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Diario
 


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28 agosto 2012

Veronesi, Capossela e il magico John Fante


Il festival letterario “Il Dio di mio padre”, con il “reading”musicale in omaggio a John Fante, che si è svolto nella pineta di Torricella Peligna, ha scritto così una delle pagine più belle di questa estate abruzzese.
Poco prima dell’inizio dello spettacolo Sandro Veronesi ha tenuto una lectio magistralis sullo scrittore di “Chiedi alla polvere” che è stata seguita da alcune centinaia di persone in rigoroso silenzio. Veronesi è un fan di John Fante, come i suoi compagni di viaggio di questa magica serata d’Abruzzo, e questo è ciò che si percepisce fin dalle prime battute sul palco. Regna una grande armonia e un sentimento che accomuna e rende tutti più vicini gli uni agli altri. Si alternano alla lettura lo stesso Veronesi e Vinicio Capossela, entrambi capaci d’innamorare e creare un’atmosfera di dolce malinconia e nello stesso tempo gioiosa e di riflessione. Momenti di emozione alta sono quelli che è capace di creare attorno a se Dan Fante, il figlio di John, quando legge in lingua originale le sue liriche, superbamente interpretate in italiano dal bravo Domenico Galasso. Così com’è magnetico Ray Abruzzo quando in perfetto “american english” fa sentire a tutti i presenti la voce autentica di John Fante, in quel linguaggio che fu costretto a inventarsi perché, semplicemente, non esisteva. Collante tra le parole e le emozioni che queste suscitano, la musica di Vinicio Capossela. Un ritmo lento e che accompagna, che reitera pensieri, quasi un prolungamento dei paesaggi e della condizione dell’anima descritti da Fante. Sempre discreto, mai invadente, Capossela ha i tempi giusti per assecondare e accompagnare la lettura. E poi c’è il regalo finale. Siamo nella notte tra sabato e domenica, nelle prime ore della domenica, e la notte è sufficientemente alta quando si è testimoni di un piccolo evento nell’evento. Capossela ha appena raccontato una sua visita negli States e di una serata di struggente malinconia vissuta da “Musso & Frank” ultima traccia fantiana in Los Angeles. La richiesta di un ultimo brano diviene così la sua dedica a Renzo Fantini, senza del quale, sono parole sue, «forse non avrei il mio lavoro in questo modo». Vinicio si siede per l’ultima volta dietro al pianoforte a coda, e partono le note. «Che farò lontan da te pena de dell’anima…», e tutti, dal primo all’ultimo dei presenti non possono far altro che cantare e piangere e ringraziare John Fante per questa serata indimenticabile.


26 agosto 2012

«John Fante il suo cuore è qui»

Terminati i tornanti che dalla Valle del Sangro Aventino conducono su, fino ai 900 metri di Torricella Peligna, s’intravede il profilo del campanile e la sagoma delle case che preannunciano l’ingresso al paese, soprattutto si vede in tutta la sua bellezza il profilo della montagna madre, la Majella. Questa stessa immagine deve aver avuto negli occhi Nick Fante, il papà di John Fante, quando all’inizio del “secolo breve” fece il percorso inverso e si lasciò alle spalle questo panorama per andare a cercare miglior sorte in America. Chissà quante volte si voltò per imprimere nella sua memoria la forma della montagna madre. Certo non poteva immaginare che più di cento anni dopo quella partenza così defilata, quel piccolo paese avrebbe celebrato, addirittura con un festival letterario, anche la sua figura, che John, il figlio che avrebbe avuto proprio in quell’America nella quale aveva cercato fortuna e lavoro, aveva reso immortale in alcune delle pagine più belle della sua produzione letteraria.
Nick Fante è infatti il protagonista de “La confraternita dell’uva”, forse il libro più bello di John Fante, ma è anche Svevo Bandini nel romanzo d’esordio, “Aspetta primavera, Bandini”. E proprio in occasione della ristampa del suo esordio letterario John Fante scrive nell’introduzione, qualche settimane prima di morire, le sue ultime parole che in qualche modo riconducono al nucleo originale della sua famiglia. «Tutta la gente la della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina». Un’immagine familiare che diviene lirica per l’uso onomatopeico delle parole. Qui il “ciabattare” si sente, lo si può ascoltare, basta tendere l’orecchio e lasciare libera la fantasia. Dan Fante è il figlio di John e nipote di Nick e Mary Capoluongo, la donna del ciabattare. Ogni anno ritorna a Torricella Peligna proprio per “Il Dio di mio padre”, il festival letterario dedicato a suo padre. E ogni volta è come un’epifania. 
Anche Dan Fante è uno scrittore e vive a Los Angeles, negli Stati Uniti d’America.
Perché suo padre nell’introduzione alla ristampa di “Aspetta primavera, Bandini”, ha voluto ricordare la madre con un’immagine apparentemente banale ma che ha capacità di assumere una forte valenza poetica?
«Mio padre invecchiando è diventato cieco e pensava alla dolcezza della sua memoria. Dolcezza che ha partorito quell’immagine così bella del ciabattare di sua madre, mia nonna. Come se avesse voluto restituirle una centralità nella sua vita. La sua memoria seleziona e propone un’immagine della quotidianità e la trasforma in ode poetica».
Nei suoi libri John Fante non parla quasi mai direttamente dell’Italia eppure si legge e si respira una “italianità” forte.
«È meravigliosamente chiaro che sente il suo cuore italiano quando scrive. Ho sempre avvertito il suo amore per l’Italia e il suo orgoglio di essere italiano. Per me, come scrittore, è la stessa cosa, un’eredità che mi ha lasciato».
Che tipo di scrittore è stato suo padre?
«Uno scrittore bello. Le sue parole sono chiare senza esagerazione. Una scrittura essenziale e potente. Scrive in prima le persona e ciò è molto difficile proprio perché devi essere forte e potente. Gli scrittori americani hanno questa necessità: essere essenziali, semplici, spontanei. Quasi come un giornalista e lo stile di mio padre è molto simile a quello di un giornalista».
Spontaneità e sincerità che colgo anche nelle parole di Dan soprattutto quando mi mostra ciò che si è fatto tatuare sul braccio destro «perché nessuno osava dire la verità»: Nick Fante morto per alcolismo nel 1997. Nick era il fratello maggiore di Dan, portava il nome del nonno. Un atto di sincerità estremo.
«Quando vado via da Torricella Peligna e torno in America non penso mai alle sofferenze dei miei nonni, o di mio padre, ma porto via con me solo tanto amore». Chapeau.


