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10 dicembre 2010

1861. I pittori del Risorgimento



A Roma, Scuderie del Quirinale, dal 6 ottobre 2010 al 16 gennaio 2011.


È una mostra sobria e raffinata, che nulla concede alla retorica, quella pensata e messa in scena alle Scuderie del Quirinale di Roma da Fernando Mazzocca e Carlo Sisi. Una selezione di opere, molte delle quali di grandi dimensioni e mai esposte al pubblico prima d’ora, realizzate tra il 1848 e il 1878. Giovanni Fattori, Gerolamo e Domenico Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini e ancora Michele Cammarano, Silvestro Lega, Odoardo Bonanni, Mosè Bianchi, alcuni degli artisti che è possibile incontrare attraverso le loro opere più importanti in 1861. I pittori del Risorgimento, l’evento che ha inaugurato ufficialmente le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
La maggior parte dei quadri esposti è opera di un gruppo di artisti denominati “pittori soldati” perché protagonisti in prima persona delle vicende belliche, i quali a buon diritto possono essere considerati antesignani dei grandi corrispondenti di guerra, siano essi fotografi, scrittori o registi cinematografici. Le loro opere sono racconti per immagini di una narrazione tragica e intensa sui fatti che aiutano a comporre e a comprendere gli eventi.
Gerolamo Induno per esempio con la sua tela La battaglia di Cernaja, un quadro di circa 3 metri per 5, esposto per la prima volta al pubblico proprio in questa occasione, nella vastità della dimensione della tela riporta le fasi della battaglia con una narrazione quasi filmica. Gli scontri a fuoco determinano e definiscono i contorni e l’orizzonte dell’opera. Il comandante dell’esercito a cavallo è al centro della composizione, scruta l’orizzonte con il binocolo, mentre alle sue spalle i graduati confabulano. Più in basso soldati a cavallo attaccano e scortano pezzi pesanti di artiglieria nel cuore dello scontro. In primo piano, in basso a sinistra della composizione, un soldato morente riceve l’estrema unzione da una suora china su di lui con un crocifisso in mano; fanno da cornice a questa triste scena una donna vestita di nero che legge quella che sembra essere una Bibbia, un seconda suora raccolta in preghiera e un bambino che si sporge per guardare in faccia la morte. Alle loro spalle, una parte consistente dell’esercito schierato attende istruzioni. Sopra la linea dell’orizzonte, un cielo immenso, celeste e blu, reso indimenticabile dall’arancio di un tramonto colto nella sua luce migliore.
Il percorso espositivo si snoda su due livelli che propongono ambienti differenti: il primo ha come protagonista il campo di battaglia e le sue scene cruente, il secondo espone la sofferenza e la preoccupazione dipinta nei volti di chi è rimasto a casa e attende, impotente, l’esito della battaglia. Alle scene di guerra “fotografate” dall’interno fanno da contrappunto quelle di vita domestica. Alla polvere dello scontro e al sangue versato sui campi di battaglia si affiancano interni di povere case, abitate da anziani, donne, bambini. In entrambi i casi ciò che più colpisce è la rassegnazione e l’impotenza rispetto agli eventi. Una sensazione di estraneazione e di sospensione che le pennellate di Giovanni Fattori descrivono meglio di chiunque altro. Come a fissare sulla tela, al di fuori del tempo e dello spazio, quegli attimi che precedono la morte o anche la sola attesa della morte, la tragedia degli avvenimenti. Come nel caso di uno dei quadri più belli di tutta la mostra, Lo staffato. Qui la tragedia non è causata dal fuoco nemico ma da un incidente, un piede impigliato nella staffa che fa cadere il soldato da cavallo, causato proprio dalla concitazione degli accadimenti. La corsa senza freni dell’animale fa da contrappunto al corpo ormai esanime dell’uomo che al centro della tela, lasciando una lunga scia di sangue, c’informa della sua imminente morte.
Esistono ovviamente alcune eccezioni, come nel caso di uno dei quadri più noti di tutta l’esposizione, I bersaglieri alla presa di Porta Pia di Michele Cammarano. Qui l’autore si concentra esclusivamente sull’aspetto emotivo: i bersaglieri intrepidi e incuranti del pericolo avanzano con la baionetta protesa in avanti occupando la quasi totalità della tela. Non c’è la descrizione del luogo fisico della battaglia, non è necessaria alla narrazione.
Da non perdere i ritratti presenti in mostra e in particolare il Ritratto di Giuseppe Garibaldi di Silvestro Lega, dove il fiero “Eroe dei due mondi” è fissato sulla tela in una delle sue pose più conosciute: in piedi, al centro della scena, a occupare la quasi totalità della superficie a disposizione, nella sua camicia rossa con la spada ben stretta tra le forti e curatissime mani.
Alla fine del percorso espositivo ci si rende conto che nella mostra non prevale la retorica della guerra e della vittoria, ma emerge piuttosto un senso di crescente e montante malinconia per ciò che poteva essere e non è stato, per quegli ideali in parte o in tutto traditi dalla controversa vicenda storica che prende il nome di Risorgimento. Emerge insomma una divisione netta tra classi sociali, e non si coglie la partecipazione popolare agli accadimenti. La “costruzione” della nuova nazione italiana, fortemente voluta solo da una parte del Paese restituisce e riflette una spaccatura verticale presente nella società. Pensiero che trova la sua piena legittimazione nelle parole di Massimo D’Azeglio del 1861, «L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Un concetto che esprime meglio di qualunque altro il mancato coinvolgimento del popolo nella costruzione del processo unitario voluto principalmente dalle élite i cui scopi “ultimi” sono oggetto di discussione e valutazione da parte degli storici contemporanei, grazie a una pubblicistica meno timorosa e più ardita di quella del secolo scorso. Pubblicistica che  alimenta un dibattito sempre più vivo man mano che ci si avvicina alla data delle celebrazioni ufficiali, e che è reso ancor più attuale dalla discussione in atto nel Parlamento italiano sulle riforme costituzionali in materia di federalismo.

1861. I pittori del Risorgimento

6 ottobre 2010 – 16 gennaio 2011
Scuderie del Quirinale – Roma, via XXIV Maggio, 16
www.scuderiequirinale.it

a cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi

Orari
da domenica a giovedì 10.00-20.00
venerdì e sabato 10.00-22.30


23 aprile 2010

La luce della modernità


La mostra proposta presso le Scuderie del Quirinale, una delle tre organizzate per celebrare i primi dieci anni di attività del prestigioso polo museale romano è un vero evento culturale da segnare a penna rossa sull’agenda e da non perdere. Lo è per diverse ragioni.
Il percorso espositivo si snoda attraverso ventiquattro dei 50 dipinti attribuiti con certezza a Michelangelo Merisi da Milano detto il Caravaggio, di cui ricorre il quarto centenario della morte, suddivisi in tre periodi contrassegnati da altrettanti colori. Verde il colore della giovinezza, periodo che va dal 1592 al 1599, rosso per il successo dal 1600 al 1606 e grigio per la fuga dal 1606 al 1610. Tutte opere molto famose e celebrate, che difficilmente potranno essere riunite nuovamente come in questa occasione; Canestra di frutta (Milano, da Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Pinacoteca), Cena in Emmaus (Londra National Gallery), Riposo durante la fuga in Egitto (Roma, Galleria Doria Pamphilij), Bacco (Firenze, Galleria degli Uffizi). Sono solo un assaggio di ciò che vi aspetta. E poi ci sono le altre, sempre a Roma che si trovano nella chiesa di San Luigi dei Francesi, Santa Maria del Popolo, Sant’Agostino, Musei Capitolini, Galleria Borghese, Musei Vaticani. Si possono ammirare utilizzando la “Caravaggio card” creata per l’occasione.
È questa una mostra austera, quasi “francescana”, che pone al centro i quadri del grande genio lombardo senza distrazioni che possano turbare la vista: qui ci sono solo Caravaggio e la sua arte. L’allestimento asseconda questa intenzione ed emerge per sottrazione. Ventiquattro “stazioni” attraversano la sua vita, una vita breve e inquieta «che lo portò da Milano a Roma, a Napoli, a Malta e poi di ritorno, attraverso la Sicilia (Siracusa, Messina e Palermo), di nuovo a Napoli, fino al tragico epilogo di Porto Ercole». Una scelta rigorosa che propone l’artista in tutta la sua autenticità. Nei suoi quadri ci sono pochi ed essenziali elementi. Le storie che racconta sono immediatamente comprensibili perché la narrazione punta direttamente al cuore della vicenda. La luce, quella luce che «il padre della modernità», come scrive Maurizio Calvesi, inventa, è l’elemento determinante che circoscrive e definisce l’opera. Caravaggio traghetta il mondo antico nella modernità trasferendo nella sua pittura due elementi che solo molto più tardi diventeranno patrimonio comune e condiviso: la dimensione autobiografica e quella edonistica.  E forse anche per questo è diventato un’artista molto amato. Molto amato perché ri-conosciuto. Riconosciuto perché ha utilizzato una grammatica oggi di uso comune.
Scrive Claudio Strinati, l’ideatore della mostra: «Il Caravaggio è oggetto, più di ogni altro maestro antico, di desiderio». Egli incarna alla perfezione la figura del comunicatore, oggi si direbbe, multimediale. È autenticamente moderno quando smitizza e avvicina il sacro al profano ponendo al centro dell’attenzione l’uomo comune, della strada. E quando le vicende umane sostituiscono o si mescolano a quelle divine, costruisce la sua grandezza che «risiede innanzitutto nella trasposizione del piano esistenziale nell’opera figurativa».
Molto esplicativo a tal proposito è Davide con la testa di Golia. Si vede un Davide colto in atteggiamento pietoso e quasi commosso dopo aver ucciso Golia, mentre con una mano tiene la spada e con la l’altra la testa del dell’avversario per i capelli. Di fronte alla sua vittima, che ha le sembianze dello stesso Caravaggio, Davide esprime il suo disappunto per ciò che ha commesso «quasi un monito eterno contro l’assurdità della pena di morte» che «se inflitta al nemico o al colpevole, vanifica il senso di colpa e della vita stessa».
Intensità e contrasto analoghi tra pensiero e azione si evincono ad esempio in Giuditta che taglia la testa a Oloferne. Qui la freddezza della bella Giuditta, impegnata a mozzare la testa al generale del re Nabucodonosor, è tradita soltanto da una ruga che le solca la fronte e dalla rigida eccitazione dei capezzoli che traspare dalla camicetta bianca. Nel contrasto evidente tra il corpo virile del maschio pur nell’approssimarsi della morte e la sinuosità della femmina, risiede tutta la forza della narrazione. «È senza dubbio nella drammatica rappresentazione di questo scontro apparentemente impari che Caravaggio è riuscito a rendere perfettamente non solo il racconto veterotestamentario ma anche, e forse soprattutto l’ideologia controriformista che domina ai suoi tempi…».
È un viaggio e un’immersione in un tempo e in uno spazio altri, e quando si arriva alla fine del percorso si ha una consapevolezza maggiore dell’opera di questo genio. Se ti lasci rapire dalle sue atmosfere ed entri in uno dei suoi quadri, accettando di attraversare la sua voglia d’esibizione e di autocompiacimento, che certo provoca turbamenti, sei per sempre suo.
E poi muoversi a fatica tra una folla di persone affamate di bellezza, come può succedere visitando questa mostra, è entusiasmante e difficile. In ogni caso la “marea” di persone che inonda le sale delle Scuderie del Quirinale, al pari delle “maree” che puntualmente inondano i festival di filosofia piuttosto che i reading letterari, testimoniano che la cultura in Italia non è stata sconfitta. Che spesso è umiliata, ma non sconfitta appunto. E che la sottocultura della società dell’effimero e del nulla alla quale la televisione fa spesso da grancassa, passerà, mentre la “bellezza” che si manifesta di volta in volta sotto diverse spoglie, nei colori di un quadro, tra le pagine di un libro, nella forma compiuta di un’architettura, vincerà sempre e per sempre.
Ha scritto André Berne-Joffroy in Le Dossier Caravage che «Ciò che inizia con l’opera di Caravaggio è molto semplicemente la pittura moderna». Per un’artista le cui opere sono state «ignorate e talvolta perfino misconosciute dalla storiografia del Settecento e dell’Ottocento», oltre che essere una bella rivincita, è la certezza che la sua luce sopravviverà a noi e alla modernità.




