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20 gennaio 2012

Nanni e Moretti e la sinistra da salotto che siede in Parlamento


Leggo con molto piacere, anzi proprio con gioia, che Nanni Moretti sarà il presidente della giuria del 65° Festival del Cinema di Cannes. Il festival transalpino è certamente il più prestigioso tra i festival dedicati alla settima arte e presiederlo è perciò un riconoscimento importante per la persona che riceve quest’onore e per il paese che questa persona rappresenta. Nanni Moretti in Italia è un regista che divide: piace molto o non piace affatto. Io appartengo alla prima categoria. Ho visto tutti i suoi film, e per tanti anni, soprattutto quelli dell’adolescenza e fino ai primi anni dell’università, è stato per me un vero riferimento, anzitutto culturale. Riconoscevo e riconosco in lui, nei suoi film e in ciò che esprimono ancora oggi, pensieri e idee che mi appartenevano e mi appartengono. Come tutti quelli che esprimono attraverso l’arte i propri pensieri e sentimenti anche Nanni Moretti è sempre stato, ed è ancora oggi, una voce fuori dal coro e proprio per questo motivo non proprio amato dall’establishment. E invece proprio l’establishment avrebbe potuto trarre i maggiori benefici attingendo a piene mani dal suo armamentario fatto di parole e d’immagini. Di pensieri e di progetti. Avrebbe potuto guardare per vedere ciò che c’è oltre l’apparire. Ciò che si muove dietro e che spesso non tutti sono in grado di vedere. Ogni film di Nanni Moretti offre questa possibilità: vedere con uno sguardo altro ciò che succede attorno a noi. Oltre le immagini ci sono poi le parole. Ogni film regala almeno una frase che supera la pellicola stessa e diventa patrimonio di tutti e insieme sintesi di un comportamento, di un modo di essere, singolo o collettivo. Una visione della società. «Giro, faccio cose, vedo gente. E l’affitto? E le sigarette come le compri?», è un passaggio di “Ecce bombo”, un film del 1978, che già dice tutto di una generazione che fallirà miseramente la sua missione. E quando i pensieri sono troppo veri o troppo innovativi rispetto al pensiero comune e dominante, si viene messi all’indice. E così è successo che la sinistra da salotto che siede in Parlamento abbia accusato, con mezzi anche subdoli, Moretti e altri intellettuali come lui, di essere “una sinistra da salotto” capace solo di parlare. 
«Anche questa serata è stata inutile. Il problema del centro sinistra è che per vincere bisogna saltare due, tre o quattro generazioni […] Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai». Era il 2002 e Nanni Moretti da piazza Navona lanciò un Sos al popolo della sinistra italiana. Prima di lui avevano parlato Piero Fassino, il liquidatore dei Democratici di Sinistra, e Francesco Rutelli, che oggi è la terza gamba di un “nuovo” polo politico con Casini e Gianfranco Fini. 
Aveva ragione, ancora una volta. Aveva avuto la capacità di guardare per vedere e per capire.
Negli ultimi quattro anni i presidenti di giuria del Festival del Cinema di Cannes sono stati nell’ordine, Sean Penn, Isabelle Huppert, Tim Burton e Robert De Niro. Quest’anno tocca a lui, a Nanni Moretti. E io sono felice. Assai. È l’Italia che mi piace e nella quale mi riconosco. Assai.


18 aprile 2011

Habemus Papam



Habemus Papam è il film più bello di Nanni Moretti e lo è per tante ragioni.
Lo è innanzitutto perché in questo film ci sono almeno quattro passaggi da regista di vaglia. E soprattutto perché c’è poesia.
Nei film precedenti, se si esclude Il Caimano, Moretti ha sempre cercato, attraverso i suoi personaggi risposte alle domande che l’uomo contemporaneo si pone, domande che attraversano l’intera vita di ognuno di noi. Questioni sociali e politiche, personali e collettive. Domande che cambiano con il cambiare delle condizioni al contorno e con la crescita personale dell’autore stesso. Una sola invariante i dubbi esistenziali dell’uomo, presenti da sempre nel cinema di Nanni Moretti. Dubbi che, come Wim Wenders in Il cielo sopra Berlino, il regista rende evidenti quando i pensieri e le domande dei vescovi in conclave, seppur muti e silenti, squarciano il silenzio della Cappella Sistina. «Non scegliere me, non scegliere me» è la frase che tutti si ripetono più volte tenendosi la testa tra le mani o fingendo di prendere appunti.
Il papa di Nanni Moretti ha la forza di guardare alla sua fragilità umana. D’interrogarla, di cercarla, di andarle incontro come accade in una delle scene più struggenti del film quando percorre in autobus, di notte, il lungotevere. È un uomo che cerca di ri-trovare se stesso cominciando a frequentare una quotidianità che la vita in Vaticano gli ha precluso. In questa ricerca tenace della sua essenza più intima e di una possibile verità, risiede la sua grande forza. Quella stessa forza che dimostrò nel 1294 Pietro da Morrone, che divenne papa con il nome di Celestino V, quando dopo soli quattro mesi si dimise dal trono pontificio. Non si può non pensare a Celestino V guardando questo film così come non si può non pensare che questo lavoro sia un omaggio all’uomo che ingiustamente Dante definisce «colui che fece per viltade il gran rifiuto».
Quando poi le note di Mercedes Sosa, Todo cambia, inondano le stanze vaticane siamo in uno dei momenti di poesia. I vescovi tutti, dal più giovane al più anziano, accennano a piccoli passi di danza: siamo nel grande cinema. «Cambia lo superficial, cambia también lo profundo, cambia el modo de pensar, cambia todo en este mundo», tutto cambia canta Mercedes Sosa. Sempre su queste note, mentre i vescovi all’interno del Vaticano si concedono una piccola divagazione, Michel Piccoli, nei panni del papa morettiano, mescolato alla folla dei fedeli, si aggira nei pressi di piazza San Pietro per riappropriarsi del proprio destino. Il vento del cambiamento soffia anche in Vaticano. Soffia e gonfia la tenda color rosso carminio che cinge il balcone dal quale si dovrà affacciare il nuovo papa. L’attesa è lunga. Sarà lunga.
Un film, Habemus Papam, che per il regista romano amatissimo in Francia, è insieme un punto di arrivo e un punto di ripartenza. Di arrivo perché conclude un lungo e fortunato ciclo iniziato nel 1976 con Io sono un autarchico che lo ha visto protagonista acclamato, assoluto e unico, di almeno due generazioni d’italiani che si sono riconosciute nei suoi personaggi e che hanno utilizzato le migliori battute per spiegare a se stessi e agli altri ciò che ci stava accadendo.
Di ripartenza perché quest’ultimo lavoro è certamente un film maturo che porta a compimento un percorso. Il tempo della denuncia e della visione del presente è ormai alle nostre spalle. È di nuovo il tempo di guardare avanti e di fare progetti per il futuro. Per ripartire e cominciare una nuova narrazione.



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