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29 novembre 2011

Nuova architettura italiana: da Roma a Firenze, passando per Pescara


«A volte si dice che un progetto, un edificio, una piazza, un parco, sia solo il frutto della “matita dell’architetto”. Non è affatto così. Quella matita porta con sé, sempre, storie e vita vissuta». In un processo creativo complesso come può essere un progetto di architettura, è difficile che la “matita dell’architetto” sia titolare unico delle idee che poi si materializzano in spazi di relazione tra le persone. È questo il pensiero di Paolo Desideri, architetto e professore ordinario nella facoltà di architettura dell’Università Roma Tre. Un pensiero ricorrente e che ritorna spesso nella lunga giornata trascorsa insieme tra i cantieri della nuova stazione Tiburtina di Roma e il Parco della Musica di Firenze, due dei progetti che il suo studio, (ABDR, Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, lo stesso Desideri e Filippo Raimondo) sta portando a termine proprio in questi giorni. Così come ricorrente è il ricordo di Pescara e perciò il racconto di questa giornata non può che partire proprio da Pescara e dalla sua facoltà di architettura. 
Paolo Desideri arriva in Abruzzo nel 1985 dopo aver vinto il concorso da ricercatore l’anno precedente. La sede della facoltà di architettura è nei locali di Palazzo Perenich. Sono anni in cui Pescara gioca un ruolo non secondario nel panorama delle facoltà di architettura italiane. Galloni guadagnati sul campo alla fine degli anni settanta quando Pescara è stata, per un lungo periodo, uno dei più importanti laboratori teorici di architettura, in Italia e non solo. Anni in cui gli studenti possono ascoltare e confrontarsi dal vivo con gli architetti più importanti del panorama internazionale. Le stanze di Palazzo Perenich sono troppe piccole per contenere l’entusiasmo e la voglia di conoscenza che contagia quella comunità e perciò, per questi appuntamenti, si trasloca tutti all’Altrocinema per ospitare quegli architetti che solo qualche anno più tardi sarebbero diventati “archistar”. Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Peter Eisenman, Gustav Peichl, Boris Podrecca, Enric Miralles, Jurgen Sawade, Paul Chemetov, Rem Koolhaas, Zaha Hadid, Rob Krier, Antonio Monestiroli, sono solo alcuni degli intellettuali che animeranno quelle giornate. 
«È innegabile che in quegli anni  si “costruisce” dentro di noi l’architettura che oggi si esprime in queste forme. “La matita dell’architetto” proviene da lì. Da quelle indimenticabili giornate e anche da quelle interminabili chiacchierate al ristorante dopo una giornata trascorsa in facoltà. Lì, da quella sponda dell’Adriatico». Paolo Desideri resta a Pescara dal 1985 fino al 2007 anno in cui si trasferisce a Roma dopo aver vinto un nuovo concorso. «Prima di arrivare a Pescara ero una cosa, dopo la mia partenza e il ritorno a Roma, un’altra. La facoltà di architettura di Pescara mi ha fatto diventare una persona altra. Perché tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta in quelle aule c’era una tensione culturale, una voglia di conoscere e di sapere, da parte nostra, giovani docenti, e da parte degli studenti, credo irripetibile».
E oggi quella tensione e le interminabili giornate di studio e di confronto assumono, attraverso la matita dell’architetto, forme geometriche e diventano volumi e spazi, luoghi per vivere. S’inaugura proprio oggi a Roma, con la presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, uno dei progetti che lo studio ABDR sta realizzando in Italia, la “Nuova stazione Tiburtina”, mentre il 20 dicembre sarà la volta del “Nuovo Parco della Musica e della cultura” a Firenze. 
