.
Annunci online

 
Diario
 


*****

*****


14 maggio 2009

City Room su BooksBrothers



Il diario americano che avete già letto su culture metropolitane è da oggi pubblicato, a puntate, sul sito di cultura letteraria, www.booksbrothers.it.


Ringrazio gli amici di booksbrothers che hanno voluto dar una nuova vita e, spero, nuovi lettori, a City Room, il viaggio nella grande mela.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. new york city booksbrothers city room

permalink | inviato da oscarb il 14/5/2009 alle 11:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


29 aprile 2009

City Room_il ritorno [8]



West End Avenue, Upper Side, a due passi da Central Park è stata per questa breve vacanza americana la mia dimora. Ci sono stato bene e adesso che è giunto il momento di andare via, mi dispiace lasciare questa casa. Sabato abbiamo anche aiutato Maryann in un piccolo trasloco per l’open house. Abbiamo portato gran parte dei giocattoli dei bimbi in uno spazio condominale collettivo che si trova nel piano interrato. Open house è il nome con cui gli americani chiamano il giorno in cui è possibile visitare la casa che si vuole acquistare. Maryann cambierà zona e per questo motivo ha messo la casa in vendita.

Quando arriviamo, Lucia è pronta così come sono pronte le valigie che avevamo preparato prima di uscire. La casa è vuota. Non ci sono i bambini che sono a scuola e non c’è Maryann che abbiamo salutato questa mattina.

Prima di uscire mi faccio un ultimo giro in casa e guardo dalla finestra Central Park. La vista è la stessa che mi ha fatto compagnia la prima notte a New York City, quando non riuscendo a dormire aspettai l’alba qui, dietro questi vetri.

Roberto sostiene che non c’è bisogno di telefonare per prenotare il taxi, ne troveremo a iosa una volta in strada. Io sostengo il contrario. Come sempre succede, su questi temi, avrà ragione Roberto.

Il tragitto in taxi sembra essere più lungo rispetto a quello dell’andata e quando arriviamo al “JFK” quella che era una sensazione si rivela una certezza: il tempo per imbarcarci non è tantissimo.




Il check-in è fai-da-te, non c’è fila e perciò recuperiamo un po’ del tempo perso in taxi. Adesso che le valigie stanno per imbarcarsi sento che la permanenza a New York è davvero terminata. Sono ancora qui, in un ristorante del “JFK”, ma nella mia mente è già tempo di bilanci. Il mio viaggiare è già altrove, in un altrove che non è più qui.

Dopo aver mangiato provo a leggere in attesa dell’imbarco, ma non ci riesco. Apro la guida e provo a ripercorrere mentalmente i giorni e i luoghi vistati. Anche questo tentativo va a vuoto. Non riesco a leggere nulla. Non voglio leggere nulla. Ho solo voglia di ascoltare e vedere i miei pensieri. Tolgo gli occhiali e li ripongo nella custodia, metto in borsa le guida e sistemo la borsa sulla poltrona. Allungo le gambe, le accavallo. Porto la testa all’indietro, strizzo e poi chiudo gli occhi. Sto un paio di minuti in questa posizione. Adesso tutto è più chiaro. La testa è sgombra. Immagini fluttuano dentro e suoni e parole. Frammenti di bellezza per ascoltare, in pace, il silenzio.

L’annuncio che l’imbarco è iniziato mi scuote dal torpore in cui mi trovo e non è facile abbandonare quelle immagini, quei suoni e quelle parole e mettersi in fila con il passaporto e il biglietto in una mano e la borsa nell’altra, aspettando il proprio turno. Nel breve tragitto che mi separa dall’aereo che mi riporterà a casa, ripenso ancora a quelle immagini che mi hanno fatto compagnia poco fa e un sorriso e un gesto della mano è il mio saluto a New York City.

Il posto che ho scelto per il viaggio di ritorno è nella fila centrale dell’aereo, ovviamente lato corridoio per allungare le gambe. Su questo volo non ci sono visori personalizzati dietro ogni sedile, ma monitor distribuiti in modo uniforme per tutto l’aereo. E poi lo spazio tra un sedile e l’altro è anche più stretto rispetto al viaggio di andata. Alla mia destra in compenso non si siede nessuno. Non mi sembra, in ogni caso, un buon inizio.

Prima di partire, in aeroporto, ho comprato alcune riviste celebrative della vittoria di Barack Obama alle ultime elezioni presidenziali che ho intenzione di leggere durante questo volo e per le quali ho già in mente anche la collocazione nella mia libreria. E proprio il pensiero di Obama accompagna il decollo. Il viaggio di ritorno ha inizio.




«Perché noi sappiamo che il nostro retaggio “a patchwork” è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l’amaro sapore della guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odii prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l’America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.»

