, non il brano sul lavoro ma un altro. «Il mio governo ha compiti limitati ma ciononostante difficilissimi, per rendere l’Italia migliore. Questo compito lo svolgeremo se osserveremo una certa distanza rispetto ai partiti». In un paese malato com’è l’Italia in cui il tesoriere di un partito politico può, indisturbato, sottrarre tredici milioni di euro, diconsi tredicimilionidieuro, senza che nessun organo di quello stesso partito se ne renda conto, dove la corruzione dilaga a ogni livello istituzionale, sentire queste parole, mi rassicura. Sapere che il timone della nave non è affidato a un’incapace ma a una persona seria la cui preparazione è riconosciuta da un contesto che va oltre il nostro misero recinto nazionale, mi fa guardare con meno inquietudine al futuro. E infine avrei anche approfondito altre due questioni. «La cittadinanza, la bioetica, la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, sono questioni che devono essere sciolte e dipanate dalle forze politiche». I temi che riguardano le modalità con cui dobbiamo convivere, afferma Monti, devono essere affrontati dalle forze politiche e perciò dai partiti. Così come l’affermazione finale, «Do per scontato che nel 2013 non ci sarò». Affermazioni che restituiscono alla politica e ai partiti politici,  una centralità e un prestigio, che certamente, almeno in questa lunga transizione chiamata Seconda Repubblica, hanno dimostrato di non meritare.


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