23 agosto 2012

L'Abruzzo nelle pagine di John Fante


Sandro Veronesi e Vinicio Capossela ritornano insieme a Torricella Peligna dopo quindici anni, e ritornano per lo stesso motivo per cui erano venuti la prima volta: l’amore per John Fante e i suoi libri. Sono infatti tra gli ospiti più prestigiosi della settima edizione de “Il Dio di mio padre” festival letterario dedicato proprio a John Fante, con la direzione artistica di Giovanna Di Lello giornalista e filmaker, che si svolgerà a Torricella Peligna dal 24 al 26 di agosto. 
«Tra le tante cose che si può essere nella vita, si può essere dei fantiani. Cioè “fan” di John Fante […] I fantiani sono un manipolo agguerrito sparso in tutto in tutto il mondo che custodisce e predica il verbo. Io ne faccio parte». Identificarsi in Arturo Bandini è la caratteristica dei fantiani dice Sandro Veronesi in apertura della puntata del programma televisivo “Magazzini Einstain”, andata in onda su Rai Tre nel 1997. Veronesi, uno degli autori oltre che conduttore del programma, si reca a Torricella Peligna accompagnato da un altro “fantiano” d.o.c., Vinicio Capossela. «Un posto di vento e di silenzi. Da cacciatori» sono le prime parole che il cantautore pronuncia alla vista del paese da cui partì alla volta dell’America Nick Fante, il padre di John. Quel programma televisivo, un vero e proprio pellegrinaggio in terra d’Abruzzo, ha avuto il merito di accendere i riflettori su un personaggio fino ad allora poco conosciuto in Italia. Molte cose da allora sono cambiate e oggi, il paese che diede i natali a Nick, Torricella Peligna organizza questo festival letterario che trasforma ogni anno, da sette anni, un piccolo comune di circa 1500 abitanti nel centro dell’universo fantiano. Anche quest’anno, nei tre giorni dedicati al festival, numerosi incontri e ospiti prestigiosi.
Ci sarà il figlio di John, Dan Fante, Masolino e Caterina D’Amico, il primo docente di letteratura americana e la seconda direttrice della casa del Cinema di Roma. Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, Federico Moccia, scrittore e neo sindaco di Rosello, l’attore italo americano Ray Abruzzo.
L’edizione di quest’anno rende omaggio al romanzo “Full of Life” pubblicato nel 1952 e che quindi festeggia i suoi primi sessant’anni. Alle ore 23.00 di domenica 26 agosto, in chiusura del festival dunque, ci sarà una lettura collettiva del romanzo il cui incipit sarà declamato in lingua originale dal figlio di Fante, Dan e dall’attore Ray Abruzzo. Saranno invece l’attore Domenico Galasso e gli allievi del laboratorio di lettura interpretativa “Il respiro della scrittura” che prenderanno il testimone e continueranno la lettura del romanzo in lingua italiana. 
Il festival si apre, la mattina di venerdì 24 agosto, con la consegna del “Premio John Fante Opera prima Abruzzo” a Barbara di Gregorio per il libro “Le giostre sono per gli scemi” pubblicato da Rizzoli nel 2011. Nel pomeriggio ci sarà invece prima la presentazione e a seguire la premiazione dei finalisti del “Premio John Fante Opera prima”. I tre finalisti, selezionati da una giuria tecnica composta da Francesco Durante, traduttore delle opere di Fante per l’Italia, Masolino D’Amico ed Emanuele Trevi, sono Francesco Targhetta, “Perciò veniamo bene nelle fotografie” (ISBN), Donatella Di Pietrantonio, “Mia madre è un fiume” (Elliot) e Giuseppe Di Piazza con “I quattro canti di Palermo” (Bompiani). Sabato 25 agosto è la giornata di Sandro Veronesi e Vinicio Capossela. Il primo terrà, nel pomeriggio, una “lectio magistralis” su John Fante, mentre la sera sarà protagonista di un “reading” di brani delle opere fantiane insieme al cantautore di origine irpina. Sempre nella giornata di sabato, alle ore 16.00, ci sarà la presentazione dei romanzi di due autrici abruzzesi, Angela Capobianchi, “Esecuzione”, e Francesca Bertuzzi, “La paura”. 
«Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante», scrive Vinicio Capossela nella prefazione a “La confraternita dell’uva”, forse non siamo arrivati a quel punto ma certo un viaggio con destinazione Torricella Peligna in questi ultimi spiccioli di estate rappresentano un buon investimento per il nostro futuro.
Il programma completo con tutti gli appuntamenti del festival è disponibile sul sito www.johnfante.org


26 aprile 2012

La Resistenza, un mito fondativo


La Resistenza è uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento. Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia, la nostra carta d’identità. E di fronte agli attacchi scriteriati, infondati e revisionisti che ancora oggi trovano spazio e visibilità sui media è necessario perciò festeggiare il 25 Aprile in modo non retorico ma piuttosto come una testimonianza politica attiva. Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».
Bene dunque hanno fatto l’ANPI Pescara (Comitato provinciale partigiani italiani) e il Consiglio regionale d’Abruzzo ad organizzare per la ricorrenza del 25 aprile una vera manifestazione culturale e popolare che vedrà come protagonista assoluta la “Brigata Majella” una delle eccellenze d’Abruzzo. Oggi alle 18.00, all’auditorium De Cecco in Pescara, la “Compagnia dei Guasconi” metterà in scena una rappresentazione teatrale dedicata alla “Brigata Maiella”, dal titolo “Banditen. I partigiani che salvarono l’Italia”. 
Così la compagnia teatrale pescarese, nata undici anni fa, introduce la “pièce” teatrale: «Raccontiamo una storia vera, accaduta a cavallo della seconda guerra mondiale: è l’incredibile storia della Brigata Maiella, formazione partigiana abruzzese che nacque il 5 dicembre del 1943 e si sciolse solo alla fine delle ostilità dopo aver collaborato alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. La Brigata Maiella fu l’unica formazione partigiana a ricevere la medaglia d’oro al valore militare e l’unica a continuare a combattere anche dopo la liberazione del proprio territorio di appartenenza. Un gruppo di uomini che decide di abbandonare ogni incertezza e di lottare per ridare al popolo italiano tutto quello che aveva perso. Quegli uomini erano i nostri nonni. È una storia così alta che è come una boccata d’aria pulita in tempi bui come quelli che stiamo vivendo». 
Comandante della “Brigata Majella” fu Ettore Troilo «uno degli uomini migliori dell’Italia contemporanea. Socialista, già collaboratore di Matteotti e futuro prefetto di Milano dopo la Liberazione. Gli abruzzesi della Majella hanno davvero rappresentato, simbolicamente, una nuova Unità d’Italia, dal Mezzogiorno al nord del paese» sono le belle parole che Enzo Fimiani, presidente dell’ANPI Pescara e coorganizzatore dell’evento, utilizza per descrivere la figura del comandante e pronunciandole si commuove. Lo storico prende nuovamente il soppravvento quando invece gli chiedo di ricordare la “Brigata Majella”: «È stata, forse, la formazione partigiana più straordinaria dell’intera Resistenza italiana. Gli uomini della “Brigata Majella” sono stati plurali, esattamente come è una democrazia e come sarebbe stata la carta costituzionale del 1948, vale a dire hanno avuto al loro interno più anime. Socialcomuniste, cattoliche, laiche, liberali, perfino conservatrici, specchio fedele del pluralismo della Resistenza nel suo complesso e della futura Italia repubblicana».
Tutti in piazza a festeggiare il 25 aprile, è la festa della democrazia italiana, la festa più importante, la festa di tutti gli italiani.



1 gennaio 2012

I napoletani, Francesco Durante


Il rapporto tra Napoli e l’Abruzzo è un rapporto solido e antico di oltre settecento anni, così come solido è anche il rapporto di Francesco Durante, (autore de “I napoletani”, Neri Pozza, € 17,00), con Torricella Peligna, la terra che ha dato i natali al papà di John Fante, oggi celebrato scrittore americano, di cui lo stesso Durante è uno dei migliori traduttori. Consiglierei di leggere questo libro partendo dalla fine, dalla postilla. Perché qui, in poche pagine Durante si svela qual è realmente: un concentrato d’intelligenza e un raffinato intellettuale del nostro tempo. È utile partire dalla postilla perché si capisce subito che le trecentotrentasei pagine che attendono di essere lette non sono il frutto di un capriccio estemporaneo ma il risultato, per fortuna sempre aggiornabile, di una riflessione ampia che non lascia spazio all’improvvisazione. Come nel suo precedente e fortunato libro dedicato a Napoli, “Scuorno”, Durante avverte l’esigenza di saldare un debito nei confronti della città partenopea. Debitore di bellezza innanzitutto che è capace di restituire con grande generosità. È quasi un rapporto fisico, oserei scrivere erotico, quello che Durante stabilisce con le parole per descrivere l’unicità e l’universalità di Napoli. Un erotismo che avvolge e s’impossessa della tua persona come quando si è davanti a un’opera d’arte. La vera maestria è qui nella capacità di raccontare da innamorato per far innamorare. Così come nella descrizione minuziosa di un quadro del gallese Thomas Jones che raffigura un semplice muro napoletano, con la stessa dovizia di particolari è capace di analizzare il testo di una canzone, scomponendolo fino alla sua riduzione ultima fatta di singole parole poste una accanto all’altra. Una scrittura senza infingimenti che non si esime dall’esprimere giudizi anche impietosi. La lingua dunque come identità stessa dei napoletani così come la fame, uno degli elementi fondanti della napoletanità. Una scrittura avvolgente che è un saggio su Napoli e i napoletani, scritto come se fosse un romanzo. E ancora consigli di lettura, con titoli, autori e data di pubblicazione. Ma soprattutto c’è l’amore che si appalesa con le sembianze di Gaetano. Una vita sbandata, sospesa tra droga e carcere. Poi il lavoro in favore degli zingari fino all’incontro che gli cambia la vita e gli spalanca le porte della Mostra del Cinema di Venezia. La storia di Gaetano, come la storia narrata in questo libro, è una storia d’amore e insieme una storia di speranza. Un vero regalo di Natale. Di un Natale prima della globalizzazione, «quando il bambino era un bambino e se ne andava a braccia appese, voleva che il ruscello fosse un fiume…» scriverei se fossi Wim Wenders.