Rileggendo queste parole, dal discorso d’insediamento di Barack Obama, ritorno immediatamente con la mente a quel grande “patchwork”, come scrive Obama, che popola gli Stati Uniti d’America. Lì c’è la rappresentazione dell’universo mondo. Coesistono razze, credenze religiose. Ho sempre pensato che se mai un giorno dovessi incontrare un extraterrestre che mi dovesse chiedere un piccolo riassunto del mondo che abito non avrei dubbi. Non aprirei bocca ma gl’indicherei sul mappamondo New York e gli direi «Caro amico mio, non perdere tempo con me. Vai a New York City, passeggia tra le sue strade, guarda i suoi abitanti, quello è il nostro mondo.»  Per questo motivo ri-leggere le parole del presidente Barack Obama rafforza in me l’idea che avevo degli Stati Uniti d’America prima di questo viaggio, così come vedere e toccare con mano la sua popolarità rafforza l’idea che l’America ha deciso davvero di cambiare. Non si sono ancora spenti l’eco e il clamore che hanno attraversato tutta la nazione per l’elezione del primo presidente afroamericano. Obama continua a essere sulle prime pagine di tutti i giornali. Molti luoghi di aggregazione pubblica e privata sono tappezzati con immagini del presidente così come il merchandising è più che mai fiorente. È presto per dire se la svolta radicale promessa prenderà forma, ma i primi segnali sono positivi. Barack Obama sa di non essere solo il Presidente degli Stati Uniti d’America, ma di rappresentare per il mondo intero, e non solo per quello progressista, l’incarnazione stessa della speranza, la speranza in un futuro migliore. Un futuro senza guerra innanzitutto. Un futuro che si prenda cura della Terra, quella dove respiriamo, dove camminiamo, dove viviamo. Un futuro capace di offrire a ognuno di noi una possibilità nuova. Un futuro che si prenda cura degli ultimi. Per queste ragioni Barack Obama non è solo americano, ma appartiene a tutti, e proprio per queste ragioni non può fallire, non deve fallire.

Un piccolissimo vuoto d’aria mi scuote e devia il mio pensiero. Mi accorgo che, anche se solo nella mia testa, stavo facendo una specie di comizio. E mentre l’aereo riprende a volare senza più scossoni, cerco con gli occhi Roberto che a differenza del viaggio di andata sta già dormendo. Penso che dovrei fare lo stesso anch’io e perciò mi adeguo. Reclino il sedile per quello che posso, distendo le gambe lungo il corridoio, porto indietro la testa e dopo averla fatta roteare a destra e a sinistra, chiudo gli occhi. Nello stesso istante in cui alla luce del prima corrisponde il buio del poi, quando cioè gli occhi si chiudono e il bianco diventa nero, mi ritorna in mente il presidente e un’altra frase del suo discorso d’insediamento.

«Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.»

Ancora una volta nello stesso concetto analisi e progetto sono compresenti. E soprattutto è presente una visione del mondo nuova. Un mondo senza nucleare e un reiterato impegno a prendersi cura della Terra. È presto, forse, per esprimere giudizi definitivi o per entusiasmarsi, non lo è per leggere quello che il presidente ha fatto nei primi cento giorni. Una legge che estende l’assistenza sanitaria gratuita ai bambini, quasi 800 miliardi di dollari per salvare l’economia dalla crisi che l’attanaglia, l’assenso alla ricerca sulle cellule staminali, la chiusura del carcere di Guantanamo, oltre 20 miliardi di dollari per le energie rinnovabili e il 3% del Pil destinato alla ricerca. In relazione a ciò sette americani su dieci sono ottimisti circa il loro futuro; bisogna ritornare ai tempi di John Fitzgerald Kennedy per trovare un analogo grado di soddisfazione da parte del popolo americano.

Un nuovo, lieve, sobbalzo dell’aereo e il passaggio del carrello delle vivande mi scuotono di nuovo, e mi fanno abbandonare definitivamente il presidente e i comizi. Adesso si mangia e, girandomi alla mia sinistra, vedo che anche Roberto è sveglio; ha già scartato le posate e si appresta a usarle. Mangeremo ancora una volta prima di atterrare a “FCO”, mentre i vuoti d’aria non ci faranno più visita.

Stamattina, quando abbiamo lasciato la casa di Maryann, New York già mi mancava. E quella sensazione s’impossessa di me, nuovamente. L’atterraggio è stato perfetto, adesso siamo proprio a casa, ma io non voglio lasciare New York City, non ancora. Cerco il mio iPod e quando il mio piede sinistro tocca terra Liza Minelli parte con la sua inconfondibile voce: «Start spreading the news, I’m leaving today, I want to be a part of it - New York, New York.»

[fine]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. barack obama new york city jfk fco

permalink | inviato da oscarb il 29/4/2009 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

sfoglia     aprile        giugno
 

 rubriche

Diario
Le mie recensioni
Niente di personale
Dall'Italia
Politica
Dal Mondo
Cultura
Racconti
City Room
Bi-fronti
Le grandi mostre
Paz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

fabrizio de andré
italo calvino
pier paolo pasolini
wim wenders
pier vittorio tondelli
andrea pazienza
paul auster
nick hornby

aNobii_oscar
books brothers
la repubblica_bari
stilos
theorein

giovanni di iacovo
antonio gurrado
cristina mosca
adele parrillo
cristiana rumori
quasirete

peppino impastato
legambiente
wwf
emergency

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom