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9 maggio 2011

«Giustizia è fatta». Forse no.



«Nessun americano è rimasto ferito [..] Dopo un conflitto a fuoco Osama Bin Laden è stato ucciso […] In una notte come questa possiamo dire alle famiglie che hanno perso i loro cari a causa di Al Qaeda giustizia è stata fatta […] il risultato di oggi è una testimonianza della grandezza di questo paese e della determinazione del suo popolo». Quando Barack Obama pronuncia queste parole in Italia e in Europa è l’alba mentre negli Stati Uniti d’America il sole è già tramontato. L’operazione “Geronimo” si è conclusa.

La soddisfazione, legittima e liberatoria, per la cattura dell’uomo considerato il più pericoloso terrorista del mondo si scontra però con le parole pronunciate dal presidente degli Stati Uniti d’America. «Giustizia è fatta», dice con voce ferma Barack Obama. Le prime notizie che filtrano, dai chi ha coordinato l’azione militare, c’informano di un Osama Bin Laden disarmato che viene ucciso davanti ai suoi familiari. «Giustizia è fatta» ha detto Barack Obama e questo è il titolo di apertura di tutti i media del mondo, «Giustizia è fatta».

Pochi minuti dopo l’annuncio del presidente, gli americani scendono in piazza per festeggiare la morte di Osama Bin Laden e il pensiero corre immediatamente alle vittime dell’attentato dell’undici settembre, una delle poche date che non ha bisogno dell’anno per essere ricordata. L’impatto emotivo è grande in tutto il mondo.

Le prime notizie che battono le agenzie c’informano del luogo dov’è avvenuto il blitz, Abbottabad una città a circa 70 chilometri da Islamabad la capitale del Pakistan, e della dinamica degli accadimenti. La prima notizia è certa, tutti convengono che il luogo del blitz è quello identificato, sulla ricostruzione dell’azione militare circolano invece notizie contrastanti. Alcune di queste notizie contrastano perfino con ciò che ha dichiarato il presidente nel suo primo annuncio. Sempre nelle stesse ore cominciano a circolare alcune foto. Alcune di queste sono dei fermo immagine, estrapolate da un breve filmato, delle stanze della casa dove è stato effettuato il blitz e poi c’è una foto destinata a diventare un’icona di quest’azione: una foto della situation room che ritrae il presidente Obama, Hillary Clinton e lo Stato maggiore della sicurezza degli Stati Uniti d’America, mentre assistono allo svolgimento dell’azione.

Il presidente Obama ha le spalle piegate verso l’interno, lo sguardo corrucciato ed è teso, tesissimo. Sembra che invecchi sotto i nostri occhi. Hillary Clinton si copre la bocca con la mano destra, ha gli occhi fissi come pietrificati e con la mano destra copre una cartellina bianca con la dicitura, “Top Secret Codeword NOFORN. For Use in the White House Situation Room Only”. Le altre undici persone ritratte guardano tutti verso lo stesso punto, la fonte delle immagini, e sembra stiano assistendo a qualcosa di veramente atroce.

Le parole sono importanti e lo sono ancora di più quando a pronunciarle sono uomini che rivestono alte cariche. Uccidere un uomo disarmato senza che sia stato celebrato nessun processo, per quanto quest’uomo possa essere colpevole dei peggiori crimini, non può autorizzare nessuno a pronunciare le parole: «Giustizia è fatta».

Michael Moore, l’autore di Fahrenheit 9/11, e certo non un nemico di Barack Obama ha detto a proposito di questo avvenimento: «[…] crediamo in un sistema giudiziario che porti le persone davanti a un giudice, esponga le loro azioni malvagie. Dopo, semmai, le impicchiamo, processarle non vuol dire che non le si possa impiccare». Moore, uno dei più grandi accusatori di G.W. Bush, democratico, voce autonoma e critica nei confronti degli Stati Uniti d’America, prende le distanze dalle modalità con cui è stata portata a termine l’operazione militare la notte del primo maggio nella pianura di Abbottabad. Allo stesso modo aver scelto Geronimo, il leggendario capo Apache eroe positivo che ha difeso fino alla morte la libertà del suo popolo, come nome in codice per individuare il capo dei terroristi è un’enorme gaffe dell’amministrazione americana. Ancora una volta, le parole sono importanti.

Alla fine della seconda guerra mondiale, per giudicare i criminali nazisti coinvolti nelle atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale e nella Shoah, siamo stati capaci di non farci accecare dall’odio o dal desiderio di vendetta fine a se stesso. Se mai ci fu un male assoluto a questo mondo, questo è stato di certo lo sterminio indiscriminato degli ebrei, per giudicare i colpevoli di quel massacro, prevalse la lucidità e un’altra cultura. Fu deciso, a guerra in corso, che i capi politici degli eserciti nemici dovessero essere processati e fu istituto il Processo di Norimberga. E così fu.

«[…] È invece il nostro spirito americano - quella promessa americana - che ci sprona in avanti anche quando la strada è incerta; che ci tiene uniti malgrado le differenze; che ci porta a fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo», con queste parole Barack Obama concluse il discorso di accettazione della candidatura a presidente degli Stati Uniti d’America nell’agosto del 2008, a Denver, Colorado.

La capacità visionaria che queste parole esprimono, e che riaccese la speranza nel mondo intero, forse, si è infranta per sempre in quel «Giustizia è fatta» pronunciato in buia notte americana.




17 marzo 2009

City Room_l’isola della speranza [4]

Oggi le nostre strade si dividono. L’appuntamento è per le 17.00. St. Regis hotel, 5th avenau per uno dei due eventi culturali ai quali parteciperemo oggi, Japanes contemparany art. Percorsi separati quindi, Lucia e Roberto per fiere e io alla ricerca delle nostre radici americane. Prendo la metropolitana, linea rossa n°1 giù fino al capolinea, South Ferry, e da lì il traghetto che mi porterà prima alla statua della Libertà e poi, finalmente a Ellis Island.



Quando penso all’America, dall’Italia intendo, non ho mai una visione unica in mente. Penso sempre a tante cose. Tante cose tutte insieme che alcune volte si sovrappongono altre si giustappongono. C’è una sola eccezione: la Statua della Libertà e Ellis Island. Questi due simboli dell’America mi fanno pensare invece sempre alla stessa cosa. A tutti gli italiani, e a tutti gli italiani meridionali in particolare, che sono arrivati qui come morti di fame e sono stati accolti. Spesso sono stati accolti male, ma sono stati accolti. E se l’America è oggi un grande Paese, una parte di merito va riconosciuta a tutti i morti di fame del mondo che sono arrivati carichi di speranze e senza un soldo sulle banchine di Ellis Island. Quando dagli oblò delle navi scorgevano la fiaccola e la corona che cinge il capo della Statua capivano di essere arrivati nella terra promessa. E chissà quali pensieri frullavano nelle loro teste quando mettevano piede sul territorio americano tanto sognato. E le aspettative e i sogni erano sicuramente le cose più preziose che possedevano e portavano con loro.
Ho sempre immaginato che la mia prima volta in America coincidesse con una visita doverosa a questi luoghi.
E adesso ci sono.



La strada che separa la fermata della metropolitana dal molo è breve. Per arrivarci si attraversa un piccolo parco le cui strade interne sono disegnate da lunghe panchine in legno e attraversate da scoiattoli. Anche stamattina fa abbastanza freddo, c’è poco sole ma una bella luce che asseconda il pensare e invoglia a scrivere. Anzi è il tempo ideale per scrivere. Almeno lo è per me.



Questo attraversamento mi fa pensare di nuovo che New York è un’immagine fissa nella nostra mente, l’abbiamo già vista. Tutti. L’ho sicuramente vista in Trilogia di New York di Paul Auster. Questi edifici sono gli stessi che ho letto tante e tante volte, come le stesse sono queste strade e questi taxi. Tutto è uguale a come lo immaginavo eppure tutto è nuovo e m’emoziona. Guardo dalla coda del battello la città che si allontana e la Statua che s’avvicina. E c’è un silenzio e una pace che rassicura e cura. Frammenti di bellezza per ascoltare, in pace, il silenzio.



Quando scendiamo sull’isola della Statua il freddo è aumentato così come il silenzio. Il battello si svuota in poco tempo e subito riparte, carico di turisti del turno precedente, per Ellis Island. Resto per più di un’ora sull’isola. Non entro nella statua per ammirare il panorama, preferisco guardare la Statua e la città all’aria aperta. Questo freddo mi piace. Tiene vivi. Sono in perfetta armonia con me stesso. Sono a New York e a dispetto di tutti i luoghi comuni non c’è confusione e caos, ma silenzio e poi ancora silenzio e pace.
Mi avvio verso il piccolo per molo ad aspettare il battello che mi porterà ad Ellis Island. Il momento tanto atteso sta per arrivare e io mi sento pronto.



Una grande copertura in vetro t’introduce nella hall del grande Immigration Museum di Ellis Island. Oltre 22 milioni di immigrati sono passati per questa sala, tra il 1892 e il 1954, anno in cui la struttura chiuse i battenti.  Arrivavano da tutto il mondo, Inghilterra, Germania, Irlanda e ovviamente dall’Italia. Venivano sottoposti a una visita medica e dopo aver effettuato alcuni controlli anagrafici la maggior parte di loro aveva l’autorizzazione ad entrare in America, soprattutto per quelli che viaggiavano in nave e transitavano in prima e seconda classe. Per quelli della terza classe le procedure erano più complicate e in ogni caso si completavano nel corso di una giornata. Nei giorni di maggior afflusso gli emigranti potevano superare le 10.000 unità. Se penso ai nostri CPT, centri di permanenza temporanea, le strutture per ospitare i migranti che giungono in Italia, e a quello che è successo solo pochi giorni a Lampedusa quando una di queste strutture è andata in fiamme, diventa plasticamente visibile la differenza tra un grande paese e un Paese di cialtroni. Tra un Paese che ha fatto dell’accoglienza la sua forza e la sua ricchezza e un Paese di emigranti che rinnega la sua storia più recente per rinchiudersi in recinti identitari il cui unico valore sembra essere l’egoismo e la paura del diverso da se.
Quelli che non erano proprio alla canna del gas e avevano qualche soldo potevano rivolgersi all’ufficio cambi e con i primi dollari americani in mano potevano consumare al bar di Ellis Island, per gli altri, che erano la maggior parte, iniziava una nuova avventura in cui il primo obiettivo era procurarsi cibo e un posto dove dormire.
Il museo che è stato allestito a Ellis Island è in realtà un centro di documentazione mondiale sull’emigrazione. E quando arrivi alla fine del percorso espositivo e prima di entrare nell’immancabile book shop, una sala con diverse postazioni dotate di computer di da la possibilità di accedere ad un ampio database e quindi effettuare, previa registrazione, ricerche. Le grandi fotografie in bianco e nero e i tanti oggetti posti lungo il percorso che si sviluppa su due livelli ti fa entrare in una dimensione altra. Ti senti parte di quella fauna umana che, disposta in lunghe e ordinate file, aspetta silenziosa il proprio turno. E se ti lasci trasportare dalle emozioni temi di non superare la visita medica e di essere rispedito indietro. Di notevole impatto emotivi due filmati che vengono proiettati più volte al giorno.



Guardo l’orologio, 15.30, mi sono perso a Ellis Island.
Non mangio nulla e mi dirigo all’imbarco. In meno di un’ora sarò al St. Regis hotel, all’appuntamento con Lucia e Roberto. Il cambio di registro è notevole. Passo dalle storie di uomini e donne disperati che nel primo novecento fino a tutto il periodo post bellico s’imbarcano su improbabili navi per aggrapparsi alla vita, all’arte contemporanea giapponese. Ma siamo a New York e qui tante cose possono convivere.



La mostra è in una delle suite del St. Regis hotel. Quando arrivo Lucia e Roberto sono già che mi aspettano per salire. Non c’è molta gente. Una ragazza molto carina ci fa accomodare e ci invita a firmare il libro degli ospiti. Le mostre d’arte contemporanea negli alberghi se le sono inventate gli americani e a ruota sono stati imitati un po’ da tutti. Puoi approfittare per guardare dei quadri o delle installazioni e nello stesso tempo goderti la suite dell’albergo. La mostra invade tutti gli spazi del piccolo appartamento. Nella zona giorno si proietta un video proprio sopra il camino. Nelle due camere da letto quadri ovunque così come nel bagno e nell’antibagno. Ho fame e qui offrono frutta e acqua. Mentre mangio frutta mi accorgo che Roberto ha conosciuto l’artista giapponese che espone, è un ragazzo molto giovane, il suo nome è Yuki Itoda. Noto che si scambiano i biglietti da visita e mi par di capire che si danno appuntamento per l’evento che ci sarà domani sera. The Boiler a Williamsburg, il nuovo quartiere degli artisti a Brooklyn.



Torniamo a casa. Una breve sosta e ripartiamo, ci attende la performance di Vanessa Beecroft al Deitch studios a Long Island City. Verrà con noi Maryann e ci andremo con la sua macchina. Arriviamo in ritardo perché ci fermiamo in Union Square a mangiare un panino. Anzi il panino. Il panino must per i newyorkesi. Bagel, un panino rotondo aromatizzato, con salmone e formaggio fresco, Novie il nome, 6,50 dollari il prezzo.
È difficile arrivare al Deitch studios e la macchina di Maryann non ha il navigatore satellitare. Lo spettacolo che il water front offre di notte è di quelli che spezzano il fiato. È talmente bello che sembra finto. Una serata particolare, molto particolare. La performance di Vanessa Beecroft è l’evento più cool della fiera, o meglio l’evento più cool a cui partecipo io.



La performance si svolge in due spazi contigui. Il primo, uno spazio bianco e immacolato, una sorta di hangar, con tre campate e una navata centrale delimitata da alte colonne in ferro verniciate di bianco, il secondo uno spazio unico indefinito anch’esso bianco. Al centro del primo spazio, corpi di donne dipinte di bianco. E poi tra i corpi, calchi di donna e ancora donne su ripiani.



Una contrappunto tra la vita che sta per andare via e la morte che sta per arrivare. Con quel bianco che rende le donne uguali ai calchi, inanimate. E poi d’improvviso impercettibili movimenti e piccoli spazi non invasi dal bianco che rendono quei corpi e quelle donne vive. Qui, al centro del mondo, il bianco e la vita e poi la morte, forse.



Abbiamo bevuto una birra e non abbiamo mangiato nulla. Ci siamo fatti largo tra tanta gente ma alla fine ci siamo riusciti. È quasi mezzanotte e Plum in west 14th street non è distante. C’é una festa, una delle tante feste di questa settimana d’arte a NYC.
Ci arriviamo in poco tempo, cinque, dieci minuti. Da fuori non sembra un bel posto. Entriamo. La musica è a un volume altissimo. Non c’è molta gente. Ci guardiamo intorno. Una, due, tre volte. Senza dirci nulla ci ritroviamo tutti e quattro fuori dal locale. Anche questa lunga, lunghissima, giornata sta per terminare.


13 marzo 2009

City Room_il prologo [1]

Inizia il viaggio nella città che non dorme mai. Inizia in ritardo come in ritardo è iniziato nella realtà.  Cominciamo dal titolo della rubrica che ci accompagnerà per una settimana: City Room.
City Room è una rubrica del New York Times, un diario giornaliero da New York. Il NYT si compone di sei colonne per pagina e City Room occupa una di queste sei colonne. City Room è anche un blog.



Quello di oggi è un prologo al viaggio che parte proprio dal New York Times e che possiamo anche considerare un inserto. Un inserto da staccare e conservare.
Internet ti permette di essere connesso sempre, minuto per minuto, con tutto il mondo. E così se sei a New York e vuoi sapere cosa sta succedendo in Italia piuttosto che in India o in qualunque altra parte del mondo, basta digitare www e quello che ti pare e sei in un mondo altro, in tempo reale. Dipende solo dalla potenza del computer o del telefono, con il quale ti colleghi alla rete.
E così da NYC scopro, attraverso la prima pagina di repubblica.it, che il Vaticano è arrabbiato con Barack Obama per la sua decisione di dare disco verde all’utilizzo delle cellule staminali embrionali. Un titolo da prima pagina con tanto di foto e di commenti. La notizia m’incuriosisce e comincio a cercarla sui giornali americani. Una ricerca che non darà nessun frutto per il semplice fatto che è una non notizia. Si sapeva da tempo che Barack Obama avrebbe modificato la legge di Bush junior e per questo motivo la notizia così come la reazione del Vaticano non trova nessun spazio o comunque spazi non significativi sulla stampa americana. In Italia, invece, dove il Vaticano è uno Stato nello Stato, ogni gemito, ogni stormir di fronde che proviene da oltre Tevere trova sempre un riscontro importante. Spesso da prima pagina. Incuriosito da questa prima non notizia la curiosità s’impossessa di me e comincio a cercare sui quotidiani americani notizie dell’Italia. O meglio m’incuriosisce sapere cosa scrivono dell’Italia gli americani. Cerco. Ricerco. Vado sui quotidiani on line. Niente. Non trovo quasi nulla. La notizia più lunga e per certi più importante che riesco a trovare e nell’ultima pagina dell’inserto sportivo del New York Times di lunedi 9 marzo. “Beckham pays to extend his loan with A.C. Milan”.



Qualcuno potrebbe dire che sui giornali americani si parla solo dell’America o comunque gran parte degli articoli sono dedicati alle questioni interne. Questo è in parte vero. Solo in parte però, perché le altre nazioni sono presenti in maniera costante anche se solo con piccoli trafiletti. Noi semplicemente non esistiamo.
Esiste invece Barack Obama. La sua faccia bicolore campeggia ovunque. Nella metropolitana, sulle borse e sulle giacche delle ragazze e dei ragazzi, sulle saracinesche dei negozi, sui giornali, sulle bancarelle dei venditori ambulanti.



Un fiorire d’iniziative editoriali ha inondato l’America e in questi giorni sono in edicola tante riviste che dedicano numeri monotematici al Presidente.
Io ne ho comprate tre.
Time. Expanded inauguration edition. President Obama, the Path to the White Hause



Essence. Special commemorative edition. The Obamas. Portrait of America’s New First Family



Newsweek. Commemorative inaugural edition. “We are ready to lead once more” President Obama



Tre edizioni speciali che restituiscono una visione a tutto tondo della nuova speranza per la politica mondiale. Dalla sfera privata alla lunga corsa per la candidatura prima e per le elezioni successivamente e un approfondimento tematico sulle politiche che Barack Obama intende adottare per rilanciare l’economia.
E con la faccia sorridente di Obama vi do appuntamento a domani. La partenza e il viaggio.

La foto di Obama sulla saracinesca è di Roberto Sala, il mio compagno di viaggio.


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11 marzo 2009

City Room_anteprima



Il 4 marzo sono partito per nyc e sono tornato ieri sera.
È stato un bellissimo viaggio, pieno. Pieno di tante cose.
Da domani ripercorrerò questo viaggio, giorno per giorno, riportando indietro le lancette del tempo di una settimana. Per fissare meglio nella mia mente ciò che ho visto e per condividere, con chi vorrà condividere.


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2 febbraio 2009

Il riscatto della politica



In questi giorni, i giorni di Obama, abbiamo vissuto la cronaca che diviene storia. Giornate intense e indimenticabili.
L’uomo più potente della terra, il presidente degli Stati Uniti d’America, parla di uguaglianza, di pari opportunità per tutti, di pace. Di “proteggere in modo consapevole le donne”. In un tempo, quello che abitiamo, in cui la politica gode di pochissima fiducia, Barack Obama è in controtendenza. Riscatta la politica e gli restituisce la sua nobiltà. E quando parla, gli crediamo, gli credo.
Ha impiegato due anni esatti Barack Obama, era infatti il febbraio del 2007 quando pronunciò a Springfield Illinois il discorso con il quale annunciava la sua candidatura, per convincere la maggioranza degli americani della bontà delle sue idee. Temi concreti: la guerra, il lavoro, l’istruzione. E man mano che passavano i giorni, cresceva il numero di persone he condivideva i valori di cui Obama era portatore, perché sempre più si avverte la necessità di avere valori positivi e condivisi. Degli esempi in cui riconoscersi.
Parole che si trasformano in fatti concreti. La chiusura del carcere di Guantanamo, le telefonate ai leader dei paesi islamici e l’intervento a favore delle donne.
Un pensare che pone al centro della politica e della società l’uomo. Una vera e propria rivoluzione che arriva dalla nazione dove l’unico riferimento è, e forse sarà ancora per molto tempo, il denaro e il mercato.
Poi trasparenza negli atti dell’amministrazione e regole severe per gli amministratori che si trovano in un conflitto d’interesse. Un uomo che guarda in alto e lontano.
Mentre l’America e tutto il mondo si lasciano attraversare da quest’onda anomala di politica fatta d’idee e valori condivisi, cosa succede da noi in Italia? Come reagisce il nostro mondo politico a tutto ciò?
Da un lato Berlusconi e la sua maggioranza fanno di tutto per far sapere che la crisi non è poi così grave e i messaggi che trasmettono non mirano alla coesione sociale e all’unità per affrontare i tempi che ci attendono ma si limitano al piccolo cabotaggio e il massimo dello sforzo progettuale consiste in un attacco all’arma bianca ai presunti fannulloni annidati nella pubblica amministrazione con un perenne cincischiare tra alchimie elettorali e indecenze varie. Tutto questo mentre la sinistra è impegnata a salvaguardare il proprio ceto politico piuttosto che alzare lo sguardo e guardare avanti e in alto. Un vuoto desolante d’idee e di proposte. Dei valori nessuna traccia.
È difficile uscire dal pantano in cui siamo precipitati ma abbiamo il dovere di provarci.
L’elezione di Barack Obama è importante anche per questo. Ci ha insegnato che ciò che ieri era impossibile, domani può non esserlo. E che forza di volontà e valori positivi e condivisi possono esser la spinta sufficiente per avviare il cambiamento necessario per migliorare la condizione di tutti, perché abbiamo origini diverse ma le stesse speranze.
Scrive Sant’Agostino, “Il presente delle cose passate è la memoria; il presente delle cose presenti è la vista; il presente delle cose future è l’attesa”, ed è di visioni che abbiamo bisogno nel tempo presente che abitiamo. E per questo è giunto anche per noi il tempo di fissare lo sguardo non verso ciò che si vede, ma verso ciò che non si vede, verso quel posto migliore che sta dietro l’angolo.


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19 gennaio 2009

Il treno dei desideri



Ci siamo, il giorno di Barack Obama è arrivato, domani diventerà il 44° presidente degli Stati Uniti d’America.
La partenza in treno per raggiungere Washington, così come fece Abraham Lincoln, è solo l’ultimo quadro evocativo di questa che probabilmente è stata la più lunga campagna elettorale alla quale abbiamo assistito.
Tutti aspettano Obama alla prova del governo, non solo gli americani.
Oggi e domani l’America gli renderà onore. Gli renderà onore gente comune, cantanti, giornalisti, attori, uomini politici. Da mercoledi sarà invece un’altra musica. Da mercoledi le responsabilità saranno tutte sulle sue spalle anche perché ogni singola decisione può cambiare, in questo momento storico, il corso delle cose.
Può cambiare il corso delle cose nell’economia che attraversa la più grande crisi dopo quella del ’29.
Può cambiare il corso delle cose nel conflitto israelo-palestinese, perché il ruolo dell’America in quella zona del mondo è un ruolo di primo piano e un atteggiamento nuovo e diverso degli Stati Uniti può traghettare il mondo intero verso un’era di pace.
Può cambiare il corso delle cose nelle tematiche ambientali. Mai come oggi c’è bisogno di scelte coraggiose al limite dell’ìmpopolarità per porre freno all’inquinamento del Pianeta operato da tutti i paesi del mondo. Una scelta che favorisca la salvaguardia e tutela dell’ambiente rispetto al solo profitto, sarebbe una scelta anch’essa epocale.
Su quel treno partito due anni fa e che continua la sua corsa veloce verso Washington, Barack Obama non è mai stato solo. Su quel treno viaggiavano, insieme a lui, le speranze degli americani. Su quel treno viaggiavano, insieme a lui, le speranze di tutto il mondo.
Non lo faccia fermare quel treno presidente Obama. Non lo faccia fermare mai.
Lo faccia continuare a correre e con esso faccia continuare a correre le emozioni e le speranze che la sua elezione ha generato. Su quel treno ci faccia salire tutti, nessuno escluso, e non ci faccia scendere mai più. Perché quel treno nel nostro immaginario è diventato il treno dei desideri.
Buona fortuna presidente e soprattutto, buon lavoro.


