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1 gennaio 2012

I napoletani, Francesco Durante


Il rapporto tra Napoli e l’Abruzzo è un rapporto solido e antico di oltre settecento anni, così come solido è anche il rapporto di Francesco Durante, (autore de “I napoletani”, Neri Pozza, € 17,00), con Torricella Peligna, la terra che ha dato i natali al papà di John Fante, oggi celebrato scrittore americano, di cui lo stesso Durante è uno dei migliori traduttori. Consiglierei di leggere questo libro partendo dalla fine, dalla postilla. Perché qui, in poche pagine Durante si svela qual è realmente: un concentrato d’intelligenza e un raffinato intellettuale del nostro tempo. È utile partire dalla postilla perché si capisce subito che le trecentotrentasei pagine che attendono di essere lette non sono il frutto di un capriccio estemporaneo ma il risultato, per fortuna sempre aggiornabile, di una riflessione ampia che non lascia spazio all’improvvisazione. Come nel suo precedente e fortunato libro dedicato a Napoli, “Scuorno”, Durante avverte l’esigenza di saldare un debito nei confronti della città partenopea. Debitore di bellezza innanzitutto che è capace di restituire con grande generosità. È quasi un rapporto fisico, oserei scrivere erotico, quello che Durante stabilisce con le parole per descrivere l’unicità e l’universalità di Napoli. Un erotismo che avvolge e s’impossessa della tua persona come quando si è davanti a un’opera d’arte. La vera maestria è qui nella capacità di raccontare da innamorato per far innamorare. Così come nella descrizione minuziosa di un quadro del gallese Thomas Jones che raffigura un semplice muro napoletano, con la stessa dovizia di particolari è capace di analizzare il testo di una canzone, scomponendolo fino alla sua riduzione ultima fatta di singole parole poste una accanto all’altra. Una scrittura senza infingimenti che non si esime dall’esprimere giudizi anche impietosi. La lingua dunque come identità stessa dei napoletani così come la fame, uno degli elementi fondanti della napoletanità. Una scrittura avvolgente che è un saggio su Napoli e i napoletani, scritto come se fosse un romanzo. E ancora consigli di lettura, con titoli, autori e data di pubblicazione. Ma soprattutto c’è l’amore che si appalesa con le sembianze di Gaetano. Una vita sbandata, sospesa tra droga e carcere. Poi il lavoro in favore degli zingari fino all’incontro che gli cambia la vita e gli spalanca le porte della Mostra del Cinema di Venezia. La storia di Gaetano, come la storia narrata in questo libro, è una storia d’amore e insieme una storia di speranza. Un vero regalo di Natale. Di un Natale prima della globalizzazione, «quando il bambino era un bambino e se ne andava a braccia appese, voleva che il ruscello fosse un fiume…» scriverei se fossi Wim Wenders.

Nel suo ultimo libro, “I napoletani”, narra le storie di molti uomini. Tra questi l’uomo che meglio rappresenta l’Italia nel mondo in questo tempo difficile che abitiamo, il presidente Giorgio Napolitano. Ne svela un aspetto poco noto.
Parlo della sua opera di poeta sotto lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli. Scrive in napoletano, ma in un napoletano estremamente ricercato, nutrito di umori antichi, con un lessico raro, piuttosto impervio e di squisita eleganza. Mi pare un caso straordinario, uno dei pochissimi, in cui all’esercizio della funzione politica e/o istituzionale si accompagna una cultura autentica.  

Il libro si apre con un omaggio, che oggi possiamo considerare anche come un commiato, a Giorgio Bocca e al suo libro “Napoli siamo noi”. Il giornalista, partigiano, morto nel giorno di Natale. Quel titolo può essere una sintesi perfetta del suo libro?
Potrebbe. Temo però che Bocca usasse quel titolo non per esaltare Napoli, ma considerandola un cancro che ormai, a suo parere, aveva contaminato l’intera nazione. No, in quel libro non c’era davvero il Bocca migliore.

Gli abruzzesi hanno un rapporto molto particolare con Napoli così come lei con l’Abruzzo. Ha curato la raccolta dei “Romanzi e racconti” di John Fante per la prestigiosa collana de i “Meridiani” Mondadori. Il grande autore americano originario di Torricella Peligna.
Per 700 anni l’Abruzzo è stato parte del Regno di Napoli prima, e del Regno delle Due Sicilie poi. Per secoli L’Aquila è stata una delle più grandi città del regno. Anche dopo l’Unità, moltissimi napoletani illustri erano in realtà abruzzesi: pensi a Benedetto Croce. In effetti, la storia non si cancella. E, se è per questo, nemmeno la lingua: quella abruzzese è, in fondo, una variante del napoletano.