Nel suo ultimo libro, “I napoletani”, narra le storie di molti uomini. Tra questi l’uomo che meglio rappresenta l’Italia nel mondo in questo tempo difficile che abitiamo, il presidente Giorgio Napolitano. Ne svela un aspetto poco noto.
Parlo della sua opera di poeta sotto lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli. Scrive in napoletano, ma in un napoletano estremamente ricercato, nutrito di umori antichi, con un lessico raro, piuttosto impervio e di squisita eleganza. Mi pare un caso straordinario, uno dei pochissimi, in cui all’esercizio della funzione politica e/o istituzionale si accompagna una cultura autentica.  

Il libro si apre con un omaggio, che oggi possiamo considerare anche come un commiato, a Giorgio Bocca e al suo libro “Napoli siamo noi”. Il giornalista, partigiano, morto nel giorno di Natale. Quel titolo può essere una sintesi perfetta del suo libro?
Potrebbe. Temo però che Bocca usasse quel titolo non per esaltare Napoli, ma considerandola un cancro che ormai, a suo parere, aveva contaminato l’intera nazione. No, in quel libro non c’era davvero il Bocca migliore.

Gli abruzzesi hanno un rapporto molto particolare con Napoli così come lei con l’Abruzzo. Ha curato la raccolta dei “Romanzi e racconti” di John Fante per la prestigiosa collana de i “Meridiani” Mondadori. Il grande autore americano originario di Torricella Peligna.
Per 700 anni l’Abruzzo è stato parte del Regno di Napoli prima, e del Regno delle Due Sicilie poi. Per secoli L’Aquila è stata una delle più grandi città del regno. Anche dopo l’Unità, moltissimi napoletani illustri erano in realtà abruzzesi: pensi a Benedetto Croce. In effetti, la storia non si cancella. E, se è per questo, nemmeno la lingua: quella abruzzese è, in fondo, una variante del napoletano.

Nell’introduzione a “La confraternita dell’uva”, l’ultimo romanzo di Fante da lei tradotto, Vinicio Capossela scrive: «Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante». Una scoperta forse tardiva la letteratura di Fante ma che, grazie anche al suo contributo, si sta affermando con forza in questi ultimi anni.
È la scoperta di una semplice verità: il fatto che tra letteratura e vita non c’è poi tutta questa distanza. Se dovessi definire con un solo aggettivo l’opera di Fante, la definirei per l’appunto vitale.

