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Diario
 


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15 agosto 2011

Ritratto di Sandro Visca


Sandro Visca ha vissuto e vive d’arte. Fuori da circuiti mondani e carovane commerciali, in uno spazio sempre troppo poco popolato, una sorta di linea di mezzeria, da dove è più facile ascoltarsi e ascoltare, vedere oltre che guardare. Frequenta da sempre le vie mediane. Sin da adolescente quando la montagna, e la montagna per un aquilano di nascita è il Gran Sasso, ha esercitato su di lui un fascino irresistibile. «Ognuno va in montagna come sa andare, dai sesti gradi in parete, alle traversate in alta quota o alle passeggiate. A me si può incontrare spesso nella via di mezzo». Una frequentazione assidua e continua nel tempo con quella «realtà pietrosa» che ha certamente aiutato e accompagnato la crescita di un ragazzo sensibile che si esercita a vedere laddove molti non si avventurano. «Scrutavo si con attenzione la via ma cercando sempre di capire lungo il cammino una moltitudine di metafisici ritrovamenti, sedimenti di antiche comunità agropastorali e religiose, che ormai logori e patinati dalle impietose intemperie d’alta quota, sembravano celarsi al mio passaggio». Come un continuo allenamento, un esercizio a dissodare e a disvelare saperi accumulati e sedimentati con il tempo. Questa particolare attitudine a cercare ciò che già c’è ma non si vede diverrà negli anni una delle caratteristiche principali del suo lavoro. Un personalissimo marchio di fabbrica già riscontrabile nelle prime apparizioni pubbliche. Espone per la prima volta in una personale a diciassette anni a L’Aquila, la sua città. I primi lavori sono paesaggi. Al colore accosta smalti e brandelli di stoffa e inizia un percorso conoscitivo che lo porterà pochi anni dopo il suo esordio a incontrare sulla strada della sua formazione un vero e riconosciuto maestro: Alberto Burri. Già in questi primi anni, l’utilizzo e l’accostamento di diversi materiali non ha mai una funzione meramente decorativa. Il lavoro di Visca non è mai decorazione fine a se stessa, ma sempre manipolazione di materiali alla ricerca di una nuova forma espressiva e di un nuovo senso.
Il ricordo dell’incontro con Burri ricorre spesso nelle chiacchierate con Sandro Visca, come a sottolineare uno dei momenti importanti e, per alcuni aspetti, fondativi della sua crescita artistica e umana. «Nel 1969 incontrai Burri, ero collaboratore artistico del Teatro Stabile de L’Aquila e realizzai per lui tre fondali di dieci metri per sette. Due combustioni di plastica, una bianca e una rossa, e un sacco. Erano scenografie per “L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone con la regia di Valerio Zurlini. Burri firmava le scene e io le realizzavo manualmente. Arrivai a San Miniato, dove ci fu la prima rappresentazione dello spettacolo, che pioveva e per due giorni non riuscii a far vedere il lavoro svolto. Ero nervoso. Quando finalmente i lavori furono issati sul fondale del palcoscenico partì un lungo applauso e la tensione si stemperò. Fu così entusiasta che m’invitò a cena a Firenze, da Sabatini. Non era quel misantropo che descrivevano». Da questo momento in poi la dimensione artistica di Visca si misura con una dimensione nazionale, riconosciuta e legittimata da una serie di mostre sempre più importanti che lo vedono esporre suoi lavori dappertutto. Milano, Bologna, Roma, Torino. Nel 1973 giunge anche la chiamata per partecipare alla XV Triennale di Milano.
«L’Aquila mi stava strettissima», ricorda Visca ripensando a quegli anni, e le sirene che provengono dai grandi centri urbani, Roma e Milano innanzitutto, sono irresistibili. Sono anche gli anni della scoperta del Sudamerica, del Perù, la Cordigliera delle Ande. «La cultura della terra è uguale dappertutto. Sono diverse le tradizioni ma ci sono assonanze straordinarie». Questo viaggio è come un ritorno alle origini. Ri-scoprire gli aspetti essenziali della vita e i valori che non mutano, come la sacralità della montagna e l’inviolabilità della natura. Pensieri che avevano già caratterizzato, fin dall’inizio della carriera, il suo modo di essere e la sua arte quando giovanissimo sentì l’esigenza di effettuare un vero e proprio pellegrinaggio laico sulla cima del Gran Sasso, la montagna di casa. «Il film, “Un cuore rosso sul Gran Sasso”, l’ho progettato nel 1970 e realizzato nel 1975. Mosso da un risentimento personale nei confronti dell’apertura di una strada che aveva “ferito” Campo Imperatore per giungere sino all’albergo. Una strada, come successivamente il tempo ci ha confermato, resta chiusa da settembre fino ad Aprile. Ho reagito a modo mio con un segno forte. Un pensiero poetico. Un cuore rosso». È l’uomo che si ribella ma è l’artista che prevale e fornisce lo strumento, l’idea, la forma, alla protesta. Germi d’insofferenza che denotano una naturale propensione alla libertà, alla necessità di manifestare sempre e comunque il proprio pensiero, la propria idea del mondo. Insofferenza che si manifesta nuovamente qualche anno più tardi, questa volta nei confronti di ciò che sta diventando il mercato dell’arte, quando decide di far ritorno in Abruzzo dopo una felice e produttiva esperienza professionale sviluppata tra Roma e Milano. Sceglie Pescara e l’insegnamento al liceo artistico, oggi intitolato a Giuseppe Misticoni, per coltivare la sua crescita artistica. «Oggi l’arte è solo mercato. Gestita esclusivamente dal potere economico e rivolta solo a una spettacolarizzazione fine a se stessa. È il sistema economico che sceglie due o tre persone, tutto il resto è contorno. Per creare il valore di un’artista c’è bisogno di tre punti fissi. Un critico che teorizza il suo punto di vista, un collezionista miliardario pronto ad acquistare a cifre esorbitanti e il direttore di un museo che acclude il timbro ufficiale. Se sono disponibili questi tre passaggi è possibile far diventare importante qualsiasi cosa». Non è una resa, ma una nuova provocazione per «riappropriarci di una capacità creativa adatta a vivere una realtà moderna più vicina ai valori e alle esigenze della nostra misura umana». E oggi, a trentasei anni da quel pellegrinaggio laico, la Biennale di Venezia fa del “Cuore rosso sul Gran Sasso” uno degli eventi speciali del Padiglione Italia. Un riconoscimento tangibile per un’artista che non ha venduto la sua anima.
«Il cuore rosso di pezza è solo il tentativo di indicare un luogo da vivere fuori dalle mode, da amare, non da conquistare, da proteggere, non da possedere». In questo tempo sbandato e confuso che abitiamo l’arte di Sandro Visca è come un’ancora di salvataggio in mezzo al mare e quel cuore rosso sulle alte vette del Gran Sasso un momento di sospensione. Una pausa di riflessione per ri-costruire un’equilibrio possibile tra un mondo interno e un mondo esterno a noi che l’accelerazione senza freni e senza senso di questa modernità, travolgendo tutto e tutti, artisti e intellettuali in primo luogo, rischia di rompere per sempre.