Il progetto per la nuova stazione dell’alta velocità di Roma Tiburtina è il risultato di un concorso internazionale vinto nel 2002 e che oggi giunge a compimento. Un vero e proprio “hub” nel cuore della capitale che collega due quartieri, prima separati proprio dal tracciato ferroviario, e che ingloba, razionalizzandoli, diversi sistemi di trasporto. Un progetto dunque che risolve innanzitutto uno dei grandi temi della città metropolitana contemporanea: l’organizzazione e la razionalizzazione dei diversi sistemi di trasporto. La risoluzione del tema assegnato è risolta con una configurazione spaziale e architettonica che nulla concede al caso pur generando uno spazio fluido «all’interno del quale galleggiano volumetrie sospese» che si percepiscono sia come singoli manufatti risolti in sé, sia come elementi che partecipano alla comprensione di uno spartito più ampio. «C’è un confronto continuo nella nostra architettura, e in questo progetto in particolare, tra rigore e concessione al rigore. Una tensione al rigore tettonico, geometrico. Un rigore che arriva fino al più piccolo dettaglio costruttivo e che ci viene dalla formazione degli anni settanta e degli anni di Pescara».
La nuova stazione di Roma Tiburtina è intitolata a uno dei padri della patria, uno dei più autorevoli, Camillo Benso, conte di Cavour. Non troverete scritte inneggianti a Cavour, tantomeno una lapide o un’insegna luminosa ma due discorsi del grande uomo politico, le cui parole sono incise nell’acciaio cor-ten e poste a rivestimento di una parete, che da anche la misura dell’altezza massima dell’edificio, che accoglie i viaggiatori all’ingresso principale della Stazione. Una soluzione che sviluppa il tema del monumento in termini autenticamente contemporanei. Un valore aggiunto per un progetto di per sé straordinario, realizzato in un paese, il nostro, che poco concede all’architettura contemporanea e che proprio per questo motivo ti fa pensare: siamo a Roma ma sembra di essere a Berlino.
Alla stazione Termini prendiamo un Frecciarossa e in un’ora e trentacinque minuti siamo a Firenze, stazione Santa Maria Novella. Il secondo cantiere che visitiamo è quello del “Nuovo parco della musica e della cultura” che ospiterà anche la sede del Maggio Musicale Fiorentino. Anche questo è il progetto vincitore di un concorso internazionale che ha come committente la Presidenza del Consiglio dei Ministri e in particolare la struttura di Missione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. L’inaugurazione è prevista per Natale e per questo motivo il cantiere lavora a pieno regime tutto il giorno. A differenza del progetto a scala urbana della stazione Tiburtina di Roma, il parco della musica di Firenze, pur avendo la funzione di «aumentare la dotazione dello spazio pubblico e operare un’efficace riconnessione tra la città e il parco delle Cascine», è un «cristallo» depositato sul terreno. Un manufatto di grande pregio che si aggiunge alla dotazione architettonica di una città che ha pochi eguali nel mondo. Il complesso si costruisce su tre grandi sale per ospitare eventi non solo musicali. La sala del teatro lirico può contenere 1800 persone, l’auditorium ha una capienza di 1100 posti, mentre la cavea, che è anche la copertura del teatro e offre una vista su Firenze che toglie il fiato, ha una capienza di 2000 posti. Il cantiere di questo progetto è un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, molte delle soluzioni di dettaglio infatti, sono state pensate, sperimentate e poi realizzate direttamente in loco. E il caso ad esempio della finitura della sala del teatro lirico che separa la platea dalla galleria. Un tendaggio in rete metallica bronzata realizzata da un’azienda abruzzese, dell’aquilano Eliseo Iannini, il cui modello in scala 1:1 è stato prodotto e testato proprio nello stabilimento del capoluogo di regione.
Quando riprendiamo il treno per Roma il sole è tramontato da parecchio e le luci artificiali illuminano il cantiere del Parco della Musica. Si continua a lavorare per la prima, il 20 dicembre, dedicata alle maestranze che l’hanno materialmente costruita. Guardo un’ultima volta l’edificio e provo la stessa, identica, sensazione provata davanti alla stazione Tiburtina di Roma: siamo in Italia, ma sembra di essere a Berlino.



Lo studio ABDR (Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri, Filippo Raimondo) ha la sua sede a Roma. Ha partecipato alla XVI Triennale di Milano del 1995  e alle selezioni della Biennale di Venezia del 1996, del 2004 e del 2006. Alcune tra le più recenti realizzazioni: “Riqualificazione dell’ambito urbano residenziale Giustino Imperatore, Roma”, “Ristrutturazione e ampliamento Palazzo delle Esposizioni, Roma”, “Restauro e ampliamento Museo archeologico, Reggio Calabria”, “Tre nuove stazioni metropolitana Linea B1,  Roma”.



Nuova stazione Tiburtina, Roma
La realizzazione della nuova stazione dell’alta velocità di Roma Tiburtina avviene in seguito alla vittoria di un Concorso internazionale di progettazione, il costo dell’intervento è di 156 milioni di euro e si sviluppa su una superficie di circa 32.000 mq.



Nuovo Parco della Musica e della cultura, Firenze
Questo nuovo polo culturale, sarà anche la casa del Maggio Musicale Fiorentino, è una delle opere realizzate nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, costerà 137 milioni di euro e si sviluppa su una superficie di 40.000 mq.


19 dicembre 2009

Archistar in mostra



Architetture che assecondano e rappresentano la società liquida che abitiamo, e che per loro nuova natura accettano la transitorietà come paradigma della felicità.


Quando alla metà degli anni Ottanta nelle facoltà di architettura italiane si affacciavano, timidi, i primi ammiratori di Frank O. Gehry, piuttosto che di Peter Eisenman, la cultura dominante, e che stava diventando una sorta di accademia, era “la Tendenza”. Lo era certamente nella facoltà di architettura di Pescara. Qui avevano insegnato Aldo Rossi e Giorgio Grassi. Il primo, autore di L’architettura della città, un libro studiato in tutte le facoltà di architettura italiane e non. Il secondo, che aveva già lavorato per la rivista Casabella-continuità diretta da Ernesto Natan Rogers, insieme allo stesso Aldo Rossi, Vittorio Gregotti e Gae Aulenti, interessato allo studio dei fenomeni urbani. Insieme a Rossi e Grassi un gruppo di architetti, per lo più milanesi, si era imposto all’attenzione generale della critica anche perché stava costruendo una vera e propria scuola, tutta italiana che s’interrogava sul rapporto tra l’architettura e la città, sulla tipologia architettonica e, proprio perché scuola in essere, sulla trasmissibilità dell’insegnamento dell’architettura.

Gli altri erano i decostruttivisti, Frank O. Gehry, Zaha Hadid, lo stesso Peter Eisenman, Rem Koolhaas, Bernard Tschumi, Daniel Libeskind e il gruppo Coop Himmelb(l)au. Il termine “Deconstructivist Architecture” era stato universalmente adottato dopo la mostra di Philip Johnson a New York nel 1988, che tenne a battesimo la nouvell vague dell’architettura mondiale.

I primi sono ancora oggi studiati nelle università, i secondi sono diventati “archistar”.

Al progettista del Guggenheim Museum di Bilbao, Frank O. Gehry, la Triennale di Milano dedica uno spazio significativo perché, come scrive Germano Celant nell’introduzione al catalogo della mostra, «[…] Un’esposizione sull’opera di Frank O. Gehry è un evento di significato mondiale in qualsiasi momento e circostanza […] questa è la prima antologica che, attraverso modelli e documenti, disegni e video, nonché contributi tecnologici, copre in maniera sistematica l’intera produzione dal 1997 al 2009.»

E la mostra non tradisce le aspettative. Un susseguirsi di spazi che contengono progetti, plastici, schizzi a matita grossa sui muri. Una sorta di atelier a disposizione di ognuno. I plastici sono al centro delle singole stanze. Gli schizzi più grandi campeggiano sulle pareti. Altri, provenienti da collezioni private, sono incorniciati e autografati. Tanti plastici. Modelli di studio. Colorati. Di carta. Di balsa. Di cartone. Le lamiere di titanio che ricoprono gli edifici di Gehry sono carta in questi plastici; carta appallottolata che lo stesso Gehry lancia ai ragazzi dello studio chiedendo di trasformare quelle intenzioni, quei gesti, in spazi. Sequenze spezzate che cercano una forma. Sequenze dove, cercando, si riesce a leggere la volontà dell’architetto. «Volevo riprodurre tutti i significati della parola trasparenza» scrive Frank O. Gehry; un tentativo riuscito. La sua idea di architettura è più superficie che spazio, più rivestimento che struttura connettiva.

Si possono condividere o meno le architetture, l’architettura di Frank O. Gehry, ma la mostra che gli dedica la Triennale di Milano è un momento di conoscenza e di formazione imprescindibile, per chi ha a cuore le sorti della città.

È invece l’edificio più rappresentativo di Padova, il bellissimo Palazzo della Ragione, che esibisce la mostra personale di Zaha Hadid, ospite d’onore della quarta edizione della Biennale Internazionale di Architettura “Barbara Cappochin”. Zaha Hadid, prima donna a vincere l’equivalente del premio nobel per l’architettura, il Premio Pritzker nel 2004, è l’architetto che ha realizzato il MAXXI di Roma, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, presentato alla stampa in questi giorni e che sarà aperto al pubblico la prossima primavera.