In queste pagine Fante svela l’anima più profonda della provincia italiana, quella dei cafoni siloniani o dei pastori dannunziani per restare al solo Abruzzo, la terrà da dove partì all’inizio del secolo breve, Nick Fante, il papà di John.
È grazie a scrittori come Fante che abbiamo una testimonianza di prima mano sul mondo e sui sogni della gente umile del popolo. C’è stato bisogno della mediazione americana perché questo si realizzasse. Lei se l’immagina, nell’Italia di fine Ottocento o di primo Novecento, un importante scrittore figlio di genitori praticamente analfabeti? Sarebbe stato semplicemente impossibile. 

“Il Dio di mio padre” è il festival letterario, con la direzione artistica dell’ottima Giovanna Di Lello, che Torricella Peligna dedica ogni anno, da sei anni, alla figura di John Fante. Lei è sempre presente. 
Sono molto felice di esserci, e molto onorato del fatto che continuino a invitarmi. Torricella è un posto speciale. C’è un grande calore umano, un’autenticità unica. Devo dire che Giovanna è molto brava. Inoltre, e in tempi di casta fa piacere dirlo, Tiziano Teti è un sindaco di eccezionale sensibilità.

Quanta abruzzesità, o italianità, c’è ancora da scoprire nei libri di John Fante?
Forse sembra strano che a dirlo sia proprio io, che ho appena scritto un libro sull’ identità – più supposta che reale, più indotta che atavica – dei napoletani. Diciamo così: per me concetti come la napoletanità, o l’abruzzesità, o l’italianità, oggi possono essere armi a doppio taglio. Quasi dei recinti in cui possiamo decidere di isolarci creando falsi miti e covando l’odio per chi è diverso da noi. Credo che il bello, con gente come Fante, consista nella capacità di aderire al mondo delle origini per quelli che sono i suoi valori di profonda umanità. È così che la sua opera diventa un regalo per tutti. Poi, naturalmente, gli abruzzesi possono essere contenti di riconoscersi nei libri di Fante o, meglio, nella figura di suo padre Nick. Ma ciò che rende bello e vitale tutto questo non è l’abruzzesità. Direi, piuttosto, che sia l’amore.