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17 gennaio 2009

My lucky day


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14 gennaio 2009

Senza parole



«No, non andrò all’insediamento di Obama: non sono andato a quello di Bush e poi sono un protagonista non una comparsa»
Silvio Berlusconi, Ansa 13 gennaio ore 17.20


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10 gennaio 2009

La guerra infinita



Nella società che abitiamo non ci dovrebbe essere più spazio per la guerra, per tutte le guerre. In ogni caso non ci dovrebbe essere più essere spazio per la guerra che uccide le singole persone inermi. Donne, bambini, anziani. Sappiamo però che non è così e che ogni giorno in ogni angolo del mondo vengono uccisi migliaia di innocenti. In questo contesto la guerra infinita israelo-palestinese ne è una tragica testimonianza.
Nel corso degli ultimi cento anni, perché anche se l’attuale Stato d’Israele è stato riconosciuto nel 1948 la tensione in quell’area è iniziata molto prima, quella terra evoca solo e sempre morte. Blindati e odore acre di morte.
Fiumi di parole e di retorica. Retorica sulla guerra e retorica sulla pace. Retorica sulla tregua. A questo si aggiunge il fallimento totale degli organismi internazionali, Onu in testa, incapaci politicamente di trovare soluzioni al problema.
Il conflitto israelo-palestinese chiama in causa direttamente la politica e ne decreta il suo fallimento. Un fallimento che riguarda tutti e che ci rende sempre più inermi di fronte alle immagini strazianti dei bambini che muoiono per l’incapacità degli adulti di mettere a freno gli istinti bestiali.
Due popoli che lottano e si massacrano da troppo tempo. Ferite che non si rimarginano. Ogni cittadino, israeliano o palestinese, ha nella proprio famiglia un morto che può addebitare al suo dirimpettaio. In tanti portano, incise sul proprio corpo, cicatrici che questa guerra infinita porta con sé.
Questioni divenute ormai personali, interessi economici, porzioni di territorio conteso, fanno di questa guerra l’emblema dell’incapacità degli uomini di ragionare. Di cercare soluzioni che facciano tacere per sempre le armi. Nel 1993, Arafat e Rabin, con la mediazione degli Usa e di Bill Clinton, si strinsero la mano e sembrava che la questione si avviasse ad una pacifica risoluzione con la ritirata di Israele dalla striscia di Gaza. Tutto durò troppo poco e quel filo di speranza si spezzò.
Quello che sta succedendo in questi giorni ci costringere a misurarci di nuovo con una situazione che sembra non avere soluzioni.
L’organizzazione di Medici senza Frontiere fa sapere che a Gaza si muore per impossibilità di soccorsi. “La maggior parte delle vittime sono civili, in gran parte sono bambini, e il numero continua a crescere. Esiste un grande problema per l'accesso e per evacuare i feriti e i morti dalle zone colpite, le ambulanze non riescono a raggiungere le zone da evacuare. Per questo la maggior parte delle vittime durante l’operazione di terra sono morte dopo avere subito gravi ferite e senza che nessuno potesse aiutarle o trarle in salvo e portarle in ospedale”.
Questa nuova guerra di Gaza è una guerra autolesionista. Una guerra che contribuisce a dividire e soprattutto ad allontanare irrimediabilmente la pace. Ogni morto in più aumenta le divisioni e rafforza i falchi di entrambi gli schieramenti. In questi ultimi anni hanno sbagliato tutti. Da Arafat a Israele. Ha sbagliato anche l’America, il mediatore più accreditato per cercare una soluzione.
A distanza di tanti anni un altro Clinton può lavorare per un progetto di pace in medio oriente, Hillary Clinton. E un altro presidente può ridare speranze al mondo intero, Barack Obama.
God bless Usa.


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2 dicembre 2008

Il dream team comincia a giocare



Da Chicago, nuova capitale mondiale, Barack Obama fa l’annuncio più atteso ed importante: l’incarico come segretario di Stato a Hillary Clinton che diviene così  capo della diplomazia più importante del mondo.
Per capire che il clima in America è cambiato davvero basta leggere alcune dichiarazioni di Barack Obama e di Hillary Clinton.
Dice il neo presidente. “È tempo di un nuovo inizio. Affronteremo le nuove sfide non con paura, ma con speranza.”
Queste invece le prime parole del neo segretrario di Stato: “L’America non può risolvere le crisi senza il mondo, e il mondo non può risolverle senza l’America.”
Il primo febbraio, in piena campagna di primarie, quando tutti parlavano di contrapposizione, scrissi che sarebbe stato auspicabile un dream ticket. Oggi quell’auspicio si concretizza con un incarico di prestigio assoluto per Hillary e con Barack presidente.
Adesso serviranno politiche nuove che mettano in pratica ciò che le promesse, e i sogni che da esse sono scaturite, si realizzino. Aspettiamo fiduciosi, il mondo attende fiducioso.


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