19 dicembre 2009

Archistar in mostra



Architetture che assecondano e rappresentano la società liquida che abitiamo, e che per loro nuova natura accettano la transitorietà come paradigma della felicità.


Quando alla metà degli anni Ottanta nelle facoltà di architettura italiane si affacciavano, timidi, i primi ammiratori di Frank O. Gehry, piuttosto che di Peter Eisenman, la cultura dominante, e che stava diventando una sorta di accademia, era “la Tendenza”. Lo era certamente nella facoltà di architettura di Pescara. Qui avevano insegnato Aldo Rossi e Giorgio Grassi. Il primo, autore di L’architettura della città, un libro studiato in tutte le facoltà di architettura italiane e non. Il secondo, che aveva già lavorato per la rivista Casabella-continuità diretta da Ernesto Natan Rogers, insieme allo stesso Aldo Rossi, Vittorio Gregotti e Gae Aulenti, interessato allo studio dei fenomeni urbani. Insieme a Rossi e Grassi un gruppo di architetti, per lo più milanesi, si era imposto all’attenzione generale della critica anche perché stava costruendo una vera e propria scuola, tutta italiana che s’interrogava sul rapporto tra l’architettura e la città, sulla tipologia architettonica e, proprio perché scuola in essere, sulla trasmissibilità dell’insegnamento dell’architettura.

Gli altri erano i decostruttivisti, Frank O. Gehry, Zaha Hadid, lo stesso Peter Eisenman, Rem Koolhaas, Bernard Tschumi, Daniel Libeskind e il gruppo Coop Himmelb(l)au. Il termine “Deconstructivist Architecture” era stato universalmente adottato dopo la mostra di Philip Johnson a New York nel 1988, che tenne a battesimo la nouvell vague dell’architettura mondiale.

I primi sono ancora oggi studiati nelle università, i secondi sono diventati “archistar”.

Al progettista del Guggenheim Museum di Bilbao, Frank O. Gehry, la Triennale di Milano dedica uno spazio significativo perché, come scrive Germano Celant nell’introduzione al catalogo della mostra, «[…] Un’esposizione sull’opera di Frank O. Gehry è un evento di significato mondiale in qualsiasi momento e circostanza […] questa è la prima antologica che, attraverso modelli e documenti, disegni e video, nonché contributi tecnologici, copre in maniera sistematica l’intera produzione dal 1997 al 2009.»

E la mostra non tradisce le aspettative. Un susseguirsi di spazi che contengono progetti, plastici, schizzi a matita grossa sui muri. Una sorta di atelier a disposizione di ognuno. I plastici sono al centro delle singole stanze. Gli schizzi più grandi campeggiano sulle pareti. Altri, provenienti da collezioni private, sono incorniciati e autografati. Tanti plastici. Modelli di studio. Colorati. Di carta. Di balsa. Di cartone. Le lamiere di titanio che ricoprono gli edifici di Gehry sono carta in questi plastici; carta appallottolata che lo stesso Gehry lancia ai ragazzi dello studio chiedendo di trasformare quelle intenzioni, quei gesti, in spazi. Sequenze spezzate che cercano una forma. Sequenze dove, cercando, si riesce a leggere la volontà dell’architetto. «Volevo riprodurre tutti i significati della parola trasparenza» scrive Frank O. Gehry; un tentativo riuscito. La sua idea di architettura è più superficie che spazio, più rivestimento che struttura connettiva.

Si possono condividere o meno le architetture, l’architettura di Frank O. Gehry, ma la mostra che gli dedica la Triennale di Milano è un momento di conoscenza e di formazione imprescindibile, per chi ha a cuore le sorti della città.

È invece l’edificio più rappresentativo di Padova, il bellissimo Palazzo della Ragione, che esibisce la mostra personale di Zaha Hadid, ospite d’onore della quarta edizione della Biennale Internazionale di Architettura “Barbara Cappochin”. Zaha Hadid, prima donna a vincere l’equivalente del premio nobel per l’architettura, il Premio Pritzker nel 2004, è l’architetto che ha realizzato il MAXXI di Roma, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, presentato alla stampa in questi giorni e che sarà aperto al pubblico la prossima primavera.