22 agosto 2011

Vattimo, lezione sull'arte



«Vattimo è un’intelligenza che rimane», con queste parole il professor Giulio Lucchetta introduce Gianni Vattimo al pubblico che affolla la sala della mediateca di Torricella Peligna intitolata a John Fante. Sold out per la lectio magistralis del filosofo torinese che è stato preside della facoltà di Lettere e Filosofia della sua città. «Questa non è una lectio magistralis, ma una conversazione di sabato pomeriggio perciò non vi aspettate tutto messo in ordine», avverte Vattimo e si capisce che si diverte a giocare con le parole e a cercare continuamente un’interazione con il pubblico che raggiunge il culmine quando intona una canzone di Kurt Weill sfoggianfo un’invidiabile tedesco.
«Leggerei John Fante senza entrare nei meccanismi dei suoi racconti: Mi sono messo in una prospettiva diversa e mi sono chiesto: cosa posso dire io di questo autore?» Il suo approccio è concettuale. Fa continuamente ricorso a Martin Heiddeger per definire l’opera d’arte e il (suo) mondo. Così come pesca nella sua memoria di lettore tutti quegli autori che gli hanno aperto un mondo dentro il quale gli è piaciuto e gli piace vivere. Ma procediamo con ordine.
John Fante non ha mai messo piede a Torricella Peligna eppure la sua scrittura ha i piedi fortemente piantati in questa terra di mezzo tra il Sangro e l’Aventino, ai piedi della “Montagna Madre”, la Majella. Disvela un mondo a lui sconosciuto ri-producendolo in un altrove a lui già noto e per farlo attinge direttamente dalla sua memoria di figlio cogliendo quegli aspetti primari dell’esistenza umana e della sua comunità «nella loro cosalità, ovvero nel loro essere cose». Li re-inventa e reinventandoli gli restituisce significati perduti o banalmente dimenticati. In questo senso così come scrive Martin Heidegger, mutuando tale convincimento da Platone: «Tutto ciò che fa passare una qualsiasi cosa dalla non presenza alla presenza è poihsis, è produzione», John Fante porta alla luce un mondo, apre e svela nuove possibilità. Per Heidegger l’opera d’arte è tale se è capace di aprire un mondo. Un mondo altro e diverso da ciò che c’era prima, e perché ciò avvenga c’è bisogno di uno “Stoss”, un urto, una forte discontinuità con ciò che già esiste e produrre un effetto spaesante. Questa ricerca dell’essenza prima delle cose per poter poi produrre e aprire un nuovo mondo riguarda l’opera d’arte in senso lato, la poesia, la letteratura, l’arte, l’architettura. Nel caso di un’opera letteraria e di un romanzo in particolare, ciò che conta è la capacità con cui un romanzo propone al lettore non solo una storia specifica da seguire ma un contesto umano, una comunità, in cui riconoscersi. In questo senso possono essere considerati autentici maestri autori come Bernard Malamud, Philip Roth ma anche Saul Bellow, Paul Auster. «Avendo letto la letteratura degli ebrei americani, in particolare di Malamud, mi aveva colpito la capacità di parlare a una comunità. In questi racconti c’è sempre un mondo di riferimento». In uno dei capolavori di Malamud, The assistant, Il commesso nella traduzione italiana”, la forte presenza culturale ebraica rende “più facile” e veloce la comprensione presso una comunità molto vasta, pur avendo l’opera un carattere autenticamente universale. Ragionamento analogo si può fare per gli scrittori già citati. Per esempio Philip Roth tracciando nei suoi lavori affreschi famigliari o di quartiere riesce nello stesso tempo a coinvolgere emotivamente una comunità, la sua comunità, e contestualmente a tracciare il profilo di un’epoca. Cogliere le cose «nel loro essere cose», avere come riferimento una comunità e, come ha recentemente dichiarato in un’intervista Jonathan Franzen, l’autore de Le correzioni e Libertà, «vedere gli scrittori parlare del mondo in cui viviamo, invece di rifugiarsi nell’adolescenza o in questioni marginali. Penso a quanto fosse eccitante in tal senso Saul Bellow».
Il secondo intermezzo vede come coprotagonista Giulio Lucchetta che interloquisce con Vattimo  leggendo un brano di John Fante tratto da La confraternita dell’uva: «Sì, me ne andai. Lo feci prima ancora di compiere vent’anni. Furono gli scrittori a portarmi via. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo da cucina, solo, ad ascoltare il richiamo delle voci dei libri, con la brama di altre città». La fine della lettura del brano è accolta da un lungo applauso al quale si unisce anche Vattimo che approfitta dell’atmosfera complice che si è creata per esprimere tutta la sua passione per Fante, «Sento molto in John Fante la presenza di un mondo. L’opera d’arte apre un mondo dentro cui voi siete invitati ad abitare. Ed è molto interessante affrontare John Fante nel rapporto tra il mio mondo e il mondo del racconto» e ancora «l’esperienza di un mondo immaginario costruito bene è sempre un’esperienza critica nei confronti del mio mondo, questo vuol dire Heidegger quando dice che l’opera d’arte apre un mondo e vi cambia il modo di essere nel mondo». Il pubblico apprezza e Vattimo capisce che è giunta l’ora di chiudere il suo intervento. «Forse ci sarà un futuro, speriamo migliore di questo presente. Nel frattempo lasciateci coltivare la passione per John Fante e le sue storie». E un ultimo, lunghissimo, applauso chiude la serata.
A Torricella Peligna bisogna arrivarci non è un luogo che incontri per caso e in questo è simile, molto simile,  a quel deserto ai margini della città con il quale Arturo Bandini, l’alter ego di John Fante, ha imparato a convivere. «Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto». Ha proprio ragione Vattimo, aspettando un tempo che verrà, continuiamo a godere con la lettura di John Fante.



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