Caravaggio
20 febbraio 2010 – 13 giugno 2010
Scuderie del Quirinale – Roma, via XXIV Maggio, 16
www.scuderiequirinale.it

ideata da Claudio Strinati
a cura Rossella Vodret e Francesco Buranelli
progetto di allestimento e grafica Michele De Lucchi

Orari
da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00
venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

P.s.: Un punto di vista altro sulla mostra è quello di Cristina che ne ha scritto sul suo blog
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permalink | inviato da oscarb il 23/4/2010 alle 12:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 novembre 2009

Roma. La pittura di un Impero



Alle Scuderie del Quirinale fino al 17 gennaio 2010, la grande pittura della Roma Imperiale


«La nostra civiltà si fonda sul riconoscimento della inarrivabile grandezza dell’antichità classica. Dai Romani abbiamo derivato la tecnica del nostro pensiero e del nostro modo di sentire. Ai Romani dobbiamo la nostra coscienza sociale e la disciplina della nostra anima. Non è un caso che i Romani non fossero in grado d’inventare un nuovo ordine di colonne, un nuovo ornamento. Per far questo erano già troppo progrediti. Essi hanno derivato tutto questo dai Greci e lo hanno adattato ai loro scopi…» Così scriveva Adolf Loos, architetto, intellettuale, tra i più importanti di quell’avanguardia artistica che all’inizio del secolo scorso rivoluzionò il modo di pensare e di vivere dell’Europa intera. Karl Kraus, Arnold Schönberg, Peter Altenberg, i compagni di viaggio di Loos. Letteratura, musica, poesia, pittura e architettura gli strumenti che utilizzarono per un cambiamento che si può definire epocale. Nel testo introduttivo al catalogo della mostra Roma. La pittura di un Impero, Eugenio La Rocca, che ne è il curatore con Serena Ensoli, Stefano Tortorella e Massimiliano Papini, esprime lo stesso concetto che quasi cento anni fa esprimeva Adolf Loos: nulla s’inventa e tutto si costruisce su ciò che sappiamo e abbiamo imparato. Una lunga premessa per spiegare in maniera dettagliata e circostanziata che i Romani, pur essendo in piena continuità, con la tradizione greca, sono capaci allo stesso tempo d’introdurre novità sostanziali nel campo della pittura. La Rocca cita la teoria della formazione dei fasci fibrosi di George Kubler, che ha immaginato l’esperienza dell’arte come un continuum che va avanti per addizione. Anche l’artista più illuminato, più visionario, non può prescindere dal contesto in cui opera, e la sua arte, anche se per distacco, è comunque influenzata da tutto ciò che è venuto prima.

La mostra abbraccia un lungo arco temporale, dal I secolo a.C. al V secolo d.C., e mette in scena per la prima volta tutte insieme, opere che provengono da diversi musei. Tra questi il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, i musei archeologici di Monaco, Francoforte, Zurigo e ovviamente i musei di casa nostra, come il Museo Archeologico di Napoli, gli Scavi di Pompei, il Museo Nazionale Romano, i Musei Vaticani e Capitolini di Roma.

Un’esposizione che aiuta a comprendere la società romana nella sua complessa articolazione. Che c’informa di come vivevano gli antichi Romani, di come erano decorate le loro case, dei loro gusti e della loro cultura. Circa 100 le opere esposte, organizzate in cinque sezioni: l’apparato scenografico delle pareti, il paesaggio e le vedute paesistiche, il mito, la natura morta, il ritratto. Affreschi, e in certi casi intere pareti, dipinti a tempera e ad encausto (cera fusa), su tavola, su lino o su vetro.

Al primo impatto ciò che più colpisce è l’originalità della produzione pittorica romana. Generalmente si è spesso dato maggior rilievo ad altre arti, come la scultura piuttosto che l’architettura, e per consuetudine si è portati a pensare alle rappresentazioni del mondo classico come a immagini esclusivamente in bianco e nero. Questa finestra sulla romanità ci racconta un’altra storia, fatta della varietà e dei colori della vita. La mostra è in questo senso un percorso nello spazio e nel tempo. Una passeggiata, stretta e lunga, che ti avvolge con una luce bianca attenuata dal grigio delle pareti espositive. In alcuni punti la passeggiata si allarga, e accoglie delle insenature, piccole piazze pentagonali che ti catturano con il rosa novello, il rosso, il viola, il verde e l’azzurro del cielo. Un cielo senza nuvole.