Un unico grande spazio, il salone medievale del piano superiore del palazzo realizzato tra il 1172 e il 1219 e affrescato da Giotto, contiene l’installazione/mostra che lo studio londinese di Zaha Hadid ha pensato e realizzato per questa occasione. Ed è una bella sfida tra la sala pensile medievale, costruita senza il supporto di colonne di appoggio, ancora oggi una delle più grandi di Europa, e le macchine per abitare dell’architetto e designer irachena naturalizzata britannica, che sfidano anch’esse le leggi della fisica. L’allestimento/mostra è in realtà un’opera d’arte tra tante opere d’arte. Si resta attoniti per lo stupore quando si oltrepassa la soglia che separa l’esterno, la grande balconata con le volte affrescate, dall’interno, il salone. Il contrasto tra le opere dipinte sulle pareti, tra la sala stessa, la sua dimensione e le opere esposte, emoziona e toglie il respiro. È il concetto di contemporaneità che sembra materializzarsi sotto i nostri occhi. È il passaggio dalle immagini colorate e chiassose del mercato della frutta e verdura di Padova all’atmosfera rarefatta delle strutture bianche e modulari che supportano i disegni e le architetture di Zaha Hadid, che da solo vale il prezzo del biglietto. Cogliere poi il senso del posizionamento dei progetti è già entrare nelle corde dell’architettura di Hadid. Sono oggetti, in qualche caso opere d’arte, che non si relazionano ai luoghi per cui sono costruiti. Ne fanno volentieri a meno. Lo “sciame” che costituisce l’ossatura della mostra assume nomi che sono anch’essi un programma: linee/fasci/reti, onde/gusci/bozzoli, aggregazioni/grappoli/puzzle, campi/sciami, paesaggio/topografia, parametricismo.

Le due mostre, quella dedicata a Frank O. Gehry e quella dedicata a Zaha Hadid, sembrano essere in sintonia e rafforzare il significato del termine coniato proprio per loro, da Gabriella Lo Ricco e Silvana Micheli, “archistar.” Architetti che hanno costruito la loro fortuna utilizzando, alla stessa stregua degli stilisti di moda, le forme in un gioco autoreferenziale. Ed è paradossale che proprio oggi che l’architettura sembra essere oggetto di attenzione da parte di tanti, abbia perduto la sua funzione sociale e dimenticato il significato del termine “collettivo.” Manca cioè la dimensione pubblica dell’architettura. La grande assente è la città, In questi disegni le architetture, costruite o disegnate, sembrano farne volentieri a meno. Architetture che assecondano e rappresentano la società liquida che abitiamo, e che per loro nuova natura accettano la transitorietà come paradigma della felicità.

Scrive Franco La Cecla nel suo saggio Contro l’architettura «[…] in qualche modo le città sono nate per dare occasione a una folla di ritrovarsi e festeggiare qualcosa. Non è forse un resto di felicità collettiva, quella che ci viene appena concessa facendo shopping? […] la città è un luogo di circolazione di un materiale consistente che fluisce come un fiume tra sponde di allegria […] vale la pena inventare una nuova competenza […] dei conoscitori delle forme di vita e dei tipi di abitare […] scienziati dell’umano che non si permettano di sentirsi superiori a esso come ogni stupido piccolo artista di provincia, ma che vogliano imparare la danza per poterla difendere tra nuove sponde di allegria.»

Saranno capaci le archistar d’imparare questa danza?





Frank O. Gehry dal 1997

27 settembre 2009 – 10 gennaio 2010

Triennale di Milano


a cura di  Germano Celant in collaborazione con Frank O. Ghery e Gehry Partners, LLP

progetto di allestimento Studio Cerri & Associati, Pierluigi Cerri, Alessandro Colombo

in collaborazione con Francesca Ceccoli, Marta Moruzzi, Francesca Stacca.


Orari

Domenica, martedì, mercoledì, venerdì, sabato dalle 10.30 alle 20.30

giovedì dalle 10.30 alle 23.00

chiuso il lunedì


Per informazioni  tel. +39 02 724341

www.triennale.it


Zaha Hadid

27 ottobre 2009 – 1 marzo 2010

Palazzo della Ragione –  Padova


a cura di Zaha Hadid Architects

progetto Zaha Hadid Architects: Zaha Hadid, Patrik Schumacher, Viviana Muscettola, Michele Pasca, Woody Yao,

Elif Erdine.


Orari

dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 18.00

chiusura biglietteria ore 17.00


Per informazioni e prenotazioni tel. +39 049 2010121

www.bcbiennial.info


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