Nell’introduzione a “La confraternita dell’uva”, l’ultimo romanzo di Fante da lei tradotto, Vinicio Capossela scrive: «Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante». Una scoperta forse tardiva la letteratura di Fante ma che, grazie anche al suo contributo, si sta affermando con forza in questi ultimi anni.
È la scoperta di una semplice verità: il fatto che tra letteratura e vita non c’è poi tutta questa distanza. Se dovessi definire con un solo aggettivo l’opera di Fante, la definirei per l’appunto vitale.

In queste pagine Fante svela l’anima più profonda della provincia italiana, quella dei cafoni siloniani o dei pastori dannunziani per restare al solo Abruzzo, la terrà da dove partì all’inizio del secolo breve, Nick Fante, il papà di John.
È grazie a scrittori come Fante che abbiamo una testimonianza di prima mano sul mondo e sui sogni della gente umile del popolo. C’è stato bisogno della mediazione americana perché questo si realizzasse. Lei se l’immagina, nell’Italia di fine Ottocento o di primo Novecento, un importante scrittore figlio di genitori praticamente analfabeti? Sarebbe stato semplicemente impossibile. 

“Il Dio di mio padre” è il festival letterario, con la direzione artistica dell’ottima Giovanna Di Lello, che Torricella Peligna dedica ogni anno, da sei anni, alla figura di John Fante. Lei è sempre presente. 
Sono molto felice di esserci, e molto onorato del fatto che continuino a invitarmi. Torricella è un posto speciale. C’è un grande calore umano, un’autenticità unica. Devo dire che Giovanna è molto brava. Inoltre, e in tempi di casta fa piacere dirlo, Tiziano Teti è un sindaco di eccezionale sensibilità.

Quanta abruzzesità, o italianità, c’è ancora da scoprire nei libri di John Fante?
Forse sembra strano che a dirlo sia proprio io, che ho appena scritto un libro sull’ identità – più supposta che reale, più indotta che atavica – dei napoletani. Diciamo così: per me concetti come la napoletanità, o l’abruzzesità, o l’italianità, oggi possono essere armi a doppio taglio. Quasi dei recinti in cui possiamo decidere di isolarci creando falsi miti e covando l’odio per chi è diverso da noi. Credo che il bello, con gente come Fante, consista nella capacità di aderire al mondo delle origini per quelli che sono i suoi valori di profonda umanità. È così che la sua opera diventa un regalo per tutti. Poi, naturalmente, gli abruzzesi possono essere contenti di riconoscersi nei libri di Fante o, meglio, nella figura di suo padre Nick. Ma ciò che rende bello e vitale tutto questo non è l’abruzzesità. Direi, piuttosto, che sia l’amore.