Qui s’incontra Ulisse. Ulisse e le sirene, Ulisse ed Euriclea, Ulisse e i Lestrigoni. «Tale mito pervade l’imagerie d’epoca imperiale in svariate classi di materiali come mosaici, rilievi in pietra, lastre fittili, sarcofagi e gemme e veicola messaggi diversi in dipendenza dei contesti e del periodo d’impiego, perché la celebrazione della virtus di Ulisse può associarsi al motivo della seduzione intellettuale, musicale ed erotica delle sirene.» E Ulisse è il viaggiare. Fuori e dentro di sé. È l’attesa e la speranza. È la lotta dell’uomo contro i limiti invalicabili. Il suo vagabondare viene descritto e rappresentato con paesaggi fiabeschi che «spesso tendono a sovrastare le figure, tanto che la porzione in cui Ulisse naviga verso la casa di Circe», per esempio, «assurge di fatto a pittura di paesaggio, senza alcuna scena determinata, ma con uno stretto di mare inquadrato da una rupe e da una spiaggia da cui risalgono gradatamente le alture».Più avanti s’incontrano il paesaggio e le vedute paesistiche propriamente dette. Qui tutto galleggia nello spazio. Le figure, le case, i monumenti, la natura stessa. Fluttuano avvolti da una sorta di gradevole nebbia. Ed è un trionfo di colori, una gamma cromatica dal sapore orientale dove predomina il colore viola. È la sezione che più emoziona, per la dimensione delle opere esposte e per lo stupore che genera lo loro visione. La passeggiata diventa altro quando i ritratti, la produzione detta del Fayyum, prendono il posto delle vedute o del mito di Ulisse. Le pareti grigie, in questo spazio sempre uguale eppure nuovo, sono occupate da parallelepipedi neri che contengono come scrigni pezzi pregiati. Ritratti. Volti di uomini e donne. Sguardi, espressioni che dall’Impero Romano giungono a noi, ora e qui. Ancora una volta lo stupore è dato dalla qualità delle opere esposte, dalla preziosità e unicità degli esemplari. Su tutti emerge un Ritratto maschile su vetro da Pompei. «Il piccolo ritratto su vetro, un pezzo eccezionale sia per natura che per conservazione, venne rinvenuto nel 1907 nella V regio pompeiana…Il ritratto è dipinto a freddo su una lastrina incolore, priva di strato vitreo di copertura…La resa del volto e in particolare degli occhi, intensamente espressivi, avvicinano l’opera ai ritratti del Fayyum…Il ritratto in oggetto, per la delicata e raffinata esecuzione della quale mancano a Pompei confronti, fu dunque realizzato in Campania da artigiani alessandrini o importato da Alessandria nella prima metà del I secolo d.C.»

“Roma. La pittura di un Impero” è perciò l’occasione per conoscere da vicino la pittura romana, per valutarla in condizioni ottimali di luce e per vedere opere che nel loro insieme raccontano una storia. Per i più esperti sarà possibile rintracciare in questi dipinti «tecniche pittoriche dell’era moderna, come la macchia, l’utilizzo del chiaro oscuro a tratteggio, la lumeggia tura che sembrano anticipare le acquisizioni del XIX e del XX secolo.»

La mostra rende merito inoltre, ai tanti artisti che non hanno un nome e che hanno contributo in maniera determinante a fare della pittura una delle arti più apprezzate di tutti i tempi.

Il progetto espositivo di Luca Ronconi e Margherita Palli con la collaborazione di Valentina Dellavia accompagna la lettura delle opere. Costruisce un percorso e un gioco di luci che non interferiscono con l’arte, ma l’assecondano e la

rendono ancor più preziosa.

«Il presente si costruisce sul passato così come il passato si è costruito sui tempi che lo hanno preceduto» scriveva Adolf Loos in Parole nel vuoto all’inizio del secolo. E questa mostra nella sua essenziale rappresentazione ne è una prova.


Roma. La pittura di un Impero

24 settembre 2009 – 17 gennaio 2010

Scuderie del Quirinale – Roma, via XXIV Maggio 16


a cura Eugenio La Rocca, Serena Ensoli, Stefano Tortorella, Massimiliano Papini

progetto espositivo Luca Ronconi, Margherita Palli con Valentina Dellavia


Orari

da domenica a giovedi dalle 10.00 alle 20.00

venerdi e sabato dalle 10.00 alle 22.30


Per informazioni e prenotazioni +39 06 39967500

www.scuderiequirinale.it




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