Un unico grande spazio, il salone medievale del piano superiore del palazzo realizzato tra il 1172 e il 1219 e affrescato da Giotto, contiene l’installazione/mostra che lo studio londinese di Zaha Hadid ha pensato e realizzato per questa occasione. Ed è una bella sfida tra la sala pensile medievale, costruita senza il supporto di colonne di appoggio, ancora oggi una delle più grandi di Europa, e le macchine per abitare dell’architetto e designer irachena naturalizzata britannica, che sfidano anch’esse le leggi della fisica. L’allestimento/mostra è in realtà un’opera d’arte tra tante opere d’arte. Si resta attoniti per lo stupore quando si oltrepassa la soglia che separa l’esterno, la grande balconata con le volte affrescate, dall’interno, il salone. Il contrasto tra le opere dipinte sulle pareti, tra la sala stessa, la sua dimensione e le opere esposte, emoziona e toglie il respiro. È il concetto di contemporaneità che sembra materializzarsi sotto i nostri occhi. È il passaggio dalle immagini colorate e chiassose del mercato della frutta e verdura di Padova all’atmosfera rarefatta delle strutture bianche e modulari che supportano i disegni e le architetture di Zaha Hadid, che da solo vale il prezzo del biglietto. Cogliere poi il senso del posizionamento dei progetti è già entrare nelle corde dell’architettura di Hadid. Sono oggetti, in qualche caso opere d’arte, che non si relazionano ai luoghi per cui sono costruiti. Ne fanno volentieri a meno. Lo “sciame” che costituisce l’ossatura della mostra assume nomi che sono anch’essi un programma: linee/fasci/reti, onde/gusci/bozzoli, aggregazioni/grappoli/puzzle, campi/sciami, paesaggio/topografia, parametricismo.

Le due mostre, quella dedicata a Frank O. Gehry e quella dedicata a Zaha Hadid, sembrano essere in sintonia e rafforzare il significato del termine coniato proprio per loro, da Gabriella Lo Ricco e Silvana Micheli, “archistar.” Architetti che hanno costruito la loro fortuna utilizzando, alla stessa stregua degli stilisti di moda, le forme in un gioco autoreferenziale. Ed è paradossale che proprio oggi che l’architettura sembra essere oggetto di attenzione da parte di tanti, abbia perduto la sua funzione sociale e dimenticato il significato del termine “collettivo.” Manca cioè la dimensione pubblica dell’architettura. La grande assente è la città, In questi disegni le architetture, costruite o disegnate, sembrano farne volentieri a meno. Architetture che assecondano e rappresentano la società liquida che abitiamo, e che per loro nuova natura accettano la transitorietà come paradigma della felicità.

Scrive Franco La Cecla nel suo saggio Contro l’architettura «[…] in qualche modo le città sono nate per dare occasione a una folla di ritrovarsi e festeggiare qualcosa. Non è forse un resto di felicità collettiva, quella che ci viene appena concessa facendo shopping? […] la città è un luogo di circolazione di un materiale consistente che fluisce come un fiume tra sponde di allegria […] vale la pena inventare una nuova competenza […] dei conoscitori delle forme di vita e dei tipi di abitare […] scienziati dell’umano che non si permettano di sentirsi superiori a esso come ogni stupido piccolo artista di provincia, ma che vogliano imparare la danza per poterla difendere tra nuove sponde di allegria.»

Saranno capaci le archistar d’imparare questa danza?





Frank O. Gehry dal 1997

27 settembre 2009 – 10 gennaio 2010

Triennale di Milano


a cura di  Germano Celant in collaborazione con Frank O. Ghery e Gehry Partners, LLP

progetto di allestimento Studio Cerri & Associati, Pierluigi Cerri, Alessandro Colombo

in collaborazione con Francesca Ceccoli, Marta Moruzzi, Francesca Stacca.


Orari

Domenica, martedì, mercoledì, venerdì, sabato dalle 10.30 alle 20.30

giovedì dalle 10.30 alle 23.00

chiuso il lunedì


Per informazioni  tel. +39 02 724341

www.triennale.it


Zaha Hadid

27 ottobre 2009 – 1 marzo 2010

Palazzo della Ragione –  Padova


a cura di Zaha Hadid Architects

progetto Zaha Hadid Architects: Zaha Hadid, Patrik Schumacher, Viviana Muscettola, Michele Pasca, Woody Yao,

Elif Erdine.


Orari

dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 18.00

chiusura biglietteria ore 17.00


Per informazioni e prenotazioni tel. +39 049 2010121

www.bcbiennial.info


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