13 agosto 2011

Il grado zero dello sguardo



L’utopia di Roland Barthes di ripulire la scrittura da tutte le incrostazioni che l’abitano, riemerge dall’oblio di un sempre più afasico dibattito culturale per assurgere a nuova centralità, quasi come una necessità, nel Museo Laboratorio di Città Sant’Angelo diretto da Enzo De Leonibus, artista e vero anfitrione. Barthes userà anche il termine “lingua bianca” per meglio descrivere ciò che intendeva per Grado zero della scrittura. «Cerca cioè di mostrare come questa terza dimensione formale leghi lo scrittore alla sua società e di far risaltare come non ci possa essere letteratura senza morale del linguaggio».
Con una traslitterazione del concetto barthesiano i curatori della mostra Il grado zero dello sguardo, Maurizio Coccia, Giuseppe Di Liberti, Domenico Spinosa e lo stesso De Leonibus, squarciano un velo e, in totale controtendenza, indicano una strada possibile da percorrere sul sentiero sempre più stretto e impopolare della conoscenza. Realizzano un progetto che accosta fisicamente il lavoro di un’artista a un film e lasciano che le immagini, fisse o in movimento, interagiscano tra loro per creare un nuovo senso e, per certi versi, una nuova opera. Il lavoro finale è in questo senso un work in progress, un “non finito” o un “primo naufragio” come scrivono i curatori, in cui il giudizio e la consapevolezza dello spettatore giocano un ruolo decisivo per la comprensione delle nuove opere così concepite. Ci si può soffermare sulla singola installazione, sul singolo quadro o guardare una sequenza del film. Oppure semplicemente leggere il pensiero che li tiene assieme. Cogliere cioè frammenti del progetto in fieri e autocostruirsi un percorso conoscitivo in cui le relazioni e le corrispondenze non possono che confrontarsi e appartenere «alla soggettività più profonda di ognuno».
Interagiscono anche alcune delle opere che abitano stabilmente il Museo Laboratorio di Città Sant’Angelo. È il caso del lavoro che apre il percorso espositivo, “Gran Sasso” di Emanuela Barbi. Una grande parete realizzata nel 2002, anno in cui si discuteva sull’opportunità di realizzare un terzo traforo nel cuore della vetta più alta degli Appennini. Un’opera che appartiene alla collezione del Museo e che abbinata al film di Kum Ki Duk, “Primavera – estate – autunno – inverno… e ancora primavera”, costituisce il primo frammento del un nuovo progetto. Un «montaggio critico», così come definito dagli stessi curatori, una giustapposizione d’immagini finalizzata alla costruzione di un progetto aperto a sollecitazioni anche esterne ma che realizza e propone già nella sua prima «stazione» nuove domande e insieme nuovi significati. Sul terreno della linguistica, passando da Barthes a Saussure, questa giustapposizione evidenzia e rende palese, indugiando sulle parole si potrebbe dire “in maniera plastica”, la differenza tra significante e significato. E perciò è di nuovo la soggettività di ognuno che recepisce, valuta e organizza.
Nella spazialità controllata dell’ex manifattura tabacchi dove il colore che prevale e accompagna è il bianco, le opere di Romano Bertuzzi, Bruna Esposito, Massimo Vitangeli, Yonel Idalgo Perez, Damiano Colacito, Matteo Fato, Fabrizio Segarizzi, Mariuccia Pisani, Giuseppe Stampone, Barbara Esposito e Franco Fiorillo oltre alla già citata Emanuela Barbi si relazionano rispettivamente ai film di Ermanno Olmi, Takeshi Kitano, Gonzalez Inarritu, Francis Ford Coppola, Ari Folman, David Linch, Pietro Marcello, Paolo Sorrentino, Werner Herzog, Lars von Trier e Kim Ki Duk. Un percorso circolare che cinge la corte interna, spazio essenziale e vitale, trait d’union tra un dentro e un fuori ma anche diaframma tra spazio interno e spazio esterno. Ancora una volta sono gli occhi di chi guarda a definire e determinare lo spazio e la collocazione delle opere in esso.
C’è un unico lavoro che non dialoga direttamente con nessun altra opera, ed è il film di Douglas Gordon e Philippe Parreno, “Zidane un ritratto del XXI° secolo”. In realtà quest’opera è già un dialogo artistico tra i due autori, il primo normalmente concentrato sui dualismi universali, vita e morte, bene e male, il secondo sulla «rielaborazione del concetto di narrazione, la riflessione sulla natura dell’immagine, sui sistemi di significazione e rappresentazione permessi dalle nuove tecnologie». Il film segue per un’intera partita, è il 23 aprile 2005 e si gioca Real Madrid-Villareal al Santiago Bernabeu, il campione franco-algerino. Non ci sono commenti e tutte le inquadrature sono concentrate esclusivamente sulle movenze e sull’espressioni del volto di Zinédine Zidane. Il risultato è l’inedito ritratto di un campione disegnato mentre svolge il suo lavoro, che posizionato alla fine del percorso espositivo ne segnala un suo nuovo possibile inizio. Un «nuovo giro di giostra» che può ripartire proprio dalla geniale intuizione di Gordon e Parreno per includere nella relazione a due già stabilita, cinema e arti visive, un terzo soggetto: la letteratura. In primo luogo della poesia, ma anche prosa e teatro, salvaguardando quell’atmosfera rarefatta e complice che questa mostra ha generato sotto forma di prosa d’arte. 
In questa «terra di nessuno necessaria per modulare e realizzare progetti ed ossessioni» che è il Museo Laboratorio, è in atto dunque una reductio ad minimun da accogliere come salvifica in un mondo sempre più caotico, popolato da pseudoartisti, scrittori che si autodefinisco tali, nani e ballerine che impazzano da un tempo ormai infinito e che occupano sistematicamente quasi tutti gli spazi a disposizione. Una performance, un evento, raro e perciò necessario che induce a fermarsi per riflettere. A coltivare le pause. Le sospensioni.
Scrive Wim Wenders nell’introduzione a “Una volta”, un suo libro di fotografie: «Spero che questo libro di fotografie diventi un libro di storie. Non lo è ancora, ma lo può diventare attraverso chiunque abbia voglia di ascoltare il suo vedere». “Il grado zero dello sguardo. Primo naufragio: cinema e arti visive” è il luogo ideale per fermarsi, indugiare, e, ascoltando il proprio vedere, provare a costruire delle storie.


18 aprile 2011

Habemus Papam



Habemus Papam è il film più bello di Nanni Moretti e lo è per tante ragioni.
Lo è innanzitutto perché in questo film ci sono almeno quattro passaggi da regista di vaglia. E soprattutto perché c’è poesia.
Nei film precedenti, se si esclude Il Caimano, Moretti ha sempre cercato, attraverso i suoi personaggi risposte alle domande che l’uomo contemporaneo si pone, domande che attraversano l’intera vita di ognuno di noi. Questioni sociali e politiche, personali e collettive. Domande che cambiano con il cambiare delle condizioni al contorno e con la crescita personale dell’autore stesso. Una sola invariante i dubbi esistenziali dell’uomo, presenti da sempre nel cinema di Nanni Moretti. Dubbi che, come Wim Wenders in Il cielo sopra Berlino, il regista rende evidenti quando i pensieri e le domande dei vescovi in conclave, seppur muti e silenti, squarciano il silenzio della Cappella Sistina. «Non scegliere me, non scegliere me» è la frase che tutti si ripetono più volte tenendosi la testa tra le mani o fingendo di prendere appunti.
Il papa di Nanni Moretti ha la forza di guardare alla sua fragilità umana. D’interrogarla, di cercarla, di andarle incontro come accade in una delle scene più struggenti del film quando percorre in autobus, di notte, il lungotevere. È un uomo che cerca di ri-trovare se stesso cominciando a frequentare una quotidianità che la vita in Vaticano gli ha precluso. In questa ricerca tenace della sua essenza più intima e di una possibile verità, risiede la sua grande forza. Quella stessa forza che dimostrò nel 1294 Pietro da Morrone, che divenne papa con il nome di Celestino V, quando dopo soli quattro mesi si dimise dal trono pontificio. Non si può non pensare a Celestino V guardando questo film così come non si può non pensare che questo lavoro sia un omaggio all’uomo che ingiustamente Dante definisce «colui che fece per viltade il gran rifiuto».
Quando poi le note di Mercedes Sosa, Todo cambia, inondano le stanze vaticane siamo in uno dei momenti di poesia. I vescovi tutti, dal più giovane al più anziano, accennano a piccoli passi di danza: siamo nel grande cinema. «Cambia lo superficial, cambia también lo profundo, cambia el modo de pensar, cambia todo en este mundo», tutto cambia canta Mercedes Sosa. Sempre su queste note, mentre i vescovi all’interno del Vaticano si concedono una piccola divagazione, Michel Piccoli, nei panni del papa morettiano, mescolato alla folla dei fedeli, si aggira nei pressi di piazza San Pietro per riappropriarsi del proprio destino. Il vento del cambiamento soffia anche in Vaticano. Soffia e gonfia la tenda color rosso carminio che cinge il balcone dal quale si dovrà affacciare il nuovo papa. L’attesa è lunga. Sarà lunga.
Un film, Habemus Papam, che per il regista romano amatissimo in Francia, è insieme un punto di arrivo e un punto di ripartenza. Di arrivo perché conclude un lungo e fortunato ciclo iniziato nel 1976 con Io sono un autarchico che lo ha visto protagonista acclamato, assoluto e unico, di almeno due generazioni d’italiani che si sono riconosciute nei suoi personaggi e che hanno utilizzato le migliori battute per spiegare a se stessi e agli altri ciò che ci stava accadendo.
Di ripartenza perché quest’ultimo lavoro è certamente un film maturo che porta a compimento un percorso. Il tempo della denuncia e della visione del presente è ormai alle nostre spalle. È di nuovo il tempo di guardare avanti e di fare progetti per il futuro. Per ripartire e cominciare una nuova narrazione.



3 ottobre 2010

Bi-fronti, Oscar Buonamano e Enzo Verrengia



Inception, regia di Christopher Nolan

Oscar. Dom Cobb sa come “abitare” i propri sogni e quelli altrui ed è in grado di creare nei sogni mondi paralleli. La sete di conoscenza e le contingenze lo spingeranno a percorrere strade inesplorate: indurre pensieri nella mente di altri individui. Una riflessione su temi della contemporaneità che definirei biopolitici. Nella forma della scrittura Christopher Nolan, sceneggiatore e regista di Inception attinge dal miglior Paul Auster, Trilogia di New York, nella rappresentazione filmica continua il lavoro di Wim Wenders di Fino alla fine del mondo.

Enzo. Da secoli ci si interroga sulla differenza tra percezione e realtà. Finora la risposta più credibile l’ha data Philip K.Dick. Il mondo esterno non c’è. Tutto quello che accade va attribuito solamente al punto di vista soggettivo. Christopher Nolan va ben oltre con Inception. Nel suo film i livelli di irrealtà sono strati sovrapposti. Più di preciso, sogni all’interno di sogni. Accettata questa verità, ogni presunzione di controllo sulla vita e sul destino cade nel cestino delle velleitarietà.


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