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26 maggio 2012

Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente. Ovvero il mio grazie a Zdenek Zeman


Viviamo sempre un tempo altro rispetto all’unico tempo che esiste e che conta: il presente. Spesso proiettati verso un futuro migliore o attardati a ricordare ciò che eravamo e com’eravamo. E invece la vita va vissuta nell’unico tempo possibile, l’unico che esiste: il presente. È il senso del “Sabato del villaggio” che tutti abbiamo studiato alle scuole elementari. È, in fondo, la storia di Ulisse e del suo viaggiare. È più importante la meta del viaggio o il viaggiare? Io non ho mai avuto dubbi in proposito e quando s’intravede la meta è già iniziato un nuovo viaggio, è stato sempre così, sarà sempre così. È perciò il viaggiare il valore vero del viaggio, così come è la quotidianità il valore vero e immanente della nostra esistenza. Vivere e, se possibile, godersi fino in fondo tutti gli attimi della nostra vita che, messi uno accanto all’altro, determinano e disegnano il nostro percorso. Vale per le cose importanti, vale soprattutto per gli aspetti ludici. E siamo perciò arrivati al dunque. La domanda che in queste ore attraversa la città in cui vivo, Pescara, è per molti la stessa: Zdenek Zeman sarà l’allenatore della squadra in serie A? E anche la domanda che mi pongono in tante telefonate che ho ricevuto e ricevo in queste ore. Non solo telefonate ma anche mail, molte da persone che non conosco personalmente, in cui mi si chiede di essere messaggero nei confronti dell’allenatore del Pescara. Alcuni inviano poesie, altri brevi pensieri, altri ancora scrivono semplicemente grazie. Una testimonianza di affetto quasi imbarazzante che mi fa ripensare continuamente alle parole di Pier Paolo Pasolini.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».   
Aveva ragione l’ultimo vero intellettuale che ha avuto il nostro Paese, il calcio «è rito nel fondo, anche se è evasione» e il calcio unisce ciò che la società spesso divide.
In questi ultimi giorni i  quotidiani, sportivi e non, con titolo roboanti, hanno assegnato al tecnico di Praga molte panchine della serie A. Lazio, Fiorentina, Napoli, Genoa, e nelle ultime ore, sempre con più insistenza, la panchina della Roma, la città in cui vive la sua famiglia. Voci di mercato alimentate dallo strepitoso campionato che ha disputato la sua ultima creatura, il Pescara neo promosso in serie A. Questo chiacchiericcio agita non poco la vigilia dell’ultima partita di campionato, alla fine della quale ci sarà l’inizio dei festeggiamenti ufficiali voluti dalla società adriatica.
Quest’anno ho assistito a tutte le partite disputate all’Adriatico dalla squadra di Zeman e ho seguito la squadra in trasferta a Modena, Bari, Vicenza, Nocera Inferiore, Bergamo, Cittadella, Ascoli Piceno, Grosseto e Genova. Mi sono sempre divertito e ho trascorso delle bellissime giornate di festa. Soprattutto le partite in trasferta sono state un’occasione per conoscere meglio i colleghi con i quali ho viaggiato, pranzato e visitato città. Il viaggio d’andata come la costruzione di un sogno, quello di ritorno il godimento di quel sogno che si era concretizzato sotto i nostri occhi. Mentre scrivo mi torna in mente l’applauso dello stadio “San Nicola” di Bari all’uscita dal campo di Lorenzo “il primo violino” Insigne o l’emozione, scolpita sul volto di tutta la tribuna stampa, dopo aver assistito, in diretta, alla più bella azione corale di calcio in Nocerina-Pescara. Oppure il caffè che ci ha offerto uno steward prima della partita Sassuolo-Pescara. Si è avvicinato e senza che noi chiedessimo nulla ci ha invitato a bere: «Sono un estimatore di Zeman. È il miglior allenatore in circolazione e soprattutto è un grande uomo», ha detto a me e Sergio Cinquino, mio inseparabile compagno di viaggio, quasi con commozione. Ho vissuto tutti questi momenti semplicemente godendomeli e tenendo sempre a mente le parole di Pasolini, che il calcio appunto e «è rito nel fondo, anche se è evasione».
Un anno calcistico dunque indimenticabile, che mi ha riportato e restituito una felicità di bambino che non provavo da molto tempo. Per queste ragioni non mi spaventa il futuro della squadra e non mi spaventano le decisioni che prenderà  Zdenek Zeman. Sono felice di aver potuto vivere questa esperienza incredibile e sono felice di poter vivere ancora, tra poche ore, l’ultima recita del Pescara di Zeman per questo campionato. Per tutta questa gioia e bellezza che mi ha regalato l’unica necessità che avverto è di dirgli, pubblicamente, grazie, Grazie senza se e senza ma. Lo stesso grazie, senza se e senza ma, che mi auguro tutto lo stadio gli canterà questa sera.
